“Picasso. L’opera ultima” alla Fondation Pierre Gianadda

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In omaggio a Jacqueline Picasso scomparsa trent’anni fa, il 15 ottobre 1986, la Fondation

Pierre Gianadda presenta un insieme eccezionale di dipinti, incisioni, linoleografie,

ceramiche e sculture, che mettono in luce l’opera tarda di Picasso. Tanto affascinanti quanto

sorprendenti, gli ultimi vent’anni della carriera dell’artista sono un inno all’amore, alla vita e

alla creazione. Questa esposizione mostra fino a che punto la sua creatività estrema sia

segnata dalla presenza di Jacqueline, che Picasso incontra nel 1952 e sposa nel 1961. Fu la

sua ultima compagna e gli fece da modella e di riferimento fino all’ultimo.

Per Picasso è l’inizio di una nuova vita e di uno slancio pittorico senza precedenti che si

sviluppa in luoghi differenti: prima La Californie a Cannes (1955-1958), poi il castello di

Vauvernargues (1958-1961), ai piedi della montagna Sainte-Victoire così cara a Cézanne,

vicino ad Aix-en- Provence, e infine il mas Notre-dame- de-Vie a Mougins (1961-1973).

La presenza di Jacqueline e la sua giovinezza accelerano il ritmo creativo di Picasso.

Raffigurata con il suo profilo ieratico, ritto su un collo interminabile (Jacqueline aux fleurs,

1954) o perfettamette rappresentativa della bellezza classica (Jacqueline aux jambes

repliées, 1954), abita l’opera del marito con tutta se stessa (L’atelier de Californie, 1956). I

ritratti di Picasso vanno oltre la nozione stessa di somiglianza per tendere a una sorta di

poetica metaforica della personalità di tutti i suoi modelli.

Nei primi anni di questo periodo, Picasso, questo pittore della modernità, rivisita con curiosità

i maestri del passato: Delacroix (Les Femmes d’Alger, 1954-55), Vélasquez (Les Menines,

1957), Manet (Le Déjeuner sur l’herbe, 1959-1961), Poussin e David (L’enlèvement des

Sabines, 1963). Altrettanti capolavori, reinterpretati, disarticolati, dalle linee incisive e dai

piani reinventati.

Poi, dopo questi riferimenti alla pittura storica, egli si riappropria del tema del pittore e della

modella. Nel solo anno 1963, Jacqueline figura 160 volte nella produzione dell’artista. Le

sottili modulazioni di questa lunga serie permettono a Picasso ora di venerare la sua musa,

ora di umiliarla o di metterla alla prova. “Lei ha – dirà Picasso a Hélène Parmelin nel 1966 – il

dono di diventare pittura a un grado inimmaginabile”.

Negli ultimi dieci anni, a Mougins, Picasso si ricentra concentrandosi sull’essenziale: esplora

le figure archetipiche della donna (il nudo), della coppia (baci e abbracci), dell’uomo

(moschettiere e uomo con la pipa) e del pittore che invecchia. Queste opere ultime sono fra

quelle che figuravano nelle due grandi esposizioni organizzate nel 1970 da Yvonne e

Christian Zervos e nel 1973 da René Char al Palazzo dei Papi di Avignone. Se certe critiche

feroci parlarono allora di “senilità, scarabocchi, impotenza”, l’opera tarda di Picasso è oggi

unanimemente riconosciuta come una delle più accattivanti.

Questa mostra, oltre all’opera dipinta, mostra il talento di Picasso in altre forme espressive:

Picasso e l’incisione

L’incisione è una delle arti principali di Picasso che privilegia certe tecniche trattate con una

maestria e una varietà esemplari. Il suo approccio sperimentale, la sua libertà e il suo

virtuosismo fanno di lui un artista capace di sondare tutti i segreti del mestiere. Tutte i temi

cari a Picasso vi vengono affrontati (pittore e modella, nudi, ritratti, figure mitologiche,

tauromachie) e trattati con il bulino, l’acquaforte, la litografia, la linoleografia, tecniche tutte

rappresentate in mostra.

Picasso e la scultura

E’ a partire dall’estate del 1905 che si può situare l’inizio dell’impegno dell’artista per la

scultura. A quell’epoca, la scoperta , tra le altre, delle maschere e degli oggetti tribali del

museo etnografico del Trocadéro provoca uno choc che segnerà la sua opera. Poi con gli

assemblaggi del 1912, Picasso sottolinea l’ambiguità degli oggetti. Negli anni 1920 egli

innova con un lavoro sul ferro saldato e dipinto. L’audacia creativa di Picasso si manifesta di

nuovo alla fine della sua vita con l’elaborazione di sculture in lamiera ritagliata, piegata e

dipinta (Femme au chapeau, 1961, e Tête de femme (Jacqueline),1962). Queste sculture in

lamiera fanno parte delle opere più sorprendenti della fine della vita dell’artista.

Picasso e la ceramica

Quando soggiorna a Golfe-Juan nel 1946, scopre alla mostra annuale dei vasai lo stand

Madoura e i suoi rappresentanti Suzanne e George Ramié che gli aprono il loro atelier a

Vallauris una parte del quale, dal 1947, è gestito da Picasso. Con la sua prodigiosa

immaginazione creatrice egli si appropria della ceramica di cui stravolge la pratica. Egli

trasforma gli oggetti: una fiasca diviene un grosso insetto, una vaso un uccello o un fauno.

Nascono nello stesso tempo ammirevoli ritratti di donna (Portrait de Jacqueline, 1956;

Portrait de Jacqueline au foulard, 1956). Questa vocazione di ceramista è ampiamente

documentata nella mostra con pezzi ammirevoli.

In un percorso cronologico e tematico, la mostra presenta più di un centinaio di opere

provenienti dalla collezione della famiglia dell’artista, dalle più grandi collezioni

pubbliche (Musée Picasso, Parigi; Musée national d’art moderne-Centre Pompidou,

Parigi; Museu Picasso, Barcelloma…) e da collezioni private, opere che danno conto

della varietà e dell’importanza della produzione degli ultimi anni di Picasso.

Un catalogo, curato, come la mostra da Jean-Louis Prat, già direttore della Fondation

Maeght, accompagna l’esposizione. Abbondantemente illustrato comprende testi

introduttivi di Prat e di Leonard Gianadda, saggi di specialisti (Brigitte Leal, drettrice

aggiunta delle Collezioni del Musée national d’art moderne-Centre Pompidou; Marìa

Teresa Ocaña, direttrice del Museo Nacional de Arte de Cataluña, già direttrice del

Museu Picasso di Barcellona) e la riproposizione di testi storici di René Char e di

Pierre Daix, oltre a notizie tematiche e a una cronologia attenta della vita di Picasso.

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Oltre alla mostra Picasso. L’opera ultima sono visitabili alla Fondation Pierre Gianadda il Parco

delle Sculture, il Museo gallo-romano e il Museo dell’automobile.

ingresso: adulti CHF 20 terza età: CHF 18 famiglie: CHF 42 bambini >10 anni e studenti: CHF 12

Tunnel del Gran San Bernardo ritorno gratuito presentando il biglietto della mostra.

