E’ un po’ come passare l’influenza senza avere la febbre (il primo noioso post sui Muse del 2015)

Non ho scritto da un bel po’ un post sui Muse per un motivo: la perdita di appeal. Ultimamente le strategie di mercato musicali sono tre: crowdfounding, tirare fuori un disco come onesti operai della musica e poi vedere come butta, stracciarti la uallera sino a o farti diventare isterico o toglierti assolutamente ogni energia e interesse verso quello che potrebbe arrivare.


Il fatto è che non ci si può porre una domanda: ai Muse JE TOCCA uscire qualcosa. Il primo live è a fine maggio. Ora non so come si muoveranno, ma in medio-basso marketing è muoversi almeno 3 mesi prima per pubblicizzare (sì, nel caso dei Muse non serve MA il promo tour radio/giornali lo devono fare uguale e guardate i tempi dei precedenti album quando li beccavate sotto l’hotel: non ci stiamo dentro). Qui è tardi. Da una parte io sono molto polleggiata: quello che hanno fatto uscire (teasing, teasing, teasing) su instagram è buono. Qualitativamente. La scelta di non prodursi in casa come per gli ultimi due dischi potrebbe essere ottima: qualcuno ti guarda da fuori. E a livello testi (sì, seconda guerra mondiale e orchestre italiane a parte che mi preoccupano un po’, come topiche) oserei affermare che per Bellamy il breakup con la Hudson potrebbe funzionare bene come per i Coldplay (va che album spumeggiante che han fatto dopo che Martin s’è mollato)

Il side fact è uno: la scelta dei live. Dopo l’estensivo stadium tour della tournee precedente si torna ai festival. Che è una cosa che a me piace molto: peccato che in Italia non abbiamo un medio/grande festival e l’Expo a Milano (non vi invidio, voi col biglietto per i Libertines da vedere in un parcheggio tra la tangenziale e l’autostrada) fa sì che i grandi live vengano sempre più sospinti verso Roma. E sinceramente tra andare a Capannelle (e dover quindi per forza viaggiare e dormire nella Capitale) e farmi un festival a Bilbao direi che per appeal e economia mi conviene il secondo. Non so, voi come fate? Vi invidio molto.

(purtroppo continua)

Trentaquattro-e-ora-basta-anche-un-anno-ve-prego.

Ero in pratica sotto la telecamera centrale, a Roma. Sotto uno dei microfoni. In pratica l’audio del dvd l’ho fatto io. Però sono contenta: era una posizione abbastanza tranquilla. C’era solo un paio di coglioni che si trovavano lì per sbaglio volti solo a far caciara e un paio di pischelli che mi han chiesto “scusachecanzoneè?” su Undiscloses Desires.

Lasciandomi un attimo perplessa ma vabbè.
Comunque, Bellamy di merda, stavolta cinque-ore-e-mezza-ma-anche-sei (perché pare che ‘sto intercity resti sempre fermo 20 minuti in più a Orte. Ha-ha, o Roma, o Orte… ahem) per vederti. Anzi, dici. No, beh, bello anche prendere il biglietto: ottocentro metri solo andata per entrare in un edificio dove i poveri lavoratori stavano lì ad aspettarti senza climatizzatore, facendoti per la prima volta nella vita firmare la ricevuta di consegna biglietti ticketone. Vogliamo fare ‘sto cazzo di biglietto elettronico? Vi giuro: vi pago uguale le commissioni, ma non fatemi fare strade o file. E-ticket. Solo questo. Civiltà.

[qualcosa di veloce lo avevo subito scritto qui, errori inclusi fatti notare dai lettori. Ma del resto nelle ultime ore sto dormendo a nastro, ergo pensate come potevo stare mentre lo ho scritto: piena fase onirica]

