Robert Mapplethorpe, un perfezionista. Grande retrospettiva con più di 200 opere

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Dal 22 aprile al 27 agosto il museo Kunsthal di Rotterdam presenta una grande retrospettiva della vita e delle opere di Robert Mapplethorpe (1946 – 1989), uno degli artisti e fotografi più influenti del 20°secolo. La mostra offre una vasta panoramica della sua carriera, dalle prime opere della fine degli anni sessanta fino al suo successo nel mondo dell’arte negli anni ottanta. Più di 200 opere gettano una nuova luce sui suoi generi preferiti: ritratti, autoritratti, nudi e nature morte. Ritratti di amici e conoscenti, tra cui l’amica e musa Patti Smith, la body builder Lisa Lyon e il modello Phillip Prioleau, ritratti di artisti di un certo livello, di scrittori e di musicisti. Allo stesso tempo troviamo anche diversi autoritratti che dimostrano l’importanza per Mapplethorpe nel comprendere quanto fosse importante creare una propria immagine.

Inoltre lettere e documenti, libri e note dimostrano il legame personale di Mapplethorpe con i suoi modelli, il suo talento nel gestire con successo il suo studio e le sue ambizioni.

La mostra fornisce uno sguardo sul suo metodo di lavoro e presenta il suo lato sperimentale e di improvvisazione, oltre alla perfezione estetica e tecnica del suo lavoro.  

Per la prima volta vengono esposte in Olanda così tante opere di Mapplethorpe. Il museo De Kunsthal di Rotterdam è lieto di presentare come unica istituzione in Europa questa speciale mostra. L’esposizione è frutto di una collaborazione tra il Los Angeles County Museum of Art, il J. Paul Getty Museum e la Robert Mapplethorpe Foundation.  

De Kunsthal
Westerzeedijk 341
3051 AA Rotterdam
www.kunsthal.nl  

Per ulteriori informazioni per la stampa: communicatie@kunsthal.nl , tel. 0031 10 4400321

Sony: Annunciati i vincitori assoluti dei Sony World Photography Awards 2017

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Londra, 20 aprile 2017: In occasione dei Sony World Photography Awards 2017, la World Photography Organisation ha assegnato il titolo di Fotografo dell’Anno al belga Frederik Buyckx. I giudici del concorso, incaricati di selezionare la migliore serie di immagini, sono rimasti profondamente colpiti dalla bellezza, dalla potenza e dall’impegno espressi da Buyckx nel lavoro che gli è valso la vittoria, intitolato “Whiteout”.

Con oltre 227.000 candidature provenienti da 183 paesi, i Sony World Photography Awards 2017 sono il più grande concorso fotografico al mondo. Tutte le immagini vincitrici e finaliste verranno esposte dal 21 aprile al 7 maggio presso la Somerset House di Londra, che ospiterà anche alcuni rari scatti del fotografo britannico Martin Parr, insignito del premio Outstanding Contribution to Photography.

Scelta tra i vincitori delle dieci categorie Professionisti, l’opera di Frederik Buyckx viene presentata così dalla Presidentessa di Giuria Zelda Cheatle: “Ho scelto una serie di scatti paesaggistici perché volevo tornare a un approccio fotografico improntato all’essenza. Spesso i paesaggi vengono snobbati, ma in realtà hanno un ruolo chiave per la nostra esistenza. Sono immagini splendide, realizzate da un fotografo serio, e meritano tutta la nostra ammirazione. Spero che questo premio ispiri molti altri fotografi a cogliere non soltanto gli aspetti più tragici della vita, simbolo di un’epoca travagliata, ma anche i momenti di gioia e di grazia che si nascondono in ogni ambiente”.

Buyckx è stato proclamato Fotografo dell’Anno durante la cerimonia di gala, tenutasi a Londra alla presenza di esperti internazionali del settore, dove gli è stato assegnato un premio in denaro del valore di 25.000 dollari. Nel corso della cerimonia sono stati annunciati anche i vincitori delle categorie Professionisti e i vincitori assoluti dei concorsi Open, Giovani e Studenti.

Scott Gray, CEO della World Photography Organisation, ha dichiarato: “Per quanto riguarda il titolo di Fotografo dell’anno, sono particolarmente orgoglioso della scelta di quest’anno. Ho la sensazione che in molti casi sia facile impressionare il pubblico, mentre può essere estremamente difficile cogliere un’eleganza sofisticata, di una bellezza autentica, in grado di trasmettere al meglio la potenza della fotografia come mezzo di espressione”.

Tutti i vincitori sono stati invitati alla cerimonia di gala di Londra per ritirare il proprio premio: un set di apparecchiature fotografiche digitali di Sony di ultima generazione.

Giunti alla decima edizione, i Sony World Photography Awards riconoscono e premiano ogni anno il meglio della fotografia contemporanea degli ultimi 12 mesi. Aperti a tutti i cultori di quest’arte e accessibili gratuitamente, grazie al prestigio di cui godono nel settore hanno il potere di imprimere un nuovo corso alla carriera dei vincitori e dei finalisti. Le iscrizioni ai Sony World Photography Awards 2018 si apriranno il 1° giugno 2017.

FOTOGRAFO DELL’ANNO – FREDERIK BUYCKX, BELGIO

Nato ad Anversa nel 1984, Frederik Buyckx è un fotografo freelance che collabora con il quotidiano belga De Standaard. Le immagini di Buyckx sono state pubblicate ed esposte a livello internazionale. Recentemente è stato anche tra i finalisti dello ZEISS Photography Award.

Le immagini della serie vincitrice, intitolata “Whiteout”, sono state scattate nei Balcani, in Scandinavia e in Asia Centrale, aree remote in cui spesso le persone vivono in isolamento e a stretto contatto con la natura. Buyckx ha spiegato: “La natura subisce una forte trasformazione quando arriva l’inverno: la neve e il ghiaccio iniziano a dominare sul paesaggio e uomini e animali devono affrontare condizioni climatiche estreme. La serie mostra la lotta intrapresa per evitare di scomparire”.

