MATISSE E IL SUO TEMPO alla Fondation Gianadda di MARTIGNY

Read More

Alla Fondation Pierre Gianadda a Martigny, in Svizzera

MATISSE NEL SUO TEMPO

la mostra

fino al 22 novembre

tutti i giorni 9 – 19

Oltre novanta opere provenienti dalle collezioni del MNAM/Centre Pompidou di Parigi e

da collezioni museali e private svizzere sono raccolte attorno ad un interessante nucleo di dipinti

di Henri MATISSE per raccontare anni fondamentali dello sviluppo dell’arte della prima metà

La figura di Matisse domina l’arte della prima metà del XX sceolo. Artista prolifico, curioso e

socievole, è stato per tutta la sua carriera al centro del dibattito della scena artistica: ora a capo del

movimento dei Fauves, allievo e amico dei più anziani Signac, Renoir, Maillol e Bonnard, maestro

di una Accademia, rivale di Picasso, precursore dell’arte pop per artisti giovani come quelli del

movimento Support Surface.

Mostrare l’opera di Matisse attraverso un contesto preciso, quello delle amicizie e degli scambi

artistici del pittore, permette un approccio originale e ricco fondato su una corrispondenza e una

documentazione ampie e che parte dalla presentazione di capolavori dell’arte del XX secolo di Picasso,

Gris, Braque, Derain, Severini, Léger, Bonnard…

In un percorso cronologico si approfondiscono le prime esperienze dell’artista e i primi incontri

nell’atelier di Gustave Moreau, quindi gli anni e le esperienze con i Fauve, poi gli anni del cubismo

con i suoi influssi e le relazioni con Picasso e Braque (interessanti alcuni raffronti tematici sulle

odalische e gli atelier), e a seguire gli anni di Nizza con le frequentazioni di Renoir, Maillol e Bonnard,

per giungere ai modernismi del dopoguerra con l’approdo alle gouache ritagliate cariche di colore.

Un percorso interessante in cui si intersecano con le opere di Matisse quelle dei maggiori artisti francesi

della prima metà del ‘900. Un ripasso interessante di un periodo della storia dell’arte che ha

condizionato e condiziona l’arte di oggi.

Oltre alla mostra Matisse en son temps sono visitabili alla Fondation Pierre Gianadda

la Collection Franck, il Parco delle Sculture, il Museo gallo-romano, il Museo dell’automobile

fino al 22 novembre tutti i giorni dalle 9 alle 19.

FONDATION PIERRE GIANADDA

Rue du Forum 59 – 1920 Martigny (Svizzera)

Tel.: (+41) 27 722 39 78

www.gianadda.ch

Il biglietto di ingresso

adulti CHF 20.- terza età: CHF 18.-

famiglie: CHF 42.-

bambini oltre 10 anni e studenti: CHF 12.- € 10,00

Ai Diamanti il meglio della Videoarte

Tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta del Novecento, Ferrara è stata un laboratorio di sperimentazione della videoarte di rilievo internazionale. Il Centro Video Arte, diretto da Lola Bonora con la collaborazione di Carlo Ansaloni e l’assistenza tecnica di Giovanni Grandi, ha prodotto le sperimentazioni di artisti della statura di Fabrizio Plessi, Christina Kubisch, Angela Ricci Lucchi, Yervant Gianikian o Marina Abramovic che facevano i loro primi passi con i mezzi elettronici. Il corpus di opere giunto a noi è una preziosa testimonianza delle pratiche artistiche pionieristiche sviluppatesi in quegli anni attraverso il linguaggio video, all’intersezione tra Arte concettuale, Body art, Performance art, Land art. Questo patrimonio affascinante quanto fragile è però minacciato da un rischio di dissolvimento che grava su tutta la produzione in videotape, dovuto alle alterazioni strutturali del supporto analogico, all’obsolescenza delle piattaforme tecnologiche che ne permettono la riproduzione, ma anche alle profonde trasformazioni delle modalità di visione.

Per recuperare e riportare in vita questo straordinario “archivio” di memoria artistica e storica, le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara hanno avviato un progetto di preservazione e restauro che si giova della collaborazione con uno dei centri di riferimento internazionale in quest’ambito, i laboratori La Camera Ottica e CREA del DAMS di Gorizia – Università di Udine, sotto la supervisione della professoressa Cosetta G. Saba. Nel 2013 ha preso il via una vasta campagna conservativa, che prevede l’archiviazione, la migrazione digitale, lo studio e la video-preservazione del vasto corpus di videotape del Centro Video Arte, secondo un protocollo adottato dai laboratori di Gorizia. A dare un contributo fondamentale a questa iniziativa è stato il generoso sostegno della Fondazione Pianori che ha finanziato un ampio intervento nell’ambito del suo impegno nell’incremento e nella salvaguardia del patrimonio artistico e culturale di Ferrara, in particolare delle collezioni civiche d’arte moderna.

