TI Cloud

Voi l’avete visto no, il fulmine che pare colpire San Pietro? E se quel fulmine avesse colpito la vostra rete elettrica di casa e fatto fondere parte dei vostri hard disk? Come se non capitasse (chissà, povero Papa, se ha perso l’usocapione del modem con quella scarica. Perché il modem in clausura potrebbe sempre servire)

Poi anche spesso le cose in casa si perdono e scompaiono. Ma come si fa a conservare i propri ricordi in modo che non si volatilizzino o scompaiano da un momento all’altro?

A risolvere l’inconveniente ci pensa appunto la nuvola-cloud di Telecom Italia che mette a disposizione dei suoi clienti ben 200 Giga di spazio dove memorizzare quello che ci sta più a cuore.

L’area di TI Cloud è facilmente accessibile dal nostro PC attraverso un’applicazione disponibile sul web, facile da usare e molto intuitiva e, se proprio abbiamo dei problemi non dobbiamo avere paura, perché c’è un utilissimo servizio di assistenza telefonica.

Ovviamente tutti i dati che andremo a memorizzare saranno su server italiani e assolutamente protetti dalle normative italiane sulla gestione dei dati che sono molto restrittive, inoltre non ci troveremo mai noiose pubblicità, banner o spam grazie al pagamento del canone di abbonamento Adsl.

Direttamente dal sito di Telecom possiamo vedere cosa offre il servizio: ll servizio TI Cloud include:

  • 200 GB di spazio di storage
  • Copia automatizzata e sicura dei dati
  • Archiviazione perenne
  • Ripristino dei dati archiviati anche su un dispositivo diverso da quello di origine
  • Spazio privato e protetto secondo le migliori tecnologie adottate per ambienti Business
  • Accesso web protetto ai dati da qualunque postazione internet
  • Numero illimitato di PC o altri dispositivi supportati
Inoltre gli sviluppatori del servizio stanno per uscire con delle App per Android e iOS con le quali potremo utilizzare il servizio di TI Cloud anche attraverso i nostri dispositivi mobili. Insomma, si candida ad essere il servizio maipiùsenza per non perdere neppure un file ma anche per raggiungerlo da qualsiasi parte!
Che ne dite?

Articolo sponsorizzato

Evitare di.

Il grosso problema è che a volte penso a scrivere e poi evito di farlo. Perché? Perché so benissimo che sarebbe inutile, a volte. Fare un elenco di cose che non vanno perché almeno dici che le fissi giù e pace amen cosìsia non si può fare perché c’è chi ti analizza.

E allora?

Allora anche un po’ sticazzi, ma si chiama guardare entro se stessi. Quando non si dorme per pazzeschi mal di testa.

Ecco: gli archivi.

C’è una roba a cui servono tantissimo gli archivi: andare a scartabellare e quando c’erano meno rompicazzi su internet a cui non basta più giudicare AmicidiMaria aprire agli altri la voragine che ti consuma.

Poi c’è gente che dice che la depressione si cura: no, mi hanno fottuto solo che soldi e non erano neppure sciamani alla Do Nascimento.

Poi c’è gente che dice che siamo sulla stessa barca: ah, che consolazione. Ma allora perché non pensare ai bimbi del biafra?

Poi c’è gente che vuole sforzarsi per forza a dirti qualcosa: ecco, sì, mettitelo lì e facciamo finta di nulla.

[17 maggio 2008]

Every little piece in your life will it mean something to someone?

