C'è un cantante che si chiama come le macchine ed è il cantante Rover.

C’è una cosa in comune: me lo sono perso io per un contrattempo (l’avrei comodamente intervistato durante il pranzo provando quindi un format di interviste rilassate che invece è rimandatissimo, dannazione contrattempo demmerda) e ve lo siete ancora persi anche voi, sebbene le sue interviste e session andranno in onda a Cool Tour, Radio Popolare e Moby Dick. Non me le perderò io, quindi figuriamoci voi.

Fisicamente il fratello simpatico e ben riuscito di Depardieu, vocalmente un misto di tante cose. Da Bowie, a Paul Banks. Per tagliarla breve, a voi che non avete tempo e siete un po’ ciompi: se vi garbano gli Interpol, le atmosfere fumose, le chitarre belle preponderanti è per voi. Vi giuro che non c’è quella lagnosità francese che vi fa storcere il naso. Parola d’onore.

La storia di Rover (Timothée Régnier) inizia  due anni fa, quando venne espulso dal Libano per problemi di visto  durante un tour con i The New Government, band molto famosa in Medio Oriente. Se questo antefatto non fosse successo, le sue canzoni  sarebbero probabilmente rimaste inascoltate.

Dopo il suo ritorno forzato in Francia, si rinchiude in una casa in Bretagna insieme ai suoi strumenti musicali e, riflettendo sul suo futuro, passa l’intero inverno in solitudine componendo e registrando. Nella sua casa-studio sgangherata, ha imparato a padroneggiare la sua unica e versatile voce, che può essere roca e cupa quando il brano lo elettrizza e che spicca il volo quando la passione lo richiede.

Inconsapevolmente ha seguito le orme di coloro che ammirava e ascoltava quotidianamente: Brian Wilson dei Beach Boys, Bowie e i Beatles, pur non essendone un discepolo e  ancor meno un nostalgico. Come gli artisti contemporanei che stima – Interpol in particolare – ha assimilato, reinterpretato e sintetizzato le sue varie influenze. La città di New York, dove la sua famiglia si è trasferita quando aveva 7 anni, ha alimentato la sua creatività. Ed è proprio lì che ha suonato per la prima volta una chitarra, così come fecero gli Strokes, suoi compagni del Liceo Francese.

Timothée ha scelto Rover come nome d’arte  per il suo amore per le macchine inglesi (“I miei genitori non guidavano altro quando era bambino”) ma anche perché vede la sua vita come una lunga serie di viaggi, e sente di avere ancora molta strada da fare per arrivare a destinazione.

C’è il teaser dell’album comodamente qui. Ma io vi sono andata a ricercare le session fatte ormai mesi fa per Le Figaro, con anche una bella intervista. Godetevele.


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