Luce su Giovanni Bellini

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Il Progetto Speciale “Luce su Giovanni Bellini”, è promosso e gestito dal Polo Museale del Veneto e dalla Regione del Veneto in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia di Venezia ed è coordinato sotto il profilo tecnico da Fondaco, con il fondamentale apporto delle Soprintendenze Belle Arti e Paesaggio di Venezia e di Verona, della Curia Patriarcale di Venezia, delle Gallerie dell’Accademia, del Comune di Venezia – Fondazione Civici Musei, della Fondazione Giorgio Cini, del Gran Priorato di Lombardia e Venezia del Sovrano Ordine di Malta, dell’Asl 12 Veneziana, del Comune di Padova – Assessorato alla Cultura – Civici Musei, del Comune di Treviso, Assessorato alla Cultura – Civici Musei, del Comune di Verona, Assessorato alla Cultura – Civico Museo di Castelvecchio, del Comune di Vicenza, Assessorato alla Cultura – Museo Civico di Palazzo Chiericati e Chiesa di Santa Corona, dell’Accademia dei Concordi in Rovigo e della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

Per la prima volta, un progetto culturale unisce un così ampio numero di realtà pubbliche e private della città di Venezia e dell’intero territorio Veneto.

Luce su Giovanni Bellini coinvolge ogni chiesa, museo, collezione che possa vantare nel proprio patrimonio almeno un’opera di Bellini.
Ciascun soggetto si è impegnato a valorizzare ciò che di Bellini è offerto in visione nella propria sede.

Un innovativo progetto di illuminotecnica, interamente finanziato da soggetti privati, consentirà l’illuminazione ad alto livello qualitativo di tutte le Pale d’altare di Giovanni Bellini conservate nelle sette chiese veneziane che ancora le accolgono. Progetto, è importante sottolineare, avrà carattere permanente.

Un’ulteriore Pala, attualmente affidata alle cure della Soprintendenza, sarà esposta prossimamente negli ambienti del Museo Diocesano di Venezia, accompagnata da una mostra documentativa sull’artista.
Incontri di approfondimento, visite guidate speciali, concerti, iniziative diverse accompagneranno il Centenario Belliniano.

Una app, gratuitamente attivabile, consentirà ai veneti e ai turisti di percorrere Venezia e il Veneto alla scoperta di Giovanni Bellini.

“Women are beautiful” di Garry Winogrand, al MAN di Nuoro

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La grande fotografia ancora una volta al MAN. A un anno dal successo della mostra di Vivian Maier, il Museo della Provincia di Nuoro è lieto di annunciare l’imminente apertura di un nuovo progetto espositivo, in anteprima nazionale, dedicato a Garry Winogrand, padre della street photography.

Negli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui, come l’ormai celebre tata fotografa, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage.

Winogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi, apparentemente distratto, quasi casuale, spesso ironico, fuinfluenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans, che reinterpretò in una forma nuova e radicale.

Winogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo, raccontando storie laterali, prive di copione o colpi di scena, catturate sempre in luoghi pubblici: nei parchi, allo zoo, nei centri commerciali, nei musei, negli aeroporti, oppure in occasione di manifestazioni politiche ed eventi sportivi.

La sua tecnica si contraddistingue per l’utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto, spesso forzando l’inclinazione della macchina fotografica. Com’è stato scritto in più occasioni, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari, come un “rumore” visivo irrilevante. Secondo l’originale visione di Winogrand, i dettagli esterni, inclusi nella cornice della fotografia, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto.

La mostra al MAN, a cura di Lola Garrido, realizzata in collaborazione con diChroma Photography, presenta, per la prima volta in Italia, la collezione completa delle fotografie che, nel 1975, andarono a comporre il celebre volume “Women are Beautiful”, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee, qui proposte attraverso una serie di stampe originali, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico, in cui si mescolano ammirazione e ironia, venerazione e sarcasmo.

Un lavoro per molti aspetti controverso, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Se infatti agli occhi di alcuni interpreti le fotografie apparirono come una gioiosa riflessione sull’emancipazione della donna e sulla sensualità, altri – per la presenza di figure formose, in abiti sbracciati o minigonne, o per l’indugiare dello sguardo di Winogrand sui seni e i fondoschiena – le avvertirono invece come l’espressione contorta di una visione maschilista e misogina.

Ciò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra. Il noto fotografo Joel Meyerowitz, ha parlato di “un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contradditorie”.

***

Garry Winogrand (1928-1984) nasce in una famiglia operaia del Bronx. Inizia a fotografare durante il servizio militare. Studia pittura al City College di New York e fotografia presso la Columbia University. Nel 1949 frequenta un corso di fotogiornalismo presso la New School for Social Research di New York e dal 1952 fino al 1969 lavora come fotoreporter freelance. La sua prima esposizione di rilievo si tiene al MOMA nel 1963. Nel 1966 espone le sue foto all’interno della mostra Toward a social landscape alla George Eastman House di Rochester, insieme a Lee Friedlander, amico e compagno di peregrinazioni. Con lui e con Diane Arbus partecipa alla mostra New Documents (MOMA, 1967). Ha vinto tre volte il Gugghenheim Fellowship Awards (1964, 1969, 1979) e un a volta il National Endowment of the Arts Award (1979). Le fotografie documentaristiche di Garry Winogrand sono apparse in riviste come “Sports Illustrated”, “Fortune” e “Life”. Alla sua morte, avvenuta nel 1984 a causa di un tumore, ha lasciato un enorme archivio di immagini, molte delle quali mai sviluppate. Alcune di queste sono state raccolte, esposte e pubblicate dal MOMA nel volume Winogrand. Figments from the Real World (1988). Opere di Winogrand sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, come il MOMA di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi.

Lola Garrido è una storica dell’arte specializzata in fotografia. E’ stata responsabile della collezione della Fondazione Banesto, che oggi arricchisce il patrimonio del Museo Reina Sofia. Come critica d’arte ha collaborato con i più importanti giornali spagnoli. La sua personale collezione di fotografia è stata oggetto di numerose mostre.

Il Museo MAN è un’Istituzione della Provincia di Nuoro, sostenuta dalla Regione Autonoma della Sardegna e dalla Fondazione di Sardegna.

Info:
MAN Museum via S. Satta 27- 08100 Nuoro
tel. +39 0784 25 21 10
opening hours: 10 AM – 1 PM | 3 PM -7 PM closed Monday
www.museoman.it

Addio al nubilato, addio alle inibizioni! LELO accompagna le future spose nella notte prima del grande giorno.

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Appuntamento irrinunciabile, ma anche temuto dalla maggior parte delle spose: è l’ addio al nubilato, di solito organizzato dalla testimone, dalla migliore amica o dalla sorella della sposa.

Come per ogni evento che si rispetti, il primo passo nell’organizzazione è scoprire quali sono i gusti della sposa, la sua personalità e le sue abitudini: se non le piace ballare è bandita la discoteca, se ha paura dell’acqua niente festa a bordo piscina e così via.

Il secondo passo è trovare il giorno ideale per la festa. Tradizione vuole che sia il giorno prima del matrimonio, tuttavia non è particolarmente consigliato in quanto le conseguenze di una serata brava possono influire sull’andamento della cerimonia, a volte così tanto che neppure acqua, limone e aspirina possono contrastare.

Terza regola è cercare di coinvolgere più invitate possibile: tutte insieme faranno sentire la festeggiata davvero protagonista e non sembrerà di essere state chiamate solo all’ultimo momento.

Ma come si festeggia oggi, in Italia? Drink, cibo e strip del giovanotto palestrato? Sì, ma non solo! La formula tipicamente anglosassone del “bachelorette party”, ricalcata dal modello maschile, prevede che parte della festa sia incentrata anche sul sesso.

Non solo sex toy, ma vere e proprie lezioni sul loro utilizzo, dal tradizionale a quello più creativo, su erotismo, autoerotismo e sul magico mondo dei tabù non ancora svelati.

