Fino a domani: la campagna del Cesvi #liberitutti

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Arrivo un po’ in ritardo ma ci sono ancora 36 ore piene.

Vi parlo del progetto Cesvi che si pu ò sostenere dall’8 al 21 aprile con un sms o chiamata da rete fissa al numero solidale 45535. Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari Wind Tre, TIM, Vodafone, PosteMobile, Coop Voce e Tiscali. Sarà di 5 euro per le chiamate da rete fissa PosteMobile, TWT e Convergenze e di 5 e 10 euro da r ete fissa TIM, Wind Tre, Fastweb, Vodafone e Tiscali. Da mamma e da persona che ha passato periodi non felicissimi per un periodo proprio in casa la cosa mi sta molto a cuore.

Nel nostro Paese, le forme di maltrattamento e trascuratezza infantile più diffuse non son o necessariamente o soltanto legate alla povertà economica delle famiglie, ma anche a situazioni familiari di fragilità educativa, emotiva e relazionale. Di fronte a questo scenario, Cesvi ha scelto di intervenire in Italia creando la rete IoConto, che si avvale di partnership importanti sul territorio nazionale, e avviando un programma nelle città di Bergamo, Roma/Rieti e Napoli con l’obiettivo di prevenire e contrastare i fenomeni di trascuratezza, maltrattamento e abuso ai danni di bambini e adolescenti.

La campagna #Libertutti mira a sostenere concretamente le attività di questo programma: spazi d’ ascolto per bambini e ragazzi, interventi specialistici per la cura del trauma, supporto ai genitori in condizioni di vulnerabilità, rafforzamento del ruolo della comunità e formazione di operatori specializzati.

È online la landing page dedicata a #LiberiTutti https://www.cesvi.org/liberitutti/

Tramite questo link è possibile attivare il filtro FB dedicato alla campagna www.facebook.com/fbcameraeffects/tryit/169547290529411/

Disuguaglianze e democrazia: dal Nobel Amartya Sen a Romano Prodi, fino a Simran Sethi. Ecco i Social Cohesion Days, dal 24 al 26 maggio a Reggio Emilia

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Occupazione, reddito di cittadinanza, integrazione europea, sport e inclusione sociale, salute, beni comuni e sviluppo sostenibile: sono numerosi e concreti i temi al centro dei “Social Cohesion Days”, il festival internazionale della coesione sociale, dal 24 al 26 maggio a Reggio Emilia. Tre giornate di confronto e 30 appuntamenti sulla “divisione imperfetta” della ricchezza e sulla coesione sociale in Europa e in Italia, con grandi nomi dell’economia e della politica: dal premio Nobel Amartya Sen insieme a Romano Prodi, da Annachiara Cerri del Consiglio d’Europa fino alla giornalista americana Simran Sethi, inserita dall’Indipendent tra i 10 eco-eroi del pianeta

Le 42 persone più ricche del mondo possiedono un patrimonio pari a quello dei 3,7 miliardi di persone più povere. Nel corso del 2017, ogni due giorni una persona è diventata miliardaria, mentre il 50 per cento più povero della popolazione mondiale non ha visto aumentare neppure di un centesimo la ricchezza a sua disposizione. Il divario tra ricchi e poveri nel mondo continua ad aumentare e ha raggiunto ormai squilibri insostenibili sia da un punto di vista etico che economico. Sebbene sia vero, infatti, che il numero di persone costrette a vivere in condizioni di povertà estrema è stato dimezzato tra il 1990 e il 2010, “le disuguaglianze sono aumentate nello stesso periodo: 200 milioni di persone in più avrebbero potuto essere salvate dall’indigenza” (dati rapporto Oxfam per il World Economic Forum 2018).

Questo crescente divario sociale sta spingendo parti consistenti della popolazione europea a identificarsi con forme di populismo e totalitarismo, indebolendo così la tenuta sociale dei sistemi democratici. Dal 24 al 26 maggio Reggio Emilia dedica tre intere giornate al dibattito istituzionale e civile su questa “divisione imperfetta” con i Social Cohesion Days, il festival internazionale della coesione sociale (www.socialcohesiondays.com), alla sua terza edizione: 30 appuntamenti – tutti gratuiti – tra conferenze, workshop, tavole rotonde, spettacoli e mostre. Protagonisti i grandi nomi dell’economia e della politica internazionale: il premio Nobel Amartya SenRomano ProdiAnnachiara Cerri del Consiglio d’Europa, la giornalista americana Simran Sethi, inserita dall’Indipendent tra i 10 eco-eroi del pianeta.
L’obiettivo è quello di ricostruire dal basso, attraverso pensieri, pratiche e azioni, la possibilità di una reale partecipazione collettiva, globale e locale, alla “cosa pubblica”. Perché ridurre i gap, incentivare il dialogo, capire le differenze e valorizzarle sono condizioni necessarie immaginare un futuro per i sistemi democratici.

L’iniziativa è promossa da organizzazioni pubbliche e non profit: Fondazione Easy Care, Comune di Reggio Emilia e Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli. Reggio Emilia accoglie la terza edizione dell’evento come città che, per vocazione, mette le persone e i loro bisogni al centro del progetto di comunità.

“La coesione sociale è una necessità” è il tema di apertura: Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998 e grande indagatore del rapporto tra democrazia e sviluppo e Romano Prodi, presidente della Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli si confrontano sul modo di ridurre i divari economici, sociali e territoriali esistenti a livello internazionale (giovedì 24 maggio, Teatro Cavallerizza). Chiudono il festival la presentazione del II rapporto annuale a cura dell’Osservatorio internazionale per la Coesione e l’Inclusione Sociale (OCIS) e un incontro dal titolo “La società civile per un manifesto della coesione sociale” a cui partecipa anche Simran Sethi, inserita nell’elenco dei “10 eco-eroi del pianeta” dal quotidiano britannico The Independent: la Sethi è una giornalista ed educatrice specializzata in cibo, sostenibilità e cambiamento sociale, nonché membro del Sustainable Society Institute dell’Università di Melbourne.
Tra questi eventi altri 30 appuntamenti, moderati da grandi giornalisti con oltre 50 relatori appartenenti a diversi mondi (università, istituzioni pubbliche, organizzazioni del terzo settore e della società civile, imprese) che affronteranno le varie facce della coesione sociale: integrazione, inclusione sociale, sviluppo sostenibile, istruzione, salute e umanizzazione delle cure, gig economy, integrazione europea, volontariato.

