Hex, feed the hex.

Secondo me la testa conta più del fisico.

O perlomeno, ora che non mi reggo in piè (e che non ci posso neppure stare) mi fa comodo pensarla così. E già pensarla da il primato alla prima.

Ogniqualvoltaché son stata male ho sempre pensato che dovessi guarire. A pensieri minimi di danno verso me stessa ho riflettuto durante il primo postmalattia, cioè, dico meglio: a suicidio o tagli vari ci ho pensato una volta che avevo finito chemio e radio e che stavo bene fisicamente. Ma la testa non mi andava più, i compagni di scuola mi accusavano che io stavo per essere promossa così per premio e i professori non è che li smentivano. Io avevo per forza smesso di giocare e non è che avessi molti svaghi. Dopo una sulle cose ci si fissa e non ne esce.

Certo, che se ora rincontro della gente di merda come minimo raccatto le forze mancanti e li prendo a colpi di cric sino a renderli irriconoscibili.

Poi magari ci scrivo un romanzo.

Del tipo anche qui: commentatore pirla. Se hai voglia di commentare dicendo "non ci sono più le mezze stagioni" si fa un delete. Alla fine, io lo dico sempre. Era meglio siffossifoco, che lasciava solo l’emoticons nei commenti.

Ma rifacciamo un passo indietro [mi sembrava brutto dire sopra un "tenetelo in mente" come qualcun altro"]

La mia famiglia è stata molto conciliante. La mia educazione sportiva molto meno.

Sapevo che di fronte alla neve e alla discesa non c’era altro che da lottare e da calcolare ogni minimo rischio. Fregandosene anche della pendenza e di quello che poteva succedere.

Sapevo che era obbligatorio, anche se si aveva paura, non dimostrarlo.

Ora, ricordo quel lasso di tempo a Garmisch come quello più caratterialmente formante. Non farei mai fare sci in quel modo a un figlio, che perlomeno vorrei che fosse leggermente più sano di me psicologicamente.

Sarà per quello che se c’è qualcosa che mi da inesorabilmente fastidio e risveglia in me l’istinto della squadrista è la mediocrità. Mediocrità in tutti i campi. Sono sempre dell’idea che se uno è talmente incapace a collegare lo scritto o il parlato con parte del suo cervello è meglio che si letterinizza. Ovvero si sta zitto, e in un impeto di amor proprio può esclamare un "Ma io ho studiato!". Più che altro per ricordarselo.

Che poi, io tratto più male me stessa che gli altri. Con gli altri ho paternalismo, con me stessa no.

Non è che mi tratto male. Oddio, forse a volte sì. Ma ve l’ho detto, prendere medicina è già sintomo che qualche finalità ossessiva la si ha, io ve lo dico. Ma è volontà di non fare tante vaccate. Forse anche perché vedi come si riduce tuo padre, a cinquantanni, a pasturar donne e a dire che lui non si può muovere perché deve consolare la figlia che ha scazzi col fidanzato e che ha giocato a calcio.

Ora ho capito chi porta sfiga, cazzo.

Se mi tocca l’università assoldo un killer. O tipo il cognato dell’imbianchino che avevo, che di mestiere buttava la gente fuori strada.

L’unico problema che può derivarne è che stoccando le emozioni e mettendole in piccoli pozzetti non è detto che sia sempre un bene. Nei laboratori si usano le cappe a flusso laminare affinché non avvenga alcuna contaminazione. Beh, qui a volte il flusso si trasforma in turbolento. E si pensa, si pensa, ci si crogiola.

Le decisioni prese per sfinimento o per momento di pazzia continuano infatti ad essere le migliori.

O per lo meno quelle di cui non ti sei mai pentita.

Perché alla fine ci pensi e alle cose e per alcune ti dici "dai, perché no? perché non farlo". Ma se non lo fai nei 5 minuti successivi non lo fai più.

Thursadaynext ha detto che sarò un buon medico, perché come tutti i medici faccio la vaga.