Nient’altro che un ritrovarsi tra amiche, tra un Cosmopolitan e un Margarita, con la differenza però che una delle partecipanti, che di solito fa le veci di una sessuologa, è lì apposta per rispondere a tutti i dubbi che si hanno in fatto di sesso e rapporti di coppia.

Vietate le inibizioni, si parla proprio di tutto: dalle tecniche per un rapporto orale perfetto a come reagire a una sua possibile défaillance, fino a come far fronte a un calo del desiderio a livello di coppia.

Dopo la parte teorica, si passa a quella pratica.: sex toy, questi (s)conosciuti. Queste lezioni sono un vero e proprionuovo modo di approcciare l’argomento, con tutto il relax che si può avere tra le amiche di sempre e con l’autoironia che basta per prendersi un po’ in giro.

Ecco dunque che LELO (www.lelo.com), azienda svedese leader nel mercato dei sex toy di lusso, entra in scena, sensuale e in punta di piedi, con una selezione di prodotti ideali da regalare alle neo spose e i loro futuri mariti.

Niente di meglio che festeggiare la prima notte di nozze con un sex toy per dire sì a un’intera vita di passione.

Il Bridal Pleasure Set di LELO è elegante, lussurioso ed eccitante: si parte con la benda per gli occhi in seta, flessuosa e morbida, per passare poi a pizzicori più stimolanti con il frustino in camoscio e concludere la nottata abbandonandosi al piacere sublime di NOA™. In vendita a 199€ nei migliori sexy shop e online.

La voce del proprio partner non è mai stata così seducente se abbinata a SIRI™2, il massaggiatore musicale che vibra a tempo di musica o al suono della sua voce. Per dirsi “Si, lo voglio” anche a letto! Disponibile in 3 colorazioni a 149€.

Dolci carezze ed erotici massaggi coronano le future promesse nuziali: la candela FLICKERING TOUCH di LELO si trasforma in un olio da massaggio, delicatamente profumato, per scaldare l’atmosfera e massaggiarsi per ore. Acquistabile a 29€.

L’amore, si sa, è anche delicato e leggerissimo proprio come una piuma, per questo non c’è sensazione migliore di quella regalata dal piumino TANTRA, per trasformare un solletico in pura eccitazione! Disponibile a 29€, per volatili carezze notturne.

L’addio al nubilato è uno di quei momenti che la sposa difficilmente dimenticherà per molti anni, è l’occasione per fare festa, per chiudere un capitolo importante della propria vita e iniziarne uno nuovo con una spolverata di pepe!

Il ponte del 2 giugno nel Regno della Bellezza

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Gino Severini, Zeus partorito dal Sole – La ruota del pavone bianco

Fondazione Magnani Rocca
Mamiano di Traversetolo – Parma

Il ponte del 2 giugno nel Regno della Bellezza

È un ponte del 2 giugno all’insegna della Bellezza quello che è possibile vivere alla Fondazione Magnani Rocca: il Parco romantico popolato da sontuosi pavoni – la Villa dei Capolavori col percorso sull’età della Duchessa Maria Luigia e i preziosi tappeti di inizio Ottocento visibili per pochi giorni – gli ambienti privati di Luigi Magnani, con la camera da letto Impero aperta al pubblico per la prima volta – la collezione permanente da Tiziano, a Goya a Cézanne. E naturalmente la grande mostra su Gino Severini con 100 magnifiche opere.

Così Gino Severini descrive la sua Danseuse articulée presentata alla Galerie Boutet de Monvel nel gennaio 1916 in una Parigi desolata dalle partenze per la guerra: “Le opere esposte con i disegni e gli acquerelli erano 37; e fra queste opere ve ne era una curiosa intitolataDanseuse articulée e, fra parentesi: Tirez la ficelle et soufflez sur les plans mobiles. Avevo combinato un sistema di spaghi come in quegli arlecchini che si danno ai ragazzi, nei quali, tirando uno spago, si mettono in moto quelli di gambe e braccia. Avevo poi costruito due piani situati in un perno, perpendicolari alla superficie del quadro; soffiando su questi piani, essi si mettevano a girare su quel perno. Se si combinavano i due movimenti veniva fuori un gioco originale… Mi divertii immensamente durante l’esposizione a vedere ogni visitatore mettersi a tirare lo spago e a soffiare sui piani mobili!… Ci si divertirono pure tutti gli amici che, al di là della mia aspettativa, colsero l’occasione per farsi vivi con me e ritrovarsi fra loro. Vennero Picasso, Modigliani, Gris, Metzinger, Lipchitz, André Lhote, Survage, la baronne d’Oettingen”. Quasi una marionetta da puparo ottenuta con inserzioni di cartoncino colorato comandate dai fili, applicate su un fondo scenico popolato da violinisti disarticolati e signore eleganti, un gioco infantile che si trasforma in un marchingegno ben progettato, che rispondeva anche al tentativo di Severini di immettere movimento vero in un’opera di pittura, statica per propria natura. Romana Severini, figlia del pittore, ricorda che questa Danseuse fu realizzata per far divertire la sorella primogenita Gina, nata pochi mesi prima.
Nel 1948 la “marionetta danzante” lascerà casa Franchina – Gina Severini aveva sposato lo scultore Nino Franchina nel 1939 – per approdare alla collezione di Luigi Magnani e raggiungere la sontuosa villa liberty sulla via Nomentana dove il “Professore”, docente di Storia del manoscritto e del libro alla Sapienza, riceveva le massime personalità della cultura e dell’aristocrazia dell’epoca. La Villa di Mamiano di Traversetolo, presso Parma, oggi sede della Fondazione Magnani Rocca, diventerà successivamente quel Pantheon dell’Arte, dove Magnani raccoglierà capolavori di ogni tempo e che oggi, fino al 3 luglio, ospita la mostra “Severini. L’emozione e la regola”, a cinquanta anni dalla morte dell’artista.
Allestiti in sequenza tematica, gli oltre cento lavori esposti documentano l’intero percorso di Severini, dall’inizio del Novecento agli anni sessanta. La sua pittura è caratterizzata da una sostanziale fedeltà ad alcuni soggetti, che emergono nei suoi esordi, declinati con approccio sempre rinnovato – prima divisionista, poi futurista, cubista e classicista – con riprese dove la creatività si unisce alla riflessione sul percorso compiuto. Sei le sezioni, che presentano i temi da lui maggiormente trattati: Il ritratto/La maschera, La danza, La grande decorazione, La natura morta, Il paesaggio, Il libro d’artista.
Magnani doveva amare veramente tanto la sua Danseuse; infatti, nel 1983, un anno prima della morte, in occasione dell’esposizione delle opere del tardo Ottocento e del Novecento nell’orangerie della Villa di Mamiano, dal titolo Da Cèzanne a Morandi e oltre, fra le tante e bellissime della sua collezione, scelse proprio quell’immagine per il manifesto dell’evento. “Il rapporto che amo con l’opera d’arte è quello che si riferisce esclusivamente alla forma. Un quadro pieno di contenuti, anche belle storie, non mi interessa affatto. Mi preme solo ciò che riguarda l’aspetto formale, se no resto indifferente”. Così il Professore, spiegava il proprio approccio con le opere d’arte; non era interessato ai contenuti di un dipinto ma agli esiti formali che l’artista aveva raggiunto.
Un rigore formale così risoluto farebbe pensare al rifiuto per principio del tumulto futurista, del movimento sovversivo intervenuto a sconvolgere secoli di bellezza accademica. In realtà in quella apparentemente scomposta Danseuse egli non colse frenesia, ma la ricerca di un ordine scientifico che prendeva spunto da una scena di movimento e concitazione per frammentarla e ricomporla secondo regole mentali da matematico-pittore quale Severini, in fondo, è sempre stato. Il rigoroso aspetto dell’opera – correttamente interpretato dal collezionista – esclude, infatti, energia e turbamento ed esalta l’idea di danza come decantazione di una forma iconica in un contesto di luci e suoni.
Subito dopo Severini ripensa ogni aspetto della poetica futurista, ristrutturando bruscamente la sua visione sotto un nuovo ordine mentale che annulla dinamismo, simultaneità e ogni altro aspetto del Futurismo, per ricondurre sempre più a una forma “pura” la visione artistica. Dovevano passare pochi mesi per giungere a quell’inatteso ritorno a uno stile classico levigato alla Ingres e per proseguire con rappresentazioni ormai perfettamente inscritte nell’orbita cubista.
Negli anni venti irrompe poi nella pittura di Severini il mondo gioioso, ma allo stesso tempo malinconico, della Commedia dell’Arte: un tema che diventerà un lessico personalissimo, sospeso tra incanto e realtà, con un “ritorno al classico” che rivela le radici profondamente italiane della sua pittura, in una declinazione prossima alla poetica del realismo magico. Il tema della maschera, per alcuni aspetti anticipato dalla “marionetta” giunta a Magnani, gli consentiva “di realizzare la mia geometria e di esprimere quel senso misterioso e fantastico che poi i surrealisti sfruttarono al di là del possibile”. Questo connubio tra l’umano e l’astratto, tra realtà e invenzione, è il contributo più originale che Severini porta a un tema al tempo assai in voga: la Commedia dell’Arte intriga anche Cocteau, Picasso aveva dipinto Arlecchino già nel suo periodo blu e lo riprende poi nelle forme di un nuovo classicismo; è così che Severini compenetra suggestioni picassiane ai ricordi dell’infanzia trascorsa a Cortona, dove era rimasto affascinato dalle compagnie di commedianti che giungevano in città. Dopo alcune sperimentazioni cubiste, tra il 1921 e il 1922 il tema della maschera viene sviluppato sulle pareti del castello toscano di Montegufoni con lo spirito del divertissement, non dettato da metafore esistenziali; presente in quegli anni, in forma di maschera teatrale romana, anche in diverse nature morte, sembra acquisire più avanti, nella dimensione intima della produzione da cavalletto, significati più profondi: la Commedia dell’Arte è, nel periodo tra le due guerre, un modo a un tempo lieve e tragico per narrare la scissione tra vita autentica e maschera “sociale”, negli stessi anni in cui Pirandello svolge una analoga indagine letteraria.