Il festival è anche l’occasione per presentare una selezione di esperienze concrete di coesione sociale in Italia: circa 120 progetti in totale, che spaziano dalla protezione delle categorie vulnerabili (anziani, minori, disabili) a forme innovative per la risposta ai bisogni delle comunità e l’erogazione di servizi di welfare, dalla promozione del dialogo interculturale, all’accoglienza dei rifugiati. L’obiettivo è dare avvio a un percorso di incubazione di progetti di coesione sociale, creando relazioni tra i protagonisti e sviluppando idee sostenibili e innovative.
Il festival è all’interno del cartellone del Festival per lo Sviluppo Sostenibile 2018.

Il programma completo su: www.socialcohesiondays.com
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“Il Cynar e i suoi fratelli”: un libro racconta la storia del successo della famiglia Dalle Molle

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“IL CYNAR E I SUOI FRATELLI”: UN LIBRO RACCONTA LA STORIA DEL SUCCESSO DELLA FAMIGLIA DALLE MOLLE
Nel 1948 nasceva l’aperitivo amaro della Pezziol. I suoi genitori erano Amedeo, Angelo e Mario Dalle Molle. Da oggi un volume – fortemente voluto da Antonio Dalle Molle, figlio di Mario – racconta la loro storia, che è anche quella della nostra nazione nel secondo dopoguerra: coordinato dall’esperto d’arte Marco Bertoli, raccoglie con oltre 300 scatti d’epoca, l’evoluzione del Gruppo Grandi Marche Associate che, per trent’anni, ha distribuito nel mondo non solo l’aperitivo a base di carciofo, ma anche i liquori VOV e Biancosarti. Il libro sarà presentato ufficialmente giovedì 3 maggio presso Palazzo Visconti a Milano, alla presenza di Antonio Dalle Molle

Chi ha vissuto negli anni Cinquanta non può non ricordare il Cynar: l’aperitivo a base di carciofo che Ernesto Calindri sorseggiava “contro il logorio della vita moderna”. Da oggi la sua storia, una “storia italiana irripetibile”, è raccontata nel libro “Il Cynar e i suoi fratelli”.

Oltre 300 fotografie, documenti e materiale d’archivio raccontano per immagini l’evoluzionedi un brand lanciato, curato e commercializzato dal Gruppo Grandi Marche Associate, creato dai fratelli padovani AmedeoAngeloMario Dalle Molle.

Giovedì 3 maggio, a partire dalle ore 18.30, il libro sarà presentato ufficialmente a Milano, presso Palazzo Visconti, in un appuntamento su invito cui saranno presenti Antonio Dalle Molle e il coordinatore editoriale modenese Marco Bertoli, esperto d’Arte e consulente per il Dipartimento di Arte Europea del XIX secolo da Christie’s a New York e Londra.

Dalle pubblicità realizzate da Marcello Dudovich ai documenti d’archivio della storica ditta Pezziol, alle foto dei membri della famiglia di Padova che l’ha rilevata, oltre a testimonianze e ricordi: il volume, a cura di Giustina Porcelli e Simone Marzari, ricostruisce con vivacità e precisione la storia di una famiglia italiana e della sua azienda, che ha contribuito al rinnovamento post-bellico generando un nuovo stile di vita. Oltre al Cynar, il Gruppo Grandi Marche dei fratelli Dalle Molle (ceduto tra gli anni Settanta e Ottanta alla Erven Lucas Bols e poi, in seguito, acquisito dal Gruppo Davide Campari) è stato infatti proprietario di tante altre specialità, tra cui il liquore allo zabaione VOV e il Biancosarti, tanto apprezzato da Amedeo Nazzari e Telly Savalas, ovvero l’indimenticabile tenete Kojak.

A realizzare la copertina de “Il Cynar e i suoi fratelli”, edito dalla Grafiche Veneziane, è stato l’artista Paolo Franzoso che, attraverso una sorta di collage con stratificazioni sovrapposte, ha ripreso i vari loghi e le immagini che hanno fatto la storia della pubblicità non solo dei prodotti del Gruppo, ma anche italiana. Ernesto Calindri e Giorgio Gaber, oltre a Ubaldo Lay e Domenico Mudugno hanno infatti prestato i loro volti per la promozione dei prodotti del Gruppo G.M.A. che, soprattutto grazie al Carosello, dalla metà degli anni Cinquanta, entrano quotidianamente nelle case degli italiani, con spot dedicati appunto al Cynar, al Biancosarti e al VOV. Mentre nel grande cinema il liquore a base di carciofo è ad esempio presente – tra gli altri film – ne “Il Sorpasso”, quando Gassman e Trintignant ordinano “due Cynar lisci” nel bar di una stazione di servizio.

Oltre a un’efficace ed efficiente capacità produttiva i fratelli Dalle Molle nel corso della loro attività si impegnano – Angelo in particolare – per garantire una migliore qualità della vita ai loro dipendenti, e non solo. Nel 1958 Angelo lancia, a tal proposito, la rivista mensile “La via aperta al benessere di tutti”. “Il Cynar e i suoi fratelli” racconta quindi non solo la storia imprenditoriale dei fratelli Dalle Molle, ma anche il loro aspetto umano.

Il Cynar deve il suo inarrestabile successo a una serie di fortunate commistioni: le qualità umane di Amedeo, gli innovativi ed efficaci investimenti di comunicazione promossi da Angelo e le capacità manageriali e organizzative di mio padre Mario” – spiega Antonio “Toni” Dalle Molle – oltre ovviamente al carciofo – da sempre considerato un elemento naturale e salutare – alla fitta e motivata rete commerciale e a un momento storico nel quale l’Italia aveva un gran bisogno di sognare”.

 

www.marcobertoli.com

 

Norvegia: boom di italiani in inverno

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Credits: wungenz/Foap/Visitnorway.com

Il 2018 è iniziato alla grande per il turismo in Norvegia secondo i numeri diffusi da Statistics Norway.
I pernottamenti di italiani nel gennaio 2018 hanno raggiunto quota 11.905, con un incremento del 26% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Ma è soprattutto il mese di febbraio 2018 ad aver visto un vero boom di italiani, con 13.304 pernottamenti, pari al 41% in più rispetto al febbraio 2017.
Sempre più italiani hanno dunque iniziato a scegliere la Norvegia al di fuori dei canonici mesi estivi, attirati dalle esperienze invernali uniche che il Paese offre. Oltre allo sci infatti è possibile scoprire la natura artica con i suoi animali selvatici, partecipare a safari fotografici alla balena, girare con una slitta trainata da cani e vedere l’aurora boreale – spesso motivo principale del viaggio.

