Music Dot Fran: The National all’Alcatraz di Milano

The National, live at Alcatraz, Milano
Ph. Francesca Fiorini

Chi sono? The National, da Cincinnati, Ohio.  Si formano nel 1999 e sono composti dal cantante Matt Berninger, baritono, e dalle due coppie di fratelli Aaron e Bryce Dessner e Scott e Bryan Devendorf. Dapprima si trasferiscono a New York per motivi di lavoro legati al boom della new-economy. Lasciati poi i rispettivi lavori i cinque decidono di dedicarsi solo al loro progetto musicale e, nel 2001, pubblicano il loro album di debutto. Con il terzo album, Alligator, arriva il boom di successo, e iniziano a girare il mondo e i festival. Il quarto, Boxer, è considerato da molti un capolavoro e uno dei migliori album del decennio. Barack Obama userà la loro Fake Empire ai comizi e come sottofondo prima del discorso di vittoria alla Casa Bianca. Poi esce nel maggio di quest’anno High Violet, quinto album, con un ottimo successo di pubblico e critica.

Il concerto: uno di quelli dove tutti avevano un accredito (io no) o un biglietto da mesi preso appena la data era uscita (io neppure questo, l’ho preso al volo un mese fa, appena avuti dei soldi, e poco prima del sold out). Il fatto importante è che se l’avete perso vi è scappata di mano una cosa grande e al prossimo live nelle vicinanze di casa vostra dovete sentirvi in obbligo di tirare subito fuori gli euro per il biglietto, prima voi dei bagarini.

“Siete troppo educati per essere 3000 persone”, dice uno dei Dessner. Per chi infatti è abituata a ben altre scene questo concerto è uno stranissimo salotto vissuto nelle prime file. Si inizia relativamente tardi, alle 22, e questo costerà la dichiarazione di Berninger che al ritorno per l’encore ci dirà “ci hanno detto che dobbiamo suonare velocemente le ultime quattro canzoni perché alle 23:30 dobbiamo obbligatoriamente finire”. Le canzoni diventeranno tre, con Matt all’ultima che prende il decollo dal palco in stage diving, si butta sulla gente, parte dalla parte sinistra, si arrampica, continua a cantare benissimo come se non stesse facendo altro e ha invece la gente vicino a lui che tira il filo del microfono e cerca di circondarlo. Lui alla fine esce altrove dal locale, lasciando i suoi compagni a salutarci sul palco.

Ma facciamo un passo indietro.

Vestito di nero, Berninger arriva sul palco con l’immancabile bicchiere di vino in mano. Ce ne saranno tanti durante la serata e addirittura è presente una bacinella col ghiaccio. Bicchieri che eguagliano il numero di casini tecnici durante il concerto (che arriva fino alla sostituzione del microfono del cantante, lo stesso che poi scazza completamente Conversation16, se ne accorge, impreca elegantemente e passa alla seconda strofa sorridendo imbarazzato) e fanno tanto personaggio.

Bloodbuzz Ohio è l’orecchiabilità fatta persona e la gente inizia a cantare a mani tese verso il palco. Poi la voce morbida e avvolgente del cantante su alcuni pezzi si fa urlata, rabbiosa, disturbante, viscerale come in Squalor Victoria che è stato uno dei momenti più memorabili della serata. Le chitarre dal vivo non sovrastano, ma spicca voce e sezione ritmica. Il resto dei suoni è una amalgama perfetta che crea un substrato dove vanno a inserirsi Devendorf e le sue bacchette e Berninger una volta posato il bicchiere.

“Non la suoniamo da un sacco di tempo, speriamo di non rovinarla”, dice il chitarrista Bryce Dessner prima di attaccare Lucky you con la quale riprendono a suonare dopo la pausa e finiscono i siparietti dove Dessner e Berninger si beccano un po’ come vecchie comari. Parte il cantante su Mr November per la sua esplorazione del calore del pubblico perlustrando corporalmente tutta la transenna, e così si va verso la fine, col pubblico tra l’incredulo e il contento.