VINCITORI E FINALISTI DELLE CATEGORIE PROFESSIONISTI

Una giuria di esperti internazionali ha avuto il compito di selezionare le migliori serie di immagini (dai 5 ai 10 scatti) nelle dieci categorie Professionisti. I fotografi vincitori e finalisti sono:

  • Vincitore Architettura: Dongni, Cina

2°– Julien Chatelin, Francia / 3°– Diego Mayon, Italia

  • Vincitore Concettuale: Sabine Cattaneo, Svizzera

2°– Gao Peng, Cina / 3°– Alexander Anufriev, Federazione Russa

  • Vincitore Storia contemporanea: Tasneem Alsultan, Arabia Saudita

2°– Li Sony, Cina / 3°– Lorenzo Maccotta, Italia

  • Vincitore Attualità: Alessio Romenzi, Italia

2°– Joe Raedle, Stati Uniti / 3°– Ivor Prickett, Irlanda

  • Vincitore Vita quotidiana: Sandra Hoyn, Germania

2°– Christina Simons, Islanda / 3°– Alice Cannara Malan, Italia

  • Vincitore Paesaggio: Frederik Buyckx, Belgio

2°– Kurt Tong, Regno Unito / 3°– Peter Franck, Germania

  • Vincitore Natura: Will Burrard-Lucas, Regno Unito

2°– Ami Vitale, Stati Uniti / 3°– Christian Vizl, Messico

  • Vincitore Ritratto: George Mayer, Federazione Russa

2°– Romina Ressia, Argentina / 3°– Ren shi Chen, Cina

  • Vincitore Natura morta: Henry Agudelo, Colombia

2°– Shinya Masuda, Giappone/ 3°– Christoffer Askman, Danimarca

  • Vincitore Sport: Yuan Peng, Cina

2°– Eduard Korniyenko, Federazione Russa / 3°– Jason O’Brien, Australia

FOTOGRAFO DELL’ANNO PER IL CONCORSO OPEN – ALEXANDER VINOGRADOV, FEDERAZIONE RUSSA

Il migliore scatto singolo a livello mondiale è “Mathilda”, realizzato dal fotografo russo Alexander Vinogradov, che, oltre al titolo di Fotografo dell’Anno per il concorso Open, si aggiudica un premio di 5.000 dollari.

Vinogradov è un fotografo non professionista residente a Mosca. L’immagine che gli è valsa la vittoria è il ritratto di una ragazzina, ispirato al film francese Léon. Lo scatto è stato selezionato tra i dieci vincitori delle categorie Open, annunciati il 28 marzo da una giuria di esperti presieduta dal giornalista e fotografo britannico Damien Demolder.

FOTOGRAFO DELL’ANNO PER IL CONCORSO GIOVANI – KATELYN WANG, STATI UNITI

Il titolo di Fotografo dell’Anno per il concorso Giovani è stato assegnato a Katelyn Wang, studentessa di 16 anni di Los Angeles (California). Aperto a ragazzi e ragazze dai 12 ai 19 anni, il concorso Giovani invita i fotografi di tutto il mondo a presentare un singolo scatto sul tema della “bellezza”.

L’immagine di Wang, intitolata “On Top of the World”, ritrae dall’alto il lago Pehoé, situato all’interno del Parco Nazionale Torres del Paine (Cile), offrendo una prospettiva meravigliosa sul paesaggio circostante.

FOTOGRAFO DELL’ANNO PER IL CONCORSO STUDENTI – MICHELLE DAIANA GENTILE, ARGENTINA

Michelle Daiana Gentile, allieva ventunenne della Escuela de FotografíaMotivarte, si è aggiudicata il titolo di Fotografo dell’Anno per il concorso Studenti, con un progetto eccezionale dal titolo “Only Hope”. Interpretando il tema delle “emozioni”, Gentile ha presentato una serie di potenti scatti realizzati durante un periodo di dieci giorni trascorso con gli operai di una vecchia cartiera argentina.

Grazie a questa vittoria, durante la cerimonia di gala ha ricevuto attrezzature fotografiche Sony per un valore di 30.000 euro, da destinare alla propria università.

OUTSTANDING CONTRIBUTION TO PHOTOGRAPHY – MARTIN PARR

Durante la cerimonia di gala, il fotografo britannico Martin Parr è stato insignito del premio Outstanding Contribution to Photography, in virtù del suo linguaggio visivo unico e della capacità di oltrepassare i confini di questo mezzo espressivo.

In passato, il premio Outstanding Contribution to Photography è stato conferito a Mary Ellen Mark, William Eggleston, Eve Arnold, Bruce Davidson, Marc Riboud, William Klein, RongRong & inri, Elliott Erwitt e Phil Stern.

SONY WORLD PHOTOGRAPHY AWARDS & MARTIN PARR – MOSTRA E CATALOGO 2017

Le opere finaliste e vincitrici saranno esposte alla Somerset House di Londra dal 21 aprile al 7 maggio. La mostra comprenderà una sezione speciale dedicata a rarissimi scatti in bianco e nero di Martin Parr, realizzati all’epoca degli esordi; a queste immagini si affiancheranno alcuni dei suoi lavori più iconici, compresi libri e film.

Le opere esposte sono state raccolte in un catalogo, che può essere acquistato sul sito www.worldphoto.org

Per maggiori informazioni sui Sony World Photography Awards, contattare:

Jill Cotton, PR Director / Kristine Bjørge, PR Manager
press@worldphoto.org / +44 (0) 20 7886 3043 o + 44 (0) 7838 144 992

NOTE PER LA STAMPA:

  • 230.103 è il numero totale delle immagini che hanno preso parte ai Sony World Photography Awards 2016: 127.098 per il concorso Professionisti, 103.005 per i concorsi Open e Giovani.
  • Dal 2007, anno di lancio del concorso, il numero totale di iscrizioni ha raggiunto quota 1 milione.