La maggioranza degli italiani partiti per la Norvegia nei primi due mesi del nuovo anno si è diretta nel Nord del Paese. Di questi l’82% degli italiani nel mese di gennaio e il 63% nel mese di febbraio ha scelto la regione di Troms che ha così registrato un ragguardevole aumento del 91,5% in gennaio e del 72% in febbraio, rispetto ai corrispondenti periodi del 2017. La città di Tromsø è emersa come protagonista assoluta guadagnandosi il titolo di “capitale dell’aurora boreale”.

Tra le tipologie di alloggio i viaggiatori italiani continuano a mostrare una netta preferenza per gli hotel, che rappresentano quasi il 90% dei pernottamenti totali, seguiti dalle case vacanza, dai campeggi e infine dagli ostelli.

I dati relativi ai primi due mesi del 2018 sono in linea con il quadro positivo delineatosi negli ultimi anni, in continuità con l’ottima chiusura del 2017 che aveva già sancito un forte aumento di interesse per la Norvegia in versione invernale.

Chi verrà contattato da sua futura altezza reale Meghan Markle per il matrimonio?

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Solo il meglio per i membri della famiglia reale britannica, specialmente se c’è un Matrimonio Reale da organizzare!

Per secoli, ogni casa reale ha stilato una lista delle società ritenute meritevoli di fornire beni e servizi al monarca. Oggi, circa ottocento società detengono tale riconoscimento, noto come Royal Warrant (il Mandato Reale), che può essere concesso esclusivamente dalla Regina, dal Duca di Edimburgo o dal Principe del Galles, e soltanto dopo almeno cinque anni consecutivi di servizio.

Oltre a essere un grande onore, le aziende possono dichiarare il loro legame con la Famiglia Reale, esibendo su logo e prodotti il Royal Arms (lo stemma reale britannico). Ma chi fa parte di questo club super esclusivo? Si può trovare di tutto, dal fornitore di bevande analcoliche per la Regina a quello di dentifrici per il Principe Carlo.

E allora… chi, di quella lista, verrà contattato da sua futura altezza reale Meghan Markle nelle prossime settimane?

Un tradizionale infuso britannico

Con l’avvicinarsi del giorno fatidico, Meghan sarà sicuramente molto agitata; quindi cosa c’è di meglio (o di più inglese) di una tazza di tè caldo per calmare i nervi? Fortnum & Mason(link is external) è un’istituzione londinese sin dal 1707 e lo stemma reale fu accordato ai suoi commercianti e droghieri di tè da parte del Principe di Galles nel 1955. Possiamo già immaginarci Meghan, prima del suo matrimonio, mentre sorseggia il Royal Brew, una miscela di tè creata originariamente per Re Edoardo VIII.

Vestita per l’occasione

Non è ancora stato svelato il nome di chi vestirà Meghan per il grande giorno, ma quello che sappiamo è che la futura sposa avrà l’imbarazzo della scelta. Una delle possibilità è il couturier Stewart Parvin(link is external), a Belgravia, rinomato per lo stile e il design eleganti e senza tempo degli abiti da sposa confezionati su misura. Parvin ricevette il Mandato Reale dalla Regina Elisabetta nel 2007 e per questo rappresenta oggi una scelta regale adeguata per la nostra timida sposa.

Accenni floreali

E’ la fiorista di Leicester Rosemary Hughes(link is external) che crea i mazzolini di fiori profumati -i deliziosi bouquet sfoggiati dai reali prima di Pasqua-  tra cui quelli che avrà tra le mani  la Regina, per la funzione  del Giovedì Santo. È specializzata anche in composizioni per cerimonie nuziali… ricadrà su di lei la scelta di Meghan per i fiori del suo matrimonio?

Alla ricerca dell’anello

A Mayfair, Central London, sorge la House of Garrard(link is external), la più antica gioielleria al mondo. Furono proprio  questi artigiani a realizzare l’Imperial State Crown indossata dalla Regina Elisabetta nel giorno dell’ Incoronazione, così come la tiara che prese in prestito per il suo matrimonio con il Principe Filippo. Recentemente, hanno rimodellato l’anello di fidanzamento di zaffiri e diamanti di Lady Diana, quando è passato all’attuale Duchessa di Cambridge. Nel suo grande giorno, quindi, Meghan potrebbe benissimo affidarsi alla grande esperienza della House of Garrard per i gioielli da indossare.

Profumi distintivi

Perché accontentarsi di un’eau de toilette, quando puoi indossare un profumo fatto apposta per te? Floris(link is external), nella sua sede originaria in Jermyn Street, nei pressi di St. James Square, Londra, sin dal 1730, è la più antica profumeria indipendente a conduzione famigliare al mondo e ottenne il Mandato Reale nel 1820. Se Meghan volesse scegliere un profumo distintivo, avrà a disposizione almeno tre incontri con gli esperti per creare una fragranza unica. Ma le consigliamo di affrettarsi, dato che il procedimento richiede circa sei mesi.

Un brindisi al grande giorno

Se Meghan vuole davvero integrarsi nella società britannica, sarà senz’altro così saggia da includere due drink classici al ricevimento: il gin tonic e il Pimm’s. Il Gordon’s Gin(link is external) fu il primo tra i due a ricevere il Mandato Reale nel 1925 ed è tuttora un fornitore della Casa Reale. James Pimm creò il suo primo cocktail estivo negli anni Quaranta del XIX secolo e il Pimm’s(link is external), bevanda a base di gin, erbe aromatiche, arancia caramellata e spezie, rappresenta ancora oggi la quintessenza britannica in fatto di drink; nel 2011 fu insignito del Mandato Reale.

Con così tanti fornitori di lusso tra cui scegliere, sembra proprio che Meghan potrà godersi un matrimonio da vera principessa!

In maggio a Pienza, tra fiori e capolavori d’arte

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Edizione speciale di “Pienza e i Fiori”, dal primo al 13 maggio
E a Palazzo Borgia, emerge un capolavoro di Locatelli
appartenuto al Re di Spagna, opera considerata perduta.