SEVERINI. L’emozione e la regola
Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Aperta fino al 3 luglio 2016. Aperto anche tutti i festivi. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Lunedì chiuso.
Aperto per tutto il ponte del 2 giugno (2, 3, 4, 5 giugno).
Ingresso: € 10,00 valido anche per le raccolte permanenti – € 5,00 per le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148 Fax 0521 848337 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it
Visite guidate alla mostra su Severini e alle stanze private giovedì 2 e domenica 5 giugno ore 11.30, 15, 16, 17; sabato 4 giugno ore 16. È possibile prenotare via mail a HYPERLINK “segreteria@magnanirocca.it” segreteria@magnanirocca.it
; oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti. Nelle giornate infrasettimanali la visita alle stanze private è consentita per gruppi che ne facciano richiesta, sempre accompagnati da una guida della Fondazione. Costo € 5,00 oltre al biglietto d’ingresso, durata circa 90 minuti (stanze private + mostra Severini). Per la particolare preziosità delle stanze private di Luigi Magnani è consentito accedervi a gruppi di massimo 20 persone accompagnate da una guida specializzata della Fondazione.

Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Daniela Fonti e Stefano Roffi
saggi in catalogo di Mauro Carrera, Alice Ensabella, Daniela Fonti, Giovanni Lista, Stefano Roffi.

Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Stefania Bertelli HYPERLINK “mailto:gestione1@studioesseci.net” gestione1@studioesseci.net tel. 049 663499

Inchiostro Festival | 4 e 5 giugno – Alessandria

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Torna Inchiostro Festival ad Alessandria i prossimi 4 e 5 giugno, tema dell’edizione 2016 sarà “Traiettorie”. Tra gli ospiti illustri: il calligrafo Piero De Macchi.

Residenza d’artista

Inchiostro Festival 2016 – manifestazione di grande richiamo italiano e internazionale – si terrà all’interno dell’antico chiostro di Santa Maria di Castello, nel cuore del centro storico della città di Alessandria (Piemonte). L’evento è organizzato da “Progetto Associa” e tra i 50 ospiti saranno presenti Jacopo Rosati, Sergiy Maidukov (Ucraina), Andrea Serio, Matteo Cuccato, No Cur- ves, Sergio Ponchione, Roberto La Forgia, Chiara Riva e Massimo Polello: a loro, insieme agli altri illustratori, calligrafi e stampatori d’arte, è affidato il compito di dare “colore” al fe-
stival dell’arte in bianco e nero.

“In seguito all’affluenza di pubblico sempre maggiore, confermata nella terza edizione del festival, lo staff organizzativo ha allargato la visione e disegnato la nuova edizione” – afferma Giancarlo Sansone, uno dei co-fondatori e organizzatori della manifestazione – “L’anno scorso abbiamo accolto oltre 6.000 visitatori complessivi nel weekend, un pubblico che sperimenta insieme agli artisti ospiti, tutti differenti nello stile ma uniti nell’eccellenza della manualità e dell’espressione grafico- visiva.”

Concorso per giovani illustratori

Inchiostro Festival unisce, oltre all’evento/manifestazione aperta al pubblico, anche l’attività di formazione attraverso una serie di workshop, realizzati durante l’anno direttamente nei licei artistici e negli istituti superiori con indirizzo grafico-artistico, e il coinvolgimento attivo degli studenti del corso di xilografia dello IED (Istituto Europeo del Design) di Torino, che hanno elaborato alcune illustrazioni sul tema del festival, “Traiettorie”. Senza dimenticare il Concorso giovani che, insieme all’attività di formazione, è parte integrante dell’Inchiostro Festival. Presentato ufficialmente in diverse occasioni nel dicembre 2015 allo IED, è rivolto a tutti i giovani artisti fra i 16 e i 25 anni.

Workshop, performance, mostre e tanto altro ancora

Il 4 e il 5 giugno le porte del chiostro si apriranno per dare vita alle attività di performance dal vivo, workshop, mostre, dibattiti, presentazioni e incontri sui temi delle tecniche di stampa tradizionali, di incisione, di calligrafia e di serigrafia.

Inoltre, il pubblico avrà la possibilità di partecipare attivamente, su prenotazione, ai workshop tenuti dagli stessi artisti, per diventare così il co-protagonista della manifestazione e vivere, insieme agli ospiti, due giorni d’arte e di pura creatività. Ai più piccoli sono dedicati diversi laboratori nell’area Impiastro Festival, per dare loro l’opportunità di un primo approccio con la manualità e l’espressione visiva.