Giuria 2017

  • Concorso Professionisti: Zelda Cheatle (Presidente di giuria), curatrice (Regno Unito); Aida Muluneh, fondatrice/direttrice, Addis Foto Fest (Etiopia); Allegra Cordero di Montezemolo, curatrice e responsabile mostre, Centro de la Imagen (Messico); Denis Curti, curatore e giornalista (Italia); Russ O’Connell, Picture Editor The Sunday Times Magazine (Regno Unito) e Françoise Callier, Program Director di Angkor Photo Festival & Workshops (Francia).
  • Concorsi Open e Giovani: Damien Demolder (Presidente di giuria), fotografo e giornalista (Regno Unito).
  • Student Focus: Andrea Kurland, caporedattrice di Huck (Regno Unito); Dan Rubin, fotografo e direttore artistico (Regno Unito) e Jennifer Shaw, fondatrice e direttrice creativa, PhotoNOLA (Stati Uniti).

World Photography Organisation

La World Photography Organisation è una fucina di iniziative globali legate al mondo della fotografia. Attiva in 180 Paesi, persegue lo scopo di portare il dibattito sull’arte fotografica a un nuovo livello, celebrando i fotografi più talentuosi e i migliori scatti del pianeta. Le attività della WPO si fondano su relazioni durature intrecciate negli anni con professionisti e aziende partner leader del settore in tutto il mondo. Ricco il calendario di eventi annuali proposti: i Sony World Photography Awards (il maggiore concorso fotografico a livello mondiale che raggiunge il suo decimo anniversario nel 2017), vari incontri e conferenze locali nel corso dell’anno, fiere d’arte e saloni internazionali dedicati alla fotografia, tra cui eventi di particolare spicco a Shanghai e San Francisco.

www.worldphoto.org

LELO propone 5 sexy tips contro la depressione per combatterla anche a letto

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L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha lanciato l’allarme: la depressione è il principale male del ventunesimo secolo. Colpisce più di 300 milioni di persone al mondo, una cifra che è aumentata del 18% tra il 2005 e il 2015.

 

L’importanza di comunicare è fondamentale in ogni situazione, anche sotto le lenzuola. A seguito del World Health Day, celebratosi lo scorso 7 aprile, e con l’inizio della stagione dedicata al risveglio dei sensi, LELO, azienda svedese leader nel mercato dei sex toy di lusso, propone 5 sexy tips su come rinvigorire, attraverso il gioco e il dialogo, le fantasie di coppia e non solo, per diminuire lo stress, combattere la depressione e risvegliare tutti i sensi dopo l’intorpidimento invernale.

 

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La candela da massaggio FLICKERING TOUCH, bruciando, si trasforma in un olio ricco e sensuale, delicatamente profumato, che la pelle assorbe senza ungersi, rimanendo morbida al tocco del proprio amante.

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2_Tatto: delicata seta e morbido camoscio per dare spazio alle fantasie e riaccendere il desiderio.

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3_Udito: non c’è niente di meglio che ascoltare le eccitanti vibrazioni del proprio partner.

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4_Vista: un tocco di eleganza in previsione di una notte indimenticabile, per sentirsi sicuri di sé e non vedere sempre tutto nero.

LELO propone TUX™, un elegante sex toy che prende le forme di una giacca da sera in raso ispirata al classico smoking – il segno distintivo dell’uomo di stile, in camera da letto e non solo. L’alta moda non è mai stata così hot.

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5_Gusto: dopo aver risvegliato gli altri 4 sensi e svelato il vostro io nascosto e istintivo, assaporate il tepore rinato tra le lenzuola e abbandonatevi al dolce gusto del vostro partner.

 

LELO si schiera nella lotta contro la depressione e lo fa riaccendendo la fiamma del desiderio con stuzzicanti idee dedicate ai 5 sensi, utili a ricreare complicità e feeling nella coppia e ad evitare la trappola della routine, per sconfiggere la tristezza e la perdita di interesse verso il piacere.

 

Quella di LELO, è una selezione di prodotti per la vita intima perfetti per stimolare una reazione psico-fisica, risvegliare i sensi e migliorare l’umore della coppia e l’amore per se stessi.

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Cézanne e Morandi: grande confronto alla Villa dei Capolavori

