Sì, però bendatemi quando Chris suona la Kitara che ci ho i calori.

Non riesco a scrivere una review di The 2nd law. Fortunatamente non lo devo fare da nessuna parte, aha! Su Radionation abbiamo amabilmente tamponato con la fantastica recensione di Alberto Cipolla (che se mi fa anche quella dei Mumford mi toglie il secondo problema etico dell’anno, grazie), qui sopra -noto ritrovo di loschi figuri che ormai mi difendono con gli altri che non capiscono che la roba delle prime impressioni era più una cosa da moleskine che da blog- vorrei farlo. Ma non ci riesco. Quando riascolto l’album c’è qualcosa di fondo che ancora non capisco. Sono questi i momenti in cui vorresti entrare nella testa di Bellamy. Poi ci pensi e rileggi: nella testa di Bellamy. Ecco il problema. E’ una cosa ciclica.

La cosa che però mette d’accordo tutti è che i Muse spaccano dal vivo. E che io rosico tantissimo perché non sono più riuscita a prendere il biglietto per l’inizio del tour. Maledetti mangiarane. Quindi? Quindi stasera visione dell’itunes festival, pregando che quel maledetto software demmerda e la mia connessione di guano collaborassero. E’ successo. E cosa si è visto? Un Bellamy spumeggiante che faceva il brillante: parlava a velocità quadrupla rispetto a quello che ci ricordavamo (KATE AIUTACI: non cantare lento ma parlare!), nel suo idioma bellamese, zompettoso, ridendo come uno scemo. Ossia me quando sono nervosa ma sto per fare qualcosa che mi piace tantissimo: sembriamo tossici ubriachi ma vi assicuro che siamo solo scemi.

La cosa figa è che finalmente hanno dato un microfono funzionante (a volte anche troppo, nei controcori) al sig. bassista. Chris, già totem (!) della fertilità maschile musicale (l’altro giorno ho letto che ha detto alla moglie su twitter “no basta, abbiamo chiuso bottega”) quando suona la nuova kitara per Madness mi manda in picco gli ormoni. Come minimo ovulo, e come massimo se lo vedo a ripetizione sposto la mia menopausa a 78 anni.

Su twitter reazioni molto simili. E sul socialino siamo riusciti a mandare in trending topic i Muse. Come dei bimbominkia qualsiasi. Anche se siamo più noiosi dei bimbominkia quando ci concentriamo eh: e questo, e quello, e l’altro.

Le mie lagnanze:

  • Come mi stava sul cazzo Feeling Good (ce la siamo finalmente tolta?) ora la mia battaglia si sposta su Starlight. Cheppalle. Daje Mattè: non ti ricorda la tua ex? Allora evitiamola.
  • Finire con Survival è coitus interruptus.

[via alle telefonate!]

Però ci ha fatto Lucky, checcefrega.

Radiohead, live in Bologna

Sinceramente dopo quasi 24 ore non ho ancora un’idea del concerto dei Radiohead. Per mia somma fortuna non ne devo elaborare forzatamente una, siccome non ero lì per lavoro e nessuno oggi si aspetta un mio pezzo (e non se lo aspetta nessuno altrove in settimana)

Posso solo dirvi che i concerti quando non sei apposto emozionalmente è meglio che non li vedi.

L’unica cosa che posso questionare è che avessi dovuto capirci qualcosa dalle vostre recensioni, colleghi, non si caverebbe fuori un ragno dal buco. Passando dall’assioma “Radiohead… rock band”. Se la cosa che diciamo più spesso coi gruppi, quando li intervisto, che categorizzare in un genere è una merda qui il genere è proprio sbagliato. I Radiohead non sono Rock. I Radiohead sono i primi ad aver creato un genere proprio che si identifica nella sonorità di un gruppo. Eccheccazzo.

Questa è al solito una nonrecensione ma vi parlo dei Mumford and Sons.

Ho la fortuna di aver ascoltato da diverso tempo (saranno due settimane abbondanti? non ricordo) il nuovo album dei Mumfords, Babel.

