In confronto a me la discografia degli SnowPatrol è un discosamba.

Fondamentalmente (mh, inizio periodi alla Carmen Consoli?) il titolo, come sempre, vale più del contenuto. Sto passando un periodo in cui sono molto triste e dove gli attacchi di ansia mi si moltiplicano facilmente.

L’unica soluzione che ho trovato, sinora, è starmene a letto col pupazzo vicino. Solo che penso che se il pupazzo avesse dei maroni li avrebbe avuti pestellati anche lui. L’unica cosa positiva è che invece mangio molto di meno. Quello almeno porta a benefici sull’armadio: ossia tornare a dei pantaloni che tu sai che indossi solo durante questi periodi.

L’altra cosa negativa è che mi cadono molti capelli: ma volge al positivo perché almeno quando sei dentro al letto puoi giocare con palle di crine. Seriamente.

Aggiungiamo che almeno una usciva di casa: ma ora il prezzo della benzina è alle stelle. Insomma, non sto mica dicendo niente di nuovo. Sto unammerda ma rispetto a periodi precedenti lo dico molto meno. In questo, ditelo pure, sono migliorata.

Oggi mi hanno chiesto come stessi ed ho risposto "bene". Mi sto convincendo eh!

Dentro di noi ci sono venticinquemila geni, centomila proteine, cento miliardi di neuroni, cento trilioni di connessioni: noi siamo la combinazione di tali dati, la cui organizzazione dipende, però, anche dal contesto in cui viviamo, cresciamo, e questo vale dal punto di vista culturale, sociale e tecnologico. Il substrato biologico esprime una potenza che l’interazione con l’ambiente mette in atto. Niente in biologia ha senso se non alla luce della Storia.

Quindi, visto tutto questo:

9:27 PM Giulia: ti posso rompere i coglioni?
9:28 PM me: sempre
 Giulia: come stai
9:29 PM prima di tutto
  facciamo delle domande di vita normale, come se ne avessimo una
 me: la mia vita normale è dominata da un intestino che non funziona, quindi parliamo della nostra vita da muli da soma
9:30 PM Giulia: che è sommersa di ciò che l’intestino normalmente produce
 me: esatto
9:31 PM (quasi bloggo tutto ciò, è eccitante)
9:32 PM Giulia: in effetti è una disquisizione che dovrebbe rimanere negli annali, a perenne memoria di quanto amene siano le nostre serate
 me: eh, non ti dico
9:33 PM mia mamma pensa che al pc perda tempo o faccia cose di cui possa trovare divertimento (ma che italiano uso?)
  e invece UN CAZZO

Direi che forse capite perché bloggo poco e male. Ma sono tra voi. Con voi. Tipo un cartonato.

[noi del 1983 abbiamo una sfiga addosso che boh]

A me piace un casino andare ai Festival.

Ormai è il terzo anno che vado al Frequency Festival. Ho imparato tanto andando lì: tante cose che un master in giornalismo, ore e ore di stage e cazzimazzi vari non mi avrebbero mai insegnato. Mi sono svegliata, ho imparato a tirare fuori interviste a modo in otto minuti, quest’anno ho avuto anche l’occasione di fotografare sottopalco. Tutte cose che in Italia non avrei mai potuto fare.

[che poi Radionation come blog è nato per questo: dare la possibilità alle persone che lo vogliono di fare ciò. Quando lo fai per divulgazione a volte è stressante -certo meglio che zappare- ma ti da un casino di soddisfazioni]

Ad esempio venerdì (17) ho intervistato 5 gruppi e ne ho fotografati 7. Ho materiale per mandare avanti il blog e la radio per un po’, a fronte di un investimento di benzina e alloggio e cibo di meno di 500 euro. Calcolando che invece ogni volta che mi muovo per milano ci vogliono circa 60 euro… capite bene, no?

