La terra dei fiori alla Reggia di Caserta

Alla Reggia di Caserta, La terra dei fiori, il progetto del duo Sasha Vinci – Maria Grazia Galesi a cura di Daniele Capra, propone una contro mitologia.
Dalla terra dei fuochi, infarcita di scorie tossiche e avvelenata dalla malavita, alla terra dei fiori, luogo in cui crescono gerbere e crisantemi, fiori che l’arte accoglie per farne espressione di bellezza, spiritualità e rinascita.
La mostra, promossa dalla Reggia di Caserta in collaborazione con la galleria aA29 Project Room di Gerardo Giurin Milano | Caserta, con il contributo di McArthurGlen, Axa Assicurazioni, Oliveo srl, Grand Hotel Vanvitelli. Il catalogo, bilingue, è a cura di Daniele Capra.

La sequenza di grandi immagini fotografiche, ospitata nei saloni del Piano Nobile della Reggia, esprime “il percorso che ha portato il duo Vinci–Galesi ad indagare le dinamiche di identità attraverso luoghi dimenticati e spazi segnati da abbandono, trascuratezza, morte civile”.
“A tale condizione – aggiunge il curatore – si contrappone il rigoglioso fiorire della natura, elemento simbolico di meraviglia, espressione della volontaria ricerca di riscatto. È il tentativo di inversione, l’espressione della necessità di superare l’impasse della condizione attuale che l’arte deve compiere. Per mostrare come anche dall’estremo abbandono si possano far germinare onestà, bellezza, dignità”.

Il drappo che avvolge i due artisti è realizzato cucendo a mano migliaia e migliaia di fiori su eterei tessuti. In ossequio ad una tradizione arcaica propria delle celebrazioni religiose di un’altra terra complessa e difficile, il ragusano, sulle cui spiagge di frequente sono sbarcati disperati provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo in fuga dalla guerra o si sono arenati corpi senza più speranza.
Le immagini di Vinci–Gallesi sono visioni cariche di contrasto. Dentro ambienti spettrali di una terra violentata, i due artisti avanzano interamente avvolti in mantelli floreali, coloratissimi. I loro tratti somatici scompaiono per far posto a figure evocanti magiche presenze. Numi che disseminano colore e futuro nel grigio e nell’abbandono del presente.

Vinci–Galesi propongono visioni transitorie, occasioni preziose e fugaci. Lampi di futuri possibili. Da far propri senza por tempo di mezzo. Fuggevoli quanto è fuggevole la bellezza di un fiore, meraviglia condannata ad un veloce disfacimento.

L’elemento floreale trasforma, nasconde, anima. È una presenza naturale che racchiude un universo di significati simbolici che affondano le radici nelle culture e nelle mitologie più antiche.
I fiori nel mondo vegetale rappresentano l’immagine della vita, della rinascita e del ciclo stagionale. Sono simbolo di gioia e di lutto, dell’eros che anima l’amore terreno e della pace che scioglie quello celeste.

Nella giornata inaugurale della mostra, il 20 maggio, Vinci–Galesi daranno vita ad una performance, assieme ad un cavallo purosangue, con cui sfileranno, integralmente ammantati di fiori. Trasformati in floreali evocazioni, gli artisti avanzeranno dal giardino verso il piano nobile attraversando il porticato a cannocchiale, progettato da Vanvitelli per fornire al visitatore del palazzo una vertiginosa visione prospettica, ed il maestoso scalone centrale della residenza.

Come scrive nel suo testo il curatore Daniele Capra, “la performance suggerisce, in maniera simbolica, le potenzialità mimetiche e metamorfiche insite nell’elemento floreale, che vengono portate al massimo grado. La bellezza semplice ma altera di gerbere e crisantemi incarna la reazione allo sfacelo di un territorio soggiogato dalla criminalità e dall’inquinamento causato dai rifiuti. È metafora del possibile ribaltamento della forzosa circostanza di prigionia, è il sogno di ribellione ad una situazione a cui, razionalmente, non si sarebbe potuto immaginare una via d’uscita percorribile”.

Info: www.reggiadicaserta.beniculturali.it

Le trame di Giorgione a Castelfranco Veneto

Capolavori della storia dell’arte e del tessuto riuniti in Casa Giorgione.
Per svelare una innovativa storia del costume.

La “Pala di Castelfranco”, capolavoro primo di Giorgione, offre il naturale punto di partenza per una sontuosa mostra che trova negli ambienti del Museo Casa Giorgione il suo fulcro. Per espandersi poi in diversi siti della Città Murata, destinati ad accogliere l’attualità della grande tradizione di tessoria della Serenissima di 5 secoli fa.
La mostra, promossa dal Comune di Castelfranco Veneto con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e la collaborazione dell’Associazione Veneto Museo Sistema, è curata da Danila Dal Pos, la studiosa cui si deve l’allestimento del Museo Giorgionesco, museo che dal 27 ottobre 2017 al 4 marzo 2018, ospita questa rassegna.
“Le trame di Giorgione” si presenta come una mostra affascinante e coinvolgente, ricchissima di capolavori e ancora più di storie e di nuove proposte interpretative. Si muove nel doppio binario della storia dell’arte e della storia del tessuto, a comporre una originale storia del costume.
Una delle chiavi di lettura scelta dalla curatrice Dal Pos (e dal Comitato Scientifico che l’affianca) è quella allegorica, visione che consente anche di illuminare diversa-mente l’opera e la figura del Giorgione. Proprio a partire dalla Pala, opera di devozione certo, ma anche potente messaggio politico e allegorico.
Molti i nuclei sui quali la studiosa si misura in questa mostra. La nuova lettura della Pala, innanzitutto. Nella raffigurazione della “Madonna e Santi” nulla è “solo” quello che sembra. Nemmeno i 5 magnifici, diversi tessuti che l’artista vi raffigura con assoluta precisione. Secondo la curatrice essi veicolano un preciso messaggio diretto al Senato Veneziano, molto attento alle vicende dell’Isola di Cipro, cui la Pala rinvia in ragione del suo committente, il nobile Costanzo, uomo di stirpe reale.
E le trame, intese come tessuti, sono quelle indossate dagli uomini e dalle donne in mostra, personalità ritratte dai grandi artisti cinquecenteschi di area veneta. L’intera mostra fa volutamente riferimento al solo territorio della Serenissima che, all’epoca, estendeva il suo dominio tra l’Egeo e la Lombardia orientale. A ritrarre questa schiera di personaggi sono artisti come Giovanni Bonconsiglio, Pier Maria Pennacchi, Vincenzo Catena, Francesco Bissolo, lo stesso Giorgione, Giovanni Cariani, Tiziano Vecellio, Lorenzo Lotto, Andrea Previstali, Bartolomeo Veneto, Bernardo Licinio, Domenico Capriolo, Jacopo Bassano e Paolo Veronese. Nei ritratti tutti indossano abiti realizzati con tessuti e complementi il cui costo era, per l’epoca, folle. Per testimoniare status symbol, raffinatezza e capacità di spesa, in un mondano trionfo dell’apparenza. Accanto ai ritratti, come in tutte le sezioni della mostra, preziosi esemplari di tessuti d’epoca.
Anche nel nucleo successivo dedicato al Seicento, il lusso si pone come fattore di distinzione identitaria, quel lusso che consiste da sempre nell’impiego di materiali e di manifatture di grande pregio e di altissimo costo.
L’ultimo nucleo a raccontare la storia della manifattura tessile veneziana, in un percorso ancora una volta sviluppato tra arte e raffinato artigianato, è quello dedicato al ‘700. Qui, ancora accanto ai ritratti, viene esibita la prestigiosa collezione tessile settecentesca del Duomo di Castelfranco, insieme con abiti, corpetti, guanti e borsette dell’epoca, provenienti da Palazzo Mocenigo a Venezia. La commistione tra sacro e profano è più apparente che reale. Spesso infatti le sontuose vesti dismesse dalle grandi dame finivano con l’essere portate sull’altare sotto forma di piviali o pianete, intessute di fili di seta e oro.
Usciti dal Museo, il percorso raggiunge i “luoghi di Giorgione” nell’antico centro cittadino: il Duomo, la Torre Civica, lo Studiolo di Vicolo dei Vetri, la Casa Costanzo, la Casa Barbarella. In queste suggestive ambientazioni il pubblico è invitato ad ammirare gli esiti attuali della grande tradizione veneziana della tessitura. Per secoli la manifattura tessile ha rappresentato l’industria più fiorente del Veneto, con molte migliaia di occupati. Delocalizzate le produzioni industriali, a testimoniare questa importantissima tradizione sono rimasti i laboratori di alta gamma. Dalle sensazionali Rubelli e Bevilacqua di Venezia, alla Bottoli di Vittorio Veneto che alleva pecore nere per evitare la tintura del filato; dalla Bonfanti di Mussolente, con i suoi inconfondibili arazzi, alla Paoletti di Follina che tesse un tartan senza pari; dalla Serica 1870 di Follina che riesce a collocare le sue impalpabili sete sul mercato cinese, fino alla “fabbrica lenta” di Bonotto a Vicenza.
La Galleria del settecentesco Teatro Accademico ospita invece i telai e la straordinaria produzione di Carlo Scarpa della Tessoria Asolana oggi non più sul mercato.
E per chi volesse approfondire di più il tema, ecco Venezia a portata di visita. Per ammirare le prestigiose tessiture Rubelli e Bevilacqua, le creazioni di Roberta di Camerino, il Palazzo di Mariano Fortuny e il Museo del tessuto e del costume di Palazzo Mocenigo.