Io per i Muse non sono obiettiva, ma credo che quello dei Mumford and Sons sia album dell’anno. Terzo posto poi per quello dei Soulsavers. Così non mi chiedete altro sino a capodanno.

Avevamo il via libera alle recensioni da oggi 20 settembre, ossia una settimana prima dell’uscita del disco. Avevo pensato: oh, mi metto a fare un track to track a modo, ché nessuno lo ha ancora ascoltato. Poi esce il leak e penso: boh, che lo faccio a fare? Quindi prendiamo un altro approccio via. Ho cercato, nella pausa post entusiasmo (entusiasmo? piangevo come un vitello da latte, maiala cane) di capire come siano visti i regazzini dagli altri: in realtà molti di quelli che amano il folk non ne subiscono il fascino, e viceversa chi schifa il genere li trova noiosi. E quindi dove peschiamo quelli che li ascoltano? E’ strano. I Mumford and Sons sono un gruppo trasversale che accoglie persone che non ti aspetti.

Quindi cosa vi si può dire? Che questo è un grande album, quello in cui il gruppo inizia a fare un genere proprio che si distanzia dal folkettone di base: è un album che inizia mettendola giù dura, rallenta per metà, e si riprende nel finale. C’è questa impressione come se loro avessero lì la voglia di fare qualcosa di epico, di dire che nessuno si stia sbagliando a seguirli. Si sente proprio che c’è questa voglia di fare le cose in grosso, al secondo album. Sono dei bimbi ma hanno fatto un album che ha una maturità degna di band più di lungo corso. Ci sono tanti accorgimenti musicali compositivi che però lo fanno suonare come un album fresco ed emozionale. E’ bello, credo, proprio questo: in un’epoca di hipster, fighetti, pogatorifolli c’è questa gente che ti fa ‘ste canzoni strazianti di bellezza che ti trascinano lì e ti inchiodano a terra e ti fanno capire che c’è del bello anche nella merda dei sentimenti contrastanti.

Capisco, dall’altro canto, che il mio giudizio sui Mumford and Sons è viziato dall’averli seguiti crescere. Credo che noi trecento o cosa fossimo lì al Covo per la prima tappa italiana non riusciremo a staccarci facilmente dalla band. Probabilmente perché sentire live la prima volta Little Lion Man con il pavimento che oscilla sotto di te è qualcosa di particolare. Poi rimanere a bocca aperta quando ti suonano non amplificati a 3 metri lì al teatro Romano di Verona (probabilmente era molto che non provavo un’emozione così autentica a un concerto) non è una cosa che ti accade sempre. Quindi non so: prendetemi con le pinze. Ma fossi in voi un ascolto lo darei.

L’album esce in settimana. Se volete farvi un’idea c’è il file sharing. Ma dopo prendetevi il disco fisico.

Ci sono gruppi che vi consiglio tantissimo, da tempo o non.

Il mio amore per i Kaizers Orchestra è difficilmente spiegabile: in una zona dove ovunque è metal crescono ‘sti qui. Ed hanno questo stile caciarone ma con una bella musica sotto. Questo è il singolo della parte terza della trilogia di Violeta Violeta. Non so se sia un bene farvi iniziare da qui, ma capite il potenziale: cercare però gli show live di oltre un’ora e mezza su youtube potrà farvi capire come possano essere loro dal vivo. Una grande band, unica nel loro genere. E se non capite il norvegese… beh, Janove mi disse che era un norvegese un po’ dialettale, il suo. Quindi neanche i compatrioti lo capivano.

Usciti nella shortlist dei Mercury Prize i The Maccabees sono quelli che mi sento di sostenere. Sin dal primo ascolto Ayla mi ha preso tantissimo. Sia perché è ben fatta, sia perché emozionalmente è come un viaggio. Loro però tornano dal vivo sia a inizio Novembre sia come supporto ai Black Keys a Dicembre. Molti di voi sapranno che non amo la voce di Orlandino Weeks ma ecco, nell’ultimo album si sente molto poco. Nonché Orlando secondo me al Frequency ha cantato molto bene. Però se volete conoscerli meglio e siete periti d’inglese potete andare qui alla mia intervista con Hugo White.