“Pienza ed i Fiori”, trentaduesima edizione, dal primo al 13 maggio, naturalmente nel centro storico della “Città Ideale” del Rinascimento.
Fulcro spettacolare della manifestazione – promossa da Pro Loco Pienza e Centro Commerciale Naturale “Città di Pienza” in collaborazione con il Comune di Pienza, con il contributo di Bottega Verde – sarà ancora una volta piazza Pio II, sullo sfondo della Cattedrale. La grande piazza in pietra si trasformerà, dall’1 al 13 maggio, in un meraviglioso giardino effimero. Ad offrire un colpo d’occhio imperdibile, fragilissimo e stupefacente, unico al mondo.
Molti spazi urbani saranno addobbati come per una grande festa rinascimentale. Bossi, rose rampicanti e tanti fiori orneranno le più belle zone della città.
Questo contesto d’eccezione, il 12 e 13 maggio, ultimo fine settimana della manifestazione, accoglierà l’attesissimo Mercato dei Fiori. Qui, i pollici verdi troveranno proposte e idee originali, dipanate lungo le strade dell’intero centro storico e nei vicini giardini di piazza Dante Alighieri.
Evento nell’evento, l’esposizione, a cura di Francesco Petrucci e Roggero Roggeri, nelle sale del Museo di Palazzo Borgia (dal primo maggio al 2 giugno), di uno straordinario dipinto, sino ad ora considerato perduto.
Si tratta del magnifico, luminosissimo “Paesaggio” di Andrea Locatelli (Roma 1695-1741), una delle due opere del grande paesaggista romano appartenute al Re di Spagna, classificata come “dispersa”.
La tela rappresenta un “Paesaggio laziale con veduta fantastica del tempio della Sibilla a Tivoli, con pastori e armenti in primo piano”.
La riemersione di questo autentico capolavoro è stata stimolata proprio dalla manifestazione pientina. In ogni edizione di “Pienza ed i Fiori” è infatti consueta la presentazione, in Palazzo Borgia (tutti i giorni tranne il martedì, orario: 10,30-13,30/14,30-18,00), di un dipinto che documenti un giardino, una natura morta o un paesaggio e, negli anni, molte sono state le opere di livello notevole che hanno avuto la funzione di testimonial della manifestazione.
L’olio su tela di Andrea Locatelli spicca in questa pur notevole tradizione. Per la qualità indiscutibile del dipinto, innanzitutto. Ma anche per le sue particolari vicende.
Il dipinto (cm. 74×136), che sarà esposto a Pienza, si può considerare come un importante ritrovamento in quanto si tratta, come si evince dal sigillo sul retro, di uno dei due soli quadri che Locatelli, uno dei massimi esponenti della pittura romana di paesaggio, ha eseguito, nel 1735, per il Re di Spagna e fino ad ora considerati perduti.
Cosa porta gli storici dell’arte a descrivere questo come uno dei due quadri del Re di Spagna? Diversi elementi oggettivi.
Il dipinto, innanzitutto, reca sul retro, ben leggibile, un sigillo in ceralacca della casa reale Borbone di Spagna e Borbone di Napoli e Sicilia il cui capostipite è Carlo di Borbone (1716-1788) conosciuto come Carlo III di Spagna.
Il sigillo raffigura l’unione dei due stemmi relativi al regno di Napoli e Sicilia, a sinistra e lo stemma del regno di Spagna, a destra.
L’unica commissione documentata di Locatelli per i Borbone è quella di due sovrapporte, a tutt’oggi considerate perdute, raffiguranti paesaggi, commissione che l’artista romano ottenne per intercessione di Filippo Juvarra, nel 1735, per il Palazzo Reale della Granjia di San Ildefonso a Madrid, fatto costruire dal padre di Carlo III, Filippo V, dal 1721 al 1739. Tutto ciò si evince da una lettera di Locatelli a Juvarra, datata 19 ottobre 1735. Le due opere sono andate perdute ma la presenza dei sigilli reali sul nostro dipinto e le dimensioni perfettamente compatibili per un sovrapporta, ci fanno presupporre che, con buona certezza, ci troviamo davanti ad uno dei due dipinti perduti, commissionati da Filippo V ed ereditati, una volta salito al trono di Spagna (1759), da Carlo III che, evidentemente, nel corso di un inventario dei beni reali, volle far apporre il proprio sigillo al retro delle opere.
Questi ed altri approfondimenti saranno pubblicati nel catalogo curato da Francesco Petrucci, Direttore del Museo del Barocco Romano di Ariccia.

Info: info@ufficioturisticodipienza.it
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Tel. 0578/7483590578/749905

Meryt e Baby escono dalla loro teca di cristallo

Meryt e Baby emergono dalla loro teca di cristallo
Emozione nei presenti per una
scena che esprimeva la massima tenerezza.


