La cultura dovrebbe essere anche un’esperienza

La prima domenica del mese, lo sapete, ci sono i musei statali italiani gratis. Anche oggi, festadelladonna, viene dato l’ingresso gratuito alle persone di sesso femminile. Potrei dire cosa penso di questa ultima cosa ma potremmo perdere il vero obiettivo di questo post che sintetizzerò in

Io il museo te lo pagherei anche il 30% in più del prezzo corrente se avessi due o tre servizi fondamentali.

Capisco che la mia posizione può risultare rivoluzionaria e addirittura da sognatrice ma… sapete, mi è capitato di andare in dei musei esteri e anche se le collezioni magari avevano meno valore, ma il museo mi è piaciuto così tanto che alla fine conservo un bel ricordo e ho anche arricchito le mie conoscenze.

Anche perché: non tutti siete nerdoni come me che avete la sindrome da Indiana Jones o che avete avuto la mamma guida turistica che vi portava con voi anziché farvi marcire a giocare coi chiodini e il vinavil all’asilo. Capire cosa guardate, perché è lì e come mai ad esempio è ridotto così piacerebbe a tutti, credo.

  1. Un armadietto, un guardaroba, un posto per l’ombrello: non dico un metal detector: a me viene un pochino da ridere. Vi dicevo, tanto per fare un esempio tangibile, che sono andata al museo domenica e in questo caso era la Galleria Nazionale a Parma. Orbene: essendo una pinacoteca dovrebbe esserci una certa temperatura stabile un po’ tutto l’anno. Non so se la cosa è rispettata, ma credo di sì, il punto è che fuori era freddino e invece dentro faceva caldo bestia. E come me -che però ho messo il mio vecchio giaccone intorno la vita come facciamo noi ggggiovani che andiamo ai concerti- c’era tutta questa gente con questi giacconi e cappotti che venivano strusciati un po’ ovunque (un paio di volte anche a pelo dei dipinti). Quanto ti puoi godere una visita se devi tenerti un cappotto addosso se ci sono già trenta gradi dentro?
  2. Percorsi espositivi di visita chiari: quando siamo viaggiatori ci rincoglioniamo. Quando siamo turisti spesso proprio il neurone deficita di attenzione perché, pergiove, siamo in ferie. E quando si è in ferie è anche giusto regredire allo stadio homersimpson. Mettere una bella freccia grossa su PASSA QUI CHE CONTINUA QUI LA VISITA risparmierebbe molte noie al personale. Ad esempio qui a Parma in Galleria Nazionale non solo a me, ma anche ad altri avventori, la cosa non è stata così chiara. Fortuna che c’erano i volontari (…) ai quali chiedere spiegazioni, altrimenti procedere per tentativi sarebbe stato tragicomico.
  3. Eventuali cambi o mancanze nell’esposizione permanente: esistono mostre ma sarebbe bello che in biglietteria fosse spiegato che alcuni pezzi -specie se fondamentali o vere star- se ne vanno in tournée o non sono disponibili. A me non cambia la vita, ma dopo potreste sentire parlare di delusioni da un gruppo di famiglia che pensava di vedere la schiava turca del Parmigianino e invece ha trovato solo questohdr
  4. Il museo non deve essere una entità statica: mi sono trattenuta nei precedenti punti ma uff… devo dirlo. Vediamo di renderlo semplice e indolore. Tolti alcuni musei molto belli e quasi definirei smart, la maggiorparte dei siti espositivi italici è fermo all’essere stato curato nel 1800. Vi avevo già scritto di questo un lustro fa, partendo da testimonianze di amici archeologi che hanno le mani legatissime nel loro lavoro (archeologi e tutti i lavoratori della cultura in Italia sono i veri stoici, dobbiamo dirlo) e che non possono fare nulla per via che ogni cosa debba essere approvata e decisa tra vari ping pong di competenze. Non serve chissà cosa. Bastano cartelli esplicativi a modo, che non ti ripetano la storia come il tuo odiato sussidiario. Se una persona che non ha avuto modo di studiare o ha altre competenze vuole informarsi di più andando in un museo non può essere smontata nel suo entusiasmo non dandogli modo di reperire in loco le informazioni. Non servono depliant, leaflet, laboratori. Bastano 15-20 cartelli nel percorso espositivo a corredo di quello che c’è.