 

Le primissime impressioni sulla seconda Legge di Bellamy, non picchiatemi.

La cosa che sto per scrivere mi rende un po’ insicura. Stiamo facendo tutti delle somme di questi ascolti che sono una botta e via. Io dal mio canto posso dire che è stato complesso cercare di ascoltarlo sia ricordando le cose da dire sia cercando di soffocare i pensieri da fan. Non sto dicendo ODDIO MI SONO SACRIFICATA.

La cosa bella è che hanno fatto un album che resta molto in testa. Per questo possiamo dire “svolta pop”, visto che negli altri lavori rimanevano meno immediati. Ma non è un album dove si sono imputtaniti. Anzi, c’è una riscoperta di suoni che mancavano da un paio di album. Insomma: uniamo il saper suonare di Absolution con la meticolosità della produzione di The Resistance. Unite che Bellamy si sente il successore di David Bowie (inchino) pur essendo il deficiente che conosciamo e avete The 2nd Law. Un grande album, anche se sono un attimo un po’ più fredda di altri recensori. Perché? Perché sono fan e 4 canzoni le devo ancora un po’ ammortizzare, ma direi che possiamo essere contenti.

Io finito l’ascolto quasi avrei avuto bisogno di una sigaretta, pur non fumando. Continue reading “Le primissime impressioni sulla seconda Legge di Bellamy, non picchiatemi.”

Ho ascoltato il nuovo ciddì dei Muse anche se Warneritalia non mi ha risposto neppure alle mail di "ehi, fate interviste o preascolti?"

Domani vi dovrei fare la rece dell’album. Che ho ascoltato solo una fottuta volta e mentre lo facevo mi obbligavo a non pensare e a non fare spallucce con me stessa ogni volta che sentivo una cosa che mi piaceva o mi faceva ridere.

Certo, ora la cosa l’ho ammortizzata: ma ieri a Milano i tre nostri sorci preferiti li hanno fatti intervistare da CHIUNQUE (eccetto me e gli amici di Troublezine). Noi ci abbiamo provato eh, ma quanto pare il web fa schifo e anche i poracci che fanno in pratica esclusivamente metà degli accessi giornalieri sui propri post dei Muse.

Insomma: ieri rosicavo a manetta. Fino a che gente mi ha promesso che se presente nello stesso suolo potrebbe farmeli incontrare due minuti. Certo, ma io volevo tirare fuori perle da un’intervista. Non le stesse cose ritrite.

Anche perché, tipo, in Svezia -da dove esce l’esibizione sopra- Matteo ha detto ciò.

Il mio sonno notturno è stato turbato dall’immagine del Bellamy in pratiche dominanti orizzontalmente (purtroppo Rigagnolo mi ha fatto una lettura critica del tomo e quindi lo conosco per questo. Non ridevo così dal libro di Melissa P)

Comunque fonti dicheno che la distribuzione sia iniziata oggi. Quindi magari esce il leak. Intanto le mie impressioni sono riassunte qui.

Oh, in fondo ce ne fossero eh.

C’è questa cosa strana: che i Franz Ferdinand non fanno un disco che piace a me da dopo quello del debutto e però live riescono sempre a fare qualcosa di inappuntabile: Kapranos non ha una voce eccezionale ma non stona e non cala, le scalette sono funzionalissime e perfette e loro comunicano da dio per il pubblico.

Ma tipo: le nuove sentite a Villafranca. Ecco. Le nuove, ecco. Insomma. Bah.

Però darei molto per avere più concerti come quelli fatti da loro.

Breathe in, breathe out.