Superando poi tutto questo discorso un po’ tecnico-utilitaristico devo dire che ho visto band che mi emozionano, conosciuto gente simpatica con cui condivido interessi e spero presto anche altri festival, e mi sono tutto sommato divertita appena non avessi da fare. O anche mentre avevo da fare. E’ caotico, è tanto ma è così che vorrei lavorare: quando eravamo all’Heineken invece per fare un’intervista è stato quasi impossibile avere un posto dove farla.

Sono contenta, anche se mi sono trascinata per 4 giorni un mal di gola pazzesco. E ora sono a letto con una febbre assurda. Ma stando a letto vi racconterò meglio del Frequency, specie se non mi avete letta su twitter…

How does it feel to live your life where nothing is real?

Francesca Fiorini17 July at 01:20·

‎[Patetico?] Lo diciamo chiaramente? In questi cinque anni di depressione brutta e incontrollabile se non avessi avuto la musica non sarei stata così a contatto col mondo. Sembra esagerato dire che alcuni gruppi mi abbiano davvero ancorato alla realtà (Editors, Ours, Muse…) ma è così. Se non li avessi avuti non sarei qui. E davvero, continuerò a stare nella musica perché è la sola cosa che mi consola veramente.

Qualche giorno fa questa roba qui scritta di getto prima di andare a dormire mi ha fatto avere più di 45 like su facebook (neanche mi fossi laureata o sposata) e tante metaforiche pacche sulle spalle e tante testimonianze del tipo “anche per me”.

E’ un po’ così quando Sergio Pizzorno ha intonato la Fee Verte sembrava che un po’ parlasse anche di cose mie meglio di quanto potessi farlo io. Il problema di sentirmi totalmente e spesso il senso di fallimento addosso non mi abbandona mai. E a volte sembra quasi una cosa generazionale. A volte sembra una cosa di tutti noi che ci facciamo dello stesso farmaco. A volte sembra che facciamo parte di una cazzo di marea di persone che si sentono sole e incomprese anche in mezzo al casino e agli Altri.

La musica invece è quella cazzo di cosa che non ti tradisce mai. Quando stavo immobile a letto a sentire “Escape the Nest” con Tom Smith che poi quando la cantava dal vivo mi veniva da piangere. Star male sdraiata e ascoltare “Citizen Erased” che rimbombava ancora di più nelle orecchie. Sapere che quelli a cui volevi bene ora non ci saranno più e sentire Gnecco straziare la corda vocale su “Black”.

Invece ora quando mi sento giù e vedo la mia vita a sfacelo mi ripeto tipo mantra “Sending the boys away, leaving them out to play/Throwing them miles away, now it’s another day/To shelter from the storm”. Che magari è la canzone che tutti cagano meno. Io gli smollerei dieci euri in mano per suonarmela, invece, vedi un po’.

Comunque è così: un po’ l’essere vissuta in posti dove cantanti non venivano, un po’ perché non ho avuto il tempo di essere adolescenze adesso fare fangirlismo ai concerti (e mettere a disposizione la stessa mole di interviste e foto che io ho consumato prima, in una sorta di equilibrio telematico del karma) un po’ mi sta tenendo su.

Poi a volte torno giù.

So descend me by the river.

 

99 blogger nelle Fiandre + me.

Quest’anno finalmente faccio un po’ di ferie. L’ente turistico delle fiandre mi ha selezionato assieme ad altri blogger (dovremmo essere rimasti in una settantina: ad occhio dovrebbe il più grande blog tour mai organizzato) (normale: io mai niente e poi becco solo le cose enormi) musicali per andare a raccontarvi Flanders is a Festival.

Metà musicblogger e metà travelblogger. Ok: sono io.

Ci sono già altri che ci sono stati e hanno fatto l’esperienza. Sinceramente sono tra i nervoso e il ammazzachefigata. Comunque sia qui che su twitter vi terrò aggiornati costantemente. Andrò a vedere il Suikerrock! (pensa: mi hanno dato il pass mettendo un pdf e un codice a barre. E farlo in Italia?)

Son cose.

Forevah alon.

