Feelin' my faith erode.

La cosa bella di avere un blog, e di gestirlo diaristicamente (sic) parlando è rileggersi indietro e vedere come si è affrontate alcune cose.

Io a settembre ho avuto un problema di salute grosso. Credo di essere stata parecchio vicina a trovare un posto stretto imbucato tra assi di legno più o meno lucidate. Credo? Ero. Con tanto di esperienza (non ne ho parlato neppure allo psicologo, beccatevi lo scoop, ma mi sento scem… eccentrica a parlarne) quella lì con la luce e menate varie. Me ne vergogno. La trovo una cosa inspiegabile e al di fuori della mia portata. Io, quelle cose lì non le accetto.
Tornando indietro a maggio e giugno posso dirvi che anche lì me la son vista brutta. Ma non così brutta.
Tutto quello mi ha cambiato.
Completamente. Ora non mi riconosco più neanche io. Solo so che ora mi trovo in una condizione miserrima, cosa che se mi conoscesse la De Filippi mi prenderebbe con ella e farebbe degli special su di me, Caso Umano.
Non è che non mi piaccio, non accetto di nuotare nel guano.
Io da adesso a ritroso a metà settembre ho vissuto un tempo dilatato da una parte. Momenti in cui quasi da schizofrenica vedevo me fare determinate cose che non è che mi spiegavo, ma dovevo farle. Perché è così breve. Ed era più doloroso della media viverle, era più intenso, a volte era più bello.
Neppure fossi la strappona bionda di Heroes.

Poi le cose si rompono, si incrinano.
Appena ti rendi conto che entrambe le persone a cui vuoi un gradino di bene e un pizzico di fiducia più di altri si comportano in modo completamente diverso te ti svegli quasi.
Diciamo che è un secondo dolore. Dopo il primo.
La cosa peggiore per me è stata la perdita di controllo prima della propria vita, poi del proprio corpo. Credetemi, per una persona con una minima base (mi sto schernendo) biologica e ex atleta questa è una discreta mazzata. Per di più io sono una testarda assurda. Io, la vita che avevo prima, me la son portata nella malattia. Ed è stato pesante, per me. Non so per gli altri attorno, ma purtroppo io noto e subisco anche il minimo cambiamento di chi mi sta vicino. Le ho tentate tutte, da isolarmi a dialogare molto con una persona. Non serve un cazzo.

Non è solo il disagio di dire che stavi lì lì per provare l’obitorio.
Il disagio è stare da quel momento in poi sotto morfina. Nascondere tutto a tutti. Soffrire come un cane. Dimenticarsi le cose. Rallentare la morfina e corrodersi dai dolori. Soffrire in qualunque organo. Soffrire. Tenere la sofferenza per se. Vedere che anche se la tieni per te, niente migliora.
Ti incazzi, smetti la morfina, stai male da cani una settimana. In quella settimana succede di tutto. Ti chiedi più volte perché a Settembre quel cazzo di destino che ti hanno affidato… no, aspetta, non sai neppure cosa ti stai chiedendo. Più volte ci pensi, che era meglio però esser morti. Più che altro per concetto epicureo. Il valore della vita quando sei malato per tanto tempo è un concetto che rivedi, che sviluppi e fai tuo. Sarò un medico diverso, se ci diventerò. Non ho idea ormai. Qualsiasi cosa che mi piace e a cui tengo va a puttane. Cerco serenità e non c’è.
Sono migliorata in alcune cose. Sono migliorata grazie alla vicinanza di tante persone. Non sono cambiata per loro, ma mi hanno fatto riflettere. Io prima mi tagliavo. L’ho fatto per 20 anni, era una cosa che la mia figura paterna mi aveva fatto incamerare come gesto giusto per punirmi quando sentivo parecchio dolore in me stessa per il male che facevo agli altri. Sentire dolore fisico ti allontana da quello della testa. Le endorfine si liberano e senti anche meno male fisico. Da una parte è un bene, dall’altra è profondamente sbagliato. Sono prese di coscienza che devi avere dopo tempo.

Ora mi trovo con le mani che mi tremano. Le estremità violacee. L’essermi fatta un’assunzione di thc dopo secoli, peggio tanto non posso stare e sinceramente un po’ aiuta anche se l’erba di una volta era meglio, diciamocelo. Ho un dolore al petto atroce che cerco sempre e comunque di mascherare. Ho un bisogno di affetto richiesto sfacciatamente ma che nessuno pare darmi. Vivo nei miei sbalzi d’umore. Dovrei prendere delle decisioni sulla mia salute che non so prendere. Sinceramente non so cosa voglio fare. Sto e stavo sinceramente valutando di mollare, ora. Mi sento sola, sono sola. Non mi fido di nessuno. Mi fidicchio di qualcuno. Sbagliando, non so. Ma avere giramenti di testa mentre si sta anche seduti ti fa capire che non sai se riesci a sopportare più tutto questo. E "specialisti" han fatto peggio.
Non è che ti rimane tanto. Ti rimangono un gruppo di amici che vedi lì, guardi e capisci che sì ci sono, ma non sanno che fare. Rimani te che non sai cosa fare. Meglio: non sai se vuoi fare.
Ora come ora non mi ammazzerei. Non ne avrei il coraggio. Vorrei solo essere un po’ tranquilla. Vorrei solo arrivare lì magari a capire che sto sul limen della mia vita e dire "va beh, è andata". Quella cosa non riesco ancora a dirla. Mi spiace, mi rode. Da una parte mi rode, dall’altra mi deprime. Capitemi, altro che uscire e distrarsi, qua i problemini sono un attimo più pesanti.

Non so perché ho scritto tutto questo. Tenermelo dentro pesa. C’è questo, c’è tanto altro. Ci sono cose che non si riescono a dire e non si palesano neppure per la propria persona. Non augurerei a nessuno i miei ultimi due anni. Ci sono state in mezzo cose splendide. Ci sono tanti minuti di dolore che pesano come degli anni. Ci sono cose che ormai le mie spalle non reggono più. E tutto questo peso avevo creduto potesse essere alleviato da qualcosa. Non è così, si soffre e basta. Sperando poco, ormai. Il Destino, ché io credo che esiste, è una gran puttanata.

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