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Oggi c’era un clinico addestrato a vedere se c’è quella cosa che da lì fastidio agli ammalati e che in letteratura la chiamano male oscuro. Che poi per me visto che tutto si riduce alla massima importanza negli squilibri ormonali/elettrolitici/salcazzomapresenteinnaturaoprovocatodaifarmaci (scusate, approccio fisico/chimico alla realtà. Non siamo senzadio, ma si pensa che magari la biologia conta un attimo di più quando siamo sottoposti alla forza di gravità. Poi sì, magari ci son cose meno riconducibili al biochimico, tipo… l’aracnofobia ecco) anziché a cose che vanno sul metafisico e questa è una cosa che cozza con tutte queste cose del parlare. E suvvia, parliamo. La maggior parte delle volte parlare non serve a un cazzo, quando entrambi siamo convinti di essere nella ragione.
Io ho ragione, penso di avere ragione ma ascolto te, che pensi già di avere ragione. Finiamo che siamo entrambi felici perché siamo convinti entrambi di aver ragione, abbiamo mostrato le cose ma non ci siamo dati una soluzione? E allora? E allora grazie al cazzo, faccio meglio io che alla fine le cose finisco per scriverle qui [e dopo la gente però mi rimane traumatizzata e desottoscrive il feed, lo vedo. Iddiobeato, scusate, però già vi ometto le immagini sanguinolente, mica posso omettere anche i momenti sedutoconlemaniinmanosopraunapanchinafreddadelmetrò, eh. Su, fischiettate e leggete sotto]

Com’è la vita? Mah, uno schifo, grazie. Poi a volte ci si illude che sia decente tendente al bello, ma si annuvola che è un piacere, quasi che ti viene da dire che non ci son più neppure nella vita le mezze stagioni. E neppure le quattro.  Ma ci pensi bene, che magari qualche lato positivo c’è. Uhm, vediamo di pensarci. Mumble. Mah. Mmm. Ah, sì, gli amici. Basta. Basta? Eh, basta. In famiglia siamo rimasti in tre, diasporizzati e due sono catorci, altri affetti non so cosa pensare, il lavoro fa schifo, l’università ormai mi conviene prenderla a ridere… Però è qui a parlarne. Una sega, non la trovo una cosa molto positiva, non mi faccia pescare metafore. Diciamo che se vale la morale cattolica io dillà nel regnodeicieli mi aspetta la vita di Briatore, solo un po’ meno troieggiante sa, essendo regnodeicieli. Però non vorrei arrivarci, a vedere se è vero. Però sembra serena. Una fava, oserei. Sa, noi nati con genitori con attività commerciali e un po’ timidi e riservati facciamo vedere un personaggio al di fuori. In realtà io sto velatamente sperando che quella cosa che mi han detto dopo ieri, che nei prossimi mesi un buon 60% di recidive del tipo bussate e vi sarà aperto nel torace [ormai è tutto un chiedermi del mio chest pain, fortuna che uno ci ha l’inglese medico infuso] ci può essere benone, anche perché se uno ci ha qui 90-60 ma non di poppe e girovita ma di pressione non è che mi vedo bene in Padania, o in Etruria. Mi vedo malissimo, anche perché ricordiamo che i due terzi della mia famiglia stanno male, e sono i due terzi incoscienti e testadicazzo. Che bello parlo di me in terza persona. Arrabbiarsi però è una buona cosa. Certo, sono arrabbiata di una cosa a volte. Che esistano i rianimatori. Solo che è una cosa che non posso dire, a quelli che mi vogliono bene, ecco perché la dico a lei, che però farà la faccia contrita e preoccupata perché insomma, a chiunque di noi del settore se si perde una unità rode, suvvia. Un po’ come non arrivare all’ultima base a baseball. Le piace lo sport? Mi stavo per ammazzare con gli sci, ho perso definitivamente la chance di non avere gli arti inferiori intonsi col calcio, ma perché? Perché è una buona cosa pensare allo sport come cultura… No, aspetti, è una menata di qui. La conosco, ci sono quasi vissuta qui sportivamente. Pensiamo al ciclismo come parabola della vita e pensiamo che dietro c’è il doping. Il doping nella vita può essere il voler essere felici o l’avere un aiuto. E se vedi l’aiuto è esterno, cioè non basti solo tu a scalare una montagna. Ci sei te, la tua bella bici figosa, perché ti ci voglio con una olandese senza marce andare su per l’undici percento, l’allenamento, la competizione… la competizione è come quanto credi in te stesso. Io a volte ci credo, finché non mi pulsa la testa, lì ci vorrebbe il doping. Ma… Ma? Ma non lo hai. Non possono dartelo, tu sei qualcosa che… è una cosa strana, perché finché le cose non le senti dentro… Alla fine, tolta per una persona su cui so che posso contare ai limiti del… non so spiegarlo, ma è la stessa cosa che farei anche io… tolta quella persona, io non saprei a chi chiedere. Però tolta quella persona oltre a mia madre… cioè, anche quando loro due so che ci sono, so che io sono sola. Sola ad affrontare tutto perché quelle cose le sento solo io. C’è un detto delle mie parti che dice che il dolore lo sente a chi gli duole. Ecco. Ma ci penserebbe, ad attaccare quella bici al chiodo? No, ora penso solo che sia un bene che magari faccia un dritto a una curva, perché i freni non vanno. So che può capitare, non mi dispiace se capiterà, perché ci ho provato a spiegarlo a quelli che mi vogliono bene. Forse alcuni han capito, altri non se ne rendono conto, ma vabbè, penso di non avere grosse responsabilità. Vorrei solo dosi da elefante di serotonina perché un po’ giù sì, mi ci sento. Ma giù da starmene a letto e non vedere nessuno. Perché tanto poi non ci penso che magari vorrebbe vedermi qualcuno, e se capita invece mi chiedo cosa si aspetta di fare o vedere da me. Quindi non so. Penso che alla fine è utile il sentirsi soli cronico.

