L'11.

Insomma, son passati sei anni. In questi giorni ragionavo e contabilizzavo se fossero stati cinque… sei… Alla fine li abbiam contati col mio ex moroso e lui mi ha fatto: "beh, se non hai da fare vienimi a trovare…"
[naturalmente il traparentesi era "… che c’è la mia morosa, vi presento, si parla un po’… cose così". Ecco. Lei guarda Beautiful e io scrivo qui su.]
 
Insomma, sei anni fa in meno di tre giorni morì il mio primo ragazzo. Ora dite "eeeeh, vabbè. Sono cose che capitano, son brutte ma si superano.". Eh, beh, no… ho notato che non si superano benissimo. Anche perchè mi misi con colui che mi ospita per oggi quasi subito, cercando di superare la botta. E siccome la compatibilità di carattere non era così totale (siamo due teste di cazzo che amano dominare, a ripensarci c’era da ridere eh) il danno diciamo che si protrasse.
Paolo mi manca. Non penso a cosa sarebbe potuto essere. Penso a come era, a quello che mi andava bene. Penso alle cose che si fecero in comune, alle cose che avevamo in comune. Agli ultimi anni passati in ospedale, alle liti con mio padre, a una lunga malattia. Alla mancanza di qualcuno che ti vuole davvero bene e che non abbia parte del tuo corredo genomico di dna mitocondriale. A tutto. Non riesci a renderlo, a spiegarlo, a dire tutto o a fissarlo. C’è da dire che dopo sei anni ripensi a tutto senza che ti venga da piangere o che tu senta il naso congestionarsi. Lo guardi così, fissa.. immobile.. con un senso di impotenza e la certezza che ti sia svicolata dalle mani una grossa occasione.
La morte di Paolo rientra in un terzetto di cose che mi fa pensare sia conveniente essere credente. Essere incazzati per avere uno dei due genitori guasto e per averti tolto una persona così meravigliosa due mesi prima del suo ventidueesimo compleanno. Essere riconoscente allo stesso essere supremo per averla scampata miracolosamente a un carcinoma che prevede pochi sopravvissuti. Alla fine pensi quasi di aver pareggiato tutto, quasi.
 
L’undici marzo era anche il compleanno di un’altra persona per me speciale. L’unico uomo di famiglia ad averti sostenuto e voluto bene fino all’ultimo dei suoi giorni. Mio nonno, che morì a 63 anni. Che fino all’ultimo dei suoi giorni diceva dal suo letto di volermi bene come una figlia. Lì avevo dieci anni. I miei genitori si separarono tre anni dopo. Quattro anni dopo ancora morì Paolo… insomma. Penso di avere la scorza dura ma di essermi leggermente rotta le palle. Ma pensare a tutto questo in serenità credo sia un grande passo in avanti, almeno questo.
 
Probabilmente questo post sarà incapibile. Ma perdonatemi, non parlo di norma di queste cose. Vanno quindi fissate e impacchettate per essere messe in cantina. E oggi uso questa come cantina…

0 thoughts on “L'11.”

  1. Mi sembra che il post sia molto capibile. E sarò volgare ma mi sembra che un “minchia!” ci stia benissimo, detto con il tono giusto, a calare e con la sorpresa triste che vi aleggia dentro; magari bisbigliato appena. Anche perché magari mi verrebbe da dire invece “mi dispiace” o “ti auguro ogni bene per il futuro” ma mi sembrano cose un po’ troppo trite, anche quando sono sentite e sincere. (In genere di persona non riesco a dire proprio nientre, grande vantaggio questo della scrittura.)

  2. Concordo con quanto ha scritto Charlie Fermatelapioggia: nelle cantine non si ammucchiano solo le cose da buttare via o che non servono più… ci si mettono anche le cose che fanno comunque parte della nostra vita e che è meglio conservare… al riparo… e credo che questi ricordi meritino di essere conservati così!

    Però cavolo mi fai piangere prima di andare in ufficio eh!! ;)

  3. Ti ho capita benissimo.

    La vita chissà perchè ad un certo punto decide di metterti alla prova e inizia ad infierire.

    Ma uscirne a testa alta non è da tutti.

    Un abbraccio che vale tanta stima.

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