Per informazioni: Museo Casa Giorgione – Piazza San Liberale – 31033 Castelfranco Veneto (Tv)
Tel. 0423 735626 – e-mail: museo@comune.castelfranco-veneto.tv.it – www.museocasagiorgione.it Facebook/MuseoCasaGiorgione

“Da Giotto a Morandi”: la grande Mostra di Vittorio Sgarbi a Perugia.

“Non chiamiamola mostra, sarà come varcare le porte di un grande museo nazionale, come visitare la Galleria degli Uffizi di Firenze o il Museo di Capodimonte di Napoli”.
Vittorio Sgarbi evoca le raccolte di due prestigiosi musei italiani per descrivere la mostra “Da Giotto a Morandi. Tesori d’arte di Fondazioni e Banche italiane” che si terrà dall’11 aprile al 15 settembre 2017 a Palazzo Baldeschi, edificio storico di proprietà della Fondazione perugina.
Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte, la mostra è realizzata con l’importante contributo di Unicredit, la società che ha assorbito la Banca dell’Umbria, della quale la Fondazione deteneva la proprietà. Tra i principali gruppi bancari italiani ed europei Unicredit, insieme agli altri due partners del progetto Augustum Opus SIM e Nextam Partners SIM SpA, ha condiviso l’idea della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia di devolvere parte dei proventi a favore degli interventi di recupero del patrimonio storico-artistico umbro danneggiato dai recenti eventi sismici.
Come annuncia il titolo, la mostra intende valorizzazione lo straordinario patrimonio artistico posseduto dalle Fondazioni di origine bancaria e delle Banche italiane. Si tratta di un patrimonio ampio che, per la varietà della sua composizione e per la sua stratificazione temporale, può essere considerato il volto storico e culturale dei diversi territori della nostra penisola. Questa particolare attività collezionistica è un aspetto del più complessivo impegno culturale delle Banche e delle Fondazioni, in una dimensione più ampia di attività e di impegno verso la comunità di riferimento: acquisto, recupero, restauro e quindi tutela e valorizzazione di opere che altrimenti andrebbero disperse. La maggior parte delle opere in mostra sono catalogate in Raccolte, la banca dati consultabile online realizzata dall’Acri, l’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio che ha concesso il suo patrocinio, insieme alla Regione Umbria e al Comune di Perugia.
Come sostiene il Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia Giampiero Bianconi: “L’iniziativa assume ancor più valore in quanto proprio quest’anno si celebrano i 25 anni dalla nascita delle Fondazioni di origine bancaria. Abbiamo sempre investito importanti risorse per la valorizzazione del patrimonio culturale del nostro territorio e siamo orgogliosi di poter portare proprio nella nostra città alcuni esempi che testimoniano come in tutto il territorio nazionale Fondazioni e Banche abbiano operato in questa direzione, permettendo di salvaguardare un patrimonio artistico di grande valore che merita di essere messo a disposizione del pubblico”.
“Un patrimonio privato messo a disposizione del pubblico in un’ottica non privatistica, ad integrazione di una attività culturale che i musei pubblici nazionali non potrebbero permettersi”, aggiunge il curatore Vittorio Sgarbi.
La mostra perugina propone dunque un avvincente percorso lungo sette secoli di storia dell’arte e al contempo consentirà di verificare la pluralita` degli orientamenti che stanno alla base del fenomeno del collezionismo bancario. Questo prezioso tesoro diffuso – e in parte ancora poco conosciuto dal grande pubblico – sarà raccontato attraverso 90 opere, da Giotto, l’artista che ha rinnovato la pittura, così come Dante, suo contemporaneo, è ritenuto il “Padre” della lingua italiana, a Giorgio Morandi che, guidato da una sorvegliatissima coscienza formale, fu capace di infondere una solennità pacata e austera ai semplici oggetti del quotidiano.
Tra questi due poli, il visitatore potrà ammirare le opere di maestri, più o meno noti, appartenenti alle principali “scuole” che compongono la peculiare e complessa “geografia artistica” della nostra nazione: Beato Angelico, Perugino, Pinturicchio, Matteo da Gualdo, Dosso Dossi, Ludovico Carracci, Giovanni Francesco Guerreri, Ferraù Fanzoni, Giovanni Lanfranco, Guercino, Guido Cagnacci, Pietro Novelli, Giovanni Domenico Cerrini, Mattia Preti, Luca Giordano, Antonio Balestra, Gaspar van Wittel, Giovanni Antonio Pellegrini, Bernardo Bellotto, Corrado Giaquinto, Pompeo Batoni, Angelica Kauffmann, Giovanni Fattori, Giuseppe De Nittis, Giovanni Boldini, Giuseppe Pelizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Medardo Rosso, Leonardo Bistolfi, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Gerardo Dottori, per citare solo i nomi più noti. Così intesa la mostra darà conto dell’evoluzione degli stili ed offrirà un’ampia panoramica sui soggetti affrontati dagli artisti, dal tema sacro alle raffigurazioni allegoriche e mitologiche, dal genere del ritratto a quelli del paesaggio e della natura morta.
Il catalogo della mostra, curato da Vittorio Sgarbi e Pietro Di Natale, è edito da Fabrizio Fabbri Editori. La mostra conta sulla partnership tecnica di De Marinis Fine Art.