Dal Museo Puskin di Mosca, per la prima volta in Italia, arriva alla Villa dei Capolavori sede della Fondazione Magnani-Rocca presso Parma, un’opera di Paul Cézanne appartenente al famoso ciclo dei Bagnanti: “Baigneurs” del 1890-94.
Il prestigioso prestito diventa occasione per un riallestimento al piano superiore della Villa, realizzando un confronto possibile solo alla Fondazione Magnani-Rocca; in tre sale sono infatti accostate le opere di due fra i più importanti e rivoluzionari artisti contemporanei: Paul Cézanne e Giorgio Morandi.
Entrambi scelti da Luigi Magnani, l’artefice della Fondazione Magnani-Rocca, come fondamentali presenze per la sua collezione d’arte privata, sono a lui legati da un fil rouge costituito da una speciale affinità elettiva fatta di condivisa riservatezza, semplicità, rigore, sensibilità e comunanza di pensieri; già nel 1983, l’importanza dei due pittori era manifesta negli intenti della mostra “Da Cézanne a Morandi e oltre”, allestita nella Villa di Mamiano ancora abitata dal collezionista. La predilezione per Cézanne e Morandi fra tutti gli artisti della sua grande raccolta, più volte dichiarata da Magnani, va forse individuata in una loro particolare somiglianza; la ricerca comune nella meditazione sui paesaggi e l’analisi spaziale delle nature morte, caratterizzate da pochi e riconoscibili soggetti e da un attento scrutare dei lenti mutamenti della natura. Cézanne, esploratore della struttura dell’immagine, parte dal paesaggio come studio delle forme ai suoi termini essenziali, eleggendo in particolare la frutta come alleata contro l’inesorabile intervento del tempo, modificatore per definizione. Magnani, che considerava il “mondo dei fenomeni, specchio di una verità più alta e segreta”, acquista del maestro francese diversi acquerelli, tecnica che esteticamente forse meglio racconta la fugacità fenomenica del tempo, nei segni dei luoghi amati e nella provvisorietà nelle nature morte. Attraverso i brevi tocchi abilmente studiati nella perfetta mescolanza di pigmenti e solventi, Cézanne costruisce un audace sistema prospettico che analizza gli oggetti da diversi punti di vista, tradotti nella celebre dichiarazione sulla necessità di “trattare la natura per mezzo del cilindro, della sfera, del cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto, di un piano, si orienti verso un punto centrale”. Tale ricerca spaziale non poteva essere indifferente a Morandi che inizia il suo percorso proprio sotto l’influenza cezanniana; ha infatti modo di studiare i quadri di Cézanne riprodotti nel volume Gl’Impressionisti francesi di Vittorio Pica e segue gli scritti di Ardengo Soffici sulla rivista “La Voce”, inoltre visita l’Esposizione Internazionale di Roma del 1911 dove un’intera parete era dedicata agli acquerelli dell’artista provenzale. I suoi esordi analizzano la realtà per sintesi geometrica, ma anche successivamente Cézanne sarà il suo esempio costante, nell’uso dei toni contrastanti, nella predilezione per la strutturazione di spazi e masse, per la scelta della pittura dei luoghi familiari e di affezione; esemplare in questo senso è Cortile di via Fondazza del 1954 reso per solidi e geometrie nel contrasto di luce-ombra, o Paesaggio di Grizzana del 1943, che racconta il legame del pittore bolognese con l’Appennino emiliano, tanto importante come fu la montagna Sainte-Victoire
per Cézanne. Anche le nature morte ispirate alla realtà visibile ragionano sulle diverse possibilità di combinazioni, calate in un tempo indefinito. Li avvicina, allora, anche l’utilizzo dell’acquerello, nel momento in cui, negli ultimi anni della sua vita, Morandi segna sulla carta la traccia liquida e fuggente delle cose. Gli oggetti della realtà diventano specchio del Sé, le bottiglie, come la frutta per Cézanne, elementi neutrali di cui studiare sfumature e minime variazioni. Entrambi refrattari alla raffigurazione delle figure umane, fanno solo brevi eccezioni; Morandi realizzando pochi autoritratti e una veloce incursione sul tema classico delle bagnanti nel 1915, mentre Cézanne rielabora un tema dipinto all’inizio della carriera e sviluppato poi sul finire della sua vita: l’inserimento di figure semi-astratte nel paesaggio, nudi o semi-nudi sulle rive del fiume, noti come bagnanti, uno dei quali Esquisse de baigneuses, datato 1900-1906, fu acquistato da Luigi Magnani per la sua raccolta. È ripresa intellettualmente la scena pastorale dell’Arcadia, che ha come tema principale la perfetta armonia tra uomo e natura. Cézanne, per comprendere a pieno il soggetto, compie ripetute visite al Louvre, si ispira alla statuaria classica, ai lavori di Poussin, ai grandi artisti del Rinascimento e del Barocco, in particolare a Veronese con le sue ombre colorate; la citazione è sempre colta. La rivoluzione del pittore germina all’interno della tradizione e del mito, per arrivare a sconvolgere le forme, maschili e femminili, su un palcoscenico naturale e mentale insieme, in cui le figure diventano archetipiche, disanimate e prive di soggettività, monumentali e proporzionalmente geometrizzate, come le bottiglie e gli oggetti che Morandi disponeva nel teatro della propria tela, anch’egli con calibratissima architettura compositiva e inesausta analisi del rapporto fra forma e spazio.
L’opera di Cézanne del Museo Puskin è un unicum in questo senso; rappresenta un nuovo idillio della contemporaneità, senza connotazione temporale. Le figure, qui maschili, si articolano geometricamente e costruiscono due triangoli e due diagonali che si incontrano; una simmetria di corrispondenze che coinvolge anche la natura circostante, in cui gli alberi assecondano le stesse posizioni umane. La pennellata lascia percepire una costruttiva incompletezza, che dà la precedenza al senso della composizione e della contemplazione attraverso il colore e i volumi. La solidità architettonica, evidente nell’opera proveniente da Mosca, si caratterizzerà di una potenza sempre più rivoluzionaria, sino alle ultime versioni delle bagnanti femminili, visioni predittive che hanno influenzato radicalmente i protagonisti delle avanguardie artistiche, tra cui il Cubismo, e della pittura di ricerca, Morandi incluso.

Ciò che mi affascina è la forma, tanto è vero che tra i moderni ho scelto Cézanne e Morandi, che non hanno nessun contenuto.
Luigi Magnani, l’ultima intervista

Cézanne/Morandi
La pittura è essenziale
Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Mostra focus a cura di Stefano Roffi.
Dal 22 aprile al 10 settembre 2017; aperto anche tutti i festivi. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Aperto il 25 aprile e il 2 giugno.
Lunedì chiuso, aperto lunedì 24 aprile e lunedì 1° maggio.
Ingresso: € 10,00 valido anche per le raccolte permanenti e per la mostra ‘Depero il mago’ – € 5,00 per le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: Tel. 0521 848327 / 848148 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it Fino al 2 luglio, il martedì ore 15.30, il sabato ore 16.30 e la domenica e festivi ore 11.30, 16, 17, visita al confronto Cézanne/Morandi e alla mostra ‘Depero il mago’ con guida specializzata; è consigliato prenotare via email a segreteria@magnanirocca.it , oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 15,00 (ingresso e guida).
Ristorante e Caffetteria nella corte del museo Tel. 0521 848135.