L’esposizione Videoarte a Palazzo dei Diamanti. 1973/1979. Reenactment, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, intende presentare i primi esiti di questo lavoro d’equipe, riconsegnando al pubblico una selezione di opere video degli anni Settanta. A questo fine si è scelto di ri-allestire la parte iniziale della mostra Videoarte a Palazzo dei Diamanti. 1973/1979 a cura di Janus e ospitata nel Foyer della Camera di Commercio di Torino nell’aprile del 1980, che ha costituito uno snodo particolarmente significativo nella storia della videoarte, non solo perché offriva un primo bilancio delle ricerche d’avanguardia prodotte dal Centro, ma più in generale perché faceva emergere la riflessione sulla natura del video, sulle sue culture, sul suo immaginario, sulla sua estetica, nel momento in cui la posta in gioco era il nesso arte/società e, conseguentemente, la definizione di un nuovo statuto dell’opera d’arte.
La mostra sarà allestita nelle sale Benvenuto Tisi da Garofalo di Palazzo dei Diamanti, che sono state uno dei teatri delle multiformi iniziative del Centro, e si focalizzerà sulle 19 opere monocanale che figuravano nella sezione “videoarte” della mostra torinese, ossia sui videotape nati dalla sperimentazione creativa sulle possibilità espressive del segnale elettronico e messi in onda su un singolo monitor. Ritrasmesse attraverso i dispostivi di visualizzazione degli anni Settanta in grado di farne risaltare la trama luminosa ed evanescente, queste video-creazioni saranno corredate dalla documentazione e dalla strumentazione che ne hanno accompagnato la nascita, in un percorso che punta a far trasparire il processo creativo con il quale l’artista ha pensato, esplorato e reinventato il video in una stretta relazione tra l’arte e l’esperienza quotidiana.
Ad aprire la mostra sarà uno dei primi videotape di Fabrizio Plessi, Travel (1974), un viaggio nell’immaginazione poetica e proteiforme dell’artista, nutrita di suggestioni dall’elemento acquatico e dal contesto veneziano, che si rispecchiano nella fluida densità dell’immagine elettronica. Il percorso presenterà poi alcune delle opere più significative prodotte dal Centro Video Arte negli anni Settanta, tra cui Filo d’Arianna di Claudio Cintoli (1974), Stille Nacht di Christina Kubisch (1975) o Trace of Shadow di Giuliano Giuman (1976), nelle quali gli artisti fanno leva sull’ironia tipica dell’arte concettuale e la presa diretta che caratterizza le arti performative, mettendo alla prova la natura intermediale del video tra musica, arti visive e teatro.
Una sala della mostra si concentrerà poi su due opere di Ricci Lucchi-Gianikian, Viaggio di La Rose ed Essence (1975). La celebre coppia, in questa fase iniziale della ricerca comune, avvia la propria riflessione sulla memoria attraverso l’espediente del catalogo degli “oggetti trovati”, manufatti carichi di suggestioni come i giocattoli, mettendo in gioco un complesso sistema di relazioni tra immagine, ricordo e odorato. Su queste cruciali “opere prime” si è andati oltre la video-preservazione, attuando un intervento di restauro in collaborazione con gli artisti che mira a restituire il valore espressivo dell’opera senza comprometterne la storicità, secondo un protocollo tecnico e un modello decisionale sperimentali, conformi alle linee guida condivise con centri di ricerca europei, di cui verranno illustrate le procedure.
La rilettura e ricontestualizzazione dell’esposizione del 1980, nella cornice di uno degli spazi espositivi del Centro stesso, associata alla presentazione dell’intervento di recupero su due opere di acclarato rilievo internazionale, rappresenta un primo importante momento di studio e di reenactment del fondo video, nella prospettiva della messa in valore dell’archivio nel contesto del futuro assetto museologico delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea a Palazzo Massari.

Videoarte a Palazzo dei Diamanti. 1973-1979
Reenactment
Ferrara, Palazzo dei Diamanti, Sale Benvenuto Tisi da Garofalo, 26 settembre – 18 ottobre 2015

Mostra a cura di Cosetta G. Saba, Lisa Parolo, Chiara Vorrasi, in collaborazione con Lola Bonora e Carlo Ansaloni
Organizzatori Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara

Orari di apertura: 10.00 – 18.00, chiuso il lunedì
Ingresso gratuito

Informazioni e Prenotazioni Mostre e Musei
tel. 0532 244949 | diamanti@comune.fe.it
www.palazzodiamanti.it

“Flow. Arte contemporanea Italiana e Cinese in dialogo”.

Flow: laboratorio di idee, più che una mostra
In Basilica si collauda un modello
nuovo di approccio all’arte contemporanea

“Flow. Arte contemporanea Italiana e Cinese in dialogo” è ormai al via. Aprirà al pubblico sabato 19 settembre, riservando la giornata di giovedì 17 alle autorità e agli addetti ai lavori.
Ciò che Maria Yvonne Pugliese e Peng Feng, professore di Estetica alla Peking University, hanno ideato e realizzato per la Basilica Palladiana, non è solo un progetto internazionale. E’ un modello nuovo di avvicinamento all’arte contemporanea.
Il titolo FLOW (flusso, corrente) intende garantire il naturale scorrimento del pensiero. Il sottotitolo “arte contemporanea italiana e cinese in dialogo” significa che viene interrogata l’arte contemporanea come stimolo autentico di dialogo fra le due culture. “La storia da cui arrivano Cina e Occidente è profondamente diversa. Perciò crediamo che aprire una piattaforma continuativa di confronto, un laboratorio aperto in ambito culturale, sia un progetto di grande utilità”. Infatti FLOW è anche un primo passo, è l’apertura di un work in progress. L’idea è quella di avere un’alternanza di incontri espositivi tra sedi in Cina e in Italia. La mostra proposta in Basilica Palladiana a Vicenza verrà riproposta a Pechino nel 2016.
Al centro di questo progetto gli artisti, la loro cultura di provenienza, ma anche il visitatore. Il percorso della mostra suggerisce occasioni di tangenza e di allontanamento tra le due realtà in dialogo ed è studiato affinché il visitatore possa cogliere autonomamente gli stimoli suggeriti dalle opere. Sono gli stessi artisti a raccontare il loro lavoro in alcuni contributi video predisposti nel percorso della mostra realizzati su richiesta dei curatori per FLOW. “Lo sguardo di ogni visitatore potrà cogliere e fare proprie differenze e somiglianze sia all’interno della stessa cultura sia nel raffronto tra di esse.” E’ inoltre in corso una collaborazione dell’ente organizzatore YARC con l’Istituto Confucio di Venezia e con il Liceo A. Pigafetta, sede dell’Aula Confucio, per cui gli studenti verranno chiamati ad approfondire alcuni aspetti della mostra e a condividere il loro lavoro con i visitatori in una giornata dedicata.
Una modalità di fruizione diversa insomma come diverso sarà l’evento inaugurale. Non la vernice di rito ma un confronto tra artisti e filosofi italiani e cinesi che occuperà l’intero pomeriggio del 17. Alle 15,30 in Basilica prenderà infatti il via il FlowTalk, al quale interverranno come relatori il curatore prof. Peng Feng della Peking University, il prof. Marcello Ghilardi, ricercatore in Estetica all’Università di Padova, esperto di estetica orientale, gli artisti Iler Melioli, Stefano Arienti e Zhang Fangbai. Ad introdurre il dibattito il vicesindaco Bulgarini d’Elci e la curatrice Yvonne Pugliese. Il tutto filmato, montato con i sottotitoli e poi mandato in loop durante tutto il periodo della mostra. In sala presenti anche gli altri artisti protagonisti della mostra che si tratteranno tutta la giornata per partecipare al vernissage delle 18.30 nel loggiato, insieme agli ospiti invitati.