La cosa che mi ha sorpreso, oltre al togliere i riflettori per far scorrere più facilmente la telecamera sospesa, è che la scaletta faceva cagar… cioè, intendo, era più volta al commerciale come quella di Torino 1 (cosa è cambiato? Prima Guiding Light e poi Blackout mi pare) ma il concerto per me è stato molto più bello. Come mai? Non me lo spiego razionalmente. Certo, alcune cose per me sono ancora una centrifuga ai coglioni: Explorers e -lo so, è una mia idiosincrasia- Feeling good sono stati il mio momento ohvediamosefunzionalareteinternet. Feeling good alla gente piace, ma io non mi rassegno ancora a pensare che un gruppo con una discografia così completa e rotonda debba ancora fare una cover. Lo so, è un mio limite mentale. Come sentirmi terribilmente apposto con me stessa nell’uscire mentre iniziava il clapping di Starlight per evitare le code dell’Olimpico. Questo fa di me una hipster, credo. Ma dopo essere rimasta di merda alla prima data con “ehy, ma finisce così?” l’ho vista come una sorta di rivincita. Dai, finire con Starlight è palesemente uno dei peggiori coitus interruptus delle setlist mai partorite.

Non so che pensare: probabilmente avremo il dvd meglio recitato della storia dei Muse (dai, quanto era concentrato il bambino Matteo sull’essere figo in pellicola? Sembrava quasi jaredleto. Quasi. La versione spiaccicata sul parabrezza di Jared.
[per poi renderci conto che la parte delle bare (non abbiamo ancora una spiegazione univoca di questa cosa, a parte la mia libera interpretazione) sia registrata, perché la poraccia che fa anche la ballerina dalla lampadina non può davvero fare tutto]
Probabilmente avremo però un dvd live commercialissimo, che piacerà alle genti e scontenterà una buona parte (60%) dei vecchi fan. Ormai c’è questa crepa tra molti di noi che fanno fatica a vedere Bells come il nuovo Bono (lo so, fa impressione anche a me, ma ecco), ma prima o poi dovremmo esorcizzarla. Il suo presentare però i componenti della band (menzione a Chris che è sempre più bono, vederlo con la chitarra su Blackout è meglio di un trattamento per l’infertilità) e il suo masticare parole in italiano quasi meglio del suo confusionario inglese mi ha stupita. ‘Sto paraculo non so come mai si sia smollato così tanto. Mi fa piacere? Oddio: è Bellamy. Non posso fidarmi di lui. Che vi devo dire…

Forse è un resoconto troppo emozionale. Il concerto è stato bello, ma. Fine.

Menzione finale. Ci sono tanti che hanno scritto un sacco di minchiate. Ma tante. Il fatto che nessun giornalista ancora sappia usare con successo Google mi perplime. Da ciminieri in poi è un dramma: noi a SanSiro eravamo in un mondo parallelo, amisci. Matrix? No, non Materazzi. Beh, ma era Sansiro…

31/33 postilla.

Forse è stupido dire che una sola canzone ti può salvare un po’ tutto il concerto, tutta la baracca, lì. Certo che però Sunburn sia a Nizza che a Torino 2 un po’ l’ha fatto, ammettiamolo. Che sia poi tra le mie preferite ever, ecco, ahem.

31, 32 e dica 33 (sì, mi vergogno anche io)

Credo che depaupererò questo resoconto da cose tipo viaggio-della-speranza-unitalsi-eat-your-heart-now. Andrò dritta al punto e scriverò solo 10000 battute sui tre show (andiamo: non possiamo chiamarli più concerti, a volte la musica è di contorno anche se loro san suonare ancora daddio) dei Muse che ho visto.

31: il più tranquillo concerto dei Muse che ho visto.

Lo stadio di Nizza è atipico. Una cosa riconducibile a un incrocio tra Olimpico di Roma in versione light e Arena Civica di Milano. E soprattutto la cosa più figa del mondo: mentre mi sono comprata gli e-ticket ho pensato di buttarmi su questa Pelouse OR. Che vuol dire che c’è una doppia transenna e che tu entri nella prima. Quindi, sebbene i mangiarane abbiano aperto i cancelli tardi e prima di noi in fila, con le transenne delle code perfettamente messe a losanghe, c’era il mondo, noi camminando siamo arrivate in terza fila davanti alla piattaforma-stageB. Comode. Incredule. L’incredulità durerà per tutto il concerto dacché: a) i francesi saltano sul posto e non ti sfracellano l’apparato mammario, b) la security ti passa i due litri d’acqua ogni due canzoni (in pratica ho bevuto così tanto che è stato un concerto depurativo, tra le fiamme e l’acqua era una spa). E continua anche dopo con le navette gratuite, una dopo l’altra, gestite dalla security e dall’azienda trasporti. Potete leggere dell’entusiasmo qui, dovuto soprattutto ai tre coglioni a meno di tre metri. Ops, ho detto coglioni. Ma in simpatia, lo sapete.

