Piero della Francesca: Mostra – Evento ai Musei San Domenico di Forlì

I Musei San Domenico di Forlì annunciano, a partire dal 13 febbraio, “Piero della Francesca. Indagine su un mito”.

Va subito detto che una mostra come questa non si è mai realizzata.

A rendere possibile il sogno è intervenuto, con la direzione generale di Gianfranco Brunelli un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci, nel quale figurano, tra gli altri, Frank Dabell, Guy Cogeval, Fernando Mazzocca, Paola Refice, Neville Rowley, Daniele Benati, Ulisse Tramonti, James Bradburne, Marco Antonio Bazzocchi, Luciano Cheles, e Maria Cristina Bandera e Giovanni Villa.

Impresa difficile quella proposta a Forlì. Perché il riunire un nucleo adeguato di opere di Piero, artista tanto sommo quanto “raro”, è già operazione complessa.

Riuscire poi a proporre un confronto di questo livello con i più grandi maestri del Rinascimento, da Domenico Veneziano, Beato Angelico, Paolo Uccello a Andrea del Castagno, tra gli altri, è operazione non semplice.
Così come è complesso il riuscire a documentare, riunendo sempre i veri capolavori, l’influsso di Piero sulla generazioni di artisti a lui successiva: Marco Zoppo, Francesco del Cossa, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì e Antoniazzo Romano ma anche Giovanni Bellini e Antonello da Messina.

Ma questa mostra, che già così sarebbe un evento storico, si spinge oltre, indagando il mito di Piero quando esso rinasce, dopo i secoli dell’oblio, nel moderno, nei Macchiaioli, Borrani, Lega, Signorini, ad esempio. Ma soprattutto per il fascino che la sua pittura ha su molti artisti europei: da Johann Anton Ramboux o Charles Loyeux, fino alla fondamentale riscoperta inglese del primo Novecento, legata in particolare a Roger Fry, Duncan Grant e al Gruppo di Bloomsbury.

Poi gli echi pierfrancescani che risuonano in Degas, Seurat e Signac, nei percorsi del postimpressionismo, tra gli ultimi bagliori puristi di Puvis de Chavannes, le sperimentazioni metafisiche di Odilon Redon e, soprattutto, le vedute geometriche di Cézanne. La fortuna novecentesca dell’artista è affidata agli italiani Guidi, Carrà, Donghi, De Chirico, Casorati, Morandi, Funi, Campigli, Ferrazzi, Sironi confrontati con fondamentali artisti stranieri come Le Corbusier, Balthus e Edward Hopper che hanno consegnato l’eredità di Piero alla piena e universale modernità.

E’ l’affascinante rispecchiamento tra critica e arte, tra ricerca storiografica e produzione artistica nell’arco di più di cinque secoli a costituire il filo conduttore della mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito. Dalla fortuna in vita – Luca Pacioli lo aveva definito “il monarca della pittura” – all’oblio, alla riscoperta.

L’eterna immobilità dei solidi umani di Piero, di questi volti appena sfiorati da un’ombra di passione continua ad eternare le sue figure, innalzandole al di sopra del caos, della mediocrità, in una pace sovrannaturale che ce le mostra ancora oggi come rivelazioni.

La mostra è organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì.

“Nel Mezzo del Mezzo” al Museo Riso

NEL MEZZO DEL MEZZO
ARTE CONTEMPORANEA NEL MEDITERRANEO
a cura di
Christine Macel
Marco Bazzini
Bartomeu Mari

Museo Riso
Albergo delle Povere
Palazzo Sant’Elia
Cappella dell’Incoronazione
PALERMO

10 ottobre – 30 novembre 2015

Nel Mezzo del Mezzo
Palermo, Museo Regionale RISO
10 ottobre – 30 novembre 2015

Quella promossa da Valeria Li Vigni al Museo Regionale Riso di Palermo è una mostra decisamente controcorrente rispetto ad un certo pensiero dominante.
Oggi molti sono convinti che il Mediterraneo, dopo essere stato per millenni uno spazio comune, il luogo dove la storia era di tutti, sia diventato solo lo spazio del caos.
I legami si sono drammaticamente trasformati in una linea di demarcazione, meglio di divisione violenta, tra le due rive, nord e sud, del grande mare comune. Una frattura che non è solo tra due economie ma che è politica e profondamente culturale.
Nel Mezzo del Mezzo
cerca, facendo dell’arte un simbolo, i legami tra gli artisti espressi dai popoli di tutte le sponde dei tre continenti che si affacciano su questo piccolo, grande mare. Valorizzando ciò che li unisce senza nascondere le differenze che, in passato, trasmesse da una sponda all’altra, hanno contribuito a creare valore e valori condivisi, crescita culturale, in primis, e infine economica. Per tutti, da sud a nord, da est a ovest e viceversa.
La voce, anzi le opere, sono quelle degli 72 artisti proposti in un percorso articolato nelle quattro sedi espositive: Palazzo Riso (2.000 mq) Albergo delle Povere (3.000 Mq) e Cappella dell’Incoronazione e Palazzo Sant’Elia, tutte nel cuore della città.
La mostra è promossa dalla Regione Siciliana e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali nell’ambito delle iniziative del POIN Asse II è stata concepita dai curatori Christine Macel (capo curatore del Centre Pompidou, Parigi) Marco Bazzini (storico e critico d’arte) e Bartomeu Mari (Direttore del Museo Macba di Barcellona dal 2008 al 2015) sotto l’egida del Museo Riso, su progetto di Francois Koltes e Michele Ciacciofera, artista presente in mostra.
Al Museo Riso
vengono proposti link inediti tra le opere del Gruppo Forma 1 degli artisti siciliani (Accardi Sanfilippo Consagra…), e l’astrazione degli artisti libanesi (Choucair, Adnan, Caland). L’opera dell’artista sarda Maria Lai è messa a confronto con quella di Luca Francesconi: entrambe si rifanno ai prodotti della terra. L’eredità di Alberto Burri e del suo famoso “Grande Cretto” di Gibellina si collega con le opere degli artisti contemporanei Raphael Zarka e Marzia Migliora.
Un gruppo di opere verrà riunito intorno al lavoro “Stromboli” di Giovanni Anselmo e Masbedo, passando per il documentarista Vittorio De Seta.
Nella mostra sono esplorati i temi del Mediterraneo e del suo territorio (Emilio Isgrò, Michele Ciacciofera, Mona Hatoum), della città del mare , della vita quotidiana e delle abitudini socioculturali. La musica è evocata sia da Hassan Khan che da Luca Vitone.
La sezione dell’Albergo delle Povere scandirà il legame con il passato attraverso le opere di Christodoulos Panayiotou.
Il tema delle migrazioni e del turismo viene evocato dalle visioni incrociate dello spagnolo Carlos Aires e dell’italiana Marcella Vanzo.
La Cappella dell’Incoronazione accoglie le opere fotografiche e le installazioni di Rachid Koraichi e Younes Rahmoun, ispirate al sufismo.
Questa mostra illustra come proprio dalla Sicilia, crogiolo di culture che hanno convissuto per millenni, si può sviluppare una finestra di dialogo sul Mediterraneo in un momento di grandi sconvolgimenti e di crisi.
L’utilizzo della Rete ha prodotto nella contemporaneità una “invasione” culturale paragonabile a quella che gli stessi popoli del mare portarono sulla scena internazionale in secoli lontanissimi.
Il Museo Riso nell’ottica di consolidare la Rete del Contemporaneo, di cui si è fatto promotore per la Sicilia, propone un contatto con realtà lontane al fine di consentire la diffusione del nostro patrimonio culturale ottenendo la doppia funzione di una sua promozione e dell’avvio di una web-discussion tra artisti che si occupano del Mediterraneo e dello sviluppo continuo della sua storia.