E con loro nelle orecchie il giorno dopo è stato difficilissimo ascoltare i miei amati Interpol senza trovare e provare lo stesso senso di sbigottimento su una cosa che non ti aspetti. Avete presente quella pubblicità del pinguino che ti schiaffeggiava per il freddo? Eh, tipo. Senza cose che ti prendono dentro e ti fanno oscillare di ammirazione riportandoti sorpreso come un bimbo. Col biscotto a ciucciare in bocca. Dannazione.

Scritto da frannina
il 19/11/2010

Music dot Fran: The Gaslight Anthem

The Gaslight Anthem live at frequency Festival

ph. Francesca Fiorini

Nella musica si dice che c’è la differenza tra inglesi e americani per quanto riguarda la gestione della popolarità: gli inglesi affrontano tutto con una sorta di memento mori e quindi sono molto più umili e agli americani Hollywood li ha un po’ rovinati. Non tutti, o perlomeno ci sono delle isole felici.

Ad esempio nel New Jersey ci sono ancora ragazzi che suonano la loro musica con l’anima mentre ci raccontano le loro storie.

Tra questi ci sono i The Gaslight Anthem. Quattro ragazzi più un chitarrista aggiuntivo che si unisce per i live.
Le loro canzoni suonano semplici, dirette e soprattutto sincere. Sono forse queste le caratteristiche che più fanno parte della loro musica e che prendono con se i fan. Testi mai banali, anzi, profondi e interlacciati alla vita quotidiana. Cantati in un modo che arriva direttamente allo stomaco di chi li ascolta.

La voce di Brian Fallon, frontman e prima chitarra, ricorda Springsteen degli ultimi anni e anche un po’ Ben Nichols dei Lucero, altro gruppo american punk del Tennessee. Una voce calda, roca quando serve, perfetta per quel rock on the road, tipico dell’ideale americano degli anni Settanta del viaggio verso la libertà. Faccia da bravo ragazzo, pieno di tatuaggi. Duro sul palco, sorridente fuori e quasi timido.

Il 6 agosto 2008 i Gaslight Anthem sono diventati il primo gruppo nella storia della musica britannica ad apparire nella copertina di Kerrang! senza che la rivista ne avesse mai scritto prima. Kerrang! li ha definiti «la migliore formazione che ascolterete nel 2008».

Bruce Springsteen nel 2009 li ha nominati per la lista dei 100 album del secolo di Q per The ‘59 Sound dicendo senza mezzi termini che “il loro primo disco per un’etichetta importante, ossia proprio The ‘59 Sound è uno dei dischi più belli della storia del rock”, classificandoli alla 79ª posizione, consacrandosi così a una delle più brillanti creature della scena del punk rock indipendente odierno.

Bruce Springsteen, che è un po’ il nume tutelare della band: sebbene batterista e chitarrista, Benny e Alex, non l’avevano mai ascoltato così ostinatamente prima di unirsi a suonare con Brian, che però abitava nello stesso suo isolato, il Boss aleggia un po’ in ogni cosa che si può scrivere su i The Gaslight Anthem. Magari noi non l’avremmo tirato fuori, avremmo parlato di come si può sentire l’influenza dei The Replacements nella loro musica o di Joe Strummer, o qualcosa dei Ramones, ma nel 2009 gruppo e cantante vanno in tour con Springsteen. E c’è una performance Boss-Fallon su DVD ed ecco che poi torna tutto lì, al nume. Un po’ pesante come padrino, ma se molti springstiniani di ferro sono rimasti folgorati da loro un perché ci dovrà essere.

Per i The Gaslight Anthem ci sarà una nuova data in Italia proprio il nove di Novembre, ed è l’unico show italiano della stagione che è stato spostato dal Tunnel, locale minuscolo milanese, ai Magazzini generali. Una buona notizia, significa che l’onda di affezione per i ragazzi americani è arrivata fino al nostro paese. Proporranno il loro ultimo disco, American Slang, che è una miscela di punk primordiale unito ad uno stile cantautorale alla Bob Dylan. Il disco è stato nominato dall’autorevole rivista Classic Rock come album dell’anno.