Info: www.magnanirocca.it

Du champ magnétique di Pablo Echaurren

Du champ magnétique. Il luogo, la Scala del Bovolo, è parte integrante di questa mostra. Una mostra incentrata sulla rilettura dell’opera di Duchamp che, guarda caso, si svolge lungo una scala, ed è proprio una scala che ha reso celebre nel mondo (sin dalla partecipazione all’Armory Show nel 1913) Marcel Duchamp col suo “Nudo che scende una scala”. Il “nudo” (“nu” in francese) diventa dunque “noi” (“nous” in francese), noi che saliamo e scendiamo la Scala del Bovolo siamo dunque protagonisti di questa mostra, non solo semplici spettatori ma attori. Il “salire” e lo “scendere” sono perciò azioni centrali nella ideazione e costruzione dell’esposizione site specific.

Pablo Echaurren. Du champ magnétique
Opere 1977-2017

“La révolution mise à nu par ses agitateurs, même”: Pablo Echaurren rilegge Duchamp

Scala Contarini del Bovolo, S. Marco 4299, 30124 Venezia
9 maggio – 15 ottobre 2017

Mostra a cura di Raffaella Perna e Kevin Repp.
Promossa dalla Galleria d’Arte Maggiore G.A.M. di Bologna in collaborazione con la Fondazione Echaurren Salaris di Roma.

L’esposizione propone una serie di opere realizzate nell’arco di quarant’anni in cui Pablo Echaurren dialoga con l’ombra del padre dell’arte concettuale Marcel Duchamp. Il percorso della mostra si sviluppa lungo lo spazio fisico della Scala Contarini del Bovolo, che nella sua forma a spirale (bovolo in dialetto veneziano significa chiocciola) rimanda emblematicamente alla coppia di opposti alto/basso e ascesa/discesa.
Traendo spunto dall’opera duchampiana Nu descendant un escalier, l’artista ha concepito una serie di cartelli segnaletici che invitano lo spettatore, con un gioco di parole onomatopeico, a salire le scale (Nous ascendants un escalier) e poi a discenderle (Nous descendants un escalier).
La mostra è anche un viaggio nel tempo lontano/vicino e immaginato/vissuto che collega tre date: 1917, 1977 e 2017.
1917: anno in cui Duchamp presenta il ready-made Fountain, l’opera provocatoria per antonomasia.
1977: abbandonata per qualche tempo la professione di artista, Echaurren, legandosi alla corrente ironica e creativa dei cosiddetti indiani metropolitani, elabora con il gruppo un nuovo linguaggio collettivo basato sull’uso delle provocazioni duchampiane ma in chiave politica, creando fanzine, disegni, collage e dando vita a happening a sorpresa.
2017: l’artista decide di recuperare i materiali legati a quei momenti, quaderni, appunti scritti e disegnati, proponendo anche nuovi lavori che mettono in evidenza la possibilità di servirsi ancora oggi di Duchamp come un palinsesto su cui tracciare un percorso personale.

Il fulcro della mostra è rappresentato da una serie di collage che entrano in rotta di collisione con i materiali cartacei della “boîte verte”, la scatola duchampiana intitolata La mariée mise à nu par ses célibataires, même (1934). Un’opera che rappresenta per Echaurren non solo un personale oggetto d’affezione ma anche uno stimolo e uno spunto di riflessione sul fare arte come prassi legata alla dimensione del pensiero.
La scatola, com’è noto, contiene la riproduzione di appunti, foto, disegni e fogli strappati relativi all’elaborazione del Grande Vetro. Una sorta di cassetta degli attrezzi ma anche un potenziale collage. Echaurren, che sin dal 1969 ha praticato la via del collage accanto alle altre discipline artistiche, ha utilizzato copie dei facsimile della “boîte” per realizzare cinquanta lavori in un’ideale partita a scacchi con il grande maestro. Al fine di rimarcarne l’importanza, un esemplare originale della scatola è materialmente presente nella mostra.
A conclusione dell’itinerario, la scultura di ceramica U/siamo tutti Duchamp, una copia dello storico orinatoio firmato R. Mutt, sulla quale Echaurren è intervenuto applicandovi una sorta di tatuaggio realizzato con una tecnica desunta dal compendiario della grottesca faentina cinquecentesca, trasformando così l’oggetto in una suppellettile straniante attraverso un détournement in bilico tra medioevo, graffitismo, passato e presente, alto e basso.

Catalogo Silvana Editoriale

BIOGRAFIA

Pablo Echaurren nasce a Roma nel 1951. Inizia a dipingere a diciotto anni e, tramite Gianfranco Baruchello, viene scoperto dal critico e gallerista Arturo Schwarz che fa conoscere il suo lavoro in Italia e all’estero. Tra il 1971 e il 1975 espone a Berlino, Basilea, Filadelfia, Zurigo, New York, Bruxelles e nel 1975 è invitato alla Biennale di Parigi.
Il suo esordio avviene all’insegna di un minimalismo, di una concettualità e di un’antipittoricità alternativi all’idea di opera d’arte come feticcio. Questa è la direzione in cui l’artista si è mosso da allora, sempre alla
ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme di espressione, senza mai adagiarsi sul già fatto.
Non solo pittore, si è impegnato in un’intensa attività applicata, realizzando illustrazioni, manifesti e copertine, tra cui quella del best seller Porci con le ali , nonché “metafumetti” che indagano sul possibile rapporto tra avanguardia e arte popolare, cercando quel necessario e fecondo cortocircuito tra “alto” e “basso”, tra cultura e leggerezza, in sintonia con l’ideale di un’arte diffusa. La sua creatività si è sviluppata anche nel campo scrittura, pubblicando romanzi e pamphlet sul mondo dell’arte.
Dopo il Duemila, la sua poliedrica produzione è stata presentata in alcune esposizioni personali: Pablo Echaurren. Dagli anni settanta a oggi (Chiostro del Bramante, Roma 2004); Pablo Echaurren a Siena (Palazzo Pubblico, Siena 2008); Crhomo Sapiens (Museo della Fondazione Roma, Palazzo Cipolla, Roma 2010-11); Lasciare il segno (MAR, Ravenna 2011); Al ritmo dei Ramones (Auditorium Parco della Musica, Roma 2006); L’invenzione del basso (Auditorium Parco della Musica, Roma 2009); Baroque’n’Roll (MACRO, Roma 2011); Matta: Roberto Sebastian Matta, Gordon Matta-Clark, Pablo Echaurren (Fondazione Querini Stampalia, Venezia 2013); Iconoclast (Estorick Collection of Modern Italian Art, Londra 2014); Contropittura (Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, 2015-16); Make Art Not Money (Museo Nacional de Bellas Artes, Santiago del Cile 2016).

