L'allegro chirurgo.

Quando parlo con gli altri aspiranti dottor Carter [buaaaaah, il dottor Carter ieri… buaaaaaah, ha seguito quella stronza che sicuramente l’avrò cornific… ehm, scusate] mi vengono i complessi di inferiorità.
 

Tutti quanti mi dicono, dopo aver scherzato sull’aver giocato al dottore, di aver guardato la mamma mentre sezionava il pollo, di aver bramato per avere a Natale l’allegro chirurgo, di aver guardato i libri di scienza come io del resto salivo di fronte a un piatto di tagliatelle della nonna coi funghi porcini e la salsiccia al peperoncino.
 

Durante questi discorsi mi gratto il sopracciglio destro e inizio a guardare random le grondaie (se siamo all’esterno) o ai neon e le ragnatele (se siamo all’interno).
Loro lì, beati a raccontarsi amenità varie. Io ho visto la luce come Paolo di Tarso dopo il mio ventiquattresimo ricovero: "Eccheccazzi, forse è meglio che faccio il medico… almeno ci capirò qualcosa su me stessa e avendo provato sulla mia pelle non sarò così stronza con le persone come ste quattro mezzeseghe…"
All’epoca non pensai che quattro mezzeseghe potessero fare due… ehm. Ma vabbè, ero piccina.
 

Le uniche mie avvisaglie che mi sarebbe potuta piacere la professione medica fu quando mio padre mi disse che se era presente il numero uno nel codice del SSN dell’assistito nelle ricette era da scriverlo senza la solita manina in alto a sinistra, ma che era da farsi solo una stanghetta ortogonale tipo la I.

Ci ho ripensato, può essere solo quello. Escludo le visite ai pazienti, l’aver imparato a fare le iniezioni a dieci anni, a stasare le orecchie dai tappi di cerume a otto, le endovene (di ferro, su me stessa) a quindici…. insomma, mio padre mi ha sempre detto che potevo far tutto tranne il medico. Ma dopotutto sono anche Juventina e lui è della violacea…

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