Ad agosto scorso in Italia suonano al piccolo e variegato gioiellino di quel festival di Radio Onda d’Urto a Brescia. Poi il giorno dopo sono in Austria al Frequency Festival. Lì sono riusciata a parlare una decina di minuti con un Alex Rosamilia stanchissimo dopo 50 minuti tirati sul palco del green stage dove lui e la sua chitarra, assieme ai suoi compagni, avevano dato davvero molto.

Tra i vostri due dischi c’è stata una lunga pausa, durante la quale siete stati sempre in tour… come è stato comporre un album nel frattempo che si è in tournée?

“Avevamo registrato qualcosa prima di partire, nel senso che l’album è stato un po’ pensato mentre eravamo in tour poi una volta tornati a casa, in New Jersey, abbiamo cercato di capire cosa volessimo fare realmente e come poteva quindi suonare l’album, perché avevamo principalmente idee così, solo per il sound. Poi naturalmente le cose a volte vengono stravolte, il processo compositivo è qualcosa che accade, accade e tu non puoi prevedere.”

Da cosa scaturisce il titolo del vostro ultimo lavoro, American Slang?

“Beh, il titolo era già deciso prima di aver scritto l’album e prima che pensassimo alle varie canzoni sul disco, e riguarda quello che accade davvero in America. Provare a raggiungere quello che è considerato il sogno americano che nove volte su dieci risulta essere un utopia irrangiungibile e quindi si ha una vita di cui la maggior parte della gente si lamenta e crea frustrazione. Lo so, sembra facile detta da uno in fondo fortunato come me, ma si dovrebbe essere felici di quello che si ha nonostante quello che può accadere.”

C’è quindi una sorta di critica sulla società americana?

“No, nell’album non stiamo cercando di criticare o dire nulla sulla situazione americana, ma è come un affresco della società, l’oggettività di quello che accade alla gente. Niente di più.”

Molte persone si focalizzano molto sul binomio New Jersey – Gaslight Anthem. Cosa vi da la vostra terra?

“Beh, il New Jersey è casa mia.”

Solo questo?

Sì.

E tra suonare in America e in Europa? Qui state diventando
rapidamente famosi…

“Sì, beh, diciamo che ci sono delle differenze, ma cioè, non riesco neppure a confrontarle, sono molto diverse. C’è del buono e del cattivo in entrambe, sai? Non so che dire, certo che ci è capitato di suonare in dei posti dove anni fa avremmo pagato per farlo. Incredibile.”

E la collaborazione di Brian con Springsteen? Che cosa ne pensi?

“Non ne penso nulla, io. Dovrei pensarne qualcosa? Tu cosa ne pensi?”

Beh, credo sia un modo in più per farvi conoscere. Springsteen è un mito vivente, molte persone lo adorano. Una collaborazione con lui può aiutarvi a mettervi sia in luce ancora di più sia a essere ispirati da uno come lui.

“Sì, è così. Hai ragione. Può andare bene.”

Scritto da frannina
il 09/11/2010

Music dot Fran: We are Scientists

ph. Franfiorini

C’è un social network abbastanza simpatico che si chiama Last.fm. Da lì viene registrata un po’ tutta la mia musica che ascolto quando sono al computer e a volte ricontrollo cosa ho ascoltato negli anni e le vere e proprie cotte per alcune canzoni. Una di queste folgorazioni fu per una canzone che si chiama “Nobody Move, Nobody Get Hurt”. Era circa l’inizio del 2006, e avevo in mente proprio come se fosse un virus quella cantilena “I’m probably gonna explo-oh-oh-oh-oooh Woah-oh-oh-oh-ooh”.

Sono quei momenti poco decorosi ma comuni nella vita di noi fruitori di musica. Anche perché diciamo che il testo non è questa grande menata filosofica, traducendolo in modo non fedelissimo esce come la storia del toy boy che ti dice guarda che se mi lasci ci resto male dibbrutto e quindi prendimi e spupazzami qui, hic et nunc come si diceva. Non che sia un problema, è pop. Un pezzo pop.