Rovigo
. Negli ambienti preclusi al pubblico dell’Accademia dei Concordi, Meryt Baby oggi sono emerse dalla teca di legno e cristallo che per oltre un secolo è stata il loro moderno sarcofago.
Le due mummie, l’una di una giovane donna, la seconda di un bambino o bambina, sono state estratte dalla loro teca dalla prof.ssa Paola Zanovello, Università degli Studi di Padova, e dal prof. Emanuele M. Ciampini, Università Ca’ Foscari di Venezia, che con la collaborazione del gruppo di ricerca EgittoVeneto – dott.ssa Claudia Gambino, dott.ssa Giulia Deotto e dott. Martino Gottardo – sovrintendono alla “Operazione Mummie di Rovigo”, integralmente finanziata, in stretto accordo con l’Accademia dei Concordi, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
L’emozione dei presenti, e tra loro il Presidente dell’Accademia professor Giovanni Boniolo, è stata enorme.
La scena che si è presentata ai loro occhi esprimeva, al massimo livello, tenerezza e protezione.
Si racconta che il piccolo Baby fosse in origine supino sul corpo della giovane donna. Quasi a far intuire un rapporto di protezione mamma – figlio, uniti nel loro sonno eterno.
All’arrivo a Rovigo, i due sono stati “separati” e Baby adesso riposa ai piedi di Meryt. Entrambi pronti ad essere separatamente esaminasti e studiati
E’ “probabile” che, dopo il loro arrivo a Rovigo, la mummia di Meryt sia stata manomessa. Tutto fa pensare che sia stata interamente sbendata, forse per cercare gli amuleti che venivano frapposti tra i resti corporei e le bende. Queste ultime sono srotolate sul fondo della teca, in ordine che appare casule. I resti della ragazza sono ridotti a poco più che uno scheletro contornato da resti di pelle mummificata. Dalle poche tracce visibili sulle dita delle mani e dei piedi è chiaro che Meryt venne fasciata con cura e le sue braccia incrociate sul petto.
A conservarsi meglio è il volto di Meryt, volto intorno al quale molto lavoreranno gli esperti.
Baby conserva ancora la forma di piccola mummia. Verosimilmente non lo si è ritenuto così importante da nascondere dei tesori e non lo si è violato. Il piccolo è ancora completamente bendato e coperto da un leggero sudario che non nasconde però la posizione delle braccia e i fragili polsi; due fiocchi, forse in origine rossi, gli cingono le spalle e le gambe.
E’ certo lui, oggi, colui che potrebbe riservare le sorprese maggiori. Sia per capirne l’età, sia il sesso e il rango sociale. Gli esperti lasciano aperte tutte le ipotesi, compresa quella che la mummia possa essere di un non umano. Solo tac e controlli potranno stabilirlo.
Meryt e Baby sono giunti a Rovigo tra il 1878 e il 1879, all’interno di uno dei 5 capienti cassoni zeppi di reperti egizi, in arrivo da Alessandria d’Egitto.
A inviarli era un personaggio all’epoca famoso: Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo 1826 – Fiesole 1890). Questo rodigino, in esilio a causa della partecipazione ai moti d’insurrezione del Polesine nel 1848, trovò rifugio al Cairo. Qui prese in gestione, e poi in possesso, il Grand Hotel. La struttura, rinominata New Hotel, diventa, per la posizione strategica e per le doti organizzative di Valsè Pantellini , un punto di riferimento per i viaggiatori del tempo, nobili, agenti dei consolati e ricchi provenienti da tutto il mondo. Al Grand Hotel del Cairo si aggiunge presto l’elegante Hotel d’Europe, altra meta fondamentale per i viaggiatori in arrivo o transito e, soprattutto, per alcuni egittologi di grande fama, quali Auguste-Édouard Mariette e Gaston Camille Charles Maspero.
In occasione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez, Valsè Pantellini viene scelto dal Vicerè d’Egitto per alloggiare e assistere gli illustri ospiti internazionali.
Era tale la fama dell’imprenditore, che, nel 1877, l’allora Presidente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, Lorenzoni, si rivolse, al talentuoso concittadino nel tentativo di realizzare un museo egizio nella città natale.
Appello accolto dal Pantellini che, tra il 1878 e il 1879, riunì e inviò a Rovigo i preziosi reperti tanto ambiti. E tra essi, Meryt e Baby, le due mummie, che vennero protette da una teca di cristallo.
Intorno a Meryt e Baby sono fiorite molte leggende popolari, evidentemente dettate dal fascino che le mummie e l’Egitto, adesso come allora, continuano a solleticare.
Da oggi una parte dei misteri comincia ad essere chiarita. Meryt e Baby saranno molto attentamente esaminati, prima all’interno dell’Accademia e poi anche all’Ospedale di Santa Maria della Misericordia dove i due saranno sottoposti ad una serie di esami medici, tac compresa.
Alla conclusione di questi esami, di loro si prenderà cura Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore, attiva presso il Museo Egizio di Torino. L’intervento della restauratrice sarà effettuato in un ambiente tecnologico, appositamente creato in Palazzo Roncale e, aspetto eccezionale, sarà eseguito in modo pubblico, ovvero sotto lo sguardo dei visitatori.
Nel frattempo l’equipe del professor Raffaele De Caro, della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ Università di Padova, sui dati emersi dalla tac e su altri dati, ricostruirà le vere sembianze dei due.



Informazioni e prenotazioni: www.palazzoroverella.com

 

L’Irlanda protagonista del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino 2018

Il Comitato scientifico della Fondazione Benetton Studi Ricerche ha deciso l’assegnazione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino 2018 a uno dei luoghi più suggestivi e storicamente preziosi dell’intera Irlanda se non del continente europeo, la piana dei Céide Fields (letteralmente i “campi della collina dalla cima piatta”), nei pressi di Ballycastle, piccolo villaggio sulla costa settentrionale della contea di Mayo.
Altissime scogliere – Céide Cliffs – preservano questo antichissimo mondo dall’oceano Atlantico. Qui, ai primordi della storia, prima che in Egitto venissero innalzate le piramidi, giunse e si insediò una comunità che in qualche modo sostituì a un’immensa foresta un complesso sistema di campi coltivati, delimitati e protetti da muretti in pietra, affiancati da villaggi.
Qui, 5.500 anni fa, già prosperava una pacifica comunità ben organizzata, specialmente di agricoltori, che si impegnava collettivamente a disboscare la zona e a dividersi poi i terreni, strutturandoli in un sistema di campi regolari. Ciascuno delimitato da un muretto di pietre. La principale forma di sostentamento era l’allevamento, ma i residenti erano anche abili costruttori di barche, sapendo lavorare alla perfezione sia il legno che la pietra.
Una società che possedeva già precise credenze mistiche e spirituali e che consegnava i propri defunti alla terra, inumandoli in tombe ben protette.
Prosperità e declino di questo amplissimo territorio sono legati a cambiamenti climatici, all’apparenza trascurabili: due gradi di abbassamento della temperatura, appena. Sufficiente a cambiare il mondo dei Céide Fields.
Il regredire della foresta, che permette di conquistare sempre più terra fertile all’agricoltura, se garantì benessere per molto tempo, alla lunga significò morte. Le piogge cominciarono a dilavare una terra non più protetta dalle foreste, a renderla acida.
Così quello che era un magnifico ambiente di vita, divenne una terra inospitale e insidiosa, progressivamente coperta dal lento formarsi della torba.
Così, di una delle più antiche civiltà del continente europeo non rimase apparentemente traccia. Prati, erbe palustri, eriche e muschi e licheni cancellarono ogni evidenza di un’area che era stata importante e prospera. Su di essa maturò l’immensa distesa delle torbiere.
Ed è stato proprio scavando la torba per il riscaldamento di casa, che un maestro elementare del posto, Patrick Caulfield, negli anni trenta del secolo scorso, ebbe a cozzare contro le pietre del sottosuolo. Dal loro perfetto allineamento intuì non potersi trattare di presenze casuali. Conficcando una sonda nella torba cominciò a rilevare muretti e altri resti. Ma solo quarant’anni più tardi, negli anni settanta, quella sua intuizione si trasformò in una delle più sorprendenti scoperte archeologiche del secolo. Grazie agli scavi del figlio, archeologo, di quel maestro, e delle generazioni successive. Ciò che quelle ricerche, che continuano tutt’ora, rivelarono fu un enorme sistema di campi, abitazioni e tombe coperto e preservato per millenni dagli strati di torba. Qui, inoltre, le ricerche svolte hanno indagato e messo in luce le tracce del solco dell’aratro e la memoria della semina di orzo e frumento, stabilendo un nesso che, dall’Asia centrale all’Europa del nord, racconta un passaggio dell’evolversi millenario dell’agricoltura nella storia dell’uomo.
Si tratta di un paesaggio agrario del Neolitico, che si manifesta con una straordinaria geometria dei manufatti, leggibile e godibile grazie alla presenza di un centro visitatori gestito dall’archeologa Gretta Byrne, nell’ambito dell’OPW (The Office of Public Works) irlandese. Quest’ultima, assieme al proprio maestro, l’archeologo Seamas Caulfield, figlio dello scopritore, rappresenta un segno tangibile di una dedizione e di una cura responsabile del luogo, che va oltre il lavoro specifico dell’archeologo e ci parla del rapporto tra le testimonianze rinvenute, la pastorizia e le buone pratiche nel campo del turismo, e soprattutto, ancora una volta lungo le ricerche del Premio Carlo Scarpa, della relazione tra persone e luoghi “estremi”, sul bordo di un’isola al margine di un continente ma al centro della storia di lunga durata del nostro pianeta.
Iniziativa culturale con il patrocinio di:
Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Regione del Veneto, Città di Treviso