Biglietto d’ingresso: 5 euro
FlowTalk: giovedì 17 settembre, ore 15.30
Vernissage: giovedì 17 settembre ore 18.30
Apertura al pubblico: sabato 19 settembre
Orari: giovedì e venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20, sabato e domenica dalle 11 alle 20

Piero della Francesca: Mostra – Evento ai Musei San Domenico di Forlì

I Musei San Domenico di Forlì annunciano, a partire dal 13 febbraio, “Piero della Francesca. Indagine su un mito”.

Va subito detto che una mostra come questa non si è mai realizzata.

A rendere possibile il sogno è intervenuto, con la direzione generale di Gianfranco Brunelli un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci, nel quale figurano, tra gli altri, Frank Dabell, Guy Cogeval, Fernando Mazzocca, Paola Refice, Neville Rowley, Daniele Benati, Ulisse Tramonti, James Bradburne, Marco Antonio Bazzocchi, Luciano Cheles, e Maria Cristina Bandera e Giovanni Villa.

Impresa difficile quella proposta a Forlì. Perché il riunire un nucleo adeguato di opere di Piero, artista tanto sommo quanto “raro”, è già operazione complessa.

Riuscire poi a proporre un confronto di questo livello con i più grandi maestri del Rinascimento, da Domenico Veneziano, Beato Angelico, Paolo Uccello a Andrea del Castagno, tra gli altri, è operazione non semplice.
Così come è complesso il riuscire a documentare, riunendo sempre i veri capolavori, l’influsso di Piero sulla generazioni di artisti a lui successiva: Marco Zoppo, Francesco del Cossa, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì e Antoniazzo Romano ma anche Giovanni Bellini e Antonello da Messina.

Ma questa mostra, che già così sarebbe un evento storico, si spinge oltre, indagando il mito di Piero quando esso rinasce, dopo i secoli dell’oblio, nel moderno, nei Macchiaioli, Borrani, Lega, Signorini, ad esempio. Ma soprattutto per il fascino che la sua pittura ha su molti artisti europei: da Johann Anton Ramboux o Charles Loyeux, fino alla fondamentale riscoperta inglese del primo Novecento, legata in particolare a Roger Fry, Duncan Grant e al Gruppo di Bloomsbury.

Poi gli echi pierfrancescani che risuonano in Degas, Seurat e Signac, nei percorsi del postimpressionismo, tra gli ultimi bagliori puristi di Puvis de Chavannes, le sperimentazioni metafisiche di Odilon Redon e, soprattutto, le vedute geometriche di Cézanne. La fortuna novecentesca dell’artista è affidata agli italiani Guidi, Carrà, Donghi, De Chirico, Casorati, Morandi, Funi, Campigli, Ferrazzi, Sironi confrontati con fondamentali artisti stranieri come Le Corbusier, Balthus e Edward Hopper che hanno consegnato l’eredità di Piero alla piena e universale modernità.

E’ l’affascinante rispecchiamento tra critica e arte, tra ricerca storiografica e produzione artistica nell’arco di più di cinque secoli a costituire il filo conduttore della mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito. Dalla fortuna in vita – Luca Pacioli lo aveva definito “il monarca della pittura” – all’oblio, alla riscoperta.

L’eterna immobilità dei solidi umani di Piero, di questi volti appena sfiorati da un’ombra di passione continua ad eternare le sue figure, innalzandole al di sopra del caos, della mediocrità, in una pace sovrannaturale che ce le mostra ancora oggi come rivelazioni.

La mostra è organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì.

“Nel Mezzo del Mezzo” al Museo Riso

NEL MEZZO DEL MEZZO
ARTE CONTEMPORANEA NEL MEDITERRANEO
a cura di
Christine Macel
Marco Bazzini
Bartomeu Mari

Museo Riso
Albergo delle Povere
Palazzo Sant’Elia
Cappella dell’Incoronazione
PALERMO