[parentesi: in apertura mentre la sottoscritta sbocconcellava il panino e beveva birretta arrivano i Biffy Clyro come primo gruppo. Incredulità, panico, ansia da dove metto il panino. In bocca, tutto, e la birra in mano con la fotocamera. Poi invece sono arrivati i supporter francesi e sono stati tra i 45 minuti più lunghi della mia vita. Un misto mal riuscito tra Subsonica e Bloc Party. Ho sofferto un po’, ma ai franciosi garbavano un casino. Forse un po’ come da noi mettere i Negramaro]

Non riesco tuttora a togliermi dalla mente la schiena del piccolo Matteo di fronte a me mentre suona Sunburn. Io che ho il magone e inizio a piangere come una deficiente. Nonché la corsetta durante Plug in Baby, verso la piattaformina. E lì la mente che ti riporta a quel rock am ring di eoni fa e il pensiero che sì, la tua band del cuore, che sta invecchiando come te, gliela smolla ancora quando non fa quei pezzi da “i figghi so’ piezz’ ‘e core”.

32. Provaci ancora, Matt.

Ma prendiamo le mosse da questo post del Coro:

– “hai voglia a dire […] che un’altra (canzone, n.d.r) inizia come House of Rising Sun”
– “Matt Ballamy”
– “In Panic Station, […] si aggiunge il presidente del consiglio Enrico Letta trasformato sul megaschermo in un pupazzetto digitale danzante” (qualcuno ha visto Letta il 28?)
-“un banchiere che muore distribuendo a tutto il pubblico banconote da 20 euro”
– “un lungo video tratto da World War Z, di Brad Pitt, per cui I Muse hanno fornito la colonna sonora (Isolated system, da The 2nd Law)” (avrò visto male io, ma mi sembrava il solito cortometraggio di sempre. Ma magari mi confondo io).

Non so esattamente cosa dire. Un concerto che mi ha lasciato tra il boh e il meh. E leggendo le recensioni dei giornalisti l’unica cosa che mi conforta è che almeno tutte le cose sopra, invece, le ho capite. Ciccio: hai sbajato. Bastava googlassi i miei post precedenti, tsk.

La cosa che ha molto salvato la giornata è stata una: sono andata a intervistare gli Arcane Roots. Ora, noi si stima molto i tre sorci ed entourage MA sappiate che i livelli di paranoia lì dentro altro che in bloom. Del tipo che noi non si era previste e come minimo volevano anche i nostri esami del sangue. Ma ecco, durante la lunga camminata ho visto la dressing room (gisù) e parte dei camerini drappeggiati con tessuti color grigio elefante ovunque con tessuto tra il velluto e l’alcantara. Questo ha pareggiato con l’ammosciamento che ho avuto durante Explorers, devo ammettervelo. E poi gli Arcane Roots erano così felici che hanno attaccato la felicità anche a me. Che cosa vi devo dire?

Non so, sono ancora dubbiosa. Dovrò farne una recensione? quello che scrissi era qui, ma non palesai i dubbi.

33. Seconde date.

Non so come mai ma capita spesso. Prima data più frenati, nervosi, con canzoni suonate con divagazioni alla cazzo e con scalette assemblate col didò. Sarà che boh, ero presa bene dal fatto che poco prima, aumentando le mie ore in giro in zona stadio e stazionando ormai come se fosse casa al bar della piscina, avevo intervistato i Biffy Clyro. Sarà tutto questo: ma il concerto mi è piaciuto di più dal lato scaletta-partecipazione pubblico. I tre cretini poi sembravano più rilassati, più smollati, più come se suonassero alla (!) sagra della porchetta. Anche se, sì, diciamolo, Matt è sempre terrorizzato dallo stringere mani da noi in Italia anche perché ci buttiamo addosso a lui come se fosse giorgclunei. E invece, al massimo l’è il torsolo di Giorg. Io ad esempio passerei anche la mia dead star registrata ma: ci ho urlato sopra abbestia. Quindi ecco, ahem. Vi serve proprio per il bootleg? E’ davvero imbarazzante.

Roma, arrivo. Limortaccivostri.