Info: www.fsbsr.it

Alla Fondazione Magnani-Rocca, Pasini e l’Oriente.

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Oriente di fascino e mistero, di paesaggi sconfinati e odalische, di suggestive rovine, di terre lontane, di meraviglie ed esotiche bizzarrie. Quando la prima traduzione delle Mille e una Notte si diffonde in Europa all’inizio del Settecento nasce una nuova corrente di gusto che diventerà presto una vera moda per tutto ciò che viene da Turchia, Persia ed Egitto e che vedrà in Alberto Pasini (Busseto 1826 – Cavoretto 1899), pittore e viaggiatore, uno dei suoi interpreti più raffinati. Quella di Pasini è una storia che contiene altre storie, dipinti come diari di viaggio, orizzonti immaginifici in cui lo spettatore può abbandonarsi, un vero e proprio reportage dall’Ottocento. La Fondazione Magnani-Rocca dedica proprio a Pasini la sua mostra di primavera PASINI E L’ORIENTE. Luci e colori di terre lontane con oltre 100 opere fra dipinti e lavori grafici. A cura di Paolo Serafini e Stefano Roffi, a Mamiano di Traversetolo, presso Parma, dal 17 marzo al 1° luglio 2018.

È una pittura, quella di Pasini, che prende le distanze dal lavoro di tutti gli altri interpreti della stagione orientalista dell‘Ottocento, perché non si propone di presentare l’immagine dell’Oriente che il pubblico occidentale richiedeva e alla quale era abituato, ma di creare immagini nuove, aprendo un dialogo artistico con una cultura altra, attraverso la presentazione “dall’interno” dei suoi contenuti, usi, costumi, atmosfere. Un modello pittorico e di dialogo artistico che divenne un unicum, e che oggi, per l’importanza del tema, acquista un valore e un significato di grande attualità.

La sua attività di pittore di atmosfere orientaliste, mai presentata al pubblico in una Mostra con questa angolazione e questo taglio interpretativo, ha inizio con un avvenimento, che segnerà tutta la sua carriera artistica: siamo nel 1855 quando Pasini, da poco arrivato a Parigi, viene chiamato a far parte di una delicatissima missione diplomatica francese, incaricata di venire a patti con lo Shah di Persia, per sottrarlo all’influenza russa. Questa straordinaria storia di una delle più avventurose missioni diplomatiche del XIX secolo, che, durante il conflitto russo-turco, fu costretta, per raggiungere Teheran, a circumnavigare la penisola arabica, con l’obiettivo di tenere aperto, con gli strumenti della cultura e della diplomazia, un dialogo tra l’Europa e il Medio Oriente, apre la Mostra dove vengono presentati, per la prima volta tutti insieme, i disegni, le litografie e i dipinti realizzati da Pasini in occasione della missione.
Di questo storico viaggio non avremmo alcun documento se non fossero rimaste le memorie del Conte Joseph Gobineau, primo segretario, che accompagnava il Ministro Prosper Bourée assieme ad altri funzionari e dragomanni, e soprattutto i dipinti, disegni e litografie del pittore incaricato dal Ministro di accompagnare e documentare la missione: Alberto Pasini.

In Mostra, fra l’altro, viene presentata la serie completa dei quaranta disegni realizzati in Persia; la serie delle dodici incisioni pubblicate su “l’Illustration, Journal Universel” e accompagnate dagli articoli di Barbier de Meynard e Paulin; e i grandi dipinti, tra i rarissimi esempi di opere di grandi dimensioni realizzate dall’artista.

Tornato a Parigi nel giugno del 1856, a seguito della fine della guerra, Alberto Pasini inizia a rielaborare i disegni e gli schizzi eseguiti durante il viaggio e presenta negli anni successivi al Salon parigino una serie di dipinti di grande formato, che costituiranno uno dei modelli di riferimento per tutta la pittura orientalista degli anni a seguire. A metà dell’Ottocento, infatti un nuovo contesto di relazioni politiche, economiche, culturali, sociali, porterà alla nascita e allo sviluppo a Parigi di un centro europeo di cultura e produzione artistica a soggetto orientalista, che alimenterà un nuovo gusto collezionistico attento all’estraneo e all’esotico, grazie anche e soprattutto all’opera del più grande mercante parigino di quegli anni, Adolphe Goupil, con cui Pasini stabilirà un contratto di esclusiva, che venderà oltre 300 opere dell’artista.