A QUESTO LINK IL PROGRAMMA COMPLETO

Programma e workshop Inchiostro Festival 2016

PER ISCRIVERSI AI WORKSHOP

Iscrizione workshop 2016

Ospite senior

Piero De Macchi grande maestro della calligrafia e designer oltre che type designer. Una figura di

grande rilievo che ha collaborato con grandi realtà nella sua lunga carriera da Olivetti a Ferrero, da

Caffarel a Fiat. Info: www.demacchi.it

INFORMAZIONI

Inchiostro Festival® – Progetto Associa & Associazione PropostAL

c/o Piazza Santa Maria di Castello 14, Alessandria (AL)

+39 339 855 2138

info@inchiostrofestival.com

www.inchiostrofestival.com

www.facebook.com/inchiostrofestival

Dal petrolio nasce… un museo en plein air: a Vallezza di Fornovo prende vita il Parco Museo Mu. PE

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Nel cuore della provincia di Parma si trova una delle aree estrattive italiane più antiche, costituitasi agli inizi del novecento ed ora dismessa: il territorio di Vallezza, sull’Appennino di Fornovo di Taro (PR), è un paesaggio minerario immerso nella natura, teatro per quasi un secolo di una importante industria petrolifera. Sabato 28 maggio l’Università di Parma, il Comune di Fornovo di Taro, il Laboratorio di ricerca AMR e Gas Plus presentano il progetto da cui prende vita Mu.PE, il nuovo Parco Museo del petrolio e delle energie

Sono passati più di 100 anni da quando, agli inizi del ‘900, veniva scoperto nella frazione di Vallezza, in provincia di Parma, un consistente giacimento petrolifero. Da allora il piccolo borgo trasforma la propria vocazione contadina in cultura mineraria, e gran parte della popolazione trova nuovo impiego nella nascente industria estrattiva. Vita rurale e cultura industriale si intrecciano indissolubilmente all’interno di un luogo il cui fascino deriva da fattori ambientali, ma anche dalla storia estrattiva, generando una condizione unica, uno straordinario esempio di coesistenza tra attività estrattive, agricole e produzioni enogastronomiche di altissima qualità.

Mu.PE, Parco Museo del Petrolio e delle Energie, è il progetto di valorizzazione turistica e culturale di un paesaggio ricco di identità, per rinnovare l’identità storica di un territorio e immaginare un futuro di crescita per l’Appennino, configurando un programma di accessibilità culturale, materiale e digitale al territorio. Il progetto viene presentato proprio a Vallezza, a Fornovo di Taro (PR),sabato 28 maggio alle 10.30.

Mu.Pe trasforma un’antica miniera di petrolio e gas oggi non più in attività ed immersa nel pregevole paesaggio appenninico di Fornovo Taro, in un luogo collettivo e inclusivo, dove il museo è spazio pubblico da fruire abitualmente, laboratorio di memoria e cultura locale, scuola di ambiente e access point nonché elemento di valorizzazione turistica del territorio. Il patrimonio eccezionalmente integro di reperti di un’industria mineraria che per decenni ha assicurato occupazione e che ci riporta ai metodi estrattivi dei pionieri emiliani dell’estrazione nei primi anni del 1900, oggi dà modo di riflettere sul paesaggio, sulle ricchezze della biodiversità locale e sulle varie fonti di energia necessarie per il futuro del pianeta.
Nuovi itinerari propongono un’esperienza di scoperta del paesaggio culturale in un’ottica di valore turistico ed economico ed estendono la visita ai parchi e alle riserve naturali della Regione Emilia Romagna, grazie alla proposta di una mobilità lenta, attrezzata e digitalizzata. La destinazione ha già configurato una solida rete tra stakeholder e può attivare un potenziale turistico di grande valore culturale con significative ricadute occupazionali.

Il progetto si inserisce, come primo stralcio funzionale, nel programma di brand identity di area vasta denominato “Energie Park”,che ha come obiettivo rammendare e accrescere la fruibilità sostenibile di un patrimonio locale naturale e storico culturale di pregio, che oggi esprime soltanto in minima parte il proprio potenziale. Scopo di Energie Park è promuovere la competitività del territorio a partire dalle energie come metafora della vita. Dal dato storico delle fonti energetiche fossili che hanno caratterizzato il nostro passato, si procede verso la scoperta delle energie rinnovabili, l’efficienza energetica, il riciclo ed il risparmio, considerando anche il cibo e le tradizioni agroalimentari del territorio quali fonti di energia primaria e occasioni di riscrivere una tradizione condivisa, attraverso la memoria, la crescita della densità digitale dell’entroterra e la programmazione strategica di modelli sostenibili di turismo natura e di educazione all’ambiente.

Sull’ex area mineraria di Vallezza a Fornovo, della quale è proprietario dall’anno 2004 il gruppo energetico emiliano Gas Plus, dopo le celebrazioni del centenario, avvenute nell’anno 2005, è attivo dall’anno 2011 un programma di studi e indagini territoriali, storiche e scientifiche, che ha coinvolto il Dipartimento di Ingegneria Civile, dell’Ambiente, del Territorio e Architettura dell’Università di Parma, con il Laboratorio di ricerca AMR – Architettura Musei Reti, e che nel 2013 ha beneficiato di un primo Finanziamento da parte del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca per la diffusione della cultura scientifica e tecnologica.
IL PERCORSO
Nell’anno 2015 il Comune di Fornovo di Taro e Gas Plus hanno approvato uno studio di fattibilità, coordinato scientificamente dal laboratorio AMR, volto a realizzare un nuovo polo turistico, culturale con interessi tecnico scientifici, storici e naturalistici, sull’ambito territoriale che la normativa urbanistica storica della Regione Emilia Romagna, recepiva già negli anni Novanta come “Area Studio Museo del Petrolio”. Lo studio propone, attraverso diverse fasi, di riqualificare gli edifici ex industriali dell’antica miniera con funzioni pubbliche (museo, laboratorio, centro studi ambientali), e con servizi collettivi (auditorium, ristorante delle biodiversità, presidio food valley e parco espositivo), mentre gli edifici disabitati del borgo di Vallezza, antico villaggio dei minatori, vengono recuperati con funzioni ricettive.
Infine si prevede il recupero delle due Centrali di Pompaggio nel bosco, impianti dismessi ma ancora ben conservati, che documentano un metodo estrattivo unico in Europa, prodotto all’inizio del XX secolo dalle maestranze locali: un patrimonio tecnico da conservare e non disperdere.
L’ipotesi strategica di riqualificazione ha reso ora possibile la concessione dell’area in comodato gratuito da parte della proprietà Gas Plus al Comune di Fornovo di Taro, con lo scopo di attuare sempre in sinergia tra pubblico e privato un recupero del patrimonio di archeologia industriale. Un passo decisivo per la valorizzazione turistica, culturale e scientifica del territorio inteso come bene comune.
In tale contesto il Comune di Fornovo di Taro, con il sostegno economico di Gas Plus e con il coordinamento scientifico del Dipartimento DICATeA, laboratorio di ricerca AMR, ha quindi recentemente approvato un progetto pilota dal titolo “Mu.PE. Parco Museo dal Petrolio alle Energie alternative”.
Il recupero dell’area di archeologia industriale, ex miniera per l’estrazione di gas naturale e petrolio, interviene sui due edifici industriali definiti “Officine”, sull’area verde intorno, sull’impianto “Centrale di pompaggio n.3” e sulla rete sentieristica ciclo-pedonale che connette le ciclovie regionali dei parchi del Taro e dei Boschi di Carrega con la Riserva del Monte Prinzera attraverso l’area del Mu.PE.
Il progetto conserva e valorizza due edifici esemplari del patrimonio di archeologia industriale d’inizio novecento per l’estrazione di gas e petrolio, e vi allestisce un museo e laboratorio didattico sulle energie del passato e del futuro. Il nuovo uso degli edifici, anche nella qualità edilizia, è un modello d’intervento di transizione dalle fonti fossili alle rinnovabili.
Si introduce una formula innovativa di fruizione, con modalità sostenibili volte a bilanciare le esigenze di tutela e salvaguardia dei luoghi (promozione dell’educazione e comunicazione ambientale, valorizzazione delle biodiversità) e con attività progettuali necessarie a una fruibilità inclusiva e rinnovata delle risorse (museo, centro didattico, access point, e laboratorio delle energie).
Si propone un modello di spazio pubblico senza barriere nella natura, che apre la visita del museo al paesaggio culturale e alle reti d’interesse. Si supera la definizione di “barriere architettoniche” vista come mera applicazione di riferimenti normativi, per approdare a un modello di “progettazione per tutti”, punto di forza in una attuale nozione di accessibilità e fruibilità. La composizione degli spazi privilegia il concetto di accessibilità come diritto, e lo esprime con soluzioni tecniche e compositive volte a favorire al massimo grado la fruibilità del progetto indipendentemente dalle condizioni fisiologiche dell’utenza, mentre l’architettura si fa carico di una necessaria missione di inclusione sociale.