InfoWeb:
www.palazzoriso.it
https://www.facebook.com/Museo-Riso-502482159865147/timeline/?ref=br_rs
https://twitter.com/RisoMuseo

Alla Pilotta di Parma i mondi di Amos Nattini.

Finalmente una mostra su Amos Nattini pittore.
Come incisore Nattini ha avuto momenti di vera celebrità, come quando il Duce volle la Divina Commedia illustrata dall’artista quale omaggio ufficiale al Fuhrer, considerando Dante e Nattini massimi esempi del genio italico.
Alle cento tavole per la Commedia Nattini aveva lavorato per più di vent’anni, dal 1915 al ’39, creando un capolavoro che ebbe risonanza mondiale.
Non era per altro la sua prima grande impresa, visto che appena diciannovenne, aveva illustrato, in uno stile liberty di sapore raffinato, le Canzoni delle Gesta d’Oltremare di Gabriele d’Annunzio con il quale entra presto in contatto.

Ora questa mostra, attraverso una cinquanta dipinti di cui diversi inediti, disegni, studi preparatori e una cospicua serie di apparati, racconta a tutto tondo un grande artista che, dopo anni di celebrità, dopo l’adesione al movimento partigiano e la cattura da parte della Gestapo, scelse di ritirarsi in un ex convento benedettino del parmense. Abbandonando Milano, il grande mondo, le committenze ufficiali, il giro di artisti e galleristi per dedicarsi ad una pittura del tutto intima, privata.
I suoi oli raccontano le tradizioni contadine, la quotidianità di vita nello scenario a volte aspro a volte dolce dell’Appennino Emiliano.
Il suo è un voluto, sentito, ritorno al classico, teso a privilegiare e valorizzare tradizioni, momenti, situazioni che rappresentavano l’attualità di una storia millenaria, quasi immutabile. “Sono diventato il pittore dell’Appennino, della gente che tira la vita coi denti, dei muli che zoccolano sui sentieri della montagna”, annota in quegli anni.

Negli stessi anni Nattini, su committenza di una nuova imprenditoria illuminata, realizza un filone di grandi tavole di ispirazione allegorico-mitologica in cui traslittera il mondo del lavoro e la ritualità delle moderne tecniche produttive.

Questa mostra riunisce per la prima volta la grande produzione di Nattini realizzata tra gli anni quaranta e sessanta, opere a carattere mitologico o a soggetto storico. Tra i grandi capolavori (alcuni grandi anche per le loro dimensioni fisiche), i due magnifici oli con cui Nattini ha celebrato una delle più celebrate imprese del Regime, lo svuotamento del Lago di Nemi dal cui fondale sono riemerse le celebri navi romane.
Sono opere in cui Nattini non descrive l’impresa in sé ma il suo valore simbolico, traslando in forme mitologiche “La bonifica agraria” e “L’energia idroelettrica”. Una altra opere imponente è “La battaglia di Fornovo” concessa delle Collezioni d’Arte di Cariparma. Ma sempre si salva dalle nebbie dell’astrazione.
“Quel che lo salva, scrive Ojetti a proposito di Nattini, è proprio l’apparente contraddizione tra la sua spietata incisiva insistente conoscenza del corpo umano e il suo impeto lirico verso l’irreale”.

Accanto alle grandi opere rievocative o celebrative, i piccoli deliziosi quadri di scene d’ambiente. Dalle una e dagli altri emerge un Nattini fedele all’imperativo dell’equilibrio formale e dell’accuratezza tecnica, della tradizione, della classicità evitando la sperimentazione stilistica e rifugiandosi spesso nel mito e nella allegoria. Di qui la definizione di Nattini come “Pittore di altri mondi”.

“Amos Nattini. Pittore di altri mondi”. Parma, Pilotta, 26 settembre – 15 novembre. Ingresso gratuito. Mostra promossa da Associazione Amici della Pilotta, Polo Museale dell’Emilia Romagna e Galleria Nazionale Parma. A cura di Elisabetta Bernardelli, Cinzia Cassinari, Valeria Depalmi.
Con il contributo di CREDEM Private Banking; Synergetic Srl. Catalogo Silvana Editoriale.