Il fatto è che tutti gli uomini dovrebbero avere una ex moglie che ricordi loro con una certa regolarità quanto siano capaci di essere stronzi, superficiali, assenti o decisamente propensi al divertimento piuttosto che alle responsabilità. Purtroppo questo implicherebbe – per parcondicio e giustizia universale – lo stesso ruolo “educativo” agli uomini, destinati quindi a ricordare almeno a un elemento del genere femminile, la propria ex, quanto le donne siano in grado di essere ingannevoli, presuntuose, superficiali e bugiarde. Purtroppo questo ruolo comporta una responsabilità e per definizione l’uomo non se la può accollare. Nemmeno questa, anche se si tratta delll’investitura di ruolo di scassamaroni fuori tempo massimo. Ecco perchè il rischio di diventare “ex” funge da deterrente e il numero di esemplari maschi che tra una famiglia e la playstation scelgono la seconda è di gran lunga in crescita.
Lo trovo un pensiero molto nickhornbyano. Non è detto che io sia d’accordo ma credo sia vero.

Il museo delle storie d’amore finite male è una bellissima idea inzuppata di romanticismo alla rovescia, Perchè quel maglione che lei ti ha regalato proprio non lo vuoi più vedere. Quello sccoter su cui avete fatto tante gite al mare non trova più posto in garage. Quel disco che il precedente lui ha regalato alla vostra attuale lei va spaccato in mille pezzi o deve sparire da casa. Non parliamo di anelli, collane, bigiotteria, pupazzi, peluche, portafogli, cravatte, oggetti personali cui si dà un valore più affettivo che altro. Finisce tutto lì, nel Museo delle ralazioni finite, ovvero il brokenships, una sorta di memorabilia globale di tutte le coppie che potevano essere e non sono più. Un ‘astronave virtuale sicuramente piena di doppioni ma rappresentativa del modo che hanno gli umani di rappresentare il più volubile e intenso dei sentimenti. L’idea di fondare un museo che raccoglie i detriti delle storie finite è stata di Olinka Vistica e Drazen Grubisic, anche loro una ex coppia. “Ci siamo lasciati e abbiamo iniziato a parlare di cosa fare di tutti gli oggetti e di quanto rimasto della nostra relazione”, ha detto Vistica in un’intervista riportata dalla Reuters. Se capito da quelle parti – in Croazia, a Zagabria, ci faccio un giro. Assistere ai frammenti dei fallimenti altrui può essere desolante ma anche divertente, a seconda di come ti alzi la mattina.
E poi non si sa mai. Tira aria di ottimi affari e buoni prezzi.

Le stelle ce le abbiamo messe noi, di carta.

Oh, voi lo sapete che quest’anno per fatti più grandi e più brutti Ferrara sotto le stelle non era più nella magica piazza solita. Quindi noi che gli vogliamo bene a quella manifestazione lì e a tutta la musica che ci ha dato ci siamo inventati un concerto su carta.

lestellesopralatavola

I testi e i disegni saranno pubblicati anche online sui server di Ciccsoft (se reggono, cit. Enver) dopo l’Ostensione delle Tavole della Fede. Il via libera per parlare della faccenda (per chi vorrà, ovviamente, non ci sono obblighi, siamo nella Casa delle Libertà?) sull’internet ci sarà dopo il post su Ciccsoft che spero di fare domani pomeriggio.

Il post è stato fatto ed è qui. Ecco.

Back in Black.

L’estate, se non altro, ha fornito l’illuminazione per puntare con decisione alla ricchezza.

L’estate prossima farò la spacciatore di magliette nere. Vi siete mai chiesti perché dopo i saldi di giugno restano nei negozi solo maglie nere? Perché una persona minimamente assennata d’estate sceglie colori più vivaci?

Stolti. La verità è una sola: ci fanno credere che le maglie colorate siano andate a ruba ma la realtà è che di quelle nere ne espongono una quantità tendente a più infinito e comunque sottostante al rapporto di 27 maglie nere per ogni singola maglia di un altro colore. Quelle colorate finiscono nei borsoni di chi va in ferie, quelle nere in quelli di chi resta. E siccome spesso anche di quelle nere non ci sono le taglie, vien da sé che ne entrino nelle case degli italiani una quantità inimmaginabile.