Mu.PE si configura come una destinazione innovativa e un luogo dove provare emozioni ed esperienze ad alto contenuto simbolico. Attraverso quattro sale espositive tematiche e uno spazio di laboratorio e workshop, le energie, dai fossili alla sostenibilità, propongono esperienze creative e narrative, socialmente ed emotivamente coinvolgenti, dalla visita alla Ex Miniera, alla scoperta immersiva della Centrale di pompaggio. Sfruttando la posizione di cerniera della nuova destinazione rispetto alle risorse naturali e culturali di pregio del territorio, si costruisce una rete di persone, infrastrutture, informazioni, per favorire la scoperta.
Si avviano capacità sinergiche che favoriscono opportunità di crescita economica: una nuova mobilità “lenta” ed attenta alle esigenze del turismo natura; l’incremento della densità digitale e l’adozione del Wi-fi e del web come strumenti innovativi che minimizzano l’impatto sul territorio e massimizzano le interazioni sociali sia one-to-many sia many-to-many; l’attuazione di politiche e buone pratiche di coordinamento sinergico tra poli d’interesse e filiere produttive, imprenditoriali e gestionali.

L’offerta turistica, così differenziata e arricchita, grazie alle sinergie attivate, aumenta competitività e appetibilità dell’area con positive ricadute economiche territoriali e con la possibilità di attivare collaborazioni e sinergie successive ampliando il raggio d’azione l’attrattività anche a livello internazionale. Il contesto territoriale si propone come straordinario esempio di coesistenza tra attività estrattive, agricole, economiche e produzioni di alta qualità enogastronomiche tipiche della “food valley” emiliana.Ci si attende un numero di visitatori stimato in almeno 4000 unità all’anno, con ricadute proporzionali su arrivi e presenze, influenzando in particolare i comparti agroalimentare, ristorazione e ricettività. La diffusione del brand e l’attività di promozione contribuiscono alla crescita successiva.
Partner del progetto:
Comune di Fornovo di Taro (PR)
Gruppo Gas Plus (Gas Plus Italiana srl)
Dipartimento di Ingegneria Civile, dell’Ambiente, del Territorio e Architettura Università di Parma – Laboratorio di ricerca AMR Architettura Musei Reti
Protocolli di collaborazione:
Comune di Terenzo (PR),
Ente di Gestione dei Parchi dell’Emilia Romagna Occidentale (Parchi del Ducato)
Protocolli d’interesse culturale per promozione politiche e buone pratiche di gestione:
Musée Français du Pétrole (Pechelbronn, Francia)
Norsk Oljemuseum (Stavanger, Norvegia)
Ecole Nationale Supérieure d ‘Architecture de Strasbourg -ENSAS, (Francia)
Coordinamento scientifico del progetto:
Laboratorio di ricerca Architettura Musei Reti
arch. Monica Bruzzone,
arch. Matteo Casanovi,
arch. Sirio Depero,
arch. Alessandro Massera
Responsabile del Laboratorio: prof. Aldo De Poli

Responsabile unico del procedimento:
geom. Cristina Biondini
Progettista:
arch. Aldo Spina

Riapre il Nuovo Museo Archeologico di Verona

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Verona. Riapre al pubblico il prossimo 28 maggio il Museo Archeologico al Teatro Romano, totalmente rinnovato ed ampliato. A pochi mesi dal recente riallestimento del Museo degli Affreschi un altro importante appuntamento per la città.

L’edificio del Museo sorge dal XV secolo, come convento dei Gesuati, sul fianco del colle di San Pietro a picco sopra il Teatro Romano; a questo è strettamente collegato avendo inglobato alcune parti del complesso architettonico antico. Questa particolarissima collocazione costituisce un elemento fondamentale ed eccezionale della visita all’intero complesso: lo splendido panorama del teatro e della città dall’alto consente infatti di mettere immediatamente in relazione ciò che è esposto nel Museo con il contesto esterno.
Il recente ampliamento e il riallestimento delle sale espositive sono stati realizzati proprio sulla base di uno stretto dialogo con l’intero contesto.
Ciò che veronesi e turisti possono ora finalmente ammirare è un Museo Archeologico di impronta internazionale, ricco non solo di reperti di notevolissimo valore ma anche di apparati illustrativi adeguati, elegante e innovativo.
La visione spettacolare che dal nuovo Museo si gode sull’Adige e sulla città, l’essere dentro il Teatro Romano, la suggestione dei luoghi, la bellezza e l’importanza dei reperti esposti e l’eleganza e funzionalità dell’allestimento, sono fattori che sicuramente faranno del nuovo Museo Archeologico al teatro romano una delle mete imperdibili di Verona.

Il percorso museale
L’accesso al rinnovato Museo Archeologico al Teatro Romano avviene dal rinascimentale palazzetto Fontana sorto sulla struttura scenica del teatro. L’edificio, interamente restaurato, prevede due piani dedicati alla didattica con un allestimento che permette anche attività di laboratorio per le scolaresche.
Una volta usciti da palazzo Fontana e attraversato il teatro romano, si può scegliere di raggiungere le sale espositive con un ascensore o con una panoramica scalinata che costeggia il teatro (percorso richiesto a scuole e gruppi).