Pablo Echaurren. Du champ magnétique. Opere 1977-2017
“La révolution mise à nu par ses agitateurs, même”: Pablo Echaurren rilegge Duchamp
Scala Contarini del Bovolo, S. Marco 4299, 30124 Venezia

inaugurazione martedì 9 maggio – ore 18.00-21.00
data di chiusura: 15 ottobre 2017
orari di apertura: 10.00 – 13.00 e 14.00 – 18.00
chiuso il lunedì

Camera presenta Erik Kessels

The Many Lives of Erik Kessels, a cura di Francesco Zanot, aperta a CAMERA dal primo giugno al 30 luglio 2017, è la prima mostra retrospettiva dedicata al lavoro fotografico dell’artista, art director ed editore olandese Erik Kessels.

Come si ricorderà, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, in accordo con i suoi partner principali Intesa Sanpaolo, Eni, Reda e Lavazza, ha imboccato, dall’inizio dell’anno un nuovo corso, affidandosi alla direzione di Walter Guadagnini.
Il primo bilancio del nuovo corso lo traccia il Presidente dell’istituzione Emanuele Chieli che evidenzia “il grandissimo successo della mostra dedicata a Magnum e l’Italia” e sottolinea che “con questa straordinaria mostra di Kessels CAMERA conferma la sua attenzione nei confronti della ricerca più contemporanea, dei linguaggi più diversi attraverso i quali si esprime la ricerca fotografica” dichiarandosi certo che “la mostra di uno dei grandi protagonisti della fotografia europea per il pubblico costituirà una stimolante sorpresa”.

In vent’anni di carriera, Kessels si è affermato come riferimento primario e imprescindibile nel campo della cosiddetta ‘fotografia trovata’.
Anziché riprendere nuove immagini, per la maggior parte dei suoi progetti raccoglie fotografie pre-esistenti e le riutilizza come tasselli all’interno di un proprio mosaico. È un fotografo senza macchina né obiettivo: la fotografia nella sua pratica è un ready-made che viene prelevato e ricontestualizzato.
Il risultato è una sorta di ecologia delle immagini, per cui nulla si aggiunge alla enorme quantità di rappresentazioni che ormai affolla il mondo e cresce esponenzialmente ogni giorno, ma al contrario viene recuperato e riciclato soltanto ciò che è già disponibile.

Esposta all’interno dello spazio di CAMERA, The Many Lives of Erik Kessels attraversa la carriera fotografica dell’autore olandese lungo un articolato percorso che include centinaia di immagini. Ventisette sono in totale le serie presentate, oltre a numerosi libri e riviste pubblicati dall’ormai celebre casa editrice dello stesso Kessels (KesselsKramer Publishing) e da altri editori. In un percorso non-lineare e senza cronologia, si ritrovano lavori monumentali, serie più intime e private, autentiche icone dell’intero universo della ‘fotografica trovata’ così come produzioni recenti e ancora inedite.

Tra i lavori in mostra, per fare alcuni esempi, 24hrs of Photos invade letteralmente lo spazio espositivo con una montagna formata dalle stampe di tutte le immagini, centinaia di migliaia, caricate in un solo giorno su Internet.
My Feet
, maestosa installazione composta esclusivamente dalle immagini dei piedi di chi fotografa, introduce immediatamente i concetti di ripetizione e archiviazione.
Valery, una donna che per tutta la vita si è fatta fotografare immersa nell’acqua, Oolong, il coniglio equilibrista, e un cane troppo nero per apparire correttamente in fotografia, sono soltanto alcuni dei protagonisti di In Almost Every Picture, ciclo di 14 progetti (fino ad oggi) centrati ogni volta su un soggetto ossessivamente ricorrente.
My Sister è un video musicato dal compositore giapponese Ryuichi Sakamoto tratto da un home-movie interamente dedicato a una partita di ping-pong tra l’autore e sua sorella, tragicamente scomparsa in un incidente stradale a soli 9 anni.
Album Beauty è un’intera stanza dedicata al fenomeno degli album di famiglia, tra i soggetti privilegiati da Kessels, che riabilita democraticamente il fotografo amatoriale proiettandolo sotto i riflettori della ricerca artistica.

The Many Lives of Erik Kessels costituisce così a sua volta una grande accumulazione. Innanzitutto di modalità allestitive: tra immagini incorniciate e scorniciate, appese a parete e sdraiate a terra, light-box, cubi, wallpaper, portaritratti e proiezioni, costituisce allo stesso tempo una sintesi e una de-costruzione di ogni possibile mostra fotografica. E di fotografie, naturalmente: non ci sono generi, autori, epoche, geografie esclusi dall’indagine onnivora di Kessels. Fino agli scarti: anziché essere un’onta da evitare accuratamente, qui l’errore diventa al contrario un elemento attrattivo e significante. È ciò che rende speciale una fotografia. Un segno della sua vitalità. Kessels fruga tra i rifiuti dei fotografi restituendoli allo sguardo collettivo sotto una prospettiva completamente rinnovata. Anche di qui viene l’ironia spesso feroce e dissacrante del suo lavoro. Il riso ha una funzione liberatoria e purificante. Consente a Kessels di andare in profondità, calando ogni ipocrisia ed esprimendo una profonda affezione sia per gli involontari protagonisti del suo pantheon fotografico, sia per la fotografia stessa.

Co-prodotta con NRW-Forum, Düsseldorf, l’esposizione è accompagnata da un libro di 576 pagine pubblicato per questa occasione da Aperture, New York, con testi di Hans Aarsman, Simon Baker, Erik Kessels, Sandra S. Phillips e Francesco Zanot.