info: info@amicidellapilotta.it

La Pittura Analitica del XXI secolo a Milano

L’indagine sulla Pittura Analitica, una delle esperienze artistiche più significative del dopoguerra, prosegue con sempre maggior interesse anche a livello internazionale. Dopo il successo della mostra dedicata ai lavori storici degli anni Settanta, Primo Marella Gallery di Milano inaugura il 24 settembre, alle ore 19.00, la seconda parte del progetto curato da Alberto Fiz esponendo nei suoi ampi spazi di viale Stelvio una selezione di 25 opere recenti realizzate in gran parte negli ultimi quindici anni. La Pittura Analitica, infatti, non è affatto tramontata e la sua indagine si sviluppa, rinnovata, anche oggi. A confermarlo sono i lavori esposti in quest’occasione di Enzo Cacciola, Vincenzo Cecchini,Paolo Cotani, Marco Gastini, Giorgio Griffa, Riccardo Guarneri, Elio Marchegiani, Paolo Masi, Carmengloria Morales, Claudio Olivieri, Pino Pinelli, Claudio Verna, Gianfranco Zappettini. La mostra sarà dunque fruibile fino al 6 novembre.
E’ questa, naturalmente, la componente più problematica e persino provocatoria dell’iniziativa che parte dalla convinzione che l’energia propulsiva degli esordi sia
ancora attuale.
“Anzi”, afferma Alberto Fiz, “dopo una pausa negli anni ottanta e novanta, dall’inizio del decennio scorso sembra ci sia da parte degli artisti che hanno aderito alla linea analitica un desiderio di riconnettersi con la metodologia iniziale”. Tutto ciò senza nostalgia ma con la volontà di approfondire le tematiche lasciate in sospeso allora: il metodo è lo stesso, ma i risultati sono cambiati e appaiono decisamente più edonistici, con maggiori concessione al piacere della pittura e ai suoi tratti emozionali.
In mostra le opere recenti dimostrano l’efficacia del cammino cominciato nei settanta tra mille dissidi e contrasti. Nella situazione attuale gli artisti sfuggono alla preoccupazione ideologiche e concedono maggior spazio al loro estro sviluppando una ricerca pienamente libera (anche sotto il profilo cromatico) e consapevole, lontana dagli eccessi rigoristi e da un desiderio di azzeramento.
Così Griffa omaggia la decorazione e persino Matisse, mentre nelle opere di Olivieri e di Verna si accendono lampi improvvisi di colore che celano tracce recondite.
Anche Guarneri lascia trasparire con più convinzione la luce dei suoi acquerelli e Cecchini riprende gli Schermi lasciando che le fotografie su acetato navighino sulla tela. Se Pinelli occupa spazi e colori sperimentando nuove forme dove la geometria razionalista è ormai un ricordo,Gastini si porta dietro i suoi segni minimalisti in una pittura installativa dove convivono materiali eterogenei come minerali, legni o metalli.
Se Masi arricchisce senza complessi i suoi Cartoni da imballaggio creati negli anni ’70 con divertissement decorativi, Zappettini si lascia sedurre dalla trama e dall’ordito introducendo persino il colore, un tabù per lui negli anni settanta.
Se Cotani dopo aver perlustrato i più svariati sentieri della ricerca, torna ai materiali extapittorici con le Tensioni, bende elastiche montate su strutture d’acciaio, Morales introduce una policromia più ricca e ai suoi Dittici alterna i Tondi da cui emerge la sua pittura sfaccettata e contrastata. Se Cacciola prosegue la sua ricerca sui materiali sostituendo ai cementi strutture colorate in multigum e resina costruite intorno ad elementi che vanno incontro ad un’unità fittizia e artificiosa, Marchegiani ha ripreso la ricerca sulle Grammature ma questa volta le utilizza per catturare gli elementi ambigui della realtà e nel bel mezzo delle opere sono incastonati diamanti o meravigliosi nautilus.
La Pittura Analitica, insomma, ha ancora un lungo cammino tutto da scoprire, come dimostra questa mostra dal taglio inedito che affronta alcune delle problematiche cruciali della contemporaneità.
Del resto, proprio oggi diventiamo i naturali interlocutori di artisti non organici che nella loro specificità hanno dato vita ad un sistema complesso evitando facili rassicurazioni. Un’esperienza dialettica di tipo relazionale che rifiuta ogni forma di dogmatismo.
Come afferma Claudio Verna: “Avvicinarsi alla pittura, oggi, significa innanzitutto liberarla dai suoi attributi tradizionali che sono i significati simbolici, autobiografici, letterari e metaforici. Significa reinventarla, oggettivarla, allontanare da sé, servirsene per proporre allo spettatore-fruitore una traccia per una ricerca comune e non per offrirgli una verità che l’autore non può avere perché non esiste”.
Pur nella sua progressiva trasformazione, lo sguardo della pittura resiste portandosi con sé l’esperienza dell’artista e il suo stato d’ansia.
Nell’ambito dell’iniziativa, si analizzano i maggiori protagonisti italiani di questo movimento attivi ancora oggi, fatta eccezione per Paolo Cotani scomparso nel 2011 ma che proprio nell’ultimo decennio della sua vita ha ripreso le linee della sua ricerca analitica.
La mostra è accompagnata da un catalogo in italiano e inglese pubblicato da Silvana Editoriale che, accanto al saggio di Alberto Fiz, comprende un’ampia selezione di opere per ciascun artista e le loro riflessioni teoriche.
Dal 26 novembre al 12 gennaio 2016, poi, la Pittura Analitica tornerà nuovamente in scena con un nuovo progetto previsto a Lugano nella sede della Primae Noctis Gallery.

Primo Marella Gallery
Viale Stelvio 66, Milano
info@primomarellagallery.com

Primae Noctis Art Gallery

Via Canonica 7, Lugano
info@primaenoctis.com

Biennale dell’Eresia, i nuovi eretici a Orvieto dal 25 al 27 settembre: da Galileo Galilei alla svalutazione dello yuan

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La prima rassegna di Eretici ed Eresie
Biennale dell’Eresia
#ereticofuturo
Da Galileo Galilei alla svalutazione dello yuan
Domotica, Design, Manifattura digitale, Politica, Economia, Sostenibilità: le nuove eresie si incontrano a Orvieto
L’innovazione cresce lungo l’incerta linea che separa
l’iniziativa dalla disubbidienza – Alan Turing


interventi di
Mariana Mazzuccato, definita dall’Economist “La grande eretica dell’economia globale”
Salvatore Majorana, Direttore Tecnology Trasfert Office IIT
Giulio Giorello, filosofo della scienza,
Massimo Bucciantini, Docente di Rivoluzioni Scientifiche all’Università di Siena
Giovanni Lanzone, Filosofo della bellezza
Davide Rampello realizzatore del padiglione zero a Milano Expo
Enrico Morando, Vice Ministro dell’Economia,
On. Giancarlo Giorgetti Presidente Commissione Bicamerale per il federalismo fiscale
Coordina Michele Mezza, giornalista
L’eresia di oggi è la “disruptive innovation” di C. Christensen: il modello trasgressivo, di fuoriuscita dagli schemi, che genera nuovi sistemi e propone soluzioni per l’emancipazione economica e culturale di comunità e generazioni.
Seguendo questa linea, in piena crisi economica e sociale, il 25, 26 e 27 settembre, nella cornice medievale di Orvieto in Umbria, coordinati dal giornalista Michele Mezza, si riuniscono alcuni dei più grandi pensatori italiani dell’innovazione, i “nuovi eretici” della tecnologia, della cultura e della contaminazione, per proporre – tra pratica e teoria – nuovi scenari futuri all’insegna della sostenibilità umana, ambientale e sociale.
Sotto il simbolo di Giordano Bruno e Galileo Galilei di cui verrà esposta per l’occasione una copia originale del censurato Sidereus Nuncius, con #ereticofuturo l’Umbria si trasforma in culla del pensiero dissidente, creativo e al tempo stesso concreto, per un nuovo modello di sviluppo economico e culturale del territorio, proponendo Orvieto come piattaforma sociale e tecnologica per le nuove forme del pensiero digitale e della creatività produttiva.
 