La motivazione è elementare: quelli che restano sono quasi più dei cinesi, spesso sono cinesi e comunque hanno la necessità di mascherare il sudore delle ascelle. Considerando che, anche in saldo, è improbabile che un soggetto acquisti 61 maglie nere per passare indenne luglio e agosto, la dinamica di compera è sempre la stessa: si cercano almeno tre modelli soddisfacenti e si acquistano due esemplari per ognuno di essi. Quindi si indossano in sequenza, alternando coscienziosamente i modelli, e, al quinto giorno, quando resta una maglia sola, si lavano le altre cinque. Quindi il gioco ricomincia. Come non sfuggirà di certo all’attento lettore, ciò fa sì che le succitate maglie abbiano vita brevissima, all’incirca coincidente con l’estate per la quale sono state acquistate. La maglia nera è la farfalla dell’abbigliamento, potremmo dire. Non a caso si dice in giro che gli armadi per rimorchiare invitino a casa propria con la scusa di mostrare la collezione di maglie nere. Che è molto più pallosa di una collezione di farfalle, da qui l’estinzione dei mobili in legno e, con lei, delle foreste che li originano. Ma tant’è.

Di maglie nere, si diceva, se ne vendono a quintali per la necessità di coprire il sudore. Conosco donne che producono liquidi come un esercito di Spongebob schiacciato dalla pressa azzurra della Lines, ma loro, almeno, non hanno scelto. Spiego. A noi donne ci va un po’ meglio perché banali criteri estetici impongono infatti alla donna -tranne a chi ne fa un vanto come Amanda Palmer- la depilazione ascellare, senza porla di fronte al dilemma atavico che accompagna l’uomo lavoratore estivo: peli sì o peli no? Non è questione di poco conto. Nessuno baderà mai a peli dell’ascella di un uomo abbandonato al sole Padano -non quello della bandiera- a Ferragosto. O, almeno, non più di quanto baderà al suo volto madido e ai piedi gonfi per il caldo che fanno orribilmente capoccella dal basso dei sandali. Nessuno, con certezza. La questione, dunque, è meramente pratica, è di causa-effetto.

Ma insomma, l’uomo depilato perlomeno a me fa ancora impressione. Specie sotto l’ascella. O nelle sopracciglia. Altrove mi interessa meno, specie visto che la vita di relazione non ci arriva. Si ferma alle sopracciglia depilate, di solito.

In sintesi, l’uomo lavoratore estivo può scegliere di depilarsi le ascelle e, in tal caso, il risultato sarà una maglia colorata con una lunga e sottile striscia bagnata che parte dall’ascella e si perde nei pantaloni. Oppure può non depilarsi, ottenendo in cambio una macchia di sudore sotto l’ascella dell’ampiezza di un 45 giri. Con buona pace dei fianchi, questa volta salvi. Oppure, nel dubbio, può provare a non dare nell’occhio, vestendosi di nero.

Io d’ora in poi, da donna Spongebob, ho deciso di portare magliette nere per foto ufficiali estive. Oppure fare come un cantante, con cui da semiciucca ho fatto una foto e per cui voi italici impazzite, che l’ho veduto per tre giorni di festivalle e tutti e tre i giorni aveva lo stesso colore maglietta del quale aveva evidentemente uno stock in quantità industriale. Rossa. Che lo faceva un po’ gabibbo poi. Bianchiccio, pelato, con la maglietta rossa.

[oppure Sangiorgi è stato tutto il festival con la stessa magl… Mh, brrr… Fortuna ho fatto la foto il primo giorno.]

Cosa è stato per me l'HJF grazie agli amici di Zippo.