Il percorso museale attraversa tre piani espositivi. Il primo, situato al quinto livello dell’’ex convento, è uno spazio quadrato che si affaccia sul Chiostro dei Gesuati; il secondo corrisponde al piano sottostante e si compone del nuovo cortile coperto, dell’ex-refettorio e di una serie di stanze minori tra cui tre celle monastiche; il terzo, ancora inferiore, è costituito dalla sala delle iscrizioni (già portineria del convento).
La struttura del complesso permette percorsi differenti, ma quello privilegiato inizia dal piano superiore del convento, con una sintetica introduzione alla Verona romana e alle residenze che vi si trovavano, spesso dotate di arredi lussuosi, come la pregiata fontanella in marmo ornata da teste di Tritoni. I visitatori sono via via condotti nella quotidianità della Verona di due millenni orsono, illustrata nelle sezioni: “Abitare a Verona”, “Le necropoli”, e “Gli edifici pubblici”. In questa ultima sezione sono descritti gli edifici di maggior importanza dell’epoca romana veronese. “L’Arco dei Gavi” e “L’Anfiteatro romano” (Arena), rappresentati da due straordinari plastici rispettivamente ottocentesco e settecentesco accompagnati da varia documentazione.
Completa la sezione dedicata agli edifici pubblici la presentazione de “Il Teatro romano” nei suoi vari aspetti: la struttura architettonica, i documenti sugli spettacoli e i reperti dagli scavi, le sculture che celebravano personaggi eminenti; poi la grande varietà di raffinate sculture decorative, destinate in parte alla sospensione in parte a integrare l’architettura. Conclude il percorso al piano superiore una sezione dedicata al Santuario di Iside e Serapide, luogo di culto situato nella zona del complesso teatrale dove erano venerate le due divinità di origine egizia.
Scendendo al piano sottostante, attraverso la curva dell’elegante scalone in pietra che ricalca in parte un percorso romano, si entra nel nuovo cortile coperto, dove si ammirano sculture in pietra e bronzo che ornavano i luoghi pubblici della città. Le troviamo all’interno delle grandi vetrine passanti che dividono la corte coperta dalla sala affacciata sul teatro. Si entra quindi nel refettorio, dedicato alle grandi sculture romane rinvenute a Verona, per poi accedere alla sezione riservata alla “Scultura di collezione” testimonianza del gusto, della passione per l’antico e dell’amore per la propria città di personaggi veronesi eminenti, come i Giusti, Jacopo Muselli, Gaetano Pinali. Sul corridoio di collegamento si aprono tre celle monastiche in cui sono esposti oggetti di piccole dimensioni, provenienti dal territorio e di collezione: bronzetti preromani e romani, di grande valore scientifico per lo studio dei culti antichi e per la conoscenza degli arredi delle domus (il Museo possiede una raccolta di bronzi fra le maggiori dell’Italia settentrionale); oggetti legati alla vita quotidiana, come vetri dai meravigliosi colori, lucerne, recipienti.
Una sezione della sala verso il teatro è destinata alle esposizioni temporanee e, in occasione della riapertura al pubblico, è presentata la mostra L’Egitto a Verona. La visita prosegue nel chiostro del Museo dove sono state risistemate iscrizioni e stele, con numerosi esempi di scultura funeraria, opera di botteghe di lapicidi che in epoca romana lavoravano il calcare locale, tratto dalle cave site in Valpolicella. Dal chiostro si entra nella chiesa del convento (con affreschi e un pregevole soffitto ligneo cinquecentesco), che ospita la sezione dedicata ai mosaici, in bianco e nero e policromi, da Verona e dai dintorni. Dalla chiesa si passa alla Grande Terrazza, riaperta al pubblico nel 2002 con un allestimento che è rimasto invariato; vi sono esposte, all’aperto, lapidi funerarie (nell’area verso il colle) ed elementi architettonici (nell’area verso il teatro), a integrazione di quanto visto all’interno del Museo. La visita termina con la sala al piano inferiore, che accoglie are e lapidi dedicate agli dei romani venerati nel Veronese ed elementi architettonici di grande raffinatezza.

Una nuova guida
In occasione del riallestimento è stato edito da Cierre Edizioni, in collaborazione con i Musei Civici, un agile volume divulgativo (di M. Bolla) su Il teatro romano di Verona, che illustra anche la storia del rinnovato Museo.

L’intervento di restauro e ampliamento
Il nuovo Museo Archeologico è situato in un edificio che ingloba parte dei resti del teatro romano ed è quindi frutto di sovrapposizioni e riedificazioni andate stratificandosi nei secoli. I livelli dell’edificio si dilatano progressivamente salendo di quota occupando, via via, superfici sempre più consistenti dell’invaso conico del colle. L’intervento sul complesso è stato preceduto da un’intensa attività diagnostica ed è stato volto ad assicurarne la statica, oltre che ad ampliare le superfici espositive.

Il nuovo allestimento
Data l’estrema eterogeneità dei reperti esposti, dalla grande statuaria a testimonianze importanti ma minute, nel progetto di allestimento si è scelto di non interferire con la loro lettura utilizzando per ampi fondali e grandi basi il bianco e il grigio chiaro. Per la grafica e per alcuni supporti puntuali, ispirandosi ai colori dei tetti veronesi dei quali si può godere una vista spettacolare dalle finestre del museo, è utilizzato il colore rosso mattone associato al più contemporaneo rosso “ciliegia” per alcuni testi.
Come per i colori anche per i materiali si è percorsa la linea della semplicità e pulizia utilizzando legno laccato e per l’interno delle vetrine esclusivamente acciaio verniciato e cristallo.

Il progetto di riqualificazione dell’area del Colle di San Pietro
Il progetto di riqualificazione complessiva di questa vasta area verde, ricchissima di testimonianze archeologiche e storiche, è un impegno che vede unite l’Amministrazione Comunale e la Fondazione Cariverona. La scelta è stata dettata dalla volontà di uniformare gli interventi nel più ampio e articolato obiettivo di rivitalizzazione del colle di San Pietro attraverso l’attivazione di una serie di funzioni culturali in sinergia tra pubblico e privato e di interventi complessi per il recupero e l’ammodernamento delle strutture esistenti, tale da rendere il Museo Archeologico al Teatro Romano in linea con gli standard internazionali.
Nel progetto complessivo rientra anche la rifunzionalizzazione della ex Caserma di San Pietro che prevede l’inserimento di un ascensore (ex funicolare) per agevolare la salita al colle.
La spesa per la parte del grande progetto relativa al Museo Archeologico è stata di poco inferiore ai 5 milioni di euro, coperti da un contributo regionale di € 3.499.860, mentre Fondazione Cariverona si è fatta carico della maggior parte dei costi restanti (€ 1.199.940,00) e ha designato alla redazione della progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva dell’intervento lo Studio Grisdainese di Padova, professionisti già incaricati del nuovo polo museale a Castel San Pietro, fornendo all’amministrazione il progetto per l’appalto. L’Amministrazione Comunale ha integrato il finanziamento per la parte mancante (€ 300.000), elaborato il programma museologico dell’intervento, coordinato tutte le conseguenti procedure tecnico-amministrative, ivi compresa la Direzione Lavori, e fornito il progetto scientifico per l’allestimento, oltre all’assistenza in ogni fase del complesso intervento, che ha comportato fra l’altro lo svuotamento di quasi tutto il Museo, effettuato nel 2013.

Dal 28 maggio e sino a tutto il mese di giugno il biglietto d’ingresso al Museo costerà 1 euro per tutti per festeggiare la riapertura.

Progetto realizzato con fondi POR della Regione del Veneto e con il contributo di Fondazione Cariverona.

Si ringrazia ATV per l’attività di promozione e co-marketing in occasione della riapertura al pubblico.

Museo Archeologico al Teatro Romano, Regaste Redentore, 2 – Verona
tel. +39 045 8062611
HYPERLINK “museoarcheologico@comune.verona.it” museoarcheologico@comune.verona.it; www.museoarcheologicoverona.it

Orari
lunedì 13,30 – 19,30
da martedì a domenica 8,30 – 19,30

La biglietteria chiude alle ore 18.45.

