La coesione e le sue “contaminazioni culturali”: spettacoli, concerti, libri, documentari

Numerosi eventi, tutti gratuiti, affiancano i dibattiti dei Social Cohesion Days e parlano della coesione sociale per immagini, musica e narrazioni: dallo spettacolo teatrale “Potevo essere io” di Renata Ciaravino, interpretato da Arianna Scommegna, astro nascente del teatro italiano, al concerto del violinista siriano Alaa Arsheed, fino all’ultimo libro di Alessandro Leogrande. Chiude il festival l’anteprima nazionale del documentario “Lampedusa in Winter” di Jakob Brossmann

Un programma artistico eclettico arricchisce il cuore dei dibattiti del Festival Internazionale della Coesione Sociale. Dal 26 al 28 maggio Reggio Emilia declina il tema della coesione sociale attraverso le varie forme dell’espressione artistica e culturale, individuale e collettiva. Un viaggio ricco e sorprendente che mette in mostra, in musica e in scena i diversi volti di una realtà complessa.

Si comincia giovedì 26 maggio alle 21 (Teatro Cavallerizza) con lo spettacolo teatrale “Potevo essere io” di Renata Ciaravino, interpretato da Arianna Scommegna. E’ il racconto di una bambina e di un bambino che tra gli anni ’70 e gli ’80 diventano grandi partendo dallo stesso cortile alla periferia nord di Milano. Bambini che giocavano in cortile a lanciarsi palloncini con dentro le lamette, i genitori “terroni”, le mamme che facevano le pulizie negli ospedali. Le ragazze che al parco si sputavano in faccia dopo essersi tirate i capelli in una piscina comunale. I ragazzi che facevano la tangenziale contromano per scommessa. Quei bambini e ragazzi poi sono cresciuti: ognuno a procedere alla cieca cercando di salvarsi. Ma cosa ci fa salvare? E se uno si salva, veramente si è salvato? Cosa ci fa andare da una parte o dall’altra? Quante volte abbiamo detto: “potevo essere io, e invece, poi, no”? Lo spettacolo è un monologo tragicomico di grande impatto emotivo, con una protagonista che, come un vero ciclone, rapisce il pubblico con la sua energia e non lo lascia mai solo.

C’è una linea immaginaria eppure realissima, un luogo di tutti e di nessuno di cui ognuno, invisibilmente, è parte: è la frontiera che separa e insieme unisce il Nord del mondo, democratico, liberale e civilizzato, e il Sud, povero, morso dalla guerra, arretrato e antidemocratico. Alessandro Leogrande venerdì 27 maggio alle 20 presenta il suo libro “La frontiera”, edito da Feltrinelli (Chiostro del Marmi, Musei Civici): porta il pubblico a bordo delle navi dell’operazione Mare Nostrum e pesca le parole dai fondali marini in cui stanno incastrate e nascoste. Lo porta a conoscere trafficanti e baby-scafisti, insieme alle storie dei sopravvissuti ai naufragi del Mediterraneo al largo di Lampedusa; ricostruisce la storia degli eritrei, popolo tra i popoli forzati alla migrazione da una feroce dittatura, causata anche dal colonialismo italiano; racconta l’altra frontiera, quella greca, quella di Alba Dorata e di Patrasso, e poi l’altra ancora, quella dei Balcani; introduce in una Libia esplosa e devastata, fa entrare dentro i Cie italiani e i loro soprusi, nella violenza della periferia romana e in quella nascosta nelle nostre anime.

La serata prosegue con un dialogo e un concerto: a prendere la “parola” è un musicista in fuga dalla sua patria, la Siria. Alaa Arsheedha 30 anni, un violino e il passaporto di un Paese che non c’è più. Si esibisce alle 21.30 al Teatro Cavallerizza con la Adovabadan jazz band in un concerto dove le roventi ritmiche dello swing anni venti incontrano le arabesche melodie del Medio Oriente, a prova che l’arte e la musica danzano sopra i confini. Alaa Arsheed quando ha lasciato la Siria, pochi mesi dopo l’inizio della titanica quanto disperata rivolta contro Assad, sognava di tornare presto a casa per ricominciare a suonare e dar lezioni di musica ai bambini; adesso si sente come Orfeo che per sottrarre agli inferi il suo passato non deve mai voltarsi indietro. La storia di Alaa è quella di una generazione di siriani che quattro anni fa ebbe l’ardire d’immaginarsi rivoluzionaria: giovani colti, liberal, borghesi, sufficientemente audaci da sfidare il silenzio dei genitori terrorizzati dal regime ma non abbastanza per sopravvivere al tiro incrociato di Damasco e della follia islamista. Oggi è un fantasma apolide, epigono di un ex paese sepolto sotto una guerra da almeno 250 mila vittime e oltre 5 milioni di profughi.

Il festival si chiude sabato 28 maggio alle 21 con una proiezione in anteprima nazionale del documentario “Lampedusa in winter” di Jakob Brossmann. È inverno. Lampedusa, «l’isola dei rifugiati», ha un’aria desolata. I turisti se ne sono andati e gli immigrati ancora rimasti lottano per essere trasferiti sul continente. Dato che il vecchio traghetto che collegava l’isola con la terraferma è bruciato, il sindaco Giusi Nicolini e i pescatori stanno cercando un’altra imbarcazione. Il trasporto dei rifugiati avviene infine per via aerea, mentre i pescatori occupano il porto in segno di protesta. Ora Lampedusa è isolata. Le scorte di cibo si stanno esaurendo e i manifestanti cominciano a litigare tra loro. Una piccola comunità ai confini d’Europa e la sua strenua lotta per la solidarietà con i rifugiati africani. Un film a basso costo (113mila euro), indipendente, realizzato da un team di 6 persone, regista compreso. Due inverni vissuti a Lampedusa per documentare, in punta di piedi e con grande sensibilità, come vivono gli abitanti dell’isola più citata ma meno raccontata da stampa e tv italiana ed europea.


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