Il fatto è che forse grazie anche a questo singolo With Love and Squalor, che era il loro album di debutto, vende centomila copie in sei mesi. E li fa uscire dalla California, dove loro hanno iniziato a far musica seriamente solo dopo l’università (sono ragazzi del 1977, Chris e Keith). Infatti il nucleo iniziale dei We are scientist era formato da due componenti della band provenienti da letteratura inglese, Keith Murray e Chris Cain, al Pomona College e Michael Tapper era al Harvey Mudd College, distante di pochi chilometri. Si incontrarono e formarono il trio al al Claremont Colleges, e da lì iniziarono a girare per i college. Se pensate che poi nel 2006 arrivano nel Regno unito e vengono presi sotto l’ala protettiva della rivista NME, una sorta di riferimento musicale d’oltremanica, che li lancia definitivamente, non faticherete a capire come sono arrivati in altri due anni a fare i supporter agli R.E.M, scelti personalmente da Michael Stipe.

Nel giugno di quest’anno è uscito il loro terzo disco, Barbara, che li ha portati in tour per tutto il nord europa per tutta l’estate e anche adesso. Album particolare, perché il primo dopo il cambio di formazione: i We are scientist hanno perso alla batteria Tapper, hanno acquistato un altro elemento proveniente da un altro gruppo, Andy Burrows, e un batterista solo per i live. Ma in questo modo vi anticipo l’intervista che ho fatto il secondo dei tre giorni al Frequency Festival proprio al bassista del gruppo.

Quando mi trovo Chris Cain ciabattare per la sala stampa, con birra in una mano e sguardo random in giro mi fiondo subito verso di lui con uno scatto degno delle vecchiette pronte in chiesa al momento della comunione. Il coraggio del secondo giorno e del “ok, non lo rivedrò mai più: cosa ho da perdere?”.

Per Chris dovremmo ritirare fuori l’aggettivo guascone, visto che in alcuni momenti partiva per la tangente mentre parlava durante l’intervista e diceva cose in contraddizione per vedere la mia faccia. Che infatti un paio di volte deve essersi corrugata in modo smarrito, e lui ridacchiava. Sornione. Ed è un conversatore abile e che ti mette a proprio agio, sebbene all’inizio essendo entrambi timidi che mascherano molto bene facciamo fatica a capire chi di noi due debba prendere l’iniziativa per capire dove sederci nel marasma della sala stampa. Gli indico una sorta di divano plasticoso e lui annuisce e nel tragitto gli dico “sai che l’ultima volta vi ho visti a suonare a Bologna con gli R.E.M.? E lì siete piaciuti tantissimo a mia madre, che ha iniziato ad ascoltarvi dal giorno dopo” e lui mi risponde, con voce baritonale “è sempre importante piacere a una madre. E a te piacciamo?” Lì mi viene in mente la regola del non sbragarsi completamente con chi hai davanti, e mi ripeto tipo di avere un contegno: “Oh beh, vi ho ascoltato spesso, sì” Certo. Tipo 240 volte in una settimana, una volta. Ma dettagli.

 

Qual è il numero perfetto per essere in un gruppo? Si è iniziato con tre persone e ora siete… due?

“Beh, è stato qualcosa di liberatorio, credo. Penso che suonare in tre sia il numero perfetto dal vivo, Per quanto riguarda la composizione di un gruppo credo che due sia un numero grande ma in uno si è troppo pochi, sai, perché è difficile prendere decisioni per tutto il tempo, è difficile essere solo l’unica persona con qualsiasi autorità. Mi piace essere in una band con qualcun altro verso cui ho davvero fiducia in quello che fa e che pensa. Sicuramente è molto più facile avere qualcun altro su cui contare e non essere un one man army.”

Come è per te, per la vostra band suonare ai festival. Ti piace più esibirti nei piccoli locali o ai grandi festival?

