Succede che non ti pubblichino il reportino di Anna Calvi a Bologna, anche se era "molto figo"

[quindi lo metto qui da me, ma a saperlo ve lo uscivo prima. Perdonatemi]

Tanto saranno tutti di là a Casalecchio, pensavo in Autostrada mentre mentalmente temevo le buche del parcheggio dell’Estragon. In proiezione anche i miei ormoni erano un po’ là con Dave Gahan.  Sebbene il 22 febbraio fosse il giorno più denso di concerti da sei mesi a questa parte, avevo compiuto una scelta.

Avevo perso Anna Calvi colpa di un sold out milanese che non mi aspettavo, ed era ora di recuperarla. Io, che l’avevo già vista, a meno di mezzo metro di distanza, ancora sconosciuta alle folle ma idolo della critica al più stretto Locomotiv Club sold out, sudando come se fossi in un bagno turco.

Stavolta l’Estragon è arioso. Di gente ce ne è, non moltissima quando in apertura Natan Rondelli presenta la sua band e timidamente dice che il suo disco però non è ancora uscito, sebbene la prova musicale sia molto interessante. L’Estragon è così confortevole che posso tenermi su il cappottaccio solito da concerto senza problemi.

La Calvi sale sul palco verso le dieci. Niente camicia rossa come a Torino, sussurra la mia vicina con un certo disappunto. Il mio lato femminile invece nota come abbia visto due volte Anna coi capelli raccolti e due con boccoloni biondi a incorniciarle il viso, illuminato da quel rossetto rosso che ha attirato le attenzioni del mondo Moda verso di lei.

Sul palco, insieme a lei, ci sono al solito  Daniel Maiden alla batteria e la multistrumentista Mally Harpaz. Ma qualcosa già cambia rispetto al tour precedente: è più uno one woman show. Non solo per le luci, ma perché con questo secondo album, probabilmente più personale, la scena è tutta della minuscola inglese in tacco 12.

C’è una cosa che Anna Calvi sprigiona suonando la sua Fender. Da donna timida e quasi riservata, che parla con delicatezza sussurrando al microfono si trasforma in una delle creature più sensuali che la musica può rendere. Una sirena ammaliatrice.

Se il live per il disco precedente era tutto così breve e intenso, come un fuoco che brucia, l’inserimento dei brani di One Breath in setlist fanno sì che il concerto risulti a dir poco totalmente ammaliante.

Così come piazzare quasi a freddo l’intensa Eliza e iniziare a diventare un tutt’uno drammatico della sua voce e chitarra. C’è lei, l’oscurità, il silenzio e le sue note.

Se i pezzi sono tutti nuovi fino a scivolare nella cover di Surrender (intervistandola disse che non ci aveva pensato, a cantarla in italiano) della già cover di Elvis, a metà concerto dopo si ritrova la vecchia First we kiss. Ma tutto il concerto sembra una teatrale storia d’amore: dal corteggiamento, alla passione, all’innamoramento carnale. Tutto questo senza volgarità. Che bello vedere che questo ha successo in un Paese come il nostro che è riconosciuto all’estero per il Bunga Bunga.

Tout court arriva anche una cover del Boss, Fire. Che si inserisce in una scaletta che continua a parlare a noi direttamente, visto che i pezzi prima dell’encore sono la nota Desire e poi Love won’t be leaving. Poi Anna Calvi ritorna per ben due encore: nel primo oltre a una Blackout che cambia facendo predominare i cori meno del passato, inizia a scatenarsi sulla chitarra come se fosse in una corrida su Jezebel -terza cover- che l’ha lanciata in primis e che le platee agée possono ricordare nelle interpretazioni più note nei repertori di Charles Aznavour ed Edith Piaf.

Sì, quella teatralità lì un po’ transalpina. Quando all’Hana-bi, dopo la rispettiva rimpatriata tra persone di origine toscane quali noi siamo, le dissi: “Ma tu hai presente Dalida? Tutti ti paragonano a qualcuno che non c’entra nulla con la vocalità che hai raggiunto, a me ricordi lei.” Anna mi guardò timidamente, mi sorrise un po’ imbarazzata e mi disse che no, non la conosceva. Mi sentii tanto Paolo Limiti in quel momento: forse era meglio fermarsi a quella nota stampa che diceva Siouxie e Pj Harvey.