Infatti, cito da il Messaggero del 24 febbraio 2009: 

«La Ny Calsberg detiene forse 300 oggetti di provenienza italiana, tanti dei quali sono illegittimi», dice l`Avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli. «Sono 145 solo i reperti della “Tomba del carro” di Fara Sabina», dice l`archeologa Daniela Rizzo ai giudici del processo contro l`ex curator del Getty Marion True e Robert Bob Hecht, uno dei massimi mercanti internazionali. Perché i finimenti, le redini, parti di ruote, rilievi con leoni addormentati e decori dorati della “Tomba del carro” il museo li compera proprio da Hecht, che li aveva avuti da Giacomo Medici: il “re dei trafficanti” nel Centro Italia, condannato in primo grado (l`appello riprenderà il 4 marzo) a 10 anni di carcere e a 10 milioni di provvisionale allo Stato peri danni recati al patrimonio italiano. Medici li vende per 64 mila dollari, e Hecht li cede per 900 mila al museo danese, tra il 1970 e il 1971.

Mh, sì. Magari a Copenhagen ci saranno reperti portati lì illegalmente, come in altri musei ma… come sono esposti? Ho avuto la fortuna di visitare la Ny Calsberg che comunque ha un allestimento splendido, diretto, didattico (con ottimo inglese per i non parlanti danese) sebbene abbia reperti di interesse minore rispetto ad altri musei italici… ma -come direbbero i giudici dei talent- riesce ad arrivarti. Come è più interessante vedere un corredo funerario in allestimento come lo troveresti in una tomba rispetto che metterlo in una vetrina male illuminata con l’unica spiegazione a livello inventariale a lato? Quanto è bello leggere un cartello su chi era quel popolo e perché faceva così o aveva quella fissa? In fondo quello che ci interessa, a meno di essere nerdoni come dicevo sopra, è quello. Molte colleghe di mia mamma, parliamo di guide turistiche, sentivo che si soffermavano quattro minuti sul concetto di campata, arco di imposta, etc. Cose che al turista medio, oggettivamente, non interessano. Interessa più al massimo perché un santo lo rappresenti di profilo anziché di fronte, per dire.

La stessa cosa qui: se un reperto viene ben esposto all’estero resta una sorta di patrimonio mostrato all’umanità. Se è male esposto come da noi… sì, ma meno fruibile. Se nei magazzini come da noi: lasciamo perdere.

Per dire, la Ny Calsberg ha cartelli esplicativi, bagni frequenti accessibili e puliti, un percorso espositivo chiaro e accessibile ai disabili, una caffetteria interna, wifi e il guardaroba. Costa un prezzo maggiore rispetto al museo italico medio, ma è inclusa ad esempio nella Copenhagen card. Quindi torna il discorso: è davvero un bene che i musei siano fruibili una volta a mese a titolo gratuito e le persone ci vadano in massa come ad Expo non portando nulla come esperienza oltre a quella delle code e al selfie di fronte al quadro/reperto/statua? Secondo me no.

Secondo voi?


2 thoughts on “La cultura dovrebbe essere anche un’esperienza”

  1. Concordo su tutto guarda, se solo si sapesse offrire un’esperienza, come dici tu, la gente sarebbe addirittura ben contenta di pagare, altro che domeniche aggratisse per invogliare.

    Il problema poi è che ancora ad oggi si vedono il turismo e la cultura come “non lavori” e quindi si preferisce utilizzare stagisti non pagati e volontari, piuttosto che impiegare personale qualificato e professionisti che sappiano creare prodotti turistici esperienziali. Comunque finché non si legifera seriamente in materia turismo e cultura e non si fa spazio a gente competente e aggiornata in materia non si va da nessuna parte. Lo dico da ex operatore turistico molto deluso dal “Sistema Italia”.

    Fka_SaRA

    1. Sì, esatto. Il fatto uscito due giorni fa che anche il telefono azzurro voleva un responsabile web con contratto stage fa capire che abbiamo le idee lavorative molto molto confuse…

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