Battiti di ciglia.

Piazzale della Pace, hai i volantini del Regio in mano, anzi, i libretti. Pesa quella busta che ti stringe la pelle e ti crea tanti salsicciotti trasversali sulle dita. Il cellulare, squilla, lo senti in tasca.
Tua mamma, che ti parla dall’altra parte. Tiene tre-quattro secondi di silenzio.
"L’abbiamo portata dal veterinario, Priscilla… ecco, poi lui ha fatto quello che doveva fare…"
Poi la voce si distorce, cambia tra le lacrime di chi ti parla. Tu sfidi il sole e volgi lo sguardo alla cupola della Steccata, deglutisci, la gente è intorno a te. Riempi i polmoni di aria e sussurri che hai capito, e che ne riparlerai stasera magari, non in quel momento. Chiudi la comunicazione, ti mordi le labbra, guardi in giro cercando di non pensare a cosa sta succedendo e alla realizzazione di quello che si è verificato. Guardi in alto, i cornicioni. Quel liquido pare passarti dietro le orbite, copioso.

Ospedale specializzato per la cura dei bambini. Tua nipote ha avuto l’ennesima crisi. Tua nipote ha circa un anno e mezzo? Non ricordi, ma meno di due anni. Tu sei la madrina di quella bimba che porta lo stesso tuo nome. Da una settimana segui come sta, ogni tre notti stai tu lì a vegliarne il lettino. Ti giri e vedi suo padre, lo fissi e guardi come si sia impuntato a guardare la porta da dove dietro agiscono i sanitari. Tu senti montare la rabbia dentro di te. Pensi che magari se sua madre non avesse tirato anche in gravidanza quell’esserino così radioso e così meraviglioso si sarebbe trovato da altre parti. Non ti accorgi che il tuo pungno si stringe e la tua mascella si serra. Esce il medico, guarda prima me e con quello sguardo mi fa capire che in fin dei conti l’agonia è finita. Scuoto la testa, aggrotto la fronte, credo… così mi ricordo. Mi sono sentita tanto inutile, tanto.

Terapia intensiva. Piano piano capisci che il tuo ragazzo ne uscirà… cioè, non ne uscirà. Ti appoggi con la schiena al muro, reclini indietro la testa. Vedi suo padre, cupo, si stringe le mani stando seduto. Incrociate i vostri sguardi. Tu prendi il tuo labbro inferiore in mezzo agli incisivi, ti mordi fino a sentire il sapore dolciastro del sangue. Gli chiedi perché. Lo guardi e glielo chiedi una seconda volta. Senti un groppo alla gola, la lingua come se fosse grossa. Lui non fa altro che fissarti e avere come te le lacrime che solcano le guance. Perdere una persona a cui tieni, in meno di 36 ore. Non vuoi spiegartelo, non ci riesci. Respiri a singhiozzi, non sai cosa pensare. Forse c’è la voglia di scappare.

Cucina di casa tua. Tua mamma ritorna a casa. Posa la borsa.
"Francesca, è morto…"
Forse non finisce neppure la frase. Molli la tua matita e la tua matematica delle elementari. La abbracci, guardi in alto le mensole con gli utensili in rame messi a far bella mostra. Continui a stringere tua madre. Non riesci a dire nulla, ma la senti piangere. Non sai cosa pensare dopo mesi e mesi di agonia del nonno. Ma è come se qualcuno abbia preso il tuo cuore e lo stia spostando un po’ ovunque, stritolandolo.

Di notte, quando ci pensi, di notte. Abbracci il cuscino, rabbiosa. Vedi che sono le quattro, di notte. Ti chiedi solo con rabbia "Tu cosa cazzo vuoi ancora da me? Non ne hai abbastanza? Cosa altro vuoi, da me?". Anche quella è una consolazione, forse.

0 thoughts on “Battiti di ciglia.”

  1. Lette queste parole non c’è veramente un cazzo da dire. Se non che, di risposte, non ne avremo mai, perciò nel nostro piccolo ci conviene tenercela stretta, questa vita e cercare di pensarla meravigliosa anche quando ci è pesante, anche quando ci è insopportabile. Ma ho già detto troppo, a scrivere queste parole mi sembra di entrare in casa d’altri, nella vita degli altri, senza averne diritto, senza essere invitato. Ma non ci riuscivo proprio, a non dir niente.

  2. Non so, soppesare la qualità della propria vita è alta filosofia. Ma come tutte le cose, belle o no, si riesce a quantizzarle solo quando si devono fare bilanci forzati. Il punto è che magari a certi punti sarebbe meglio non giungere se non è così impellente.

  3. Fran, non so davvero che dire, e io non sono bravo con le parole, soprattutto in questi casi. Avrei tanti discorsi che tentano di essere consolatori, o, meglio, che cercano di razionalizzare cose così tristi, ma non riesco mai a farli diventare reali.

    La sensazione al cuore è la stessa che ho provato io qualche anno fa, il che mi fa pensare che anche se ognuno di noi prende la morte a modo suo, ci sono molte cose che accomunano chi ha subito una o più grandi perdite… e il mio cuscino ormai non ne può più di essere abbracciato ;)

  4. Domenica è morto un collega. Uno con cui non avevo scambiato più di 20 parole in tre anni. Però uno che aveva la fidanzata incinta. Suo figlio nascerà già orfano. E cazzo, queste sono cose tragiche.

  5. Gozzano la chiamava “la signora vestita di nulla”. A certe persone si fa conoscere molto tardi; esistono 40enni fortunati che non hanno mai perso nessuno, nemmeno il gatto o il cane. Ad altre persone invece si presenta prestissimo, a scadenze direi quasi regolari.

    Appartenere a quest’ultima categoria fa davvero provare, oltre il dolore, una rabbia infinita. E la tua ultima domanda è stata spesso anche la mia. Ma la risposta mica l’ho ancora trovata…:-*

  6. Già, Placida, forse senza il mio contorto senso di raccontare le cose sei riuscita a dire tutto in una frase :) a volte sembra davvero così.

    Augusta: avrei tante cose da dire in risposta, ma credo di censurarle, un po’ per decenza, un po’ perché sarebbero inadatte.

    Pero: apriamo un business di cuscini?

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