Die Wende.
Son le tre, poi passano le quattro. Ti rigiri nel letto. Metti i cuscini tipo bara, o perlomeno, come spiegare il mettere i cuscini in modo che due angoli soltanto ti sorreggano la testa e il resto si sentano tramite le braccia? Superi le quattro, inizi a sentire i cinguettii dei volatili. Neppure tanto insistenti. Vedi quella porzione di cielo cambiare da un blu nerastro, a un blu intenso, per poi dopo andare al solito grigio delle giornate di pioggia. Sono le cinque e mezza, ed è dalle dieci e mezza del giorno precedente che sei sveglia, viva e vigile. Non è la prima volta, non sarà l’unica. Così come tutte le volte che il fisico non va e la testa, chissà per quale cazzo di riflesso, non ha voglia di far riposare i neuroni. Speri che almeno dalle nove a mezzogiorno tre orette di sonno riuscirai a farle. Con l’esperienza di poi, sai che ne dormirai due e mezza.
Die Wende in tedesco, più che altro per i berlinesi, va a significare la caduta, l’abbattimento del muro di Berlino. Il crollo di un’utopia, la fine di un incubo.
I mesi a cavallo tra maggio e giugno del passato anno sono stati pessimi. Io a cavallo tra l’esserci e il non esserci. Non è un male. Vi confesserò che ho passato tutto il mese scorso a implorare non so chi, probabilmente il fantasma formaggino, di voler morire. Perché non è come dicono gli altri depressi “che vivere non serve e morire neppure”. Cioè, l’ho passato quel periodo di depressione, a novembre. Rifiutando medicine, cibo, acqua. Piangendo dalla mattina alla sera. Rimanendo ferma a letto. Ora molte cose son migliorate. Molte? Alcune, via.
Il letto è comodo.
Però non ricordo più molto come sia il mio soggiorno.
Poi probabilmente ripasserò tutto il prossimo mese, al prossimo dolore insopportabile corporeo che mi sbalestra, mi fa sembrare truccata già per un film di darioargento e mi fa anche perdere linguaggio e cognizione di dove sono, a rinvocare la prima divinità non sorda affinché mi mandi un colpo apoplettico visto che ogni volta che tento di porre soluzioni tipo shoa mi butta male e a un certo punto sto diventando pigra a programmare da me. Evviva l’imprevisto.
Die Wende è un’espressione significa espressione che significa più o meno “cambiamento importante”, “punto di svolta”. Quel picconare il muro nell’89 deve essere significato qualcosa che la lingua tedesca ha sempre il bello di dirti con una parola un mondo intero di cose. Quando crolla un muro, metaforico o meno, sai quanto cambia. Se tu vuoi. Se tu vuoi far crollare il muro e superare le macerie.
Stasera al programma medico della città ho visto che parlavano della mia malattia. Delle mie operazioni. Delle mie cure. Inizialmente sono stata lì lì a fare un ripassino. Poi mi veniva da piangere. Mi veniva da piangere perché molte persone mi hanno fatto venire il senso di colpa dell’essere stata male in un certo modo. Mi sento solo un’appestata di serie B. Una persona a cui non bastavano già altre non-fortune ma doveva avere altri casini. Una persona che dice a sua madre di buttarla via. Un po’ scherosamente, un po’ anche no. Una persona che ultimamente ogni 36 ore sta male da non poter fare una fava. Una persona che si è ridotta a far grattini al suo peluche perché le altre persone a cui voleva bene l’han tradita, umiliata e offesa.
Every little piece in your life
Will add up to one
Every little piece in your life
Will mean something to someone
[*]
Quando leggo che i miei post, i miei sorrisi, le mie cagate, qualcosa di me significa davvero qualcosa per qualcuno rimango sorpresa. Non mi considero una persona capace di far qualcosa di buono, specialmente da mesi. Ma di contro non è che le rassicurazioni facciano qualcosa. Non ho bisogno di consenso. Vorrei solo vedere che ne so, le cose andarmi meno peggio. Avere soddisfazioni anche cretine.
Un emocromo decente? Un terno al lotto? eh? eh?
Dai, pensa che sfiga. Nottetempo ti tirano un muro su in mezzo alla città e tu non puoi più vedere parenti e amici. Ossia, li puoi vedere se sei all’ovest. Se sei all’est al confronto sotto i Nazisti si stava in gita con l’Ikea. Marionette esposte all’occidente. Non c’era niente, tranne l’aver calpestato il tuo onore e i tuoi affetti. In fin dei conti a che servono onore e affetti quando ci sono i soldi? Ah, mancavano pure quelli. Già.
Da quando sto male vivo tutto con la smania del “se non potesse ricapitarmi più”. Non ce la faccio più a dire che vivo tutto giorno per giorno, come viene. Viene tutto male, non ci sono sicurezze. Vivi più in equilibrio del resto delle altre persone. Benedivo le volte che le benzodiazepine mi davano ancora un po’ di sonno. Ormai non fanno più niente. Maledetto il mio fisico. Quando mi davano quel fantastico stordimento di cessazione dei pensieri diversi dal raziocinio. Avrei potuto compilare un quadrato di punnet grazie alla parte sinistra funzionante ma la destra era lì, spenta, nel nulla, a pensare a niente. A volgermi verso il nulla e cullarmi verso il sonno lasciandomi meravigliosamente rincoglionita ore. Ora ne prendo due pastiglie quando ho voglia di provare il deltaplano dalla mia finestra pur non avendo il deltaplano e non ho né sonno né stordimento. Mi sento solo un po’ più stanca del solito, e magari mi metto sempre abbracciata a Rodesindro a guardare OC.
Ormai Rodesindro lo devo lavare da quanto lo tengo corporialmente vicino.
Da quel giorno Berlino è cambiata; non solo la parte est che aveva vissuto sotto il grigiore perenne della dittatura sovietica; anche la parte ovest, quella ricca, che ha saputo sopportare e farsi carico di un’esperienza forse unica nella storia del mondo: la riunificazione, dopo trentanni, di una città divisa in due. Berlino lo ha fatto picconando quel calcestruzzo che non aveva ragione di esistere, riconoscendo che era un gesto doveroso, senza il quale non sarebbe mai tornata ad essere la vera Berlino. Da quel momento la città ha ricominciato a essere quella che era stata pensata in un disegno che possiamo dire superiore. Forse a vivere, si può dire.
In questo periodo non ho mai parlato di depressione e del suicidio che spesso mi ha attirato come una patria, per dirla alla D’Annunzio, per rispetto di una mia amica che ha vissuto una situazione famigliare in cui è contenuto tutto ciò. Non per paura di dirle le cose, ma qui la gente travisa. Se si incazza Morgan per dire che il popolino non capisce una sega di musica io potrei scagliarmi duramente dicendo che molta gente non capisce cosa è stare male, cosa è vivere lo stare male, cosa è volersi sentire normali e rimanere schiacciati dal peso di molte cose. Non lo capisce anche se glielo spieghi a chiare lettere. A questo punto più che limiti culturali, come credevo, credo siano limiti darwiniani. Solo pochi siamo intelligenti, agli altri dobbiamo sforzarci di dire sempre sì e che quello che vedono è un dorato mondo di zucchero filato e che sì, le cose belle le fanno solo loro, la ragione è soltanto nel loro pensiero e che soltanto i loro guai sono importanti, perché sono i loro. Per poi, si spera, prendere il badile e seppellirli prima che seppelliscano noi.