“Sono entrambi divertenti! Penso che l’ideale è essere in grado di fare entrambe le cose, e noi siamo molto felici di farle. Credo che suonare di fronte a un’ampia platea ti dia anche una sorta di riconoscimento, ma, insomma, alcune cose a un festival non sono così buone come sai, il suono è sempre un po’ brutto,  il sound check sul palco è piuttosto impreciso mentre al chiuso il suono tende ad essere più controllato, ed è meglio per una questione di fedeltà,  mentre si dovrebbero mettere dei limiti al volume in festival, cose del genere. Dall’altra parte invece  c’è sempre gente che è ubriaca e che si diverte un casino, trasmettendoci energia. Certo, sono due cose contrapposte anche se pensate che il pubblico in un club potrebbe essere lo stesso divertente e lo show buono, ma… non c’è niente di più divertente a un festival del festival stesso. Anche per la gente.”

Il vostro ultimo disco si intitola “Barbara,” come è stata la collaborazione con Andy Burrows?

“Sì… è stato grande. Penso che sia probabilmente il miglior… anzi, sicuramente il miglior giovane batterista rock al mondo. Voglio dire, lui è davvero mostruoso tecnicamente quando suona… insomma, si può fare con lui qualsiasi cosa, ma anche quando passi a livello compositivo è  davvero  molto, molto capace, quando scrive parti di batteria. Lui è molto interessato al processo compositivo e si mette servizio della canzone stessa per renderla nel miglior modo possibile, e non solo focalizzandosi sulla parte del suo strumento. Perché una cosa che di solito fanno i grandi batteristi è che si sentono costretti a trasmettere subito le emozioni, cercando di sottolinearle con un forte uso del loro strumento e che è una caratteristica che regala il meglio alla canzone. Quindi se pensi c’è la contrapposizione tra quei gruppi con musicisti incredibili e quegli altri gruppi che magari sono un sacco divertenti da vedere e che su CD magari suonano bene, ma le canzoni non sono così naturali e dirette, ma sono tutte suonate giuste e cool ma sai, per me la realizzazione più giusta è quella tipo del Jazz: perché il Jazz è più focalizzato sulla realizzazione a partire dallo strumento. Invece per il pop non va così, è tutto registrato, preparato, ma ecco sappiamo benissimo che la finalità del pop è il valore della canzone come il valore dell’intrattenimento, no?”

Music Dot Fran: Goldfrapp

ph. Franfiorini

Non so se un racconto di un concerto esattamente una settimana dopo è come la storia della decomposizione del pesce. Vediamo di non rendere noioso il tutto: mi son spesa il mio concerto in quota queer dell’anno.

Questo bilancerà almeno le 30 volte in cui mi metto sul divano a bere birra e insultare chi gioca nella mia squadra di calcio. Al ritorno su twitter avevo l’invidia degli amichetti che scrivono di musica, una t-shirt da strizzare, gente che commentava sul mio blog facendomi capire quanto il mio background musicale sia estremamente attaccato al substrato degli anni ‘80, pucciato come un biscotto nel caffelatte, e gente che mi ha giustamente chiesto “Ho paura: ma è stato più un concerto verso Morricone o verso Heather Parisi? Temo la risposta”.

Vi posso dire che non è andata così male, bisogna fare al solito i dovuti raffronti. Alison è come sarebbe stata la Dietrich se avesse cantato nell’Angelo Azzurro con ritmi Shoegaze. Alison (ci ho messo una vita a capire che la elle fosse una sola, quindi perdonate l’iterazione) pare quasi che si ispiri molto a Marlene: si è parlato molto della sua bisessualità o del suo cambiare tendenze sessuali avendo ora una relazione con una donna, e lei – più che giustamente – intervistata sull’argomento ha detto che ha una relazione meravigliosa con una persona meravigliosa. Che è capitato che sia una donna.

Alison rapportandola alla nostra signora incontrastata del Pop, Madonna, ha dieci anni meno, una cittadinanza inglese e una carriera folgorante solo negli ultimi anni. Facciamo ultimi sette anni, dai. Prendendo influenze musicali un po’ in giro però da un ricco substrato: ha abitato e lavorato in Belgio ascoltando Gainsbourg, faceva la cameriera e ascoltava la dance polacca. Quando crea musica dice che vuole dar vita a un’esperienza visuale, e infatti se chiudetegli occhi la suggestione la avete: “I don’t want it Baudelaire, just glitter lust.” diceva in Ooh La La, sospirandola, modulando con la sua voce calda le strofe, facendo la musica prima lieve e soave e poi più ripetitiva ma non violenta. Secondo voi di che si parlava? No, non di sudoku.