Biglietti
biglietto intero euro 4,50
biglietto ridotto euro 3,00:
· gruppi (oltre 15 persone)
· anziani oltre i 60 anni
biglietto ridotto scuole euro 1,00:
· dalle primarie alle secondarie di secondo grado
· ragazzi 8-14 anni solo accompagnati
ingresso gratuito:
· bambini 0-7 anni
· anziani oltre 65 anni residenti nel Comune di Verona
· portatori di handicap e loro accompagnatori
· possessori di VeronaCard

Dal 28 maggio al 30 giugno 2016 per festeggiare la riapertura del Museo
tariffa unica euro 1,00

Visite guidate e segreteria didattica
dal lunedì al venerdì
dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16
tel. +39 045 8036353 – fax +39 045 597140
segreteriadidattica@comune.verona.it

In fiore le ninfee dell’Isola Madre

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Ninfee e loti all’’isola Madre
Le acquatiche danno spettacolo di sè

All’’Isola Madre, sul Lago Maggiore, sta per andare in scena la spettacolare fioritura delle ninfee, da sempre una delle maggiori attrazioni per i turisti.
Già nelle grandi vasche sul versante di mezzogiorno dell’Isola sono in boccio le prime. Si tratta di esemplari di ninfee rustiche che con i loro colori e le belle foglie galleggianti, dalla forma diversissima, rendono magici gli specchi d’acqua.
Amplissima la gamma di colori delle loro fioriture: dal bianco, dal giallo, al pesca, al rosa, al rosso. Alcune varietà mutano colore nell’arco della fioritura, virando dal giallo all’arancio o dal rosa al rosso, al porpora. Colori diversissimi così come molto diverse possono essere le forme dei fiori: a stella, calice, coppa, con petali largi e carnosi o sottili, a punta o arrotondati, curvati o lisci. Fiori singoli, doppi o stradoppi, che contano sino a cento petali. Alcune varietà presentano fiori che emergono dall’acqua, altre si fanno notare per il delicato profumo.
Le ninfee rustiche si offrono per quasi tutta l’estate. Ma nel frattempo entrano in campo altre meraviglie tra le piante acquatiche: i grandi, spettacolari fiori di loto. Che con il loro portamento, la loro eleganza, la straordinaria bellezza sembrano voler relegare, ma senza riuscirci, le ninfee a “parenti poveri”. Uno spettacolo della natura, tutto da ammirare, all’Isola Madre, con intorno il blu del Lago Maggiore.

info: www.isoleborromee.it

A Sondrio, la grafica esplosiva di Massimo Dolcini

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Dopo il successo dalla prima importante monografica che il Credito Valtellinese gli ha dedicato nell’estate 2015 a Fano, l’eccellenza dell’opera grafica di Massimo Dolcini raggiungerà Sondrio, negli spazi espositivi di Palazzo Sertoli e del MVSA Museo Valtellinese di Storia e Arte.
Massimo Dolcini è certo un protagonista della storia della grafica e della comunicazione italiana. Ma è anche di più: è infatti stato, con il suo lavoro, uno dei più convinti promotori della “cittadinanza attiva”. I cittadini, tutti i cittadini, nella sua visione della politica e della società, debbono sentirsi, ed essere, protagonisti delle scelte che li riguardano.
Per poter essere protagonisti, e non solo spettatori passivi, la prima necessità, il primo passaggio, è l’essere informati di ciò che la Pubblica Amministrazione, nel suo caso principalmente il Comune, sta facendo.

Dolcini, operando in un territorio all’epoca marginale come le Marche, si ricavò un ruolo da protagonista, meglio da apripista, per quella che sarebbe stata conosciuta come la “grafica di pubblica utilità”, ovvero la grafica al servizio degli utenti, dei cittadini. Espressione, e frutto, di quel particolare momento storico e politico vissuto dalle amministrazioni pubbliche tra il 1971 ed il 1989. E tuttavia più che mai attuale.

La mostra che a Sondrio rievoca l’attualità di quell’esperienza è curata da Mario Piazza, con la direzione di Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra. Consente di spaziare nell’immaginario del grafico e capire in profondità il suo pensiero e la sua opera. L’esposizione presenta Dolcini nei suoi molteplici volti: grafico, progettista, fotografo, disegnatore, ceramista, imprenditore, didatta, gastronomo, operatore culturale, manager, appassionato uomo civile e artista. Senza tralasciare un aspetto più privato e personale di Dolcini rappresentato, per esempio, dai taccuini che lui stesso disegnava per le figlie, presto pubblicati per la prima volta da Corraini Edizioni.

Dopo gli studi al Corso Superiore di Arte Grafica di Urbino con Albe Steiner e Michele Provinciali, nel 1971 viene incaricato della comunicazione del Comune di Pesaro. Sceglie la strada dell’approccio diretto, comunicativo, riconoscibile. L’obiettivo è di far “parlare” le Istituzioni con i cittadini, coinvolgendoli nel processo dell’amministrare la cosa pubblica. Attraverso i suoi manifesti dal segno inconfondibile, affissi quotidianamente sui muri pesaresi per oltre vent’anni, la cittadinanza veniva informata capillarmente di ogni evento di qualche rilevanza sociale, politica, culturale, urbanistica e sanitaria
“Il suo segno “grasso” procede per intuizioni che paiono semplici, ma che sono il risultato sintetico di scarti analitici fino ad arrivare al segno più elementare, che è anche il più narrativo e il più carico di memorie e “tradizioni” per ognuno di noi” scrive, a proposito di questa fase del lavoro di Dolcini, Italo Lupi. “Lo spessore del suo segno prevale sulla tipografia e sul lettering; nei suoi manifesti i colori si inseguono pastosi per giocare su una nuova tavolozza: di lontano si sentono gli echi formali certo non più di Steiner, quanto forse di un Michele Provinciali con la sua eleganza parmigiana e una contemporanea padana solidità, terragna ed empirica”.
In quegli anni egli definiva se stesso come “grafico condotto”, vedendosi come operatore impegnato in prima persona nel progetto sociale in cui immetteva tutto il suo talento. Nate per Pesaro e i pesaresi, le sue campagne di pubblica utilità diventano presto un vero punto di riferimento per la grafica in Italia, stimolando un dibattito di respiro nazionale sulla progettazione dell’immagine pubblica e facendo conoscere il lavoro di Dolcini e del suo studio Fuorischema a livello internazionale. La favorevole situazione economica e industriale del pesarese lo aiutò a tradurre in pratica l’idea di una evoluzione della figura di “artigiano-designer” ad una forma di “impresa della comunicazione”, come lui stesso soleva definirla e dove venisse preservata e potenziata la qualità del fare e la trasmissione e condivisione delle conoscenze.

In quest’ottica, negli ultimi anni – come annota Mario Piazza – la necessità di una riappropriazione diretta da parte di Dolcini delle tecniche della cultura materiale (illustrazione, tessitura, ceramica, orto, cucina…) diventa una necessità evidente, che di fatto affianca pariteticamente la dimensione strettamente professionale. Non si tratta affatto di divagazioni hobbystiche, ma la sintesi finale – o il germe iniziale – del percorso professionale e artistico, questi lavori rappresentano con esiti di grande originalità la pienezza contemporanea dell’uomo-artigiano alla Richard Sennett, che ci ricorda come: “le capacità dell’artigiano di scavare in profondità si situano al polo opposto di una società moderna che preferisce la superficialità, la formazione veloce.(…) Il fatto di imparare a svolgere bene un lavoro mette gli individui in grado di governarsi e dunque di diventare bravi cittadini. Il lavoro ben fatto è quindi anche un modello di cittadinanza consapevole. L’attitudine al fare, comune a tutti gli uomini, insegna a governare noi stessi e a entrare in relazione con altri cittadini su questo terreno comune.” Parole che Dolcini avrebbe di certo sottoscritto e approvato.

Coordinate mostra

Titolo
MASSIMO DOLCINI
Grafica per una cittadinanza consapevole

Sedi
Galleria Credito Valtellinese
Piazza Quadrivio, 8 – Sondrio
MVSA, Palazzo Sassi de’ Lavizzari
Via M. Quadrio, 27 – Sondrio

Durata15 luglio – 7 ottobre 2016

Inaugurazione
giovedì 14 luglio 2016, ore 18.30
Sala dei Balli – Palazzo Sertoli

Orari e ingressi
Galleria Credito Valtellinese e MVSA
Ma-Ve h 9.00-12.00 \ 15.00-18.00
Chiusura sabato, domenica e lunedì

INGRESSO LIBERO

Informazioni al pubblico
Galleria Credito Valtellinese
galleriearte@creval.it
www.creval.it