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via della Rosine 18,
10123 Torino
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Svelato il mistero del volto di Andrea Palladio

Il mistero del vero volto di Andrea Palladio è svelato.
Gli esperti della Polizia Scientifica, gli storici dell’arte del Palladio Museum e i tecnici della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza illustrano gli esiti di una lunga indagine. Mettendo così fine, dopo 500 anni, alle infinite controversie su quale faccia avesse il più celebre architetto di ogni tempo.

Il caso nasce perché non esiste un ritratto ufficiale di Palladio, che la consuetudine editoriale del tempo avrebbe voluto inserito nel suo trattato, I Quattro Libri dell’Architettura, pubblicato a Venezia nel 1570. Per colmare questa mancanza, nel corso del Settecento sono stati proposti innumerevoli ritratti dell’architetto, anche molto diversi fra loro: gli inglesi nel 1716 lo hanno proposto giovane e senza barba, oppure altrettanto giovane e con i baffi, i vicentini nel 1733 hanno replicato con un Palladio più anziano e calvo.

Per la mostra “Andrea Palladio. Il mistero del volto”, aperta al Palladio Museum di Vicenza fino al 18 giugno, sono stati individuati dodici ritratti ritenuti di Palladio, sparsi in due continenti. Due provengono da Londra (RIBA Collections e Royal Collection at Kensington Palace), uno da Copenaghen (Statens Museum), quattro da Vicenza (villa Rotonda, villa Valmarana, teatro Olimpico, villa Caldogno), uno da Notre Dame, Indiana (Snite Museum of Art), uno da una collezione privata a Mosca, uno da Praga (Národní Muzeum), uno da un’asta di Christie’s a New York e un ultimo da un antique shop nel New Jersey.
Sono tutti autentici? E l’uomo ritratto è sempre Palladio?

Specialisti in diversi campi hanno lavorato insieme per rispondere a queste domande. Mentre gli storici del Palladio Museum hanno fatto ricerche in archivio e biblioteca, i tecnici della Soprintendenza hanno indagato gli aspetti materiali dei dipinti nel proprio laboratorio di restauro di Verona e la Polizia Scientifica ha confrontato fra loro i volti con i metodi della comparazione fisionomica.

“Il Palladio Museum e la Soprintendenza di Verona – racconta Guido Beltramini, curatore della mostra – hanno chiesto aiuto al Servizio di Polizia Scientifica della Polizia di Stato per scrivere finalmente la parola fine su quasi trecento anni di dispute sul volto di Palladio: da quando cioè gli inglesi nel 1716 si sono “inventati” un falso Palladio dipinto da Paolo Veronese. E’ stato un affascinante incontro fra scienze forensi e storia dell’arte, dove ognuno ha cercato di dare il meglio di sé.”

Fabrizio Magani precisa “L’esperienza di studio e ricerca ha sorpreso per le potenzialità tecniche messe in gioco, dimostrando come la semplicità di un tema espositivo possa promuovere pratiche complementari e risultati tutti nuovi”.

“Il mestiere dell’investigatore della Polizia Scientifica ben si sposa con la perizia dell’esperto d’arte, entrambi attenti al metodo scientifico e ai dettagli.” – a parlare è il Prefetto Vittorio Rizzi, direttore del settore anticrimine della Polizia di Stato – “Attraverso la tecnica del confronto dei volti, comunemente utilizzata per identificare gli autori dei crimini più violenti, e quella dell’age progression, normalmente usata per la ricerca delle persone scomparse e dei latitanti, abbiamo confermato i risultati della ricerca storica, risolvendo uno dei cold case più antichi”.

L’allestimento della mostra, progettato da Alessandro Scandurra, restituisce efficacemente l’atmosfera di una detective-story: accanto ad ogni dipinto il visitatore trova dei tavoli luminosi in cui sono presentati i “reperti” dell’indagine: radiografie dei quadri, sezioni stratigrafiche che evidenziano la successione delle pellicole pittoriche, antiche fotografie, documenti. È così possibile verificare le ipotesi proposte in mostra e ritrovare il “proprio” Palladio.

Per informazioni:
Palladio Museum
contra’ Porti 11, Vicenza
http://www.palladiomuseum.org/exhibitions/volto
Twitter / Facebook / Instagram: PalladioMuseum
press@palladiomuseum.org
Tel. +39 0444 323014

Be Nordic Roma – 6 e 7 maggio – Villa Borghese – Casa del Cinema

Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia si uniscono nuovamente per la prima edizione romana di Be Nordic, appuntamento dedicato alla scoperta del lifestyle nordico. L’evento si svolgerà il prossimo 6 e 7 maggio nella splendida cornice di Villa Borghese, in concomitanza con il Nordic Film Fest (Casa del Cinema), la ricca rassegna di cinema nordico che non a caso seguirà quest’anno il tema del viaggio.

In programma due giorni di presentazioni, workshop ed esperienze nordiche che offriranno un coinvolgimento a tutto tondo e la possibilità di raccogliere spunti e consigli di viaggio grazie anche ai numerosi professionisti del turismo coinvolti nella manifestazione.

Tanti gli appuntamenti in calendario, dai racconti di viaggio, anche attraverso i film e le colonne sonore, alle  lezioni di lingue nordiche, ai workshop e alle degustazioni. Tra le curiosità l’appuntamento con lo yoga nordico  e un laboratorio di lavoro a maglia norvegese senza ferri.

Be Nordic prevede anche numerose iniziative per i bambini con animazione, merende e laboratori tematici. I genitori potranno ispirarsi al modello educativo nordico alla conferenza dedicata al metodo danese per crescere bambini felici.

L’evento è organizzato da VisitDenmark, Visit Finland, Innovation Norway e VisitSweden.

Il programma dettagliato di Be Nordic e il calendario della manifestazione verranno resi noti prossimamente sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/benordic/ e sul sito www.benordic.it.

