Questo non ve l'ho pubblicato a Pasqua perché già avevo in mentre quello di Pasquetta.

Niente: a me la Pasqua, non so perché, mi spinge all’indagine religiosa. Soprattutto dopo la ficcante analisi che mi ha fulminato e permesso (eh?) di smascherare l’inutilità della Pasquetta. Così, fuori stagione come le colombe avanzate ma vendute al ribasso, ho deciso anche di fare luce su un tema altrettanto scottante, che i media ignorano forse per paura di ritorsioni. Sì, perché, mentre la stragrande maggioranza delle feste cattoliche verte sulla figura di Cristo o della Madonna, si viene a scoprire che gli italiani riservano la loro devozione a delle figure più di nicchia, a personaggi che si tengono lontani dai riflettori della ribalta e che finiscono per essere i veri punti di riferimento del credente: i santi patroni. A fine 2007, viene pubblicato questo sondaggio che svela come “il 70% dei credenti invoca l’aiuto di un santo. Di questi, il 31% si è rivolto a Padre Pio, il 25% a Sant’Antonio, il 9% alla Madonna. Seguono col 7% San Francesco, col 4% Santa Rita e San Giuseppe, col 2% Gesù, con l’1% San Gennaro, San Rocco, Madre Teresa di Calcutta, Sant’Agata e San Gerardo”.

Be’, spunti di discussione ce ne sono a secchiate. Primo fra tutti: solo il 2% invoca Gesù. Su due piedi sembrerebbe un grosso gesto di ingratitudine da parte del fedele. A voler essere buoni vi si potrebbe leggere una forma di rispetto puro, della serie “è già così incasinato che non è il caso che mi ci metta pure io con le mie richieste”. Ma, a voler fare i maliziosi, si potrebbe pure pensare che “Gesù c’ha già le richieste di mezzo mondo, magari se mi rivolgo a un santo che non si fila nessuno è meglio”. Tipo le ragazze che al concerto dei Duran Duran andavano con gli striscioni per Andy Taylor, credendo di avere più possibilità di sposarlo di quella folla di cretine che si scannavano per Simon Le Bon e Nick Rhodes. Altra considerazione: Gesù viene superato dal padre, cui, a parte la storia del Presepe, nella Bibbia viene riservato un ruolo marginale. Prima o poi Quentin Tarantino gli dedicherà uno spin off per dare la giusta dignità alla sua figura. Così come stupisce che San Gennaro, autentico mito, abbia le stesse invocazioni di San Rocco e San Gerardo, bravi ma meno appariscenti. Nessuna di queste considerazioni, però, è inerente alla nostra analisi. Il dato che ci interessa, infatti, è capire quante di queste invocazioni arrivino – come dire – per stima personale e professionale e quante, invece, per il ruolo di patrono rivestito dal santo in questione. Incrociamo i dati:

“i patroni di grandi città come San Marco per Venezia, Sant’Ambrogio per Milano e San Gennaro per Napoli, sono invocati mediamente dall’80%” dei credenti di quelle zone, “con una punta del 96% nel caso del protettore dei partenopei”. Il che, in primo luogo, lascia perplessi sull’1% portato a casa da San Gennaro su scala nazionale e, in seconda battuta, fa capire che quello del santo patrono è un ruolo scomodo, se vogliamo, ma gratificante. E veniamo così alla domanda fondamentale: come vengono gestiti i santi patroni?