10 ottobre – 30 novembre 2015

Nel Mezzo del Mezzo
Palermo, Museo Regionale RISO
10 ottobre – 30 novembre 2015

Quella promossa da Valeria Li Vigni al Museo Regionale Riso di Palermo è una mostra decisamente controcorrente rispetto ad un certo pensiero dominante.
Oggi molti sono convinti che il Mediterraneo, dopo essere stato per millenni uno spazio comune, il luogo dove la storia era di tutti, sia diventato solo lo spazio del caos.
I legami si sono drammaticamente trasformati in una linea di demarcazione, meglio di divisione violenta, tra le due rive, nord e sud, del grande mare comune. Una frattura che non è solo tra due economie ma che è politica e profondamente culturale.
Nel Mezzo del Mezzo
cerca, facendo dell’arte un simbolo, i legami tra gli artisti espressi dai popoli di tutte le sponde dei tre continenti che si affacciano su questo piccolo, grande mare. Valorizzando ciò che li unisce senza nascondere le differenze che, in passato, trasmesse da una sponda all’altra, hanno contribuito a creare valore e valori condivisi, crescita culturale, in primis, e infine economica. Per tutti, da sud a nord, da est a ovest e viceversa.
La voce, anzi le opere, sono quelle degli 72 artisti proposti in un percorso articolato nelle quattro sedi espositive: Palazzo Riso (2.000 mq) Albergo delle Povere (3.000 Mq) e Cappella dell’Incoronazione e Palazzo Sant’Elia, tutte nel cuore della città.
La mostra è promossa dalla Regione Siciliana e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali nell’ambito delle iniziative del POIN Asse II è stata concepita dai curatori Christine Macel (capo curatore del Centre Pompidou, Parigi) Marco Bazzini (storico e critico d’arte) e Bartomeu Mari (Direttore del Museo Macba di Barcellona dal 2008 al 2015) sotto l’egida del Museo Riso, su progetto di Francois Koltes e Michele Ciacciofera, artista presente in mostra.
Al Museo Riso
vengono proposti link inediti tra le opere del Gruppo Forma 1 degli artisti siciliani (Accardi Sanfilippo Consagra…), e l’astrazione degli artisti libanesi (Choucair, Adnan, Caland). L’opera dell’artista sarda Maria Lai è messa a confronto con quella di Luca Francesconi: entrambe si rifanno ai prodotti della terra. L’eredità di Alberto Burri e del suo famoso “Grande Cretto” di Gibellina si collega con le opere degli artisti contemporanei Raphael Zarka e Marzia Migliora.
Un gruppo di opere verrà riunito intorno al lavoro “Stromboli” di Giovanni Anselmo e Masbedo, passando per il documentarista Vittorio De Seta.
Nella mostra sono esplorati i temi del Mediterraneo e del suo territorio (Emilio Isgrò, Michele Ciacciofera, Mona Hatoum), della città del mare , della vita quotidiana e delle abitudini socioculturali. La musica è evocata sia da Hassan Khan che da Luca Vitone.
La sezione dell’Albergo delle Povere scandirà il legame con il passato attraverso le opere di Christodoulos Panayiotou.
Il tema delle migrazioni e del turismo viene evocato dalle visioni incrociate dello spagnolo Carlos Aires e dell’italiana Marcella Vanzo.
La Cappella dell’Incoronazione accoglie le opere fotografiche e le installazioni di Rachid Koraichi e Younes Rahmoun, ispirate al sufismo.
Questa mostra illustra come proprio dalla Sicilia, crogiolo di culture che hanno convissuto per millenni, si può sviluppare una finestra di dialogo sul Mediterraneo in un momento di grandi sconvolgimenti e di crisi.
L’utilizzo della Rete ha prodotto nella contemporaneità una “invasione” culturale paragonabile a quella che gli stessi popoli del mare portarono sulla scena internazionale in secoli lontanissimi.
Il Museo Riso nell’ottica di consolidare la Rete del Contemporaneo, di cui si è fatto promotore per la Sicilia, propone un contatto con realtà lontane al fine di consentire la diffusione del nostro patrimonio culturale ottenendo la doppia funzione di una sua promozione e dell’avvio di una web-discussion tra artisti che si occupano del Mediterraneo e dello sviluppo continuo della sua storia.

InfoWeb:
www.palazzoriso.it
https://www.facebook.com/Museo-Riso-502482159865147/timeline/?ref=br_rs
https://twitter.com/RisoMuseo

Alla Pilotta di Parma i mondi di Amos Nattini.

Finalmente una mostra su Amos Nattini pittore.
Come incisore Nattini ha avuto momenti di vera celebrità, come quando il Duce volle la Divina Commedia illustrata dall’artista quale omaggio ufficiale al Fuhrer, considerando Dante e Nattini massimi esempi del genio italico.
Alle cento tavole per la Commedia Nattini aveva lavorato per più di vent’anni, dal 1915 al ’39, creando un capolavoro che ebbe risonanza mondiale.
Non era per altro la sua prima grande impresa, visto che appena diciannovenne, aveva illustrato, in uno stile liberty di sapore raffinato, le Canzoni delle Gesta d’Oltremare di Gabriele d’Annunzio con il quale entra presto in contatto.

Ora questa mostra, attraverso una cinquanta dipinti di cui diversi inediti, disegni, studi preparatori e una cospicua serie di apparati, racconta a tutto tondo un grande artista che, dopo anni di celebrità, dopo l’adesione al movimento partigiano e la cattura da parte della Gestapo, scelse di ritirarsi in un ex convento benedettino del parmense. Abbandonando Milano, il grande mondo, le committenze ufficiali, il giro di artisti e galleristi per dedicarsi ad una pittura del tutto intima, privata.
I suoi oli raccontano le tradizioni contadine, la quotidianità di vita nello scenario a volte aspro a volte dolce dell’Appennino Emiliano.
Il suo è un voluto, sentito, ritorno al classico, teso a privilegiare e valorizzare tradizioni, momenti, situazioni che rappresentavano l’attualità di una storia millenaria, quasi immutabile. “Sono diventato il pittore dell’Appennino, della gente che tira la vita coi denti, dei muli che zoccolano sui sentieri della montagna”, annota in quegli anni.

Negli stessi anni Nattini, su committenza di una nuova imprenditoria illuminata, realizza un filone di grandi tavole di ispirazione allegorico-mitologica in cui traslittera il mondo del lavoro e la ritualità delle moderne tecniche produttive.