La Mostra prosegue con una seconda sezione dedicata alle opere realizzate a Istanbul, che diverrà il luogo principale raffigurato dall’artista negli anni a seguire, e che egli declinerà in decine di varianti e soluzioni, a partire dalla grande veduta della Moschea di Yeni Djami, che Goupil venderà al Museo di Nantes nel 1872, fino alle numerose e rumorosamente affollate Scene di Mercato, delle quali realizzerà nel corso degli anni più di trenta versioni, tutte differenti e tutte con una atmosfera unica e irripetibile.
Una successiva sezione viene dedicata alle scene raffiguranti usi e costumi dell’Oriente, con i quali Pasini aveva iniziato ad avere familiarità proprio grazie all’apprezzamento dello Shah di Persia, che lo aveva portato con lui più volte alla caccia col falcone.
In questa sezione alcune opere ad olio vengono accompagnate in Mostra dalle incisioni che Goupil ne trasse (oggi tutte al Museé Goupil di Bordeaux), che valsero a diffondere in Europa e in America il modello di composizione e atmosfera proposto da Pasini. Un’ultima sezione è riservata ai dipinti di atmosfera e di paesaggio, che, grazie a una nuova interpretazione della pittura di veduta e di paesaggio, porteranno nei decenni successivi tanti altri artisti a realizzare opere di simile tenore.

La Mostra inoltre presenta per la prima volta al pubblico opere di grandi dimensioni di musei internazionali mai esposte prima in una Mostra scientifica, quali Pascoli sulla strada da Teheran a Tabriz, olio su tela, cm 120 x 205, firmato e datato A. Pasini 1864, Musée des Beaux-Arts di Rouen; Ricordo dei dintorni di Tripoli, olio su tela, cm 69 x 105, firmato e datato A. Pasini 1865, Marsiglia, Musée des Beaux Arts; e da collezioni private, Corvè per il trasporto dell’artiglieria nelle montagne di Shiraz, olio su tela, cm 117 x 201, firmato e datato A. Pasini 1864, capolavoro esposto al Salon di Parigi nel 1864 e apparso solo in una vendita all’asta del 1987; e Un Marché a Constantinople, olio su tela, cm 130 x 105, esposto al Salon del 1874 e riapparso solo recentemente.

La Mostra è accompagnata da un ricco Catalogo con tavole delle opere a colori e con saggi di Paolo Serafini, Stefano Roffi, Léa Saint-Raymond, Cyrille Sciama, Guendalina Patrizi.

PASINI E L’ORIENTE. Luci e colori di terre lontane
Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Dal 17 marzo al 1 luglio 2018. Aperto anche tutti i festivi (25 aprile, 1° maggio, 2 giugno). Lunedì chiuso, aperto il lunedì di Pasqua. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18).
Ingresso: € 10,00 valido anche per le raccolte permanenti – € 5,00 per le scuole.
Il sabato ore 16.30 e la domenica e festivi ore 11.30, 16.00, 17.00, visita alla mostra ‘Pasini e l’Oriente’ e ai capolavori del Paesaggismo impressionista della Fondazione Magnani-Rocca (Monet, Renoir, Cézanne) con guida specializzata; è possibile prenotare via mail a segreteria@magnanirocca.it, oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 15,00 (ingresso e guida).
Informazioni e prenotazioni gruppi: Tel. 0521 848327 / 848148 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it
Ristorante e Caffetteria nella corte del museo Tel. 0521 848135.
Mostra e Catalogo a cura di Paolo Serafini e Stefano Roffi. Il catalogo (Silvana editoriale) presenta interventi di Paolo Serafini, Stefano Roffi, Léa Saint-Raymond, Cyrille Sciama, Guendalina Patrizi.


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Bellini e Mantegna si rincontrano a Venezia | Invito alla Querini Stampalia

Due dipinti, identici nella struttura compositiva, realizzati da due grandi artisti del Rinascimento, Andrea Mantegna e Giovanni Bellini.
Due opere geniali, uguali eppure diverse.

Affascinante, per un profano, cercare le differenze tra le due Presentazioni di Gesù al Tempio, eccezionalmente affiancate nella raffinata mostra proposta dalla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia.

Progetto promosso dalla Fondazione Querini Stampalia e dalla Gemäldegalerie di Berlino con la collaborazione scientifica della National Gallery di Londra.

È la prima volta che s’incontrano, in tempi moderni, la tempera su tela del Mantegna, della Gemäldegalerie di Berlino, e l’olio su tavola del Bellini della Querini Stampalia.

“È l’effetto – sottolinea Marigusta Lazzari, Direttore della Querini Stampalia – di una di quelle alchimie che di tanto in tanto si verificano nella storia. Nel nostro caso, l’impossibile è diventato possibile nel dipanarsi della complessa trattativa che ci ha portato a concedere il prestito del nostro Bellini alla grande mostra su Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, che il 1 ottobre 2018 aprirà alla National Gallery di Londra per poi trasferirsi alla Gemäldegalerie di Berlino il 1 marzo 2019. Il raffronto tra le due “Presentazioni al Tempio” sarà il fulcro di queste esposizioni. Alla nostra disponibilità ha corrisposto quella dell’istituzione berlinese e così, in anticipo sulla rassegna londinese, abbiamo l‘emozione di presentare al pubblico italiano e internazionale, in Querini, i due capolavori finalmente affiancati”.

Ma cosa induce un pittore a far proprio uno schema compositivo utilizzato da un altro artista?

“Sarebbe sbagliato – chiarisce Giovanni Carlo Federico Villa, co-curatore dell’esposizione – immaginarli l’uno accanto all’altro, intenti a dipingere questo medesimo soggetto. Certo la composizione stregò entrambi, ma un lasso di tempo non piccolo separa i due capolavori”.

Andrea Mantegna trascorre i suoi anni giovanili di formazione e di attività a Padova, mentre Giovanni Bellini lavora per tutta la vita a Venezia, sua città natale.
I due maestri sono uniti anche da legami familiari: Andrea Mantegna sposa Nicolosia, la sorella di Giovanni Bellini.

La composizione dev’essere stata concepita nella bottega padovana del Mantegna. La sua Presentazione precederebbe l’altra di una ventina d’anni. Andrea e Nicolosia si sono sposati da poco, nel 1453. Sembrano loro due, Mantegna e la moglie, i personaggi che chiudono la scena sui lati. Forse è un figlio atteso o appena nato ad averla ispirata: una sorta di affidamento augurale in uno stato d’animo comune ai genitori, di fiducia e trepidazione.
Maria, umanissima Madre, quasi non si vuole separare dal Bambino, come facesse resistenza al compimento del destino di tragedia e di gloria del Cristo, che il vecchio Simeone le prospetta con il Vangelo di Luca: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti… E anche a te una spada trafiggerà l’anima”. 
Le fasce che avvolgono Gesù sono quelle del neonato, ma evocano croce e sepoltura. Giuseppe tiene lo sguardo sul profeta, turbato e grave. Assiste in secondo piano, però centrale: è la parte che gli è toccata nella Storia della Salvezza, di custode silenzioso.