Info: www.fondazionecariperugiaarte.it tel. 075. 5724563

Giovanni Segantini e i pittori della montagna ad Aosta.

L’Assessorato dell’istruzione e cultura della Regione autonoma Valle d’Aosta informa che venerdì 7 aprile 2017, alle ore 18, sarà inaugurata, presso il Museo Archeologico Regionale di Aosta, la mostra Giovanni Segantini e i pittori della montagna.
L’esposizione, a cura di Filippo Timo e Daniela Magnetti, propone un selezionato percorso che ha come fulcro l’esperienza pittorica di Giovanni Segantini, tra i massimi esponenti del divisionismo italiano, che ha eletto la montagna a proprio soggetto principe, interpretandola in modo personale e innovativo, sia in termini di stile sia di poetica.
La selezione di opere proposte in mostra individua e suggerisce uno dei molti possibili percorsi attraverso la pittura di montagna a cavallo tra il XIX e il XX secolo, limitando la propria attenzione ai soli artisti italiani e concentrandosi geograficamente sui lavori dell’arco alpino.
Accanto alle opere di Giovanni Segantini, scelte attingendo ad uno specifico momento dell’esperienza artistica del pittore, ovvero agli anni giovanili trascorsi in Brianza, compaiono più di cinquanta artisti, a partire da Vittore Grubicy, Emilio Longoni, Baldassarre Longoni, Carlo Fornara, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lorenzo Delleani, Cesare Maggi, Leonardo Roda, Italo Mus, sino a Fortunato Depero. Accanto alle opere di questi maestri trovano posto i dipinti di almeno tre generazioni di altri artisti che, pur non avendo incontrato tutti la grande notorietà, hanno saputo instaurare un dialogo con i capofila, divenendo anch’essi partecipi di una pagina importante della storia dell’arte italiana.
All’interno del grande orizzonte tematico della pittura di montagna, le opere sono state organizzate in sette sezioni, oltre a quella dedicata a Segantini che vede esposto lo splendido olio su tela La raccolta dei bozzoli (1882-1883), così scandite: le vedute estive, le scene di vita campestre e contadina, i paesaggi antropizzati, i ricordi alpini, i laghi, i tramonti e i notturni, le vedute dei grandi paesaggi innevati. A queste si aggiunge una sezione dedicata a Italo Mus, il pittore valdostano più noto e ammirato del XX secolo, di cui ricorre nel 2017 il cinquantesimo anniversario della scomparsa.
La mostra Giovanni Segantini e i pittori di montagna è corredata da un catalogo riccamente illustrato, con testi di Annie-Paule Quinsac, Filippo Timo, Daria Jorioz, Daniela Magnetti, Marco Albino Ferrari, Maurizio Scudiero, Luca Minella, Beatrice Buscaroli. Il volume, edito da Skira, è acquistabile in mostra al prezzo di 36 euro.
L’esposizione resterà aperta sino a domenica 24 settembre 2017, dalle 9 alle 19, tutti i giorni. Il costo del biglietto d’ingresso è di 6 euro intero, 4 euro ridotto; 4 euro per i soci del Touring Club Italiano e 3 euro Alpitur; entrata gratuita per i minori di 18 anni e per le scuole. Sarà possibile acquistare un abbonamento con la mostra Edward Burtynsky. L’uomo e la terra, aperta dal 29 aprile al 1° ottobre 2017 al Centro Saint-Bénin di Aosta, al costo di 10 euro intero e 6 euro ridotto.
Giovanni Segantini e i pittori della montagna
Aosta, Museo Archeologico Regionale
Piazza Roncas, 12
Orario: 9-19, tutti i giorni

Per informazioni:
Regione autonoma Valle d’Aosta
Assessorato Istruzione e Cultura
Attività espositive: tel. 0165.275937
e-mail: u-mostre@regione.vda.it
Museo Archeologico Regionale: tel. 0165.275902
u-mostre@regione.vda.it
www.regione.vda.it

Slitta di poche settimane l’apertura del Museo Salce

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E’ stata spostata ad un fine settimana a cavallo tra maggio e giugno l’apertura al pubblico del nuovo museo Nazionale Collezione Salce inizialmente prevista in aprile.
A spingere Marta Mazza, che del nuovo Museo è il Direttore, e il Direttore del Polo Museale Veneto Daniele Ferrara a posticipare la data inaugurale è un doppio motivo. Da un lato il prolungarsi dei massicci interventi di restauro e di messa a norma degli ambienti dell’ex Convento annesso alla Chiesa di San Gaetano, che ospiterà una delle sedi del nuovo Museo.
Dall’altro, l’interesse che la notizia della nuova apertura ha sollevato a livello internazionale. Cosa che sta orientando Direttore e Soprintendente a verificare la possibilità di fare dell’inaugurazione un momento di incontro, naturalmente a Treviso, dei responsabili dei maggiori musei e istituzioni pubbliche italiane e europee che conservano e gestiscono raccolte di affiches. Con l’obiettivo di promuovere, proprio da Treviso, collaborazioni che consentano di attivare progetti comunitari per la comune valorizzazione e corretta gestione di questo importantissimo patrimonio culturale e storico.
“La Collezione Salce, anticipa Marta Mazza, è già impegnata in un progetto finanziato dall’Unione Europea per la conservazione delle opere realizzate tra fine ‘800 e gli anni ’40 del Novecento con l’ausilio delle nanotecnologie. Il nostro Museo e il parigino Musée de la Publicité (oggi Museé des arts décoratives) sono i più importanti in Europa e dalla loro collaborazione possono sortire progetti di rilievo comunitario”. “Non nascondo – aggiunge il Direttore – l’obiettivo ambizioso ma possibile di arrivare alla messa in rete di tutte le collezioni pubbliche dei Paesi europei, in modo da poter offrire agli esperti ma anche al grande pubblico, la possibilità di indagare la storia europea attraverso l’originale visuale dei manifesti pubblicitari”. “Già i nostri 25 mila manifesti – chiarisce il Direttore del Polo Museale Veneto Ferrara – sono tutti on line, liberamente consultabili. Se tutte le altre istituzioni analoghe alla nostra nei 28 Paesi dell’Unione facessero lo stesso e se tutto, grazie ad un accordo europeo, potesse “parlare” un medesimo linguaggio, avremo una banca data di immagini unica al mondo. Un materiale fondamentale per chi vorrà indagare la storia politica, economica, sociale del Continente, oltre che la storia della grafica e del costume. Questa istanza, proprio in occasione dell’inaugurazione, vorremmo poterla presentare al Ministro Fraceschini che ha già più volte dimostrato un forte interesse per questo progetto”.