CHE COS’È #ERETICOFUTURO – Con un’area Talk in cui discutere con alcuni dei più grandi protagonisti “eretici” della scena italiana contemporanea, un’area Make, in cui confrontarsi con i nuovi orizzonti tecnologici (dai droni alla domotica) attraverso workshop e laboratori di sperimentazione digitale, un’area Play destinata a formare gli innovatori prossimi venturi, con iniziative rivolte ai bambini, un’areaShow dimostrativa e un’area Taste in cui degustare le “eresie alimentari” del territorio, #ereticofuturo propone tre giornate fitte di appuntamenti per dimostrare che la tecnologia e le competenze digitali sono al servizio della qualità della vita.
Grazie alle aree tematiche di #ereticofuturo dal 25 al 27 settembre 2015 artigiani tecnologici giovani e professionisti, makers, agricoltori, imprese e cittadini si ritroveranno nelle sale dei più prestigiosi palazzi storici Orvietani – Palazzo dei Sette, Chiostro di San Giovanni, Palazzo Negroni, Chiostro di San Francesco – per far conoscere al grande pubblico i nuovi strumenti digitali che stanno rivoluzionando la manifattura e la produzione artigiana: circa 50 esperienze e buone pratiche, nazionali e internazionali, di prodotti e servizi innovativi nel campo del web, del design, della domotica e della manifattura digitale.
I GRANDI OSPITI DI #ERETICOFUTURO – Mariana Mazzuccato, economista di grande prestigio internazionale, definita dall’Economist “la grande eretica dell’economia globale” per il suo libro Lo Stato Innovatore, Salvatore Majorana, Direttore Tecnology Trasfert Office IIT, esperto in robotica miniaturizzata, Giulio Giorello, filosofo della scienza, Massimo Bucciantini, docente di rivoluzioni scientifiche all’Università di Siena, Giovanni Lanzone, filosofo della bellezza e Davide Rampello il realizzatore del padiglione zero a Milano Expo,Mario Iacomini, che dal 2000/’01 muove sotto il nome di ‘Tradizioni e Culturein Movimento [Le Nuove Forme del Gusto / Le Evoluzioni del Tipico]’ per le più audaci sperimentazioni del palato sono solo alcuni dei grandi eretici protagonisti di #ereticofuturo.
Modello di Drone costruito intorno agli Anni Quaranta alla SAI di Passignano sul Trasimeno - esposto alla Biennale dell Eresia Sidereus Nuncius
Con loro a discutere di come l’eresia muti le grandi categorie della vita pubblica e privata, dalle decisioni, alla produzione alle relazioni personali tramite la bellezza, il vice ministro dell’economia Enrico Morando e il presidente della Commissione Bicamerale per il Federalismo Fiscale on. Giancarlo Giorgetti.
#ERETICOFUTURO E MILANO EXPO – In occasione di #ereticofuturo, a Orvieto funzionerà un collegamento in streaming con Milano Expo dove i lavori saranno trasmessi in diretta al padiglione delle Nazioni Unite Kyp e nel ristorante del padiglione sarà  proposto per 3 giorni un menù dell’eresia.
#ereticofuturo è promosso dal Comune di Orvieto e dalla Regione Umbria ed organizzato dall’Associazione Social FabLab e dal Centro Studi Città di Orvieto (CSCO)

Ad Antiruggine, Beltramini con Jefferson e Palladio

Il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio
in collaborazione con:
Fondazione Canova
Stiftung Bibliothek Werner Oechslin
presenta la mostra:

Thomas Jefferson e Palladio
Come costruire un mondo nuovo
Vicenza, Palladio Museum, 23 settembre 2015 – 28 marzo 2016

Comunicato Stampa

Castelfranco Veneto, lunedì 14 settembre, alle 21
Beltramini sceglie il Capanon di Mario Brunello per
illustrare la mostra su Jefferson e Palladio


Guido Beltramini ha scelto la più informale ma anche la più stimolante delle sedi, il capanon di Antiruggine a Castelfranco Veneto, per annunciare la sua prossima mostra su Thomas Jefferson.
Mario Brunello, il celebre violoncellista, e Arianna, sua moglie, con Antiruggine hanno creato una delle fucine creative più vivaci in Italia. In questo ex capannone industriale sono passati e continuano a passare molti dei grandi nomi della musica e della cultura europea, e non solo. Per esibirsi “giù dal palco”, per discutere, confrontarsi con il pubblico che qui non è spettatore ma protagonista alla pari.
Chi segue l’attività di Antiruggine sa che ciò che il capanon castellano seleziona per i suoi numerosissimi estimatori è sempre particolare, assolutamente originale, per contenuto o per approccio.
Come originale, per contenuti, taglio culturale e allestimento, è la mostra che Guido Beltramini presenterà qui in anteprima. L’appuntamento è per lunedì 14 settembre, alle 21.

“E’ una mostra che accoglierà i visitatori, anticipa Beltramini, con uno specchio, dove si riflettono il busto di Palladio e quello di Thomas Jefferson. È la prima domanda della mostra: come si riflettono forme e idee? Perché un architetto di una regione periferica del Nord Italia viene preso a modello per costruire l’architettura del Nuovo Mondo?
La risposta è collegata all’interrogativo di fondo: cosa ci fa in un museo d’architettura Thomas Jefferson (1743-1826), colui che scrisse materialmente la Dichiarazione d’Indipendenza e fu il terzo presidente degli USA? C’è perché fu l’americano che più di ogni altro contribuì a dare un volto alla nuova nazione attraverso l’arte, l’architettura e il disegno del territorio. Fu un visionario ma anche un pragmatico, un uomo d’azione e insieme un intellettuale che conosceva il latino e il greco e che era convinto che il Nuovo Mondo si potesse costruire solo attraverso la razionalità e la bellezza.
Avete presente quelle vedute aeree delle campagne o delle città degli Stati Uniti tutte suddivise in quadrati regolari? È stato Jefferson a fare in modo che fosse così, impostando una griglia riferita ai meridiani e paralleli, ispirandosi agli antichi Romani. Ricordate la Casa Bianca, con il portico su colonne come una villa palladiana? Jefferson avrebbe voluto addirittura una copia ingrandita della Rotonda di Vicenza, e comunque la casa del Presidente dei nuovi Stati Uniti, nati da una guerra sanguinosa contro una monarchia, doveva ispirarsi all’architettura repubblicana, com’era la Repubblica di Venezia”.
Prima ancora che una mostra di architettura è la mostra su un uomo, convinto che l’architettura potesse migliorare il mondo intorno a sé. Cominciò a studiarla dai libri, poi la visitò durante un lungo soggiorno in Europa, come ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi. Costruì due ville per se stesso e molte altre per i propri amici. Con il progetto per il Campidoglio della città di Richmond stabilì le forme degli edifici del potere civile americano. Negli ultimi anni di vita, con la sede dell’Università della Virginia creò il prototipo del “campus” universitario: un’architettura aperta, con le aule in padiglioni isolati che si affacciano, insieme alle residenze degli studenti, su un prato verde, coronato dalla monumentale biblioteca in forma di Pantheon. Un’idea di comunità e insieme la visione che sia la cultura il terreno su cui costruire i nuovi Stati Uniti d’America.
Per rendere più coinvolgente la visita della mostra, sarà possibile scaricare gratuitamente sul proprio smartphone il racconto dei curatori e muoversi nelle sale accompagnati dalle loro parole.