Questa mostra riunisce per la prima volta la grande produzione di Nattini realizzata tra gli anni quaranta e sessanta, opere a carattere mitologico o a soggetto storico. Tra i grandi capolavori (alcuni grandi anche per le loro dimensioni fisiche), i due magnifici oli con cui Nattini ha celebrato una delle più celebrate imprese del Regime, lo svuotamento del Lago di Nemi dal cui fondale sono riemerse le celebri navi romane.
Sono opere in cui Nattini non descrive l’impresa in sé ma il suo valore simbolico, traslando in forme mitologiche “La bonifica agraria” e “L’energia idroelettrica”. Una altra opere imponente è “La battaglia di Fornovo” concessa delle Collezioni d’Arte di Cariparma. Ma sempre si salva dalle nebbie dell’astrazione.
“Quel che lo salva, scrive Ojetti a proposito di Nattini, è proprio l’apparente contraddizione tra la sua spietata incisiva insistente conoscenza del corpo umano e il suo impeto lirico verso l’irreale”.

Accanto alle grandi opere rievocative o celebrative, i piccoli deliziosi quadri di scene d’ambiente. Dalle una e dagli altri emerge un Nattini fedele all’imperativo dell’equilibrio formale e dell’accuratezza tecnica, della tradizione, della classicità evitando la sperimentazione stilistica e rifugiandosi spesso nel mito e nella allegoria. Di qui la definizione di Nattini come “Pittore di altri mondi”.

“Amos Nattini. Pittore di altri mondi”. Parma, Pilotta, 26 settembre – 15 novembre. Ingresso gratuito. Mostra promossa da Associazione Amici della Pilotta, Polo Museale dell’Emilia Romagna e Galleria Nazionale Parma. A cura di Elisabetta Bernardelli, Cinzia Cassinari, Valeria Depalmi.
Con il contributo di CREDEM Private Banking; Synergetic Srl. Catalogo Silvana Editoriale.

info: info@amicidellapilotta.it

La Pittura Analitica del XXI secolo a Milano

L’indagine sulla Pittura Analitica, una delle esperienze artistiche più significative del dopoguerra, prosegue con sempre maggior interesse anche a livello internazionale. Dopo il successo della mostra dedicata ai lavori storici degli anni Settanta, Primo Marella Gallery di Milano inaugura il 24 settembre, alle ore 19.00, la seconda parte del progetto curato da Alberto Fiz esponendo nei suoi ampi spazi di viale Stelvio una selezione di 25 opere recenti realizzate in gran parte negli ultimi quindici anni. La Pittura Analitica, infatti, non è affatto tramontata e la sua indagine si sviluppa, rinnovata, anche oggi. A confermarlo sono i lavori esposti in quest’occasione di Enzo Cacciola, Vincenzo Cecchini,Paolo Cotani, Marco Gastini, Giorgio Griffa, Riccardo Guarneri, Elio Marchegiani, Paolo Masi, Carmengloria Morales, Claudio Olivieri, Pino Pinelli, Claudio Verna, Gianfranco Zappettini. La mostra sarà dunque fruibile fino al 6 novembre.
E’ questa, naturalmente, la componente più problematica e persino provocatoria dell’iniziativa che parte dalla convinzione che l’energia propulsiva degli esordi sia
ancora attuale.
“Anzi”, afferma Alberto Fiz, “dopo una pausa negli anni ottanta e novanta, dall’inizio del decennio scorso sembra ci sia da parte degli artisti che hanno aderito alla linea analitica un desiderio di riconnettersi con la metodologia iniziale”. Tutto ciò senza nostalgia ma con la volontà di approfondire le tematiche lasciate in sospeso allora: il metodo è lo stesso, ma i risultati sono cambiati e appaiono decisamente più edonistici, con maggiori concessione al piacere della pittura e ai suoi tratti emozionali.
In mostra le opere recenti dimostrano l’efficacia del cammino cominciato nei settanta tra mille dissidi e contrasti. Nella situazione attuale gli artisti sfuggono alla preoccupazione ideologiche e concedono maggior spazio al loro estro sviluppando una ricerca pienamente libera (anche sotto il profilo cromatico) e consapevole, lontana dagli eccessi rigoristi e da un desiderio di azzeramento.
Così Griffa omaggia la decorazione e persino Matisse, mentre nelle opere di Olivieri e di Verna si accendono lampi improvvisi di colore che celano tracce recondite.
Anche Guarneri lascia trasparire con più convinzione la luce dei suoi acquerelli e Cecchini riprende gli Schermi lasciando che le fotografie su acetato navighino sulla tela. Se Pinelli occupa spazi e colori sperimentando nuove forme dove la geometria razionalista è ormai un ricordo,Gastini si porta dietro i suoi segni minimalisti in una pittura installativa dove convivono materiali eterogenei come minerali, legni o metalli.
Se Masi arricchisce senza complessi i suoi Cartoni da imballaggio creati negli anni ’70 con divertissement decorativi, Zappettini si lascia sedurre dalla trama e dall’ordito introducendo persino il colore, un tabù per lui negli anni settanta.
Se Cotani dopo aver perlustrato i più svariati sentieri della ricerca, torna ai materiali extapittorici con le Tensioni, bende elastiche montate su strutture d’acciaio, Morales introduce una policromia più ricca e ai suoi Dittici alterna i Tondi da cui emerge la sua pittura sfaccettata e contrastata. Se Cacciola prosegue la sua ricerca sui materiali sostituendo ai cementi strutture colorate in multigum e resina costruite intorno ad elementi che vanno incontro ad un’unità fittizia e artificiosa, Marchegiani ha ripreso la ricerca sulle Grammature ma questa volta le utilizza per catturare gli elementi ambigui della realtà e nel bel mezzo delle opere sono incastonati diamanti o meravigliosi nautilus.
La Pittura Analitica, insomma, ha ancora un lungo cammino tutto da scoprire, come dimostra questa mostra dal taglio inedito che affronta alcune delle problematiche cruciali della contemporaneità.
Del resto, proprio oggi diventiamo i naturali interlocutori di artisti non organici che nella loro specificità hanno dato vita ad un sistema complesso evitando facili rassicurazioni. Un’esperienza dialettica di tipo relazionale che rifiuta ogni forma di dogmatismo.
Come afferma Claudio Verna: “Avvicinarsi alla pittura, oggi, significa innanzitutto liberarla dai suoi attributi tradizionali che sono i significati simbolici, autobiografici, letterari e metaforici. Significa reinventarla, oggettivarla, allontanare da sé, servirsene per proporre allo spettatore-fruitore una traccia per una ricerca comune e non per offrirgli una verità che l’autore non può avere perché non esiste”.
Pur nella sua progressiva trasformazione, lo sguardo della pittura resiste portandosi con sé l’esperienza dell’artista e il suo stato d’ansia.
Nell’ambito dell’iniziativa, si analizzano i maggiori protagonisti italiani di questo movimento attivi ancora oggi, fatta eccezione per Paolo Cotani scomparso nel 2011 ma che proprio nell’ultimo decennio della sua vita ha ripreso le linee della sua ricerca analitica.
La mostra è accompagnata da un catalogo in italiano e inglese pubblicato da Silvana Editoriale che, accanto al saggio di Alberto Fiz, comprende un’ampia selezione di opere per ciascun artista e le loro riflessioni teoriche.
Dal 26 novembre al 12 gennaio 2016, poi, la Pittura Analitica tornerà nuovamente in scena con un nuovo progetto previsto a Lugano nella sede della Primae Noctis Gallery.