Info: www.collezionesalce.beniculturali.it

Per la prima volta in Italia la mostra di KUZMA KOVAČIĆ, il Michelangelo della Croazia (11 aprile-20 maggio, San Salvatore in Lauro)

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Con il Patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura
e il Co-patrocinio del Ministero della Cultura della Repubblica di Croazia e della Città di Zagreb

11 aprile – 20 maggio 2017

Pellegrino nella scultura
Lo scultore croato
KUZMA KOVAČIĆ

Mostra a cura di: Milan Bešlić

Musei di San Salvatore in Lauro – Museo Donazione Umberto Mastroianni
Piazza di San Salvatore in Lauro 15, Roma
Ingresso libero
Orario: 10.30-13.00/16.00-18.30, chiuso domenica e festivi

La mostra sarà inaugurata martedì 11 aprile alle ore 18 da Dominique François Joseph Cardinal Mamberti, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica

Un evento realizzato grazie alla collaborazione e al sostegno di

Un ringraziamento speciale per la concessione degli spazi espositivi a

“Penso che le sue opere che vidi non fossero prive dell’intervento dello Spirito Santo…”: questo il  motto tratto da La pesca e i discorsi dei pescatori del poeta croato di Hvar Petar Hektorović (1487-1572) prescelto per rappresentare l’eccezionale arte scultorea dell’artista croato Kuzma Kovačić le cui opere più prestigiose sono state selezionate per una grande mostra in arrivo – per la prima volta in Italia– dal prossimo 11 aprile a Roma presso i Musei di San Salvatore in Lauro-Museo Donazione Umberto Mastroianni.

L’esposizione, intitolata “Pellegrino nella scultura – lo scultore croato Kuzma Kovačić“, si propone di presentare il lavoro di un artista contemporaneo di ispirazione cristiana che scaturisce dalla fede e che modella la fede, raro esempio nell’ambito delle arti visive contemporanee del mondo occidentale. Frutto di una collaborazione tra l’Ambasciata della Repubblica di Croazia presso la Santa Sede e il Musei Ivan Meštrović, l’esposizione gode del Patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura, nella persona del cardinale Gianfranco Ravasi, e del Co-patrocinio del Ministero della Cultura della Repubblica di Croazia e della Città di Zagreb.

Nell’anno in cui si celebra il 25° anniversario del riconoscimento della Repubblica di Croazia e dell’instaurazione delle piene relazioni diplomatiche con la Santa Sede, ci si propone così di promuovere l’arte contemporanea croata a Roma, fulcro della cristianità e centro europeo di cultura, con lavori provenienti da un paese dal ricco patrimonio artistico cristiano e cattolico e da un popolo che vive la fede. Non a caso già in passato artisti come Juraj Dalmatinac, Nikola Firentinac, Juraj Julije Klović, Franjo Vranjanin e Ivan Meštrović avevano suggellato i legami tra le due terre collegando, attraverso l’arte, le due sponde dell’Adriatico.

Definito il “Michelangelo della Croazia”, Kuzma Kovačić è un esempio raro nell’ambito delle arti visive contemporanee del mondo occidentale. La sua opera evoca la storia culturale e il patrimonio artistico nazionale percorrendo in maniera creativa la plurisecolare tradizione della scultura e dell’arte di matrice croata e mediterranea, e dando un significativo contributo al rinnovamento della scultura croata nel periodo in cui predominava la produzione figurativa multimediale.

Dotato di un principio creativo precisamente delineato basato sull’immaginazione poetica, su un metodo scultoreo perspicace, sull’uso di materiali diversi e sulla fede in Dio, Kovačić basa la sua ricerca sulla scoperta di nuovi spazi della scultura nelle forme inventive, utilizzando diversi materiali, da quelli tradizionali e organici a quelli moderni, industriali e anorganici:  pietra e legno di diversi tipi e colori, bronzo, metalli preziosi e non preziosi, vetro, spugna, argilla, intonaco, tela, carta e numerosi altri.

La sua espressività è fondamentalmente basata sulle trasformazioni visibili dello spirito materializzato in nuove forme, non ripetendosi nelle varianti né riciclandosi nelle mutazioni, mostrando e dimostrando una profonda devozione cristiana: come lui stesso afferma,  “Indipendentemente se stessi creando delle statue ripiegando la terra, sgrossando un vecchio tronco, modellando il vetro caldo o la carta sgualcita, o se stessi dando vita alle persone, a Gesù Cristo e alla Madonna, ho sempre considerato questo mio lavoro come la confessione della fede all’Uomo-Dio risorto”.

Il rapporto tra Arte e Fede, che lui stesso ha fatto emergere per ben quattro decenni nelle centinaia di opere create – dalla celebre porta della Cattedrale di Hvar alle monete della Repubblica di Croazia, dagli imponenti monumenti negli spazi pubblici del Suo Paese, come l’Altare della Patria croata,  ai mastodontici rilievi nei luoghi sacrali – sviscera anche un messaggio positivo di ricongiungimento tra i due mondi: secondo gli intenti degli organizzatori, infatti, “l’esposizione può forse offrire una risposta alla secolare questione sulla scissione tra la Chiesa e l’Arte, proponendo una nuova possibile unione a servizio della civiltà della vita, della vita con Dio.”

La mostra, a cura di Milan Bešlić, comprende una significativa selezione delle opere dell’autore scaturita da una scelta delle più importanti creazioni di Kovačić e conta 46 sculture realizzate prevalentemente in materiali resistenti (legno, pietra, bronzo, vetro, terracotta ecc.) e 15 grandi fotografie di monumenti pubblici o opere scultoree sacre, per un totale di sessanta oggetti.
Le opere provengono da gallerie e musei pubblici croati, da collezioni private e da quella dell’autore, mentre le opere pubbliche proposte tramite le fotografie si trovano nelle chiese e negli spazi pubblici in diverse località della Croazia e della vicina Bosnia ed Erzegovina.

La mostra, in programma fino al 20 maggio p.v., sarà inaugurata giovedì 11 aprile alle ore 18 da Dominique François Joseph Cardinal Mamberti, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