 

Della Ciccone invece ha quel trasformismo e quel fisico che regge sebbene non siano più giovinotte: Goldfrapp ha legato una sua immagine di outfit e di performing legata ad ogni album fatto uscire. Dal glam, al circense, al naturalistico con tanto di coda di cavallo attaccata al coccige al yeah siamo tornati negli ottanta e non ne usciamo più.

Goldfrapp è un duo, supportato da altri musicisti, due donne e un uomino. Will Gregory, la mente del gruppo non c’è. Suona il basso Charlie Jones, che indossa dei pantaloni colordomopack molto avvolgenti, con la maglietta aperta sul pettorale. E poi arriva lei, Alison Goldfrapp: calzamaglia glitterosa, smokey eyes e tre bolerini/giacchini/toprobasoprascusamanonsonofeshionista che verranno cambiati nel corso dell’esibizione.

Sempre per la serie questo pezzo è scritto su un magazine feshion: il primo era una sorta di giacchino spaventapasseroso fatto di materiale vinilico, il cuieffetto era sacchetto della spazzatura a listarelle messo sulle spalle. Il secondo era un blazer argentato modello alieno visto negli anni 70. Il terzo un giacchino di pellicciotto ecologico rosa che mi ha fatto esclamare subito alla compagna di concerto una frase che suonava tipo “Oddio, ha scuoiato Poochie per fare ’sto coso”.

Ma c’erano i ventilatori, il vento, e tutto lo svolazzo – oltre a far respirare noi nelle prime file – faceva un casino di coreografia, signora mia. Musicalmente i suoni prodotti erano perfetti, la cantante era supportata ai cori dalla tastierista, un polistrumentista che spaziava dal violino a una keytar so 80’s e la batterista facevano da sfondo. Jones invece faceva capire che non era un playback tutto quello che stavano suonando perché il suo basso dal vivo picchia quattro volte tanto rispetto al disco: il live è incentrato sui brani da “Head First”, ultimo album della band: ci sono tutti i pezzi più famosi, da “Alive” a “Believe”, e ovviamente “Rocket”.

Il basso influisce parecchio soprattutto su brani come “Ride a white horse”, “Number one” e la stra-nota “Ooh La La “, dove parte il pogo – ormai in Italia si poga anche su Nilla Pizzi – e mi fa capire dopo 3 minuti di canzone saltellata che il lavoro che sto facendo sui miei polpacci ha dato i suoi frutti.

Poi appena finito, ma proprio quattro secondi dopo ci hanno spinto fuori ché avevano da organizzare la serata successiva, e quindi tac, magia sciolta, la tristezza del “ragazzi grazie uscite” anche se per uscire dovevamo calpestare altri lì a parlare. Ché assieme all’acustica buona solo nelle prime cinque file è un po’ il problema dei Magazzini Generali. Eh. Peccato.

Music dot Fran: Fran Healy

Fran Healy @ The Mod Club
ph PJ Mixer

Ciao Fran. Oh, non vi dico quando ho saltellato come una bimba scrivendo su Twitter “sto per intervistare Fran Healy sono nervosissima” e lui invece dopo l’intervista mi ha replicato “no, sei stata grande“. Lì le mie amichette hanno iniziato a dire oh-mio-dio, epico! Fran che parla con Fran e quelle altre cose molto adolescenziali che ti fanno fare urletti e cose simili. La vergogna. Cose da persone che hanno dieci anni meno di me.

Ecco. Ciao, Fran. Tu sei il mio papà ideale. Detta così non voglio sminuire il tuo sex appeal, è che però io essendo cresciuta con le tue canzoni, ehm, anche sforzandomi non lo noto. Ad esempio, facendo le cover di Katy Perry noto solo tanta simpatia e pucciosità. Però ecco, mi piacerebbe averti perlomeno come zio.