Bush live at Alcatraz MilanoConfermo la cosa che dissi a un ragazzo prima della data milanese: i Bush suonano ancora come se gli anni non fossero passati. La cosa bella è questa. Gavin Rossdale resta un gran tamarro con la stessa voce (a Milano all’inizio un pochina meno: ma cosa fate a Roma? Ci son sempre gli spifferi?) e la stessa energia di anni fa.

Cambia la formazione, visto che il chitarrista non vuole viaggiare più, fanno pezzi leggermente più pop nell’album che li riporta sui palchi (anche se The Sound of winter suona benone in radio. Un po’ quel pearlgiammiano che tutti hanno nelle orecchie, grandi riff… volendo può piacere a tutti), lui che ha il fisico da palestra e il colore da centro abbronzatura. Ma quanto bene si può volere a quest’uomo, che del resto ha una figliola di meno di un anno di me? Tanto: anche perché è uno dei pochi esseri umani che grondano più di sudore della sottoscritta.

Al Frequency è stata una delle interviste che ho fatto: quando ho chiesto se potessi fare la foto, che lo so che era una cosa molto da fan che ecco pare brutto lui mi fa “oh, without you I’m nothing”. Naturalmente per cercare di sdrammatizzare il fatto che io ero lì tutta in versione FAN-OMMIODDIO-SONO-FAN gli ho detto “I know, you’re right”.

Simpatica eh?

Ecco, se proprio volete ora c’è anche la mia intervista qui, in audio. Se invece volete farvi un’idea di Gavino che durante The Afterlife si fa un giro e vi saluta di persona cantando ecco vah il video. Continue reading “Breathe in, breathe out.”

Oggi ero all'Iday e ho detto "veh, che finalmente mi vedo i Green Day"

Invece non so: posso iniziare un lungo tunnel di sindrome premestruale, in pratica.

Ho visto gente totalmente incazzata bestemmiare la qualunque e gente che piangeva in lacrime. Io ero lì boh, incredula? Non credo sia l’aggettivo adatto. Anche perché la comunicazione -al solito non essendoci maxischermi ma il palco solo più basso della media europea- c’è stata data col solo audio di questo video.
(al solito i commenti spaziano tra il rotfl e il “ma cosa si cala la gente?”)
Comunque mai vista tanta gente piangere così. Neppure dei ciellini al funerale del papa. Pazzesco, irreale. Io cosa ne penso? Mi rode, parecchio. Anche perché avevo scelto loro anziché i Sigur Ros. Si fosse saputo anche all’ultimo… anche alle 15, beh, si poteva tentare un cambio di programma.

Però ecco, c’è della verità in questo twit:

[i miei 40 euro di benzina, maiala ladra]

Uagliò, ora abbiamo stracciato la minchia (a.k.a. I miei veri traumi coi Muse)

[Oh, che palle: eccola con un altro post sui Muse. Sì, scusate. Ma finché non ho l’album intero tra le orecchie sono noiosamente rompicazzi.]

Chris Martin l’ho stimato due volte, dopo che la mia simpatia musicale pei Coldplay è scemata dopo A Rush of Blood to the Head. La prima quando ha trattato da pezzente Fiorello, la seconda ieri. Il fatto che abbia linkato ciò congiunto a come i Coldplay abbiano ormai raggiunto gli apici della discografia ammerrrigana mi fa ben sperare per i nostri tre smandrappati del Devon.

Ma volevo dire altro.