Ingresso responsabile. Sino ad esaurimento dei posti.

Info: www.antiruggine.eu

Thomas Jefferson e Palladio: il nuovo mondo

Il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio
in collaborazione con:
Fondazione Canova
Stiftung Bibliothek Werner Oechslin
presenta la mostra:

Thomas Jefferson e Palladio
Come costruire un mondo nuovo
Vicenza, Palladio Museum, 19 settembre 2015 – 28 marzo 2016

La mostra ci accoglie con uno specchio, dove si riflettono il busto di Palladio e quello di Thomas Jefferson. È la prima domanda della mostra: come si riflettono forme e idee? Perché un architetto di una regione periferica del Nord Italia viene preso a modello per costruire l’architettura del Nuovo Mondo?
La risposta è collegata all’interrogativo di fondo: cosa ci fa in un museo d’architettura Thomas Jefferson (1743-1826), colui che scrisse materialmente la Dichiarazione d’Indipendenza e fu il terzo presidente degli USA? C’è perché fu l’americano che più di ogni altro contribuì a dare un volto alla nuova nazione attraverso l’arte, l’architettura e il disegno del territorio. Fu un visionario ma anche un pragmatico, un uomo d’azione e insieme un intellettuale che conosceva il latino e il greco e che era convinto che il Nuovo Mondo si potesse costruire solo attraverso la razionalità e la bellezza.
Avete presente quelle vedute aeree delle campagne o delle città degli Stati Uniti tutte suddivise in quadrati regolari? È stato Jefferson a fare in modo che fosse così, impostando una griglia riferita ai meridiani e paralleli, ispirandosi agli antichi Romani. Ricordate la Casa Bianca, con il portico su colonne come una villa palladiana? Jefferson avrebbe voluto addirittura una copia ingrandita della Rotonda di Vicenza, e comunque la casa del Presidente dei nuovi Stati Uniti, nati da una guerra sanguinosa contro una monarchia, doveva ispirarsi all’architettura repubblicana, com’era la Repubblica di Venezia.
La mostra “Thomas Jefferson e Palladio. Come costruire un mondo nuovo” è la prima mai dedicata in Europa al grande palladianista americano. Vi condurrà nel mondo di Jefferson, le sue collezioni d’arte, i suoi progetti di architettura, i suoi sogni ma anche le sue contraddizioni: attraverso disegni, sculture, libri preziosi, modelli di architetture, video e multimedia. In mostra sono esposte anche 36 fotografie di Filippo Romano, frutto di una campagna fotografica appositamente realizzata in Virginia nella primavera del 2014. Sono presenti inoltre i tre preziosi bozzetti originali di Antonio Canova per la statua di George Washington commissionata dallo stesso Thomas Jefferson.
Per rendere più coinvolgente la visita della mostra, sarà possibile scaricare gratuitamente sul proprio smartphone il racconto dei curatori e muoversi nelle sale accompagnati dalle loro parole.
Prima ancora che una mostra di architettura è la mostra su un uomo, convinto che l’architettura potesse migliorare il mondo intorno a sé. Cominciò a studiarla dai libri, poi la visitò durante un lungo soggiorno in Europa, come ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi. Costruì due ville per se stesso e molte altre per i propri amici. Con il progetto per il Campidoglio della città di Richmond stabilì le forme degli edifici del potere civile americano. Negli ultimi anni di vita, con la sede dell’Università della Virginia creò il prototipo del “campus” universitario: un’architettura aperta, con le aule in padiglioni isolati che si affacciano, insieme alle residenze degli studenti, su un prato verde, coronato dalla monumentale biblioteca in forma di Pantheon. Un’idea di comunità e insieme la visione che sia la cultura il terreno su cui costruire i nuovi Stati Uniti d’America.
Per Jefferson Palladio era “the Bible”. Chiamò la propria villa Monticello perché nei Quattro Libri aveva letto (in italiano) che la Rotonda sorgeva su “un monticello”. Palladio per Jefferson era colui che aveva saputo tradurre la grande architettura romana antica per gli usi del mondo moderno. E soprattutto Palladio aveva creato “la villa”, la residenza dei gentiluomini (veneti, inglesi o americani) che curavano i propri interessi in campagna, crescendo sani nella natura e coltivando il proprio spirito con la lettura dei classici.
Ma uno specchio può anche deformare. A differenza dei committenti di Palladio e dei suoi epigoni britannici, i proprietari americani per coltivare le loro terre si servivano degli schiavi. Lo stesso Jefferson ne possedeva un centinaio. Erano privilegi solo per bianchi i tre diritti che Jefferson aveva riconosciuto fondamentali della Dichiarazione d’Indipendenza: vita, libertà e “ricerca della felicità”.
La mostra è dedicata alla memoria di Mario Valmarana, indimenticato professore alla University of Virginia, che dedicò una vita a creare ponti fra il Veneto di Palladio e la Virginia di Jefferson. È realizzata grazie al sostegno di Regione del Veneto e di Fondazione Cariverona, ed è frutto della collaborazione con Fondazione Canova di Possagno e con Stiftung Bibliothek Werner Oechslin di Einsiedeln. La mostra è parte di un progetto comune costruito con il Canadian Centre for Architecture di Montreal, che nell’ottobre 2014 ha ospitato il progetto fotografico “Found in Translation: Palladio-Jefferson. A narrative by Filippo Romano”.
La mostra è a cura di Guido Beltramini e Fulvio Lenzo, sostenuti da un consiglio scientifico presieduto da Howard Burns (Scuola Normale Superiore di Pisa) e di cui fanno parte James Ackerman (Harvard University), Bruce Boucher (University of Virginia), Travis C. McDonald (Corporation for Jefferson’s Poplar Forest), Damiana Paternò (IUAV Venezia), Mario Piana (IUAV Venezia), Craig Reynolds (University of Virginia). Il catalogo, in italiano e inglese, è edito da Officina Libraria.
L’allestimento della mostra è progettato da Alessandro Scandurra.