Chi li sceglie? Che poteri hanno? Hanno un co.co.pro. o un contratto a tempo indeterminato? Cerchiamo di capire:

“Fino al Decretum super electione sanctorum in patronos di papa Urbano VIII (23 marzo 1630) la scelta dei santi patroni dei luoghi era operata indistintamente dalla Chiesa e dalle istituzioni civili, talvolta eleggendosi al patronato finanche i santi non canonizzati. Col decreto il pontefice pose fine agli arbitri fino ad allora perpetrati ed impose regole severe per l’elezione dei santi tutori, rendendo obbligatoria l’approvazione pontificia e imponendo un iter che prevedeva il voto ufficiale dell’ordinario diocesano, del clero secolare, di quello regolare e della popolazione del luogo interessato dal patrocinio, per poi trasmettersi l’incartamento alla Congregazione dei Riti per una meticolosa analisi dello stesso”. (fonte: Wikipedia)

Poi Paolo VI cambiò un po’ le regole, ma fece salvo il principio fondamentale: la scelta spetta al popolo. Ora, questa cosa qui può essere vista anche come una forma di democrazia. In realtà è un grande bluff perché costringe i credenti a prendersi il primo santo patrono proposto. Mi spiego: se io mi rivolgo a un santo per una grazia, probabilmente faccio anche di tutto per rigare dritto e non farlo incazzare. Mi spiego. Metti che si fa questa votazione per avere San Valentino patrono di Frosinone. Io, credente ciociaro, sono contrario alla designazione, ma in giro sento che l’opinione pubblica è favorevole. Che faccio? Metti che voto contro e poi questo diventa patrono… Poi con i santi manco puoi dire che il voto è segreto. Quindi o corri il rischio di avere un santo patrono che non accoglierà mai le tue richieste o fai buon viso a cattivo gioco e fingi che non avresti mai potuto nemmeno immaginare un patrono differente.

Allo stesso modo, che si fa quando un santo patrono non svolge al meglio il proprio ruolo? Visto che l’ultima parola spetta alla gente, si potrebbe ipotizzare una raccolta firme per la candidatura di un nuovo patrono. E poi chi ha le palle di andare a consegnare al Vaticano la richiesta di una nuova consultazione? Senza considerare che, se per un motivo qualsiasi il referendum fallisce, chi se lo tiene un patrono che ormai ha preso atto della distanza del suo elettorato?

Ragion per cui, il santo patrono sembra essere una figura abbastanza specifica e duratura nel tempo, per non dire immutabile. Va detto, però, che sulla specificità i credenti hanno abusato di una falla normativa. Perché, diciamolo, i comuni del mondo sono miliardi e i santi molti di meno. Per cui finisce che il santo che reputi migliore se l’è già preso qualche altra città. Ora: se San Giacomo veglia tanto su Santiago del Cile quanto su Santiago de Compostela non c’è problema, visti i chilometri che separano le due realtà. Ma se a Foggia volessero San Nicola patrono, Bari farebbe barricate. Nel senso: nella piccola Italia è difficile scegliere un santo che sia già di un’altra città. Ecco allora l’escamotage. Emblematico il caso della Madonna. Difficile dire chi l’abbia scelta per primo, fatto sta che tutti gli altri, pur di averla come patrono, ne hanno declinato l’iconografia nei modi più vari: Addolorata, del Carmine, dell’Assunta, del Rosario, degli Angeli, del Carmelo, Immacolata, dei Sette veli, della Visitazione, del Fuoco e così via. Di fatto a ogni singolo aspetto della Vergine è stata riconosciuta una specificità. Per fare un esempio più terreno: Barbie rock star e Barbie istruttrice di aerobica sono la stessa persona ma vengono vendute come se fossero due personaggi diversi. Per cui non è improbabile che Monza possa scegliere come patrono Sant’Ambrogio della Bandiera a scacchi o che Siena possa ambire a San Giovanni di Cinta senese.

In conclusione: la metafora politica sembra calzante. Stesse facce nel lungo periodo e piccoli escamotage per rilanciare volti noti. Senza contare che, dove c’è troppa gente a decidere, si fa sempre il caos: L’Aquila ha quattro santi patroni (San Massimo, Sant’Equizio, San Pietro Celestino, San Bernardino da Siena). E non faccio battute sulla sfiga avuta lì e il conseguente numero di patroni. Grazie.


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