Primo Marella Gallery
Viale Stelvio 66, Milano
info@primomarellagallery.com

Primae Noctis Art Gallery

Via Canonica 7, Lugano
info@primaenoctis.com

Biennale dell’Eresia, i nuovi eretici a Orvieto dal 25 al 27 settembre: da Galileo Galilei alla svalutazione dello yuan

Read More
La prima rassegna di Eretici ed Eresie
Biennale dell’Eresia
#ereticofuturo
Da Galileo Galilei alla svalutazione dello yuan
Domotica, Design, Manifattura digitale, Politica, Economia, Sostenibilità: le nuove eresie si incontrano a Orvieto
L’innovazione cresce lungo l’incerta linea che separa
l’iniziativa dalla disubbidienza – Alan Turing


interventi di
Mariana Mazzuccato, definita dall’Economist “La grande eretica dell’economia globale”
Salvatore Majorana, Direttore Tecnology Trasfert Office IIT
Giulio Giorello, filosofo della scienza,
Massimo Bucciantini, Docente di Rivoluzioni Scientifiche all’Università di Siena
Giovanni Lanzone, Filosofo della bellezza
Davide Rampello realizzatore del padiglione zero a Milano Expo
Enrico Morando, Vice Ministro dell’Economia,
On. Giancarlo Giorgetti Presidente Commissione Bicamerale per il federalismo fiscale
Coordina Michele Mezza, giornalista
L’eresia di oggi è la “disruptive innovation” di C. Christensen: il modello trasgressivo, di fuoriuscita dagli schemi, che genera nuovi sistemi e propone soluzioni per l’emancipazione economica e culturale di comunità e generazioni.
Seguendo questa linea, in piena crisi economica e sociale, il 25, 26 e 27 settembre, nella cornice medievale di Orvieto in Umbria, coordinati dal giornalista Michele Mezza, si riuniscono alcuni dei più grandi pensatori italiani dell’innovazione, i “nuovi eretici” della tecnologia, della cultura e della contaminazione, per proporre – tra pratica e teoria – nuovi scenari futuri all’insegna della sostenibilità umana, ambientale e sociale.
Sotto il simbolo di Giordano Bruno e Galileo Galilei di cui verrà esposta per l’occasione una copia originale del censurato Sidereus Nuncius, con #ereticofuturo l’Umbria si trasforma in culla del pensiero dissidente, creativo e al tempo stesso concreto, per un nuovo modello di sviluppo economico e culturale del territorio, proponendo Orvieto come piattaforma sociale e tecnologica per le nuove forme del pensiero digitale e della creatività produttiva.
 
CHE COS’È #ERETICOFUTURO – Con un’area Talk in cui discutere con alcuni dei più grandi protagonisti “eretici” della scena italiana contemporanea, un’area Make, in cui confrontarsi con i nuovi orizzonti tecnologici (dai droni alla domotica) attraverso workshop e laboratori di sperimentazione digitale, un’area Play destinata a formare gli innovatori prossimi venturi, con iniziative rivolte ai bambini, un’areaShow dimostrativa e un’area Taste in cui degustare le “eresie alimentari” del territorio, #ereticofuturo propone tre giornate fitte di appuntamenti per dimostrare che la tecnologia e le competenze digitali sono al servizio della qualità della vita.
Grazie alle aree tematiche di #ereticofuturo dal 25 al 27 settembre 2015 artigiani tecnologici giovani e professionisti, makers, agricoltori, imprese e cittadini si ritroveranno nelle sale dei più prestigiosi palazzi storici Orvietani – Palazzo dei Sette, Chiostro di San Giovanni, Palazzo Negroni, Chiostro di San Francesco – per far conoscere al grande pubblico i nuovi strumenti digitali che stanno rivoluzionando la manifattura e la produzione artigiana: circa 50 esperienze e buone pratiche, nazionali e internazionali, di prodotti e servizi innovativi nel campo del web, del design, della domotica e della manifattura digitale.
I GRANDI OSPITI DI #ERETICOFUTURO – Mariana Mazzuccato, economista di grande prestigio internazionale, definita dall’Economist “la grande eretica dell’economia globale” per il suo libro Lo Stato Innovatore, Salvatore Majorana, Direttore Tecnology Trasfert Office IIT, esperto in robotica miniaturizzata, Giulio Giorello, filosofo della scienza, Massimo Bucciantini, docente di rivoluzioni scientifiche all’Università di Siena, Giovanni Lanzone, filosofo della bellezza e Davide Rampello il realizzatore del padiglione zero a Milano Expo,Mario Iacomini, che dal 2000/’01 muove sotto il nome di ‘Tradizioni e Culturein Movimento [Le Nuove Forme del Gusto / Le Evoluzioni del Tipico]’ per le più audaci sperimentazioni del palato sono solo alcuni dei grandi eretici protagonisti di #ereticofuturo.
Modello di Drone costruito intorno agli Anni Quaranta alla SAI di Passignano sul Trasimeno - esposto alla Biennale dell Eresia Sidereus Nuncius
Con loro a discutere di come l’eresia muti le grandi categorie della vita pubblica e privata, dalle decisioni, alla produzione alle relazioni personali tramite la bellezza, il vice ministro dell’economia Enrico Morando e il presidente della Commissione Bicamerale per il Federalismo Fiscale on. Giancarlo Giorgetti.
#ERETICOFUTURO E MILANO EXPO – In occasione di #ereticofuturo, a Orvieto funzionerà un collegamento in streaming con Milano Expo dove i lavori saranno trasmessi in diretta al padiglione delle Nazioni Unite Kyp e nel ristorante del padiglione sarà  proposto per 3 giorni un menù dell’eresia.
#ereticofuturo è promosso dal Comune di Orvieto e dalla Regione Umbria ed organizzato dall’Associazione Social FabLab e dal Centro Studi Città di Orvieto (CSCO)