Informazioni
Aperta dal martedì alla domenica, 10-18.
Biglietto: intero euro 10,00 / ridotto euro 7,00 / scuole euro 4,00 / family euro 12,00.
http://www.palladiomuseum.org/exhibitions/jefferson
Twitter / Facebook / Instagram: PalladioMuseum
accoglienza@palladiomuseum.org
Tel. +39 0444 323014 / Fax 0444 322869

“Ricordare”, mostra di Roberto Floreani a Vicenza

Ricordare è il nuovo progetto espositivo che l’artista Roberto Floreani (Venezia, 1956), ha realizzato appositamente per i suggestivi spazi sotterranei degli Interrati palladiani di Palazzo Chiericati di Vicenza, sostenuto dall’Assessorato alla Crescita del Comune di Vicenza, in collaborazione con l’Associazione La Centrale.

Quello dell’artista è un ritorno, dopo la personale tenuta nel 1999 in Basilica Palladiana; da allora ha realizzato altri 14 progetti museali in Italia e all’Estero, (ultimo dei quali quello nel prestigioso Palazzo della Gran Guardia a Verona nel 2014), oltre ad aver rappresentato l’Italia alla Biennale di Venezia (2009) nell’omonimo Padiglione: tutte iniziative che consentono di annoverarlo oggi tra i più convincenti artisti della sua generazione.

Il fulcro del nuovo progetto espositivo è stato realizzato da Floreani, per la prima volta in oltre 35 anni di attività, interamente su carta. Si tratta di una carta fatta a mano del tutto particolare, con inserti (ad immersione) di garza cannettata, che la trasformano in una sorta di carta-tessuto multistrato, di forte impatto emozionale. La stratificazione usuale dei materiali riporta ad uno dei motivi centrali del lavoro di Floreani, legato alla componente memoriale che, in questo progetto, viene declinata sia sul versante individuale che su quello storico. In alcune di queste opere su carta sono infatti inseriti alcuni reperti che rimandano all’esperienza bellica della Grande Guerra (il progetto ha ottenuto il patrocinio del Comitato Regionale Veneto per le Celebrazioni del Centenario della Grande Guerra). La superficie della carta diviene quindi il luogo del racconto, a volte lirico a volte drammatico, ove, oltre agli interventi usuali dell’artista risolti con tematiche astratte, sono presenti (in alcuni lavori), suggestive applicazioni ricavate dai reperti recuperati dallo stesso autore, presente sull’Altopiano di Asiago fin dall’infanzia: ampiezze con cui divide un rapporto di autentica elezione.
La parte rimanente del progetto, articolato in 10 sale, si sviluppa con la realizzazione di due nuovi “nuclei” di cinque opere pittoriche ciascuno che interagiscono tra loro, (Ricognizioni del cuore e dello spirito) assumendo sia una valenza installativa, sia mantenendo la loro individualità. Opere caratterizzate dalla consueta declinazione dei Concentrici, autentica cifra espressiva dell’artista, abbinata a risoluzioni cromatiche di Blu Klein e di arancio, appartenenti alla sua ricerca più recente
L’esposizione si conclude con un’attenta selezione di opere site-specific provenienti dai principali progetti espositivi, tutti museali, realizzati dall’autore negli ultimi anni: dalla Biennale di Venezia del 2009, al Museo MaGa di Gallarate (2011), al Centro Internazionale di Palazzo Te a Mantova (2012), fino al Palazzo della Gran Guardia di Verona (2014), oltre all’ubicazione di alcune sculture recenti.

La mostra personale a Palazzo Chiericati è uno dei tre tasselli che compongono il progetto Ricordare di Roberto Floreani, oltre al suo saggio “I Futuristi e la Grande Guerra” (finalista al Premio Acqui Storia) e alla Serata teatrale “Zang Tumb Tumb” (Teatro Comunale di Vicenza, 11 dicembre 2015).

RICORDARE
Musei Civici-Palazzo Chiericati, Interrati palladiani, dal 3.10 al 25.11.15
Con il sostegno dell’Assessorato alla Crescita del Comune di Vicenza
In collaborazione con l’Associazione La Centrale, Padova
Inserito dalla Regione Veneto nelle manifestazioni celebrative della Grande Guerra

Le eterne visioni di Bill Viola a Palazzo Magnani

Dal 17 ottobre 2015 al 10 gennaio 2016 la Fondazione Palazzo Magnani presenta un’imperdibile edizione di “Arte in agenda. A tu per tu con….”. L’ appuntamento è con due opere straordinarie:
l’Ascensione di Isotta (La forma della luce nello spazio dopo la morte), 2005 di Bill Viola – uno dei massimi artisti contemporanei di video art – e la Santa Maria Maddalena Portata in cielo dagli angeli, 1605 del maestro emiliano Giovanni Lanfranco, in un evento espositivo dal forte potere evocativo reso possibile dalla collaborazione tra Palazzo Magnani e due prestigiose Istituzioni italiane, il Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli e il Museo d’Arte Contemporanea Castello di Rivoli, Rivoli-Torino.

Per l’occasione sarà pubblicato un saggio inedito a firma di Salvatore Settis che terrà a Reggio Emilia per la Fondazione Palazzo Magnani una lectio su Bill Viola.

Il progetto Arte in Agenda. A tu per tu con… ideato e promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia, attraverso il dialogo tra due opere, così lontane nel tempo eppure così vicine per forza espressiva, intende esaltare il rapporto inscindibile tra arte antica e moderna, generato dal fascino che l’arte del passato ha esercitato sugli artisti a partire dalle avanguardie del Novecento fino alla contemporaneità.

La relazione e il dialogo tra l’Ascensione di Isotta di Bill Viola e l’Assunzione di Lanfranco sono ravvisabili su due piani: quello compositivo e quello semantico. Del resto è noto come Bill Viola, nella costruzione della sua narrazione per immagini, tragga chiara ispirazione stilistica e compositiva propriamente dalle opere degli artisti italiani del Rinascimento e non solo, “colpevoli”, forse, l’origine italiana della sua famiglia e la sua permanenza tra Los Angeles e il nostro paese.
È lo stesso Viola a dirci “Alla fine degli anni Ottanta la distanza che mi aveva separato dai vecchi maestri del passato si è completamente dissolta. Tempo e spazio, passato e presente, erano la stessa cosa. Così il mio profondo legame con la pittura italiana — nato nel periodo in cui vivevo a Firenze — è ritornato a galla come un amore perduto. Ho capito che i cosiddetti vecchi maestri non erano altro che giovani radicali. Masaccio, Michelangelo, Raffaello, erano artisti influenzati da nuove idee tecniche e scientifiche, provenienti da centri di ricerca e da università. Avevano tutti circa 20 anni quando hanno creato i primi grandi lavori. Il parallelo con l’epoca attuale delle videocamere digitali, della computer graphic, della videoarte e di internet, è indiscutibile. Una volta stabilita questa relazione, e cioè che tutta l’arte a quel tempo era avanguardia, si colgono solo connessioni e affinità, non fratture. Dopo tutto, c’è un unico filo che attraversa la scienza ottica, dalla prospettiva del XV° secolo fino all’era digitale. Così un intero nuovo paesaggio, che aspettava di essere esplorato, mi si è aperto davanti. Naturalmente non ero interessato ad appropriarmi o a parodiare, non volevo semplicemente riprodurre o citare la storia dell’arte. Ho guardato a loro come modelli per la mia concezione dell’immagine, costruendola grazie a un’esperienza lunga 700 anni”.