Io faccio parte di due categorie di tifo di persone mai contente: la prima è gli juventini, che sebbene un po’ sboronino quando vincono sotto sotto non sono mai contenti della squadra. Perché magari vinciamo anche il trofeo Menasfiga ma ecco, secondo me nelle fasce non c’è gioco e poi si è rotto Buffon, capisci. Poi sono un’invasata dei Muse. Non so se si era capito. E ora c’è tanto celolunghismo su essere fan dei Muse. Come se, sempre per fare una metafora da spogliatoi, se uno ha una mazza lunga quanto una sequoia è sempre meglio di quello arrivato per ultimo ma con tanta inventiva nell’usare qualcosa più piccina. L’essere fan dai tempi di OOS (ecchime) o anche prima (ecco) non è una scusante. Vi dico una cosa: anche a me piacciono molto gli Interpol. Non sono la band della mia vita, forse per quello l’ultimo album mi ha fatto cagare e lo uso un po’ come sottobicchiere. Ne salvo quattro canzoni… e quando Fogarino mi disse, insomma, tra le righe che gli Interpol giostreranno sempre quei quattro accordi sono rimasta un po’ di merda. Poi ho pensato “sticazzi, le vecchie mi piacciono”. Finita lì. Per i Muse è diverso. I Muse, per fortuna o purtroppo, sono la band della mia vita. Quella che seguirò anche quando saranno dei bavosi rincoglioniti ma ancora con i led addosso, i pantaloni aderenti e con un figlio in arrivo. Non capisco ora notarne una svolta pop. C’è gente anche qui che esce fuori ora e si stupisce. Io non capisco, davvero.

Ora vi spiego dove ho avuto i miei maggiori traumi.

Ho iniziato ad accorgermi dei Muse ad un live, erano coi Bush, in crucchia. A Gavin Rossdale meno di una settimana fa ho dato la colpa: è colpa tua se sono ossessionata dai Muse, aprivano per te. Lui ci ha riso. Meglio così. Era uscito Showbiz, era il mmm, 2000? Continuo a riguardare la data su Musewiki ma non ricordo mai se fosse il 2000 o il 2001. Poi da lì ho visto molti concerti e per me vedere i concerti, ché ero in culo ai passeri e ogni volta era un viaggio della speranza, è stato uno sforzo sovraumano.

Ricordo a un Rock Am Ring quando suonarono Hysteria durante il tour di OOS. Pensai: cazzo è sta merda. Sì, ora pensi al riff, al basso e dici che è una bella traccia. Ma immaginatevi un concerto coi pezzi di OOS e di Showbiz: attaccano Hysteria e tu dici “minchia sono, gli ABBA?”. Specie se lo ascolti a metà di un concerto. Altro che Neutron Stars Collision a metà di San Siro. Che poi anche lì magari non mi abbia colpito del tutto, il live di San Siro, è un’altra storia… bello eh, ma mh.

Il problema più grosso è rimasto quando ero seduta qui, nello stesso posto

Credo che il salto dello squalo per i Muse c’è stato con Supermassive Black Hole. Mi ricordo benone: ero qui, al tavolo di cucina. Vidi su Muselive il link all’mp3, lo scaricai. Venti minuti dopo sarei andata in radio in diretta e… non mi vergogno a dirlo: rimasi prima pietrificata. Poi mi venne il magone e sentivo bruciare gli occhi. Mi veniva seriamente da piangere. Fissavo il mio vecchio portatile e mettevo repeat sulla traccia. Non ci credevo. Tutto quello che c’era di alternative rock nella mia band preferita si stava stemperando verso il pop, lì. Lì, cazzo.

La ascoltai per due giorni di seguito, il più possibile per ammortizzarla. Ma ecco, niente. Poi sentita dal vivo è andata giù. Di BH&R salvai alla fine quattro tracce e addirittura penso che la bonus track era superiore a molte messe dentro (Assassin deprivata del bridge poi rimesso nell’Omegabossesedition o come si chiamava fa capire di come quell’album sia mutilato più di un emo tagliuzzato dalle lamette)  Quando arrivò The Resistance mi piacque molto, soprattutto la lavorazione. Era più album, c’erano più tracce bilanciate. L’altro no. L’ho sofferto. Ma proprio fisicamente. Io capisco se molti abbiano mandato affanculo i Muse lì, ci sta. Ma ora?

Ora non voglio capire. Voglio solo continuare a insultarli per come si conciano e perché in Francia fanno 345 date in più che altrove. Del resto frega cazzi.

[fine, giuro che fino che ho ascoltato l’album non ne parlo più, giuro]