Fran, ci si vede a Milano. Anche voi potete vederlo a Milano. Viene in italia per un tour di ben 4 date (il 21 Febbraio al Tunnel di Milano, il 23 al circolo degli Artisti di Roma, il 24 al Bronson di Ravenna e il 25 al New Age di Treviso).

Un passo indietro: chi è Francis Healy.

Scozzese ma nato in Inghilterra, musicista e cantante già leader dei Travis, storica band britpop anni novanta considerata da molti precorritrice delle più note band pop-indie dei giorni nostri. Ha pubblicato con i Travis sei album in undici anni, e ora un piccolo spazio per il suo primo progetto solista uscito il 4 Ottobre 2010, Wreckorder.

Healy dopo la nascita del suo primo figlio si è trasferito a Berlino. Molto noto è anche il suo impegno umanitario a favore di associazioni come Save the Children e Make Poverty History.

Ci sono stati diversi album solista di membri di band l’anno scorso, alcuni suonano molto differenti però rispetto a quello che fanno di solito nei loro gruppi. Così non è stato per il tuo, perché?

Beh, perché ad esempio nelle altre band i cantanti non si occupano di tutto l’album, io invece per i Travis già scrivo tutto: musica e parole.  E quindi per me la differenza tra un album solista e un album nei Travis è la mancanza degli altri tre musicisti.  Non è che potevo forzarmi a cambiare qualcosa, quando mi hanno detto “perché non hai fatto qualcosa di differente, fai un accento diverso”.  Ma io sono fatto così, sarebbe stato impossibile farlo.

Tu hai suonato tantissimi anni con i Travis, che ormai possiamo considerarli la tua famiglia… Come è stato lavorare da solo?

Fantastico! Avevo voglia di cambiare, ma non è che avevo voglia di fare colpi di testa pazzeschi, quindi il lavoro solista era il miglior compromesso, perché mi sono sempre sentito molto fedele agli altri…

Ad esempio sul disco hai collaborato anche con Paul Mc Cartney. Come è stato lavorare con una leggenda della musica… anche perché io ho letto che tu avevi bisogno del basso in una canzone, e non riuscivi a suonarlo anche se tu dici che è solo uno strumento con quattro corde ecco ma quando Mc Cartney suona il basso è qualcosa di straordinario, no?

Sì, è stato molto figo. Ero con questa canzone dove avevo assolutamente bisogno di un basso e allora ho mandato una email al suo ufficio stampa con la canzone, e sinceramente mi son posto domande su se si ricordasse di me se potesse avere tempo e cose così… poi ho ricevuto come risposta che gli piaceva tantissimo la canzone ed era veramente favorevole a suonare con me.

Il tuo album è secondo me uno di quelli che si ascoltano molto volentieri appena alzati la mattina, senza fretta, con uno di quei tazzoni di caffè sdraiati sul divano a goderselo lentamente. Non sembra un album da airplay radiofonico ma qualcosa più indirizzata ai tuoi ascoltatori…

…guarda che in realtà non è che lo pensi o meno, non è mai stata una questione che mi sono posto. Anzi, con i Travis ci siamo piuttosto sorpresi quando abbiamo avuto dei passaggi radio! Ad esempio siamo stati solo suonati col secondo radio. In Italia solo una nostra canzone è stata passata nelle radio (n.d.r. Sing), ma sono cose accadute solo dopo che c’è stato un certo nostro successo, non è mai derivato però dall’attenzione delle radio… Ma nelle radio non si sentono tante bellissime canzoni, sfortunatamente. Forse ora come ora si basano su altre cose. Ad esempio questo disco ha ben quattro singoli, ma so che è molto difficile programmarli nelle radio, forse perché non vanno nei gusti di chi sceglie i palinsesti. Non so dirti, ma per me è importante che le mie canzoni abbiano questa melodia. Non è che ho voluto dargli un preciso indirizzo, l’importante è che siano belle innanzitutto per me.