L’Ascensione di Isotta
(La forma della luce nello spazio dopo la morte)
di Bill Viola
– magnifica e struggente opera di proprietà della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT in comodato presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino – presenta, attraverso un monitor al plasma di ampie proporzioni, l’immagine misteriosa di un mondo fluttuante, rischiarato soltanto da un fascio di luce, che viene improvvisamente scosso dalla presenza di un corpo femminile, ormai liberato da ogni traccia di pesantezza terrena. Come attratto da una dimensione ulteriore, il corpo ascende, lasciando dietro di sé una scia luminosa. L’opera del 2005, nasce nell’ambito di Love/Death: the Tristan Project (Amore/morte: il progetto di Tristano), un ciclo creato da Bill Viola in relazione all’opera di Richard Wagner Tristano e Isotta, che indaga la relazione tra l’amore e la morte. Viola parte da questa riflessione, interpretando e sublimando il tema in una sapiente e intensa ricerca di una dimensione che trascende la vita terrena. La video installazione presenta pertanto il percorso di Isotta, la sua ricerca di unione con l’amato attraverso la morte. Nell’immagine ottenuta da Viola sono rintracciabili evidenti tracce dell’iconografia dell’arte cristiana del Rinascimento e del manierismo.

La Maddalena di Lanfranco – proveniente dal Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli – è un’opera di grande visionarietà e di estrema modernità. La composizione si fonda sul contrasto tra il realistico e “terreno” nudo della Santa sorretta da putti, da un lato e, dall’altro, il cielo dominato da forti contrasti chiaroscurali e da fredde tonalità cromatiche. L’opera dunque manifesta una intensa dimensione ultraterrena insieme un’esplicita presenza nel mondo. Lanfranco, innovativo e originale maestro della scuola emiliana del Seicento, affronta la sfida di rendere il movimento, di rappresentare un’azione che sottende lo scorrere del tempo nell’avvicinamento dell’uomo al divino.

I punti di contatto tra queste opere di Bill Viola e di Lanfranco sono davvero evidenti e di grande intensità.
Isotta e Maddalena si librano avvolte nei panneggi delle loro vesti lasciandosi portare dove il loro destino le chiama, in un gesto di ardente accettazione che è dono d’amore. Il legame tenace e indissolubile tra la dimensione spirituale e materiale emana dalle due immagini condensandosi in una tensione emotiva profonda.

Così il grande storico dell’arte Salvatore Settis “Bill Viola pensa se stesso come un pittore, vive la propria arte nel dialogo con l’arte del passato… Attraverso l’opera di Bill Viola noi, osservatori ora stupefatti ora commossi ora increduli, dobbiamo fare i nostri conti con l’arte, la sua e quella del passato”.

Il progetto Arte in Agenda. A tu per tu con…
Accanto alle prestigiose mostre che la Fondazione Palazzo Magnani organizza (si è chiusa di recente il grande evento espositivo dedicato a Piero della Francesca), “Arte in agenda. A tu per tu con…” ci accompagna lungo un viaggio nella storia dell’arte attraverso singole opere e personalità tra le più significative di sempre.
Il progetto “Arte in agenda. A tu per tu con…” è iniziato nel 2012 e quest’anno giunge alla sua IV^ edizione. Nelle passate edizioni la Fondazione Palazzo Magnai ha proposto: nel marzo del 2012 The last supper di Andy Warhol (1986) in dialogo con un raro disegno dell’Ultima cena leonardesca eseguito da Francesco Hayez (1856); nella primavera del 2013 Pablo Picasso, Femme sur un fauteuil. Buste (Donna seduta. Busto), 1962 di Collezione privata con la partecipazione di Francesco Bonami; nell’autunno 2013 un dialogo tra l’Ombra della sera, prima metà del III sec. a.C. bronzo fuso dal Museo etrusco “Guarnacci” di Volterra e una Femme debout, 1956, bronzo di Alberto Giacometti, di Collezione privata.

In questo percorso Arte in agenda conduce il visitatore a ripercorrere le poetiche degli artisti, l’anima di certe elaborazioni creative e brani di storia dell’arte che possono costituire utili strumenti di riflessione sull’oggi. Infatti le opere d’arte – antiche, moderne o contemporanee – non hanno mai guardato l’uomo dall’alto dei loro processi creativi, bensì hanno sempre svolto il ruolo di fedele specchio della vita e della storia in cui sono nate, all’interno di processi evolutivi costanti, a volte lineari, ma più spesso intrecciati, complessi o addirittura ciclici. Per questo ogni creazione non è mai figlia unicamente del proprio tempo, ma possiede una valenza più ampia. Può infatti contenere riferimenti, elementi di contatto o di rottura con quanto elaborato in precedenza e al contempo può offrire importanti spunti che saranno oggetto d’indagine per i linguaggi futuri.

Le opere in mostra

Bill Viola
Isolde’s Ascension (The Shape of Light in Space After Death), 2005
Color High-Definition on plasma display mounted on wall; stereo sound
155.5 x 92.5 x 12.7 cm, 10:30 minutes
Performer: Sarah Steben
Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, 2006
in comodato presso / on loan to Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
© Kira Perov, courtesy of Bill Viola Studio

Giovanni Lanfranco
Santa Maria Maddalena portata in cielo dagli angeli, 1605
olio su tela, 110×78 cm
Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

SCHEDA TECNICA

ARTE IN AGENDA A tu per tu con …
BILL VIOLA E LANFRANCO
ETERNE VISIONI TRA PRESENTE E PASSATO

Reggio Emilia, Palazzo Magnani
17 ottobre 2015 – 10 gennaio 2016

Orari: da martedì a venerdì 10.00 -13.00 / 15.00 – 18.00
Sabato e Festivi 10.00 – 19.00
Chiuso: Lunedì, 25 dicembre
Aperture straordinarie: 24 novembre dalle 10 alle 19; 8 dicembre dalle ore 10 alle 19; 26 dicembre dalle 10 alle 19; 1 gennaio dalle 15 alle 18
della Fondazione Palazzo Magnani)
E’ consigliata la prenotazione

Per informazioni e prenotazioni:
Palazzo Magnani, Corso Garibaldi 29
Biglietteria Tel. 0522 444446/454437 – Email. info@palazzomagnani.it – www.palazzomagnani.it

Promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani

con la partecipazione di Provincia di Reggio Emilia, Fondazione Pietro Manodori e Camera di Commercio di Reggio Emilia e con il contributo di Landi Renzo spa; media partner Radio LatteMiele e IBS Italcuscinetti

“Cuochi per un giorno”, il Festival nazionale di cucina per bambini.