Essere stati malati di certe cose, non guardate i figosi che dicono io-ce-l’ho-fatta, ci si resta tutta la vita. Non si è miracolati, fortunati o chissà che. Si è sfortunati in modo diverso rispetto a quelli che non ce l’hanno fatta. Loro hanno smesso di soffrire e di pesare sui loro parenti. Tu quasi tutti i giorni ti ricorderai che hai qualcosa che ti ha lasciato ricordi tangibili per cui la tua vita non è quella di prima. Non è migliore. Forse è peggiore, perché la confronti. Non è sicuramente uguale. Io non sono quella di cinque anni fa. Il peggio è che rileggendomi non sono più neppure quella di due anni fa.

Poi passa il medico scazzato, quello che un po’ ti ricorda quello zoppo televisivo se non fosse che questo ti cura davvero e quello invece ci ha i riflettori e basta. Ti chiede come ti senti. Lui che è sempre stato molto diretto. Boh, dissimulare si dissimula, ma rispondi che magari ci hai la metafora per come ti senti. Eh, allora, te lo dico. Mi sento come un ebreo uscito dal campo di concentramento. E lui ti risponde se ti senti ancora anche la divisa del campo addosso. Tu lo guardi e gli dici che beh, anche se non hai su quei due cenci da qualche parte ci dovrebbe essere sempre il tatuaggio, a ricordarti tutto questo. Lui ti guarda, ti dice che hai ragione, che è la cosa più sensata sebbene in vesti metaforiche sentita da un ammalato, anche se non sarebbe bene usare a certe latitudini determinate perifrastiche. E ti dice: "cosa vuole che le dica, se la goda finché dura".
Se mi ha anche fatto le altre cose fatte bene io a quell’uomo ci dedico un premio per la frase più sensata detta da un uomo negli ultimi due anni.

14 thoughts on “[…]”

  1. quello che scrivi è tutto vero e giusto e sacrosanto anche se duro. e lo so perchè l’ho provato, pur in circostanze diverse e meno lapidarie.

    (tutto questo mi ha suggerito un post, sappilo)

  2. Feedburner oscilla paurosamente per conto suo, non temere di aver traumatizzato della ggente :D

    E’ l’unica cosa che sono riuscito ad emettere pensandoci e ripensandoci, eh. Un’altra cosa che potrei dire, ma no che non la dico, è che non c’è nessuno che sia in grado come te di farmi sentire piccolo… per come vivi, per come scrivi, per come pensi. Benvenuta a Lilliput, Fran.

  3. Aggiungo un abbraccione pure io e ti chiedo…perche’ niente foto sanguinolente? Altro che fuga…secondo me alzi lo share, tipo tiggi’ di Italia 1 quando spara tette e chiappe a ora di pranzo **

    Grandissima Fran :x

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