La versione veneziana di Giovanni Bellini si allarga a far spazio ad altre due figure laterali, sulla cui identificazione la critica non ha ancora detto la parola definitiva.
La Presentazione del Mantegna è un poderoso 4/3, quella del Bellini un cinematografico 16/9. Pare un tributo d’affetto questa “foto” di famiglia – un po’ più affollata – intorno alla Sacra Famiglia.

Giovanni dallo stile di Andrea si distanzia nettamente. Mantegna chiude il racconto in un poderoso riquadro marmoreo. Aureole, barbe, stoffe preziose hanno una ricercatezza calligrafica ancora gotica. I colori sono contrastati, il cuscino esce dal dipinto. Ulisse Aleotti, sul finire del Quattrocento, scriveva di lui che “scolpì in pictura”.
La rivisitazione che ne fa il Bellini è levigata dalla luce su un’ampia gamma di rossi. La cornice è scomparsa. Resta solo un parapetto in pietra. Così lo sfondo nero si dilata e il gruppo vi si staglia, guadagnando in enigmatica astrattezza, in modernità.
La tavola, attestata nell’inventario Querini Stampalia dal 1809, è attribuita ormai concordemente a Giovanni Bellini.
Quando, due secoli fa, entra a far parte delle collezioni, è inventariata come opera di Andrea Mantegna anch’essa.
Deve a lui la solidità dell’impianto. Bellini la reinventa, unendo a una classica compostezza quella tensione sperimentale che l’avrebbe accompagnato fino alla fine.

Sala dopo sala si ha l’emozione di entrare nell’universo di una delle più potenti e illustri famiglie veneziane, di ammirarne i tesori artistici, i preziosi arredi. Nel museo d’ambiente mobili settecenteschi e neoclassici, porcellane, biscuit, sculture, globi e dipinti dal XIV al XX secolo, per lo più di scuola veneta, tramandano l’atmosfera della dimora patrizia tra specchi e lampadari di Murano e stoffe tessute su antichi disegni.
Tra le opere esposte, pitture di Lorenzo di Credi, Jacopo Palma il Vecchio, Bernardo Strozzi, Luca Giordano, Marco e Sebastiano Ricci, Giambattista Tiepolo, Pietro Longhi, Gabriel Bella.

La mostra è insieme un dialogo avvincente fra due maestri del Rinascimento e una scoperta o riscoperta del patrimonio della Fondazione, istituita nel 1869 per lascito dell’ultimo Querini, Giovanni, perché potesse “promuovere il culto dei buoni studj e delle utili discipline”. Si prepara a celebrare il centocinquantesimo con le sue raccolte, la biblioteca, gli innesti architettonici, progettati nell’arco degli ultimi cinquant’anni da Carlo Scarpa, Valeriano Pastor, Mario Botta. E’ a lui che la Querini Stampalia ha affidato l’allestimento di questo ‘magico confronto’. L’architetto ticinese si misura per la prima volta con una mostra incentrata su due sole opere. L’esposizione trova spazio nelle ultime tre sale della casa museo e diventa la summadell’intero percorso espositivo.

I due quadri sono disposti su due piani convergenti al centro, in modo da guardarsi l’un l’altro, stabilendo quindi un dialogo silente cui gli spettatori possono assistere.
Utilizzando luce proiettata e non più riflessa ERCO, azienda specializzata in illuminazione per l’Arte, adatta la distribuzione luminosa alle caratteristiche e dimensioni delle opere con fasci precisi, dai contorni morbidi e sfumati. La luce digitale, a sorgente LED selezionata singolarmente e ad alta restituzione cromatica, permette la regolazione dell’intensità luminosa e di calibrare con precisione i valori di illuminamento prescritti al fine di preservare le opere nel tempo.

Ne scaturisce una fruizione che induce a far scoprire al visitatore, con un elemento così intangibile ma delicato e importante come la luce, i dettagli più minuti delle due tele.

A questa sorta di ‘epifania’ si arriva preparati. Le due sale introduttive presentano un singolare allestimento che articola il percorso intorno alla suggestione del Bambino in fasce, già prefigurazione del corpo adulto, straziato del Cristo, stretto nelle bende funebri.
La stoffa, posta su pannelli didascalici a tutta altezza, si dipana in tre “nastri”: scorrono paralleli raccontando l’ambito storico, le biografie, ma anche i temi trattati nei due dipinti. Quello superiore e quello inferiore narrano distintamente di Bellini e di Mantagna, quello centrale restituisce le vicende in comune e offre elementi di lettura e di confronto delle due opere.
Un triplice racconto che si stende sotto gli occhi del visitatore e richiama idealmente nel suo ‘svolgersi’, come i rotoli della Scrittura, il compimento della storia della Salvezza.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito da Silvana Editoriale, in italiano e inglese, con saggi di Brigit Blass-Simmen, Caroline Campbell, Babet Hartwieg, Neville Rowley, Babet Trevisan, Giovanni Carlo Federico Villa.

Titolo
CAPOLAVORI A CONFRONTO
BELLINI / MANTEGNA
Presentazione di Gesù al Tempio

Progetto
a cura di Brigit Blass-Simmen, Neville Rowley, Giovanni Carlo Federico Villa

Promotori
Fondazione Querini Stampalia di Venezia e Gemäldegalerie di Berlino
con la collaborazione scientifica della National Gallery di Londra

Allestimento
Mario Botta

Realizzazione allestimento e progettazione apparati informativi
We Exhibit

Luogo
Fondazione Querini Stampalia, Venezia,
Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252

Mostra
21 marzo – 1 luglio 2018

Inaugurazione
20 marzo 2018, ore 18

Orario
Da martedì a domenica, dalle 10 alle 18
Chiuso lunedì

Biglietti
La visita alla mostra è inclusa nel biglietto d’ingresso alla Fondazione Querini Stampalia:
Intero € 14; ridotto € 10
Gratuito fino ai 18 anni compiuti
Tutte le domeniche ingresso gratuito ai residenti nel Comune di Venezia

Catalogo
Silvana Editoriale

Fondazione Querini Stampalia
Santa Maria Formosa
Castello 5252, Venezia
Tel. 041 27 11 411
www.querinistampalia.org