Il mondo della frutta, è bene dirlo una volta per tutte, è pieno di insidie. Avete idea di quanti luoghi comuni, inesattezze e teorie complottistiche ruotino intorno all’universo di questi simpatici vegetali zuccherini?
Ci ho riflettuto proprio stasera, quando una mela mi è caduta in testa. Tuttavia non è stata la caduta a generare la mia illuminazione, quanto, piuttosto, il fatto che dalla mela uscisse l’ormai celebre bruco. Ora: a me questa storia del bruco che esce dalla mela mi ha sempre saputo di fregatura. Intanto perché non capisco per quale motivo una cosa schifosa debba essere trasformata in un’immagine divertente. Per dire: io da piccolo, al Luna Park, sulle navette a forma di bruco che, di rotaia in rotaia, attraversavano la mela gigante non ci andavo mai. È più o meno come mettere un bambino in una navetta a forma di giacca e fargli attraversare una gigantesca struttura a forma di merda di piccione. Nel senso che è una cosa che può succedere ma comunque schifosa. Ma non è tanto questo, quanto pensare che io questi dannati bruchi li ho sempre visti uscire dalle mele e mai entrare. Come si spiega? Da buon teorico del complotto non posso non pensare che alcune mele vengano vendute già con il baco all’interno. Anche perché ne andrebbe dell’intelligenza dell’animale stesso: farsi un mazzo così per scavare un tunnel all’interno di una mela non è la cosa più furba che si possa fare in natura e la natura, si sa, è un meccanismo perfetto che non tollera l’inutilità. A parte quella del già citato piccione e di Maurizio Gasparri. Escludendo quindi che il bruco si infili ogni volta senza meta all’interno del pomo, non resta che pensare che sia lì dentro sin dall’inizio. D’altra parte non s’è mai visto un vermicello uscire da un kiwi. Dalla mela sì, quindi è il produttore che ce l’ha messa. Il motivo mi è oscuro. Però anche la chiesa costruita con i teschi di Evora è una cosa che concettualmente fa senso, eppure tutti la guardano ammirati e, anzi, vanno in Portogallo apposta per farlo. Quindi non si può escludere che il verme all’interno della mela sia una trovata di marketing di qualche consorzio del Trentino per vendere più frutta. Altre questione dolente è legata alle banane. O meglio, alla loro buccia. Dunque: sulla buccia di banana non si scivola. Possiamo urlarlo al mondo, per cortesia? Non s’è mai visto nessuno cadere per questo motivo. Che poi anche le probabilità giocano contro. Quante persone al mondo mangiano ogni giorno una banana. Esagero: diciamo mezzo miliardo. Quanti buttano la buccia per strada? Tenendo conto che molti la mangiano a casa o in luoghi dotato di pattumiera e che quelli che la mangiano per strada difficilmente getteranno con disinvoltura la buccia per terra, direi che si può scendere tranquillamente a 100.000 persone. Quanti di questi getteranno la banana su un fondo che agevola lo scivolamento? Pochissimi, anche perché immagino che tra quelli che mangiano banane ogni giorno, probabilmente ci saranno popolazioni non propriamente ricche di posti equatoriali che magari non hanno neanche le strade. E secondo me, sulla nuda terra, scivoli giusto se ti mettono una lastra di ghiaccio sotto i piedi. Scendiamo a 20.000. Considerando alcune piccole variabili come il solerte intervento degli spazzini o di animali affamati, la bora o i calci di altri pedoni che potrebbero spostare la buccia verso i muri o, in generale, in luoghi, non calpestabili, direi che si arriva a 5.000. Ora, anche ammesso che sulla buccia si scivoli davvero, quante possibilità ci sono di vedere una persona che la calpesti? Meno della metà. E quanti di loro cadranno? Boh, su 2.000, facciamo 400? Bene: solo a Roma, ogni giorno, almeno 200 persone finiscono sull’asfalto perché sono passati con il motorino sulle rotaie del tram o sui sampietrini bagnati. Allora perché colpevolizzare la banana? E poi perché se uno scivola sulla banana si deve ridere e se uno cade con il motorino no? Io credo che Buster Keaton abbia visto una volta un amico che cadeva sulla banana, ha trovato la cosa divertente e ha riproposto lo sketch, addossando la colpa della caduta alla Chiquita. Da allora la povera banana è rimasta vittima dello stereotipo. Roba che se avesse addossato la colpa alle cacche dei cani, ognuno, da quel giorno, si sarebbe sentito in diritto di gettare un cane nell’immondizia ogni volta che ne avesse incrociato uno.
Ultima questione, la più annosa. Non c’è nessun’altra cosa in natura, come la frutta, della quale si debba parlare con la cautela di chi vuole evitare facili doppi sensi a sfondo sessuale. Nulla. Mettere una banana e due kiwi tra due pere non è né più né meno che una collocazione creativa di vegetali. Ma l’opinione pubblica insorge: “che scandalo, questo umorismo pecoreccio!”. Il problema vero è che non sono stati gli organi genitali a essere rinominati di volta in volta per criteri di similitudine morfologica, quanto, piuttosto, il contrario. È stato l’uomo, che evidentemente lo trovava divertente, a nominare la frutta come l’organo genitale. La prova è elementare. Ai tempi di Adamo ed Eva c’erano solo le mele che, difatti, sono l’unico frutto che non ha un corrispettivo sessuale. Poi è stata creata via via l’altra frutta e l’uomo, affetto da evidente pigrizia intellettuale, ha pensato, per dare dei nomi accattivanti con il minimo sforzo, di riciclare le stesse parole che aveva usato per descrivere se stesso.
“Eva, tesoro, questo strano frutto a forma di boomerang arrotondato come la chiamiamo?”
“Boomerang”
“Ma già esiste. Poi rischieremmo di non distinguerli. Si dovrebbe trovare un altro oggetto che gli somigli, a cui magari abbiamo già dato più di un nome…”.
“Ehm… amore?”
“Dimmi, tesoro…”
“Perché non lo chiamiamo ‘minchia’?”
“È vero! Un po’ gli somiglia! Aspetta, facciamo una prova… ‘Tesoro, c’è ancora qualche minchia in frigo?’. Non lo so… Non mi convince, però siamo sulla strada giusta…”.
“Verga?”
“Troppo letterario…”
“Mazza?”
“È da maestro…”
“Banana?”
“Ehi! Questo sembra perfetto! Ok, la chiameremo così e sarà per sempre l’unico frutto dell’amor”.
La discussione su cocomeri, meloni e pere andò avanti molto più a lungo, soprattutto perché Eva proponeva, nell’ordine, tette, bocce e minne e, comunque, non capiva perché dovesse privare il suo seno di ben tre soprannomi. Tutto questo per dire che, nel caos che governa il mondo della frutta, buona parte delle responsabilità sono anche dell’uomo.