Be Nordic Roma Largo Marcello Mastroianni presso Villa Borghese/Casa del Cinema

Sabato 6 e Domenica 7 maggio dalle 10:00 alle 21:30  #benordic17

 

Sassoferrato: la mostra al San Pietro.

Dopo più di due secoli torna a casa L’Immacolata Concezione, capolavoro di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato. La magnifica pala, oggi nel Museo del Louvre, venne trasferita in Francia da Dominique-Vivant Denon, direttore del Musée Napoleon; da allora non è più rientrata in Italia. Era tra i tesori della millenaria abbazia benedettina di San Pietro a Perugia.
A ottenere il rientro dell’opera, naturalmente temporaneo, è stata la Fondazione per l’Istruzione Agraria, presieduta dal Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, professor Franco Moriconi.
L’ Immacolata Concezione del Louvre sarà esposta accanto a una quarantina di dipinti, in parte di Sassoferrato in parte di famosi maestri ai quali l’artista si ispirò.
“In mostra saranno presenti capolavori del pittore marchigiano provenienti da varie raccolte pubbliche e private italiane e straniere. Si potranno ammirare, fra l’altro, tutte le opere eseguite del Salvi (ben 17) eseguite per il complesso benedettino di San Pietro” sottolinea la professoressa Cristina Galassi, curatrice della mostra insieme a Vittorio Sgarbi. Ma accanto alle opere del Sassoferrato verranno esposte anche opere di Pietro Perugino, il grande maestro umbro lungamente studiato da Sassoferrato.
“L’intento, evidenzia la Curatrice, è quello di far capire quanto il pittore rinascimentale abbia influito sulla visione dell’artista seicentesco, a cominciare dalla purezza formale delle immagini”. Pari interesse Sassoferrato riservò alle opere umbre di Raffaello. In mostra vengono messe a confronto due copie della Deposizione Borghese di Raffaello, la prima di Orazio Alfani, la seconda di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, provenienti dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, con la bella versione dipinta da Sassoferrato nel 1639.
Uno spazio significativo viene riservato anche alla cosiddetta Madonna del Giglio, immagine devozionale che assicurò grande notorietà al Sassoferrato: se ne presentano tre versioni: le prime due provengono da Modena e da Bologna, la terza è di proprietà della Fondazione. In queste opere l’artista riprende un’antica immagine di culto realizzata da Giovanni di Pietro detto lo Spagna, dotatissimo seguace di Perugino e Raffaello.
“Di fronte a opere del genere – continua la professoressa Galassi – gli studiosi si sono legittimamente chiesti fino a che punto la pittura di Sassoferrato debba essere considerata originale. In realtà, e la mostra lo conferma in pieno, sarebbe sbagliato considerare il Salvi un mero imitatore, perché, come ha acutamente osservato Federico Zeri, egli non si limita a copiare le opere degli artisti presi a modello ma aggiunge sempre la sua personale interpretazione. Ciò emerge chiaramente dal confronto tra la bellissima Maddalena del Tintoretto e la versione di mano del Sassoferrato, dove le forme turgide e quasi sensuali del pittore veneto vengono riproposte dal Salvi con un linguaggio più asciutto e temperato. In mostra non mancano, d’altra parte, opere in cui l’artista si palesa in tutta la sua eccezionale originalità. Ecco dunque la Giuditta con la testa di Oloferne, un dipinto che non è esagerato includere tra i capolavori del Seicento italiano, la grande Annunciazione della Vergine, opera di rara finezza esecutiva, i santi Benedetto, Barbara, Agnese e Scolastica, lavori in cui l’artista, pur rispettando l’autorità dei modelli, mette da parte ogni forma di deferente imitazione. Esemplare, in tal senso, è anche la Madonna con il Bambino e Santa Caterina da Siena, concessa dalla Fondazione Cavallini Sgarbi, autentico vertice della pittura religiosa del Seicento”.
Tutte le opere del Salvi conservate in San Pietro furono commissionate dall’abate Leone Pavoni che resse per lunghi anni la comunità benedettina di San Pietro. Era di sua proprietà la magnifica Santa Francesca Romana con l‘angelo, oggi custodita nella sagrestia della Basilica, per lunghi anni attribuita a Caravaggio, in realtà capolavoro di Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino, uno degli interpreti più fedeli del maestro lombardo. In omaggio all’ abate Pavoni, singolare figura di committente e collezionista, anche questa tela farà parte del percorso espositivo.
Lo studio sistematico delle opere esposte, in aggiunta ad alcuni documenti inediti emersi dalle carte custodite nell’archivio della Basilica e alla pubblicazione di nuove fonti utili per la ricostruzione della vita del Sassoferrato, confluiranno in un ricco catalogo a stampa che si è posto l’obiettivo di ridare nuova luce a un artista efficacemente definito da Adolfo Venturi aveva “un quattrocentista smarrito nel Seicento”.
La collaborazione con il Museo del Louvre, con la Galleria Nazionale dell’Umbria, con la Galleria Nazionale delle Marche e con altre istituzioni pubbliche e private, come dichiara il Magnifico Rettore “accrescerà l’interesse per un formidabile artista del Seicento italiano ma rilancerà, al tempo stesso, il complesso di San Pietro, seconda realtà museale dell’Umbria dopo la Galleria Nazionale dell’Umbria nonché luogo che tuttora emana il fascino della sua storia millenaria”.
La mostra è realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia e la Regione Umbria, e si avvale del patrocinio del comune di Perugia. La realizzazione è resa possibile grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e della Regione Umbria.
Un ricco catalogo a stampa pubblicato per l’occasione dall’editore Aguaplano raccoglierà lo studio sistematico delle opere esposte, in aggiunta ad alcuni documenti inediti emersi dalle carte custodite nell’archivio della Basilica e di nuove fonti utili per la ricostruzione della vita del Sassoferrato.

Contatti e informazioni: www.sanpietroperugia.it
www.fondazioneagraria.it