KUZMA KOVAČIĆ  – Biografia
Lo scultore croato contemporaneo Kuzma Kovačić nasce il 6 giugno 1952 da Vinko e Jelena, nata Novak, nell’antica città di Hvar, sull’omonima isola situata nella parte centrale dell’Adriatico, in un paesaggio spiccatamente mediterraneo che ha fortemente influenzato l’infanzia e la giovinezza dello scultore e le cui tracce sono rilevabili nelle sue numerose opere. Finito il liceo, Kuzma Kovačić lascia Hvar con un senso di profonda appartenenza all’ambiente mediterraneo e con la concezione cristiana del mondo acquisita in ambito familiare, per approdare nel 1971 a Zagabria in un periodo di pesante repressione comunista, dove si iscrive a scultura all’Accademia di Belle Arti e consegue la laurea nel 1976. Fin dagli inizi della sua attività riesce a trovare la propria strada nella scultura e comincia a esporre le sue opere, cercando di difendere e rinnovare i valori e la specificità dell’arte scultorea e di testimoniare la propria fede per mezzo della scultura. Dopo la laurea sposa nel 1978 Barbara Domančić da cui ha un figlio, Vinko, nato nel 1980, e una figlia, Petra, nata nel 1983. Organizza la sua prima mostra personale nel 1979 nel Museo della Città di Šibenik, dove vengono esposte le sue prime opere d’ispirazione cristiana, spirito che ha permeato fin dagli esordi l’essenza della sua forma scultorea: Sette peccati capitali (1987), Ecco che il mare suda sudore di sangue (1977), La predica di sant’Antonio ai pesci di Rimini (1979). Un anno più tardi, nel 1980, ottiene una borsa di studio dal Governo italiano per Murano dove conosce e perfeziona l’arte del vetro nelle vetrerie “Aldo Nason” e “Fratelli Manfren” e in cui crea le sue prime sculture di vetro. Tutto il decennio a partire dagli anni ‘80 rappresenta per l’artista un periodo creativo molto produttivo, in cui sono state realizzate opere di grande importanza tra cui: Epistola a Mavro Vetranović (1980), Ringraziamento ai benedettini (1983), Per il corpo (1985), Molto amaramente (1988), Dialetto del ča nella scultura (1988) e altre. Verso la fine degli anni ‘80 intraprende il suo primo pellegrinaggio in Terra Santa e a Roma, per visitare successivamente Lourdes, Loreto e diversi altri luoghi di pellegrinaggio della patria e del modo. Il decennio degli anni ‘90 è segnato da un’opera che, oltre ad essere una delle sue opere scultoree sacre più importanti, è stata anche la sua prima grande realizzazione scultorea sacra pubblica. Si tratta della Porta della Cattedrale di Hvar (1990) che ha non solo provocato una reazione positiva del pubblico amante della cultura, ma è stata anche messa in risalto dalla critica come capolavoro della scultura sacra contemporanea e nuovo segno di rinnovamento dell’arte sacra dei croati. Da allora ha realizzato più di cento sculture di carattere pubblico o/e sacro. Negli anni 1991 e 1992 realizza in legno il Crocifisso processionale per la Cattedrale di San Doimo a Spalato. Nel 1993 e 1994, anni del conflitto bellico in Croazia, modella le kune e le lipe, monete della valuta della Repubblica di Croazia e sul Medvedgrad, fortificazione medievale sovrastante Zagabria, crea il monumento Altare della patria croata, che rappresenta il memoriale nazionale con il fuoco eterno in memoria di coloro che durante la lunga storia hanno dato la loro vita per la libertà del proprio popolo e della patria. Segue l’impegno, durato quasi un anno intero, nel scolpire la statua in pietra di papa Giovanni Paolo II, il primo monumento al mondo in grandezza naturale a rappresentare questo Papa, inaugurato solennemente durante la grande celebrazione eucaristica nel 1996 a Selca sull’isola di Brač. Con i colleghi professori fonda nel 1997 l’Accademia delle Arti dell’Università di Spalato, dove lavora attualmente come professore ordinario di scultura, e dal 2011 insegna anche alla Facoltà di Teologia Cattolica della stessa Università.
Ha realizzato il primo monumento in onore di Franjo Tudman, primo presidente croato democraticamente eletto, fondatore e difensore della Repubblica di Croazia, che rappresenta anche l’opera più riuscita del genere secondo il giudizio unanime della critica d’arte e del pubblico croato appassionato di cultura. Il monumento e stato eretto nel 2001 a Škabrnja, piccolo paese simbolo di grande sofferenza durante la Guerra patriottica. Nel 2009 partecipa alla mostra “Scultura croata contemporanea” organizzata dalla Glittoteca dell’Accademia Croata delle Scienze e delle Arti e successivamente presentata anche in Germania, Austria, Italia, Slovacchia, Ungheria e Slovenia.
Nel 2012 viene eletto membro associato dell’Accademia Croata delle Scienze e delle Arti. Oltre a questo riconoscimento, gli sono stati finora conferiti numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali anche tre onorificenze di stato. E nel 2013 che si presenta al pubblico croato con una scelta recente della propria produzione artistica alla mostra retrospettiva a Zagabria, nella Galleria di Arte Moderna, e successivamente a Spalato, nella Galleria d’Arte. Nello stesso anno è stata pubblicata la monografia sulla sua opera artistica che nel 2014 viene presentata anche a Roma, nel Pontificio Collegio Croato di San Girolamo. Dal 2014 al 2016 scolpisce in pietra, insieme ai suoi collaboratori, il rilievo d’altare Gloria dei martiri croati, che nell’agosto del 2016 viene posto nella Chiesa dei martiri croati a Udbina. Si tratta di uno dei più grandi rilievi sacri in pietra non soltanto in ambito croato e, senza dubbio, di un’opera di un’imponente portata estetica e intensità simbolica. In occasione della cerimonia di inaugurazione e benedizione del rilievo lo scultore ha affermato, come aveva già ribadito tante volte prima in forma sia orale che scritta, che lui esprime la propria fede cristiana per mezzo del linguaggio figurativo, testimoniando con la propria attività scultorea che la parola è diventata opera.
www.kuzma-kovacic.from.hr

 

Estinzioni. Storie di animali minacciati dall’uomo. Mostra all’Orto Botanico di Padova

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Sul prato caracolla un grosso ippopotamo. A fargli compagnia un rinoceronte e un gorilla. Tra palme e banani della foresta tropicale, all’interno delle grandi serre, occhieggia un orangotango. Negli spazi dell’area congressuale ti osservano bellissimi ghepardi e zebre.
Ad accumunare queste “presenze” negli spazi del Giardino della Biodiversità dell’Orto Botanico, è una parola che restituisce il senso della gravità di una minaccia: “Estinzioni”.
Perché queste magnifiche bestie – assieme a molti altri vertebrati (di terra, di mare e d’aria) – sono minacciate dai comportamenti dell’uomo: dall’eccessivo inquinamento alla caccia, dalla pesca selvaggia fino alla distruzione dell’habitat naturale, divenuto teatro (e spesso vittima) di molte attività umane.

“Estinzioni. Storie di animali minacciati dall’uomo” è insieme un’installazione artistica e un percorso di conoscenza della Natura e dei suoi protagonisti: gli animali e le piante.
L’esposizione padovana rappresenta la conclusione di un progetto di ricerca nazionale, coordinato da Telmo Pievani – evoluzionista e divulgatore – e promosso dall’Università degli Studi di Padova, in collaborazione con il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, il MUSE- Museo delle Scienze di Trento e FEM2 di Milano Bicocca, finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Questa mostra completa idealmente il percorso avviato con “Estinzioni. Storie di catastrofi e altre opportunità”, allestita al MUSE di Trento fino al 26 giugno, dedicata ai fenomeni delle estinzioni storiche.
La selezione degli animali e la cura delle schede ad essi relative è stata curata da Paola Nicolosi, conservatrice del Museo di Zoologia dell’Università di Padova.

“L’impoverimento degli ecosistemi causato dalle attività umane – precisa il professor Pievani – si aggrava di anno in anno e sta causando la cosiddetta Sesta Estinzione, cioè un’estinzione di massa della biodiversità paragonabile alle cinque grandi catastrofi che si sono intervallate nel passato geologico. Non è un’impresa di cui Homo sapiens possa andare fiero. L’estinzione riguarda tanto le piante quanto gli animali, legati le une agli altri da un destino comune. Il destino raccontato in questo progetto espositivo di sensibilizzazione verso la conservazione che si accompagna a una ricerca nazionale di mappatura e catalogazione dei tantissimi vertebrati estinti o minacciati presenti nelle ricchissime collezioni museali italiane”.

