La poubelle agréée.

Parlarne suona strano. Perché io ci ho gente che mi segue dalla Campania e parlare di monnezza anche qui, cioè, è come portarsi il lavoro a casa e pare brutto.

La poubelle è una densa metonimia. Sta per immondizia, ma noi si va a descrivere il contenitore e non il contenuto. Pensate, è francese, e qui non lo si è studiato.
Simpatico sapere che l’inventore dell’inscatolatura è un poveruomo a cui, figura retorica nella figura retorica, ha dato il suo nome al cassonetto (nel 1890 venne registrata la parola poubelle come sinonimo di spazzatura).
Ora, con tante cose di cui uno può essere orgoglioso questa non la annovero tra le prime eh.

Eugéne Poubelle infatti era prefetto della Senna. Nel 1884 gli sembrava quantomeno inappropriato che gli abitanti della capitale parigina buttassero ancora dalla finestra liquami, resti di cibo, stoviglie, piatti, orologi a cucù, quel che capitava insomma. Da lì le mode del fiore all’occhiello ma soprattutto dei profumi (derivata anche dai malseppellimenti, ma dopo vomitate, lo so che siete debolucci di stomaco). Capì anche che c’erano delle possibilità di riciclo: tipo fare col grasso le candele, con gli ossi i bottoni, con gli stracci la carta. Orbene, da lì la situazione non è cambiata più di tanto eh. Pensate, oltre un secolo di immobilismo.

Io son d’accordo con la raccolta differenziata e con lo sguinzagliare l’anziano a denunziare il vicino che non la attua.
Adoro le liti condominiali. Ringrazio iddio di non abitare in una scala condominiale altrimenti vi starei già scrivendo dalla prigione locale.

Il titolo di questo post è invece ispirato, come i più periti di voi avran compreso, da il racconto La strada di San Giovanni di Italo Calvino.
Il gradita, agréee per Calvino, andava ad indicare quel gesto di disimpegno del buttare la busta nel cassonetto. Un rito liberatorio (che ora la differenziata ci toglie), piacevole, rilassante, denso di senso civico, perché nel disfarci di queste cose vuote, usate, consunte riviviamo il piacere riportato dai loro contenuti. E nel racconto va lì, a descrivere quella che è una vera e propria arte: far aderire perfettamente il sacchetto al secchio senza che questo formi sul fondo una fastidiosa bolla d’aria.

Pensa a quante ambientazioni romanzesche, potrebbe avere tutto ciò. Ovvio, se non in zona partenopea.

P.s. Comunque la foto qua a lato è geniale. Avrei voluto scattarla io.


0 thoughts on “La poubelle agréée.”

  1. Io c’ho la coinqua che nel secchio della plastica butta i bicchieri (che NON si riciclano) con un dito di latte e nesquik. Io dico: non sei capace? non la fare, ma non me la sporcareeee!

    Niente, volevo che si sapesse.

    sporad

  2. lool la foto a lato mi fa ridere ogni volta che mi giro a guardarla è troppo buffa! comunque fran, il poubelle non lo conoscevo proprio, la munnezza di napoli-ahimè-invece…

  3. anch’io vorrei cogliere l’occasione per esprimere la mia antipatia per i francesi e la mia simpatia per gli austriaci (che in teoria dovrebbero essere più nazisti dei tedeschi ma credo che oltre 50 anni di senso di vergogna siano sufficienti, no?)! ;-)

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