Now don’t drown in your tears babe
Push your head toward the air [*]

[28-11-2009]

28 novembre 2009

Non è una lagnanza e non fate i pucciosi, perdio.

Io sono una persona che soffre di depressione cronica maggiore. Ora dovrebbe essere eliso il termine maggiore, ma queste cose tipo tumori e depressione dicono che ci devi convivere un po’ tutto il resto della tua vita. Che bello, però aver fatto filotto.

La mia vita in ventisei anni si è smontata con questi episodi e tutte le volte ho dovuto cercare di rimettermi in piedi.
Magari dovrei spiegare meglio cosa fa un depresso, che è principalmente nulla meno che farsi del male, o dire come riesco a vivacchiare io alla meno peggio. Ma sono cose inutili. Ossia pontificare sul dolore dall’esterno è una cosa inutile. Tu non riesci neppure a sentire la mia colica renale, figuriamoci se puoi sentire come soffre la mia anima. La maggior parte di voi non capisce un cazzo su come trattare queste cose, ma è normale. Ognuno sente il suo dolore. Magari il mio è meno grosso del tuo, ma io lo elaboro diversamente.

Ora non è che dovete fare i premurosi dicendo che devo tenere botta o tirarmi su, o bisogno di aiuto, o cazzi vari. Oh, ci convivo. E’ come convivere con un baubau, ma pazienza. Non tutti possiamo essere felici, allegri, grati al signorealleluya. Questa cosa del dover giudicare quello che faccio io e quello che voglio io è da sporchi cattolichini che non guardano la tav che hanno nell’occhio.
Io vivo il mio dolore, ho vissuto le mie pulsioni al suicidio perché il mio corpo è un contenitore malaticcio che non accetto e tutti preoccupati dell’interruzione della vita ma non magari della mia difficoltà di accettare che il mio corpo malato non segua la mia mente che aveva voglia di vivere le cose come intendeva.

Ora mi sforzo, tanto. So che il crollo può arrivare, ché come dice il mio medico qui l’andamento specie per me che sono iperattiva e penso tanto è a sinusoide. Però ecco, ormai ho un obiettivo pesante su me stessa ed è quello di lavorare tantissimo sul mio fisico fino a poterlo ri-rendere normale.
Poi se sono giù chissenefrega, tanto lo sconta solo mia mamma. E il pupazzo, credo. A voi non intacca, sebbene alcuni mi vogliano bene non è che state sempre a contatto con me. Potete staccare, voi. Mica siete come me che devo convivere con tutto ciò.

"It's Better to burn out, than to fade away."

C’è così tanto buio dentro di me che ne ho scritto fino ad abusarne, qui. Ma quanto pare nessuno mi abbia mai ascoltato.

Mia mamma nei giorni scorsi ha avuto paura per quanto non stessi scherzando.

Non sto scherzando, non sto chiedendo aiuto. Se scrivo è uno stream, se voi la vedete più grande è perché date valore a cose di cui non me ne fotte: ci sono anni di blog come prova. Ma c’è un buco nero dentro di me che mi sta risucchiando dentro. A volte fa male, altre volte attira così tanto finirci dentro per smetterla con ogni dolore.

Non voglio soffrire più, è questo il punto. E non sono mai stata così stanca.