Quella di Padova è una mostra–evento, della durata di tre mesi, che mette insieme le sculture dell’artista Stefano Bombardieri, autore del ciclo The Faunal Countdown, con modelli realizzati ad hoc e animali tassidermizzati provenienti dal Museo di Zoologia e di Veterinaria dell’Università di Padova, dalle collezioni di specie protette del Museo Cappeller e del Museo di Storia Naturale di Bassano del Grappa.

Un racconto che vede al centro 34 animali collocati nel loro ambiente naturale, dalla foresta tropicale alla savana, dal bosco dei climi temperati alle aiuole del Mediterraneo fino ai deserti africani e del Centro America, che debbono, loro malgrado, temere l’uomo e le sue minacce.
Tutti a grandezza naturale, tutti bellissimi, fieri e tutti a rischio di estinzione.

Ad aprire idealmente il percorso è un modello di Dodo, estinto fin dal 1600, autentica icona delle estinzioni provocate dall’uomo. Ma ad introdurre i visitatori all’Orto botanico e a sorprenderli lungo i viali dell’Arboreto saranno un elefante africano e una tigre siberiana, opera di Stefano Bombardieri, un artista che da diversi anni ha fatto proprio, con esiti di grande bellezza e forza, il tema della Natura minacciata. The Faunal Countdown approda così all’Orto Botanico con i suoi animali che interpellano chi li ammira ricordando, sulla loro pelle, il tempo che li separa dalla scomparsa. A farlo è un led luminoso, posto sul dorso, che indica quanti esemplari di quella specie sono ancora in vita e quanto tempo manca alla loro estinzione. Come sottolinea Maria Livia Brunelli, curatrice dell’artista bresciano: “I grandi animali di Bombardieri conducono il visitatore in un universo apparentemente fantastico ma altrettanto drammatico, grazie al senso di straniamento che la loro dimensione è in grado di indurre. Così lo stupore iniziale lascia il posto alla riflessione sull’attualissimo tema della salvaguardia della biodiversità. Giganteschi animali (oltre all’elefante e alla tigre, a Padova sono esposti il gorilla, l’ippopotamo e il rinoceronte), inermi testimoni della loro estinzione, diventano monumenti al futuro del nostro Pianeta, offrendo un importante esempio di come l’arte contemporanea possa fornire chiavi di lettura per sensibilizzare verso tematiche di grande urgenza etica”.

Il percorso prosegue e tra la vegetazione delle serre, all’interno della vasca tropicale o ai margini del bosco temperato, compaiono orangutan e piccoli anfibi del Madagascar, pappagalli e panda, coccodrilli e la Tartaruga delle Galapagos, estinta nel 2012. Questi modelli di animali sono messi così in relazione con il loro ambiente naturale, a volte in dialogo con la pianta di cui si nutrono, altre posti quasi in opposizione alla specie vegetale dalla cui coltivazione intensiva sono minacciati.

Infine, la terza sezione, forse la più ‘interpellante’. Perché di essa sono protagonisti animali bellissimi, catturati come trofei da esibire (dal lupo al muflone, dal bisonte al leopardo, dal ghepardo alla zebra). Animali che oggi sono patrimonio dei Civici Musei di Bassano del Grappa e giungono eccezionalmente a Padova per divenire quasi un monito, con la loro immota bellezza, alla minaccia costituita dalla caccia illegale.

Collateralmente a questa grande mostra – installazione, l’Orto Botanico attiva una serie di “Altri percorsi” dedicati alla fotografia, illustrazione d’autore e didattica.
A partire da una mostra didattica (allestita nelle gallerie espositive della Serra Tropicale, nel Giardino della Biodiversità) dal titolo “Le salvi chi può. Dal grande al piccolo, tutto quello che possiamo fare per la salvaguardia delle foreste”, curata da FSC Italia. La accompagna un “Racconto fotografico delle Foreste del Borneo” sviluppato attraverso gli scatti dei fotoreporter di IAmExpedition.
Gli animali della giungla è il titolo di una ulteriore mostra allestita nel cuore dell’Orto Antico, nell’Ex Serra dell’Araucaria. Sandro Cleuzo – brasiliano, character designer e animatore di fama internazionale vi propone una serie di sue illustrazioni d’autore.
Nel weekend del 25 e 26 marzo, due giorni di laboratori didattici dedicati al racconto e alla scoperta delle specie animali. Una collaborazione che vede fianco a fianco l’Orto Botanico di Padova e il Parco Natura Viva, che si ripeterà a favore del pubblico anche dal 27 aprile al 1° maggio.

Informazioni: 049.8273939 / info@ortobotanicopd.it
Prenotazioni per l’anteprima gratuita: www.prenotazioniortobotanicopd.it/estinzioni

Dal 21 marzo al 26 giugno la visita della mostra Estinzioni è compresa nel biglietto d’ingresso all’Orto Botanico.

Parma e il Mondo nelle fotografie di Carlo Bavagnoli.

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Fondazione Cariparma propone, nella sue sede di Palazzo Bossi Bocchi, un omaggio a Carlo Bavagnoli, fotografo di fama internazionale che nel 2000 ha generosamente donato alla stessa Fondazione il suo prezioso archivio (29.385 tra provini, positivi, diapositive e negativi) oltre alla corposa raccolta di 1.500 tra rari libri e riviste internazionali di fotografia.

La mostra Parma e il Mondo nelle fotografie di Carlo Bavagnoli giunge a completamento del lavoro di riordino, catalogazione e digitalizzazione dell’Archivio Carlo Bavagnoli; fondo che, per completezza e interesse storico e documentario, oltre che artistico delle immagini, è di rilievo internazionale: 2.445 sono le schede di catalogo e relativa digitalizzazione, suddivise in 34 argomenti che rispecchiano scrupolosamente le scelte e l’ordine voluto da Bavagnoli stesso.

Ad essere proposta nella sale di Palazzo Bossi Bocchi è una selezione ragionata di questo immenso, importantissimo patrimonio; immagini scelte per “raccontare” la carriera di Bavagnoli: le sue erano foto “che non avevano bisogno di una didascalia per essere capite… che sapevano imporsi per la loro forza emotiva, per il loro rigore assoluto”, com’era nella filosofia di LIFE. Alta professionalità mischiata a sublime invenzione, la sua. Nessuna ideologia, ma solo la forza dell’immagine, in una alternanza di toni leggeri e racconti dolorosi. “Bavagnoli si rivela fondamentalmente il fotografo del racconto umano, quello capace di suscitare emozioni. Racconto al quale egli stesso partecipa vivendo pienamente ogni singola esperienza, lasciandosi trasportare in un pieno coinvolgimento e restituendo immagini che, nella complessa articolazione della sequenza, si caratterizzano per una esplicita tensione narrativa in grado di restituire tutta la verità e la spontaneità dei fatti”, annota Rita Ladogana in uno studio a lui dedicato.