Non credo alla fine di farlo inconsapevolmente. A volte penso che prima le cose vanno esemplificate. Altre penso che sia superfluo dire le cose come stanno, e mi sto zitta. Altre ancora magari non le capisco proprio, le cose, come stiano andando. Quindi ti prepari quella che l’altro mio amichetto oltreoceano chiama la versione per la stampa. Ma lì basta farmi parlare. Oppure scrivere. Dopo si vede, forse, leggendo tra le righe, che poi non è che vada.

Perché quando sto bene non è che vado a festeggiare in piazza Garibaldi urlando come Tardelli ai mondiali dell’82. Cioè, sto lì, col sorrisino ebete.

Ci sono delle mattine in cui stai lì, incazzata col mondo, e fai le liste di coloro i quali dovrebbero pagar dazio.

Solo che poi pensi che in fin dei conti non sei nessuno ad augurarglielo. Sei meno che zero, sei una delle tante come loro del resto. E quindi, come diceva l’allenatore, vince solo il più forte o il più bastardo. Poi ti guardi allo specchio e per palese coglioneria escludi la seconda categoria. Ma quanto vorresti cantargliela, a quella gente, "you burn in the hell for your sin".

E dall’altra parte però ti da fastidio che se vai ad agguantare la categoria del -se non vogliamo chiamarlo il più forte chiamiamolo- sopravvivente. Magari più quello che vive al di sopra. Cioè, quando la gente dice che ti stima e tu guardi la tua vita e vedi che non hai fatto nulla più del minimo sindacale richiesto dal vivere, ti chiedi se è perché sai così ben dosare le tue scelte o se magari qualcosa di valido l’hai fatto anche te.

Ed hai ventitrè anni, cazzo. Era meglio quando una volta i trenta anni erano il giro di boa della tua vita. Forse altri cinquantanni non so se li posso vedere passare. Alla fine forse pensi anche che la natura ti aveva mandato i casini perché ti saresti inesorabilmente annoiata ad alzarti tutti i giorni. Poi però vedi i trentenni dallo psicologo indecisi su quanto la loro ex ha inciso nella tua vita e quindi vai a sfogliare l’annuario del premio Darwin.

Che magari a qualcuno, parlare della malattia può essere sembrato un gesto ganzo e coraggioso.

Altri non se ne saranno accorti.

Per me è stato fisiologico.

In pratica qui sopra non si parla di un solo argomento. No, non la retrocessione della Juve. Quell’altro.

Non so neppure se e cosa augurarmi. Mi sono accorta che dopo questo periodo mi alzerò la mattina senza qualcosa per cui lottare o affermarsi. Lì è che inesorabilmente crollo. Lo so già. Forse è per quello che mi da fastidio. Il non potermi ribellare, il poter fare e poco o nulla per cambiare la mia naturale fisiologia.


0 thoughts on “Hex, feed the hex.”

  1. “e vedi che non hai fatto nulla più del minimo sindacale richiesto dal vivere”–>FALSO, Fran, Falso.

    “dopo questo periodo mi alzerò la mattina senza qualcosa per cui lottare o affermarsi”–>hai da fare il culo al prof, passare l’esame, laurearti, e curarmi fino alla vecchiaia, quando sarò convinta che il mio vero nome sia VERAMENTE ThursdayNext, e ti divertirai a sperimentare su di me nuove cure per l’alzheimer. Ci stai? :D

    Thurs

  2. E se ti dicessimo di non cambiare perché a noi piaci proprio così?

    Certo, potresti mandarmi a quel paese e dirmi “perché certe cose dovevano capitare a me?”, ma noi forse ci saremmo arresi e/o ci saremmo tagliuzzati. Tu invece no. E tanto ci basta.

    E non è che al mattino si viene a leggere il tuo post per tirarsi su e pensare che c’è chi sta peggio, tutt’altro. Si legge il tuo post e si capisce che uno non se la può menare per ogni cazzata…

    Non so se sarai un buon medico, probabilmente sarai una buona madre… :-)

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