Ad Antiruggine, Beltramini con Jefferson e Palladio

Il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio
in collaborazione con:
Fondazione Canova
Stiftung Bibliothek Werner Oechslin
presenta la mostra:

Thomas Jefferson e Palladio
Come costruire un mondo nuovo
Vicenza, Palladio Museum, 23 settembre 2015 – 28 marzo 2016

Comunicato Stampa

Castelfranco Veneto, lunedì 14 settembre, alle 21
Beltramini sceglie il Capanon di Mario Brunello per
illustrare la mostra su Jefferson e Palladio


Guido Beltramini ha scelto la più informale ma anche la più stimolante delle sedi, il capanon di Antiruggine a Castelfranco Veneto, per annunciare la sua prossima mostra su Thomas Jefferson.
Mario Brunello, il celebre violoncellista, e Arianna, sua moglie, con Antiruggine hanno creato una delle fucine creative più vivaci in Italia. In questo ex capannone industriale sono passati e continuano a passare molti dei grandi nomi della musica e della cultura europea, e non solo. Per esibirsi “giù dal palco”, per discutere, confrontarsi con il pubblico che qui non è spettatore ma protagonista alla pari.
Chi segue l’attività di Antiruggine sa che ciò che il capanon castellano seleziona per i suoi numerosissimi estimatori è sempre particolare, assolutamente originale, per contenuto o per approccio.
Come originale, per contenuti, taglio culturale e allestimento, è la mostra che Guido Beltramini presenterà qui in anteprima. L’appuntamento è per lunedì 14 settembre, alle 21.

“E’ una mostra che accoglierà i visitatori, anticipa Beltramini, con uno specchio, dove si riflettono il busto di Palladio e quello di Thomas Jefferson. È la prima domanda della mostra: come si riflettono forme e idee? Perché un architetto di una regione periferica del Nord Italia viene preso a modello per costruire l’architettura del Nuovo Mondo?
La risposta è collegata all’interrogativo di fondo: cosa ci fa in un museo d’architettura Thomas Jefferson (1743-1826), colui che scrisse materialmente la Dichiarazione d’Indipendenza e fu il terzo presidente degli USA? C’è perché fu l’americano che più di ogni altro contribuì a dare un volto alla nuova nazione attraverso l’arte, l’architettura e il disegno del territorio. Fu un visionario ma anche un pragmatico, un uomo d’azione e insieme un intellettuale che conosceva il latino e il greco e che era convinto che il Nuovo Mondo si potesse costruire solo attraverso la razionalità e la bellezza.
Avete presente quelle vedute aeree delle campagne o delle città degli Stati Uniti tutte suddivise in quadrati regolari? È stato Jefferson a fare in modo che fosse così, impostando una griglia riferita ai meridiani e paralleli, ispirandosi agli antichi Romani. Ricordate la Casa Bianca, con il portico su colonne come una villa palladiana? Jefferson avrebbe voluto addirittura una copia ingrandita della Rotonda di Vicenza, e comunque la casa del Presidente dei nuovi Stati Uniti, nati da una guerra sanguinosa contro una monarchia, doveva ispirarsi all’architettura repubblicana, com’era la Repubblica di Venezia”.
Prima ancora che una mostra di architettura è la mostra su un uomo, convinto che l’architettura potesse migliorare il mondo intorno a sé. Cominciò a studiarla dai libri, poi la visitò durante un lungo soggiorno in Europa, come ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi. Costruì due ville per se stesso e molte altre per i propri amici. Con il progetto per il Campidoglio della città di Richmond stabilì le forme degli edifici del potere civile americano. Negli ultimi anni di vita, con la sede dell’Università della Virginia creò il prototipo del “campus” universitario: un’architettura aperta, con le aule in padiglioni isolati che si affacciano, insieme alle residenze degli studenti, su un prato verde, coronato dalla monumentale biblioteca in forma di Pantheon. Un’idea di comunità e insieme la visione che sia la cultura il terreno su cui costruire i nuovi Stati Uniti d’America.
Per rendere più coinvolgente la visita della mostra, sarà possibile scaricare gratuitamente sul proprio smartphone il racconto dei curatori e muoversi nelle sale accompagnati dalle loro parole.

Ingresso responsabile. Sino ad esaurimento dei posti.