Sabato 3 e domenica 4 ottobre Modena è ancora una volta la capitale della cucina 0-12 con la quarta edizione di “Cuochi per un giorno”, il Festival nazionale di cucina per bambini. Decine gli eventi, gli stand e i laboratori in programma: grandi chef come Franco Aliberti, Ascanio Brozzetti, Aurora Mazzucchelli insegneranno ai piccoli cuochi a cucinare numerose ricette, dagli antipasti ai dolci. L’appuntamento è presso il club la Meridiana, alle porte della città. Parte del ricavato andrà a Dynamo Camp, un luogo di vacanza per bambini con gravi patologie

Piccoli quanto basta, per fare una grande cucina: torna a ottobre “Cuochi per un giorno” (www.cuochiperungiorno.it), il Festival nazionale di cucina per bambini. Tre edizioni, un grande successo: per il 2015 l’appuntamento è sabato 3 e domenica 4 ottobre a Modena, presso il club la Meridiana (via Fiori 23): una villa settecentesca e un parco secolare faranno da sfondo alle creazioni culinarie dei piccoli cuochi. L’evento è ideato da Laura Scapinelli e dallo staff de “La Bottega di Merlino”, libreria per ragazzi e laboratori creativi di Modena.
Due giornate, decine di appuntamenti e laboratori in cui gli chef in erba potranno annusare, toccare, dosare, impastare, miscelare, modellare, cuocere e mettersi alla prova, imparando tante cose nuove.
Sono in programma vere e proprie lezioni di cucina con importanti chef “stellati” da tutta Italia per incuriosire anche mamma e papà: è già confermata la partecipazione Franco Aliberti (pastry chef, ristorante Evviva di Riccione), Ascanio Brozzetti (pastry chef, ristorante Le Calandre di Padova), Marta Pulini (chef del ristorante Franceschetta 58 e del Bibendum catering di Modena),Aurora Mazzucchelli (chef del ristorante Marconi di Sasso Marconi), Luca Marchini (chef del ristorante Erba del Re di Modena), Loretta Fanella (consulente pasticcera di Livorno), Emilio Barbieri (chef del ristorante Strada Facendo di Modena), Daniele Reponi (il paninaro de “La prova del cuoco”, da Modena), Rino Duca (chef dell’osteria Il grano di pepe di Ravarino, in provincia di Modena), Stefania Corrado (chef consulente e brand ambassador di Torino) e Fabrizio Marino (sous chef del Ristorante Joia di Milano). Ci sarà persino il contributo di Massimo Bottura dell’Osteria Francescana di Modena, tre stelle Michelin e secondo ristorante al mondo nella lista dei The World’s 50 Best Restaurants Awards 2015.

Con il loro aiuto e la supervisione di un’animatrice ogni piccolo partecipante potrà cimentarsi in fantasiose ricette, vivendo un’esperienza ludica ma allo stesso tempo formativa, con la possibilità di imparare le regole del mangiar sano.

Non mancheranno attività interattive collaterali: al Festival saranno presenti numerosi stand per avvicinarsi alla cucina attraverso diversi linguaggi espressivi. Ci saranno una libreria culinaria, spettacoli e storie in cucina, angoli sensoriali e giochi.

E poi, perché non imparare l’inglese tra i fornelli? Anche questo sarà possibile: tra un impasto, una mescolata e un’infornata: let’s cooking! E’ previsto anche un workshop di fotografia per realizzare scatti golosi e scoprire il linguaggio fotografico.

“Cuochi per un giorno” è un’occasione per condividere l’arte del cucinare, divertirsi a mescolare con le mani, spianare, dar forma alla frolla o alla sfoglia, tramandare le ricette locali, rivalutare in tempi di crisi la sobrietà e l’oculatezza di una cucina che gioca con gli avanzi. Ma c’è molto di più, perché cucinando s’impara: tra pentole e ingredienti i bambini, infatti, imparano a mangiare e ad avere un rapporto sano con il cibo.

Inoltre, attraverso la loro partecipazione, i bambini aiutano altri bambini: parte del ricavato della manifestazione verrà infatti devoluto a Dynamo Camp, l’unica struttura italiana di Terapia Ricreativa pensata per ospitare bambini affetti da patologie gravi o croniche nel periodo di post ospedalizzazione e/o in fase di remissione dalla cura; qui minori che convivono con la malattia possono praticare attività ludiche e sportive: è un’esperienza di svago, divertimento, relazione e socialità in un ambiente naturale e protetto.

I bambini posso accedere al Festival su prenotazione: in questo modo è possibile scegliere con anticipo le ricette preferite in cui cimentarsi. Tre le modalità di iscrizione: online, tramite il sito www.cuochiperungiorno.it  (entro venerdì 2 ottobre); presso la libreria La Bottega di Merlino (in Via Ciro Menotti, 30 a Modena) sempre entro venerdì 2 ottobre; presentandosi il giorno stesso presso la sede del festival (La Meridiana, Via Fiori 23).

Il festival “Cuochi per un giorno” è un evento patrocinato da Expo 2015, dalla Regione Emilia Romagna e dal Comune di Modena. E’ sostenuto, tra gli altri, da BarillaPiccolini, Omino Bianco, Bustaffa, Monini, Canon, Acqua San Pellegrino, Franco Cosimo Panini, Arclinea, Pentole Agnelli, Rizzoli Emanuelli, Carpigiani, Valfrutta, Di Meglio.

Dove e quando: sabato 3 e domenica 4 ottobre dalle 10.00 alle 20.00 alle porte di Modena, presso il club la Meridiana, in via Fiori, 23.
Quanto: Il prezzo del biglietto varia a seconda delle attività a cui si sceglie di partecipare. Per gli adulti l’ingresso è a offerta libera a partire da 1 euro, interamente devoluta a Dynamo Camp. Tutte le informazioni e il regolamento si trovano sul sitowww.cuochiperungiorno.it.
Infoline e prenotazioni: La Bottega di Merlino, tel. 059.212221 www.cuochiperungiorno.it