That sugar cane.

Questa poteva essere una email, come ne ho mandate tre [strano, ricorre sempre] il mese scorso a quelle tre persone a cui mi sono attaccata senza pensarci. Un bene, per me. E invece nasce sulla soglia del balcone, con i piedi sulla ringhiera, con il mio solito antiemetico da aspiro sul posacenere, con i treni che passano, i pioppi che frusciano, Michael Stipe che passa dal "Walk unafraid I’ll be clumsy instead" a "c’mon c’mon no one can see me crying".

Non era giusto, per me, bersagliare ancora qualcuno. O privilegiarlo, vediamola così.

Oggi ho fatto un giro con mia mamma, con la macchina tra le strade emiliane delimitate dai platani. Avevo una fottuta voglia di parlare, quella che precede un mutismo che di solito poi si protrae per giorni. Magari la Fran, quella più cinica, direbbe che il silenzio deriverebbe proprio dall’incapacità di pronunciare il sinonimo di prolungarsi.

Mia mamma ha l’abbronzatura da fai da te al mare. Il muro sta crollando giù e il vicino ha l’altra casa in pignoramento.

"Beh, troppo poco, è uno stronzo…"

"Ha detto che è esaurito…"

"Cambi farmaci. A volte funziona…"

"Dici Prozac?"

"Nah, troppo poco, quello s’impasticca peggio del Dr House. Vista la fissità tipica del Serial Killer?"

"Guarda, la nonna ha detto sto qui è pericoloso come Carretta… Pensa che vuole ancora buttare via l’edera nel divisorio… dico, poi dopo sembra che siamo l’uno in casa dell’altro…"

"Se prende a far seccare l’edera dopo ne brandisco alcuni rami e la uso per altri scopi dicendo voglio fare la gastroenterologa e voglio scoprire meglio le cose là dietro…"

"Guarda, che poi ti ricordi l’anno scorso i colpi che mandasti al vecchio?"

"Io?"

"Tu."

"Mmmm, no. Che dissi…"

"Gli si spaccasse l’avantreno…"

"Sì, è una frase che suona molto mia."

"Beh, si. Ha distrutto la macchina e al telefono con i parenti parlava proprio di quello."

"Ma quell’ominide è tutta una malattia neurodegenerativa, guarda come cammina… gioca a cianchetta…"

Si ride perché tento una mimica del vicino rattrappito.

Poi inizio a guardarmi le braccia, inizio a sentire quella fame d’aria che mi ammazza da giorni. E ho il finestrino abbassato a contrastare lì il vento con la mano. Inizio a dirle di essermi ricordata del nonno e di quelle cose che poi ho scritto qua. Lei risponde che quella morte forse ci ha fatto male a tutti. A mia nonna, perché si erano sposati con amore. A lei, perché si è sentita profondamente sola, come si sentirà quando la nonna non ci sarà più. Perché nelle famiglie normali i genitori sono punti di riferimento. Perché magari è bello chiamarsi anche solo per sapere se è meglio un pantalone a vita bassa o una gonna.

Poi ha fatto una pausa e mi ha detto che forse a me ha fatto più male di tutti perché non l’ho voluta accettare. Io le rispondo che può essere benissimo… anzi, lo è. E che sbagliavo a incazzarmi con mia nonna se e quando piangeva alla minima occasione, perché era ed è il suo modo di manifestare quanto le mancasse. Ma io invece devo tenere tutto dentro fino a lacerarmi per sentire davvero qualcosa. E non farlo vedere, perché tanto è una cosa solo mia.

Sento le lacrime che mi escono dagli occhi ma riesco a non cambiare tono di voce, senza neanche strozzarlo.

Le dico che ho bisogno di credere che ogni cosa capiti perché esiste un perché.

Poi inizio a parlarle delle cose da fare nei prossimi mesi, perché non mi va neanche di sapere come sto adesso. Ho il sangue pari a coca cola. Più di enumerare dolori… sono stufa. Non voglio neppure sapere, non voglio chiedermi che cosa succede. Voglio riniziare a studiare.

Sai, che per la prima volta mi hanno detto che per il lavoro è stato decisivo che studiassi medicina, magari è una stronzata ma almeno è la prima volta…

Poi guardo fuori dal finestrino, e le dico che studiare Medicina e tutto questa roba che si passa mi sta facendo fottere il cervello. Che dopo dovrò cambiare modi e stile. Che mi sento sola, sola come ci si sente lei. Mi sento abbandonata da qualcosa di importante. Mi sento bersagliata. Che… un sacco di altre cose. E continuo a dirle con gli occhi che strizzano da soli la ghiandola lacrimale e io che parlo come se stessi parlando della disposizione delle pentole in cucina. E mia mamma che mi prende la mano sinistra, che era impegnata a torturare il ginocchio.


0 thoughts on “That sugar cane.”

  1. la mamma non si mette mai in discussione, mai. specialmente in certi momenti. mille abbracci, fran, che c’ho le mani piccole e le tue dentro non mi ci stanno.

Rispondi