Info: www.antiruggine.eu

Thomas Jefferson e Palladio: il nuovo mondo

Il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio
in collaborazione con:
Fondazione Canova
Stiftung Bibliothek Werner Oechslin
presenta la mostra:

Thomas Jefferson e Palladio
Come costruire un mondo nuovo
Vicenza, Palladio Museum, 19 settembre 2015 – 28 marzo 2016

La mostra ci accoglie con uno specchio, dove si riflettono il busto di Palladio e quello di Thomas Jefferson. È la prima domanda della mostra: come si riflettono forme e idee? Perché un architetto di una regione periferica del Nord Italia viene preso a modello per costruire l’architettura del Nuovo Mondo?
La risposta è collegata all’interrogativo di fondo: cosa ci fa in un museo d’architettura Thomas Jefferson (1743-1826), colui che scrisse materialmente la Dichiarazione d’Indipendenza e fu il terzo presidente degli USA? C’è perché fu l’americano che più di ogni altro contribuì a dare un volto alla nuova nazione attraverso l’arte, l’architettura e il disegno del territorio. Fu un visionario ma anche un pragmatico, un uomo d’azione e insieme un intellettuale che conosceva il latino e il greco e che era convinto che il Nuovo Mondo si potesse costruire solo attraverso la razionalità e la bellezza.
Avete presente quelle vedute aeree delle campagne o delle città degli Stati Uniti tutte suddivise in quadrati regolari? È stato Jefferson a fare in modo che fosse così, impostando una griglia riferita ai meridiani e paralleli, ispirandosi agli antichi Romani. Ricordate la Casa Bianca, con il portico su colonne come una villa palladiana? Jefferson avrebbe voluto addirittura una copia ingrandita della Rotonda di Vicenza, e comunque la casa del Presidente dei nuovi Stati Uniti, nati da una guerra sanguinosa contro una monarchia, doveva ispirarsi all’architettura repubblicana, com’era la Repubblica di Venezia.
La mostra “Thomas Jefferson e Palladio. Come costruire un mondo nuovo” è la prima mai dedicata in Europa al grande palladianista americano. Vi condurrà nel mondo di Jefferson, le sue collezioni d’arte, i suoi progetti di architettura, i suoi sogni ma anche le sue contraddizioni: attraverso disegni, sculture, libri preziosi, modelli di architetture, video e multimedia. In mostra sono esposte anche 36 fotografie di Filippo Romano, frutto di una campagna fotografica appositamente realizzata in Virginia nella primavera del 2014. Sono presenti inoltre i tre preziosi bozzetti originali di Antonio Canova per la statua di George Washington commissionata dallo stesso Thomas Jefferson.
Per rendere più coinvolgente la visita della mostra, sarà possibile scaricare gratuitamente sul proprio smartphone il racconto dei curatori e muoversi nelle sale accompagnati dalle loro parole.
Prima ancora che una mostra di architettura è la mostra su un uomo, convinto che l’architettura potesse migliorare il mondo intorno a sé. Cominciò a studiarla dai libri, poi la visitò durante un lungo soggiorno in Europa, come ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi. Costruì due ville per se stesso e molte altre per i propri amici. Con il progetto per il Campidoglio della città di Richmond stabilì le forme degli edifici del potere civile americano. Negli ultimi anni di vita, con la sede dell’Università della Virginia creò il prototipo del “campus” universitario: un’architettura aperta, con le aule in padiglioni isolati che si affacciano, insieme alle residenze degli studenti, su un prato verde, coronato dalla monumentale biblioteca in forma di Pantheon. Un’idea di comunità e insieme la visione che sia la cultura il terreno su cui costruire i nuovi Stati Uniti d’America.
Per Jefferson Palladio era “the Bible”. Chiamò la propria villa Monticello perché nei Quattro Libri aveva letto (in italiano) che la Rotonda sorgeva su “un monticello”. Palladio per Jefferson era colui che aveva saputo tradurre la grande architettura romana antica per gli usi del mondo moderno. E soprattutto Palladio aveva creato “la villa”, la residenza dei gentiluomini (veneti, inglesi o americani) che curavano i propri interessi in campagna, crescendo sani nella natura e coltivando il proprio spirito con la lettura dei classici.
Ma uno specchio può anche deformare. A differenza dei committenti di Palladio e dei suoi epigoni britannici, i proprietari americani per coltivare le loro terre si servivano degli schiavi. Lo stesso Jefferson ne possedeva un centinaio. Erano privilegi solo per bianchi i tre diritti che Jefferson aveva riconosciuto fondamentali della Dichiarazione d’Indipendenza: vita, libertà e “ricerca della felicità”.
La mostra è dedicata alla memoria di Mario Valmarana, indimenticato professore alla University of Virginia, che dedicò una vita a creare ponti fra il Veneto di Palladio e la Virginia di Jefferson. È realizzata grazie al sostegno di Regione del Veneto e di Fondazione Cariverona, ed è frutto della collaborazione con Fondazione Canova di Possagno e con Stiftung Bibliothek Werner Oechslin di Einsiedeln. La mostra è parte di un progetto comune costruito con il Canadian Centre for Architecture di Montreal, che nell’ottobre 2014 ha ospitato il progetto fotografico “Found in Translation: Palladio-Jefferson. A narrative by Filippo Romano”.
La mostra è a cura di Guido Beltramini e Fulvio Lenzo, sostenuti da un consiglio scientifico presieduto da Howard Burns (Scuola Normale Superiore di Pisa) e di cui fanno parte James Ackerman (Harvard University), Bruce Boucher (University of Virginia), Travis C. McDonald (Corporation for Jefferson’s Poplar Forest), Damiana Paternò (IUAV Venezia), Mario Piana (IUAV Venezia), Craig Reynolds (University of Virginia). Il catalogo, in italiano e inglese, è edito da Officina Libraria.
L’allestimento della mostra è progettato da Alessandro Scandurra.

Informazioni
Aperta dal martedì alla domenica, 10-18.
Biglietto: intero euro 10,00 / ridotto euro 7,00 / scuole euro 4,00 / family euro 12,00.
http://www.palladiomuseum.org/exhibitions/jefferson
Twitter / Facebook / Instagram: PalladioMuseum
accoglienza@palladiomuseum.org
Tel. +39 0444 323014 / Fax 0444 322869