C’è sempre questo problema di chiamare festival una cosa con un solo palco e dove non si può lavorare. Perché se non eri Corriere-VirginRadio-RockTV non c’era un cazzo di spazio dove poter fare interviste (quindi un grazie a RockTV per averci prestato la loro parte di capannone per chiacchierare con gli Enter Shikari), una sala stampa grossa come il soggiorno con angolo cottura di casa mia con i fari-riflettori sopra a 4 metri e un tendone a due metri di altezza che rendeva tutto claustrofobico.

Quindi festival anche no.

Devo dirlo. Io non so come ringraziare Zippo per avermi braccialettata per l’area svacco. E umanamente per avermi fatta divertire (nel trafugare alcool per loro, che stavano al sole sotto una tenda nera) e parlare in modo più umano. Ok che era la vip area, ma in giro per l’Italia è proprio così: un po’ la sagra del paloinculo. Stuoli di giornalisti e di persone che credo che abbiano alcune posizioni di rilievo che però stanno isolati tra di loro. Pensate: gli austriaci che non sono proprio esattamente degli allegroni mi han parlato sin dal primo anno -e non di lavoro come fate voi appena arrivate su territorio milanese- mentre eravamo in fila per le interviste (Nina di FM4 mentre si diceva nel backstage “mamma mia che caldo, si sviene” mi disse “noo, resisti. Approfitta delle bevande gratis e delle caramelle. Lo zucchero tira su!”. Nina, una delle giornaliste più importanti. Austriaca.) qui era la sagra del guardarsi i piedi (non lo shoegaze suonato: proprio il checcazzovuoi)

Ma io ve lo dico: ho insistito per il bracciale proprio perché l’anno scorso tra gli aventi diritto c’era Renzo Bossi. E insomma: il mio contributo alla cultura è stato maggiore negli anni, rispetto a lui. Quindi mi sono sentita di chiederlo, se possibile, di fare la blogger ospitata. E davvero grazie ancora, perché altrimenti nei tempi morti e in “oddio questo non lo reggo suonare” proprio per la non struttura del festival non si sarebbe saputo cosa fare.

Poi il fatto che i giornalisti col pass stampa e metà dei discografici non fossero nella mia area braccialettosa ma nell’altra area vicino al backstage quella che frequentavano anche gli artisti mi ha aumentato i dubbi sul “ma qualcosa non va, o c’è molta dispersione”.

[poi tanto i gossip dall’altra sala mi sono arrivati. Ché qui in Italia, che vi dicevo, c’è l’arte dell’infiltrarsi]

Comunque i giornalisti dicono:

La Fiera di Rho sarà comoda ma è decisamente poco rock, arida, cementificata: si sente parlare di un ritorno ad Imola, e sarebbe certo una soluzione migliore.

Non concordo. Rho non è così brutto se lo attrezzi. Certo manca, per essere alla stregua degli altri festival: il wifi realmente gratuito, un secondo palco, almeno un paio di bancomat, più luoghi ombreggiati, una sala decente per lavorare, sistemi di braccialetti meno cervellotici e un camping coi controcazzi ma sono cose che se gli organizzatori volessero fare -secondo me- potrebbero. Ma vogliono farlo?

I'm coming, I'm coming.

Del tipo che ora ho saputo che potremmo fare un nuovo articolo di presentazione (tra stampa italiana ed estera avrò parlato circa 8-9 volte dei Kasabian da Agosto scorso. O forse di più.) ai live dei Kasabian riciclando il video che feci per l’Iday con io che avanti a Sergio dissi “I love you so much” e lui rispose “oh you are so sweet”.

Toccandomi il braccio. Da lì mi sono sentita quindicianni e ciao, ecco.

Infatti è l’unica cosa che ricordo di quel momento, oltre a me che incespicavo sul dire Velociraptor. Ma pur sempre meglio di Tom, nel dirlo.

Il fatto è che come non sono poi state pubblicate (e pagate) quelle interviste all’Iday ora, in una collaborazione, mi ritrovo con un “arrivederci” perché al posto mio è meglio mettere uno stagista. Te credo: non lo paghi.

Il video di Sergio comunque è qua.

[riuscirò mai a intervistare Sergio pel prossimo album? Via: trovatemi una testata]