La prima delle due sezioni della mostra propone una potente sequenza di fotografie originali stampate dal Bavagnoli stesso (gentilmente prestate da Orazio Tarroni delle Grafiche Step): sono quelle da lui selezionate per la stampa, nel lontano 1961, di un volume, Cara Parma, testimonianza del suo affettuoso legame col capoluogo emiliano; frutto del clima culturale che ha caratterizzato la Parma degli anni ‘60-‘70 (ricordando le frequentazioni di Bavagnoli con Roberto Tassi, Attilio Bertolucci e Pietrino Bianchi) fu in assoluto il primo volume di foto d’autore riservato ad una città italiana. Il volume venne pubblicato grazie alla lungimiranza di Pietro Barilla.
Le immagini di Cara Parma, saranno poi riprese l’anno seguente sia da LIFE sia dal Times londinese, decretando la fama internazionale di Bavagnoli.

La seconda sezione dell’esposizione propone una galleria di scatti (alcuni dei quali sono ormai entrati nell’immaginario collettivo) che ripercorrono la straordinaria attività di Bavagnoli in ogni parte del mondo grazie alla collaborazione, l’unico fra i fotografi italiani, con la prestigiosa rivista americana LIFE.
Pochi come lui hanno saputo cogliere situazioni e protagonisti, dalla gente di Trastevere al racconto della terra emiliana, dai reportage negli Stati Uniti ai grandi momenti della storia (l’apertura del Concilio Vaticano II, la morte di Giovanni XXIII) sino alla serie dei “ritratti” che raccontano il XX secolo attraverso i suoi protagonisti (da Gadda a Bertolucci, da Visconti a Maria Callas e Bernstein). Immagini la cui “anima” è data anche dall’ardita sperimentazione di nuove tecniche fotografiche, dalla doppia esposizione, ai filtri, agli scatti macro.

La mostra vede esposti anche i numerosi libri di Carlo Bavagnoli: Gente di Trastevere, Verdi e la sua terra, Il romanico e le Valli Piacentine, Piacenza nelle sue stagioni, Armonie, Costantino Nivola, ritorno ad Itaca, Sardegna 1959: l’Africa in casa, Immagini anni ’60, Archivio fotografie libri.
La mostra è corredata da un catalogo (Grafiche Step editore) che ripropone il testo di Attilio Bertolucci scritto in occasione della ristampa del 1993 di Cara Parma, oltre ai saggi di Corrado Mingardi e dell’équipe che ha curato il progetto di catalogazione, Silvia Alvarez, Elisa Bini, Antonella Ramazzotti.

L’evento è inserito nel calendario delle celebrazioni per i 2200 anni della fondazione della città di Parma.

Eventi collaterali alla mostra saranno conferenze a tema e visite guidate il cui calendario sarà consultabile sul sito www.fondazionecrp.it
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Mostra
“Parma e il Mondo nelle fotografie di Carlo Bavagnoli”
Palazzo Bossi Bocchi (Strada al Ponte Caprazucca, 4 – Parma)
dal 1° aprile al 28 maggio 2017
– Inaugurazione Venerdì 31 marzo 2017, ore 18
A cura di Carlo Bavagnoli, Corrado Mingardi, Francesca Magri, Orazio Tarroni
Organizzazione: Fondazione Cariparma in collaborazione con Artificio Società Cooperativa

INGRESSO GRATUITO

Giornate di apertura e orari:
martedì e giovedì 15.30 – 18.00
sabato e domenica 10.00-12.30; 15.30-18.00
16 aprile chiuso
per informazioni e prenotazioni:
museo@fondazionecrp.it; guide@fondazionecrp.it

Nelle giornate di apertura della mostra sarà possibile visitare le Collezioni d’Arte della Fondazione Cariparma.

Dori Milano ed Absolut. Ancora una eccellenza di un designer israeliano.

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Nei giorni frenetici della Design Week milanese c’è solo un posto in cui il popolo del design può trovare buon cibo, sfiziosi cocktail, ottima musica e idee innovative: si chiama Street Food Experienceed è l’appuntamento gourmet che animerà dal 4 al 9 aprile il Giardino Ventura di Lambrate, da sempre il distretto più creativo e anticonformista del Fuorisalone.

Ispirato ai mercati metropolitani internazionali, Street Food Experience nasce da un’idea di Gianluca Perrelli, Andrea Carletti e Carlo Portioli, professionisti nella comunicazione, nel design e nel digital marketing, e si propone di diventare il nuovo punto di riferimento nel mondo della ristorazione “temporary”, puntando su menu di qualità e location non convenzionali.

Durante il Fuorisalone, nel Giardino Ventura di Lambrate sarà allestito un vero e proprio mercato dedicato allo street food d’autore: 15 food truck proporranno il meglio del cibo di strada nel panorama italiano e internazionale, dal kebab vegano all’hamburger gourmet, dalle alette di pollo fritte alla pizza napoletana.

E’ così che mercoledì 5 aprile 2017dalle ore 18.00  Absolut,famosissimavodka del gruppo Pernod Ricard, crea un ponte fra Design e Mixology presentando la lampada *Absolut111 by Dori Milano* una creazione dell’artista Dori Hazan studiata e creata con una magnum Absolut di 4.5 litri in esclusiva per il Salone del Mobile Milano 2017.

Durante la serata verrà presentato anche il gruppo degli Absolut Collectors, organizazione di pù di 2.000 collezionisti in tutto il mondo che si dedicano a collezionare le edizioni limitate più rare ed esclusive al mondo con in mostra alcune bottiglie di Absolut Limited Edition.

Dalle 18.00 si potrà anche scoprire e degustare il cocktail *Absolut111*studiato appositamente per la serata.

Ventura Garden di Lambrate

Via Ventura 12, Milano

Dal 4 al 9 aprile 2017

Dalle 10 alle 22

Ogni giornata sarà scandita da tre appuntamenti che faranno scoprire al pubblico le ultime tendenze nel mondo del food e del design.

FOOD & DESIGN

12.00_15.00

Per la “pausa pranzo” uno chef rinomato lavorerà fianco a fianco con i food truck per realizzare la sua personale ricetta ispirata al cibo di strada. Tra gli ospiti Eugenio Roncoroni (Ristorante Al Mercato, Milano), Takeshi Iwai (Ristorante Ada e Augusto, Gaggiano), Dario Cecchini (Antica Macelleria Cecchini, Panzano in Chianti), Cesare Battisti (Ratanà, Milano) e Riccardo Gaspari (El Brite de Larieto, Cortina d’Ampezzo) e molti altri. Sous-chef d’eccezione sarà Tamu McPherson, blogger, fotografa e trendsetter, che racconterà la ricetta in inglese in tempo reale e, dopo pranzo, intratterrà il pubblico con il Tamu’s Café.

STREET & FOODTECH

15.00_18.00

Le più promettenti start-up nel mondo del food presenteranno i loro modelli di business e le esperienze nel dinamico mondo del Food Tech. Da Quomi a Webeers, da Viniamo a Cortilia, i nuovi protagonisti della ristorazione digitale condivideranno con i visitatori della Design Week le loro storie di successo.

MIXOLOGY, DESIGN & MUSIC

18.00_21.00

Liquori, cocktail e long drink incontrano il mondo della musica. Ogni giorno al tramonto un Dj-Set accompagnerà le alchimie dei mixologist del momento.