E ora vieni in Italia, è davvero bello…

Non hai idea di quante volte abbia chiesto al mio agente di venire in Italia… In ottobre dell’anno scorso era una delle prime mete che volevo dove venire a suonare. E invece è stata una fatica riuscire a fissare questi quattro show, eppure sono acustici… quindi anche poco costosi. E tutte le volte io continuavo a dirgli se era riuscito a fissare le date e mi diceva “certo, certo, ora ora” e adesso che ci siamo riusciti davvero non riesco a dirti quanto sia contento di venire in Italia. Tantissimo, davvero. E così tanto tempo che devo venirci a suonare!

E suonerai in posti molto belli, credimi. Alcuni tra i miei preferiti . L’ultima è una domanda molto stupida. Scusami, ma è davvero tanto stupida. Tu sei stato il primo a portare alla ribalta la moicana come acconciatura. Ora che la portano un po’ tutti cosa ne pensi?

Ah, in realtà all’epoca ecco se andavi al centro di Londra era una pettinatura comune. Tutti si facevano la moicana e a me alla fine piaceva, sì. Poi però tutti hanno notato di più quando se l’è fatta Beckham, però sì era normale tra i giovani. E ora che la portano tutti e io no… beh, sono invecchiato!

Forse però David Beckham si vende meglio sulle riviste di moda…

(ride) credo proprio di sì.

[per una versione più completa, con un link audio, potete andare su Radionation]

Scritto da frannina
il 20/02/2011

Music dot Fran: Peter Gabriel in concerto

ph. Francesca Fiorini

Potrei farvi un discorso che va a dire che ci sono luoghi nei quali c’è così tanta magia della musica che è proprio il posto che rende già tutto così suggestivo e che basta poco per elevarlo ancora di più. Parliamo della cornice dell’Arena di Verona. A memoria non c’è un concerto brutto lì. Saranno gli anni di lirica suonata, sarà che la gente si raccoglie tutta quasi come se fosse una funzione religiosa in alcuni momenti.

Poi parliamo di Peter Gabriel. Quello che negli anni fisicamente si è così ridotto da sembrare una copia grossa di Giorgio Faletti. Un artista generoso. Uno che si merita l’appellativo di artista e non solo di musicista: infatti dopo aver raggiunto il successo nel celebre gruppo dei Genesis come vocalist, flautista e percussionista, ha intrapreso la carriera solista. Recentemente è stato impegnato nella produzione e promozione della world music e nello studio di nuovi metodi di distribuzione della musica online. È anche noto per il suo costante impegno umanitario.

Fondiamo gli elementi e abbiamo uno spettacolo mozzafiato: una grande orchestra, due coriste di livello, un grande artista in un gioiello architettonico. Per i veri fan, magari derivati e vedove dei Genesis, deve essere qualcosa di assoluto. Peter Gabriel come altri che hanno fatto un album coraggioso e sperimentale nella sua intrinseca classicità (mi viene in mente lastessa struttura di concerto fatta da Rufus Wainwright: il suo concerto per il tour di Songs for Lulu al conservatorio di Milano si era diviso in una prima parte solenne, in cui nessuno doveva applaudire su sua espressa richiesta, e che ha fatto rischiare alla sottoscritta che lo ama tantissimo più volte l’abbiocco. Con poi invece una seconda parte gaia e gioiosa) divide lo show in due parti: la prima è tutta su Scratch My Back è l’ottavo album registrato in studio. Un album di cover. Un album un po’ difficile all’ascolto, anche se con degli spunti notevoli.

Da classicista per lavoro non posso non citarvi gli arrangiamenti orchestrali di una perfezione quasi cristallina. Da ragazza del 1983 cresciuta con i Radiohead durante l’adolescenza posso solo dirvi che alcune cover, pur ammirandolo tantissimo, fanno male confontate con l’originale. Alcune, migliorano, come ad esempio Heroes di Bowie dal vivo prende ed essendo completamente diversa sul piano ritmico piace.

La prima parte quindi forse è provante. Specie per i fan, che applaudono così, in modo random, non conoscendo forse bene l’ultimo album. O forse perché sono trascinati dall’ensamble che suona sul palco: 44 elementi diretti da Ben Foster, giovane e dinamico direttore d’orchestra bravissimo, e due coriste Melanie Gabriel e la norvegese Ane