Linea verde.

Visto che il Tatino ha lanciato il guanto della disfida postando delle foto ora vi narrerò, con il pathos tipico di Brosio e l’eleganza tipica di Vissani quella che è stata l’esperienza meneghina.
Prendo il regionale per Milano. Che già qui, regionale. Qui siamo in Emilia, loro stanno in Lombardia. A trenitalia ci hanno le idee confuse, oppure è tutto un gioco semantico troppo avanti, tipo, che ne so, il fincipit di Eìo e io non l’ho capito.

Il regionale passa per posti che sono rilegati nella tua memoria quando vincevi quel giochino fiori, frutta, animali, città. Casalpusterlengo non avrei mai pensato di vederlo in vita mia, ma dopo esser stata a Senlis ormai non mi perplimo più neanche di vedere tali cartelli ferroviari.
Mirko mi chiama già quando avevo già passato Lambrate per chiedermi se il treno fermava a Lambrate.
Sì, l’aveva fatto due minuti prima.
Arrivo in Centrale, binario 18 mi pare. I cartelli per la metropolitana sono tutti per chi arriva nei primi binari. Chiedo all’edicolante se li vende lui, i biglietti della metro. Aprendo la bocca con una dentatura tra lo spot della giornata della salute dentale e i devasti della piorrea mi dice che debbo andare lì di fronte al tabaccaio.

Guardando la sua cavità buccale mi sovviene quel manifesto lì, all’entrata dell’ospedale, dove c’erano scritte e prescritte tutte le esenzioni per avere le curie dentarie aggratis.

Poi scendo le scale, pensando che non siamo all’estero e quindi la metropolitana e la sua entrata dovrebbero essere appena fuori. Di culo indovino. Ho due cose in mente. Tre, invero. La verde, la linea verde, cimiano e uscendo, come disse la Anna il giorno prima, A DESTRA.
Che poi la sera prima pensai, perché scendendo le scale… si vede che la metropolitana va in superficie. Sì, Cimiano è la prima in superficie della linea verde.

A Milano i telefonini in metro non prendono.
Io, che quando sono all’estero uso quei momenti per telefonare o mandare sms.
Non sono esterofila, è che lo vedo fuori dal mondo che a Saint Germain de Pres o a Odeonplatz posso stare lì a dire "Arrivo, prepara da mangiare" e a Milano no. Potrei dire in Italia, ma ora parliamo di Milano.

Scendendo a destra trovo i Tatini. Loro trovano me, invero. Io guardavo a caso, e la voce di Anna mi indirizza verso loro. Andiamo verso casa sua. Troviamo posto nella via parallela, poi andiamo verso la Tatinhaus. Bellina. Un po’ la casa che mi sarei presa, l’avessi trovata. Poi ho trovato la mia, che è scomoda da arredare perché tutta in lungo ma in realtà se la passiamo al signor Ikea ti dice che possono starci otto persone. La casina dell’Anna invece è carina, perché non so come mai ma le mansarde a noi donne garbano, e per di più ha quel bagno col mosaico che è meraviglioso.
Mangiamo, e poi tentiamo di persuaderci di uscire. Arriviamo in San Babila, poi il Duomo, poi la Galleria, il rito di pestare le balle al toro (che ormai ce l’ha scavate, porello), la Scala con la torre scenica che a me piace, via via al Castello.
Poi a riprendere la metro, sotto quella scultura moderna con l’ago e il filo che forse piace solo a me e ad Anna. Poi casa, riposo, a finire il day one in cazzeggio e compagnia in previsione di due giorni più casinosi.
[continua, meno zuccherato]

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