Il programma aggiornato sarà disponibile nella pagina Facebook dedicata all’evento: https://www.facebook.com/events/1284692668274664/

Street Food Experience

Nato da un’idea di Gianluca Perrelli (Managing Director for Buzzoole, Founder di Kiver, Manager per Sounday e Vitaminic), Andrea Carletti (Founder e CEO di Street Food Mobile) e Carlo Portioli (Manager per Vodafone e Vitaminic).

Inaugurato nel dicembre 2015 con il suo primo format SKIBOX a Courmayeur, ai piedi del Monte Bianco, il collettivo Street Food Experience nel 2016 gestisce in esclusiva l’offerta food & beverage di Milano Lambrate in occasione del Fuorisalone. Ispirato alle esperienze degli urban food market internazionali,Street Food Experience si propone come nuovo punto di riferimento nel mondo della ristorazione “temporary”, puntando su menù di qualità e location non convenzionali.

 

Dori Milano

Brand creato dall’artista e designer israeliano Dori Hazan che fonde light design, ricerca delle forme, innovazione e lusso. Le creazione Dori Milano sono oggetti esclusivi, la cui unicità è garantita dall’idea e dal concept e dalla produzione artigianale fatta a mano. www.dorimilano.com ABSOLUT Brand del Gruppo Pernod Ricard. Ogni goccia di Absolut Vodka è prodotta a partire da ingredienti che provengono dalla zona circostante la nostra distilleria di Åhus, un minuscolo villaggio medievale della contea della Scania in Svezia. Dal grano duro coltivato nei fertili campi della zona, all’acqua cristallina del nostro profondo pozzo locale, fino alla produzione continua nella distilleria: tutto proviene da qui, perfino la bottiglia.
Questo processo prende il nome di *Una sola fonte*. Un solo grano, una sola fonte d’acqua, un solo luogo e una sola ragione che spiega perché tutte le bottiglie di Absolut Vodka, in tutto il mondo, hanno lo stesso carattere e gusto distintivo.

 

Koshlyakov in mostra a Venezia, da Maggio

È Valery Koshlyakov l’artista russo cui Ca’ Foscari Esposizioni dedica un’ampia rassegna, curata da Danilo Eccher, a partire dall’11 maggio 2017 e sino al 29 luglio. Per l’artista è un ritorno in Laguna, dove è stato tra i protagonisti della Biennale di Venezia del 2003.

Koshlyakov, che vive tra Parigi e Mosca, è presente con le sue opere in molte prestigiose collezioni: in Italia presso il MACRO, in Francia è presente al Centre Pompidou di Parigi e, naturalmente, in alcuni dei principali musei di Stato russi come la Galleria Tret’jakov di Mosca o il Museo Russo di San Pietroburgo. Ha inoltre esposto le sue opere al Louvre di Parigi, al Guggenheim di New York e Bilbao, al Museo Puskin di Mosca e al John F. Kennedy Center for the Performing Arts in Washington, DC. Va inoltre segnalato in particolare il Museo dell’Impressionismo Russo di Mosca, che ha sostenuto il progetto di Venezia, in cui di recente l’artista ha allestito una sua mostra personale. Koshlyakov infatti è da molti anni considerato come una delle più autorevoli e interessanti voci dell’arte russa contemporanea.

Valery Koshlyakov è nato nel 1962 a Sal’sk, nel territorio del Rostov, dove ha frequentato una fra le più prestigiose Accademia d’Arte della Russia. Nel 1988 ha aderito al movimento “Arte o Morte”, un’associazione che riuniva i giovani artisti di una nuova stagione espressiva. Il nome, che richiama il motto del Che: “Patria o Muerte”, indicava lo spirito rivoluzionario che animava questi giovani protagonisti. Koshlyakov lascia tuttavia presto Mosca, per lavorare tra Berlino e Parigi, dando così l’avvio al suo successo internazionale.
Le sue grandi tele fissano l’immagine di un’intima fragilità, un sofferto stato di ansietà che si fissa nella vuota monumentalità delle rovine classiche. Si alternano simboli di città, di popoli, di epoche: sono gli aspetti visionari di un’arte che non smette di rincorrere l’Utopia, sono memorie e fantasie che confondono la realtà di un paesaggio con il desiderio di un’apparizione. Si tratti del Cremlino o di Notre Dame, del Colosseo o del Pantheon, di Place de la Concorde o di quella del Vaticano, dei frammenti di Pompei o delle architetture staliniane, ciò che ammiriamo sono sempre immagini in perenne bilico fra speranza e realtà. Opere all’apparenza colossali ed eterne nei dipinti di Koshlyakov assumono l’aspetto di meravigliose e fragili macerie. Macerie di grandiose civiltà, dilavate, meglio, ripulite e condotte dall’artista verso la loro vera essenza. Koshlyakov rincorre la fragilità utopica dei sogni artificiali, degli edifici del potere, dell’inevitabile dissolversi di ogni grandezza.
In tale visionaria decadente potenza non poteva mancare l’immagine di Venezia, nella sua delicata e frangibile bellezza, contrappunto ideale per alcuni dei suoi ultimi grandi lavori.

Nella mostra veneziana saranno presenti pertanto anche opere che fanno riferimento alla città lagunare e ai suoi famosi Palazzi ma sarà soprattutto il tema dell’architettura del Palazzo e del suo interno – sia esso a Mosca o a Venezia – che farà da filo conduttore al percorso di mostra. Opere di grandi dimensioni, che riecheggiano gli studi di scenografia per l’evidente capacità di ricostruire lo spazio, come quando mette in scena le Sette sorelle di Mosca, gli imponenti grattacieli paradigmi del classicismo socialista. Nel lavoro di Valery Koshlyakov si può parlare in un certo senso di “gigantismo”: un gigantismo paradossale che impiega materiali poveri e di scarto come cartoni, colla, scotch, plastica, colori di avanzo – cosicché le bellissime “vedute” diventano esse stesse un allestimento di grande impatto visivo e di sicuro coinvolgimento.

«Tutto il percorso artistico di Koshlyakov – osserva Danilo Eccher – appare quello instabile e precario di una costante oscillazione fra l’eleganza di una cultura nobile e la durezza di una realtà materica brutale, consapevole e orgoglioso del ricco patrimonio storico ma anche attento ai rigurgiti di una contemporaneità spietata, abile nel dominio di forme e spazi ma pronto a sporcarsi le mani con i linguaggi più ruvidi: Koshlyakov è sensibile poeta e guerriero barbaro»

I due piani di Ca’ Foscari Esposizioni ospiteranno dipinti di grandi dimensioni e molti oggetti.

Accompagna la mostra la monografia dedicata all’artista pubblicata da Silvana Editoriale in collaborazione con il Museo dell’Impressionismo Russo.

Per informazioni:

Ufficio Comunicazione Università Ca’ Foscari di Venezia
Tel. 041 2348118; e-mail: comunica@unive.it

Orari: la mostra rimarrà aperta al pubblico dall’11 maggio al 29 luglio, dal mercoledì al lunedì, dalle 10 alle 18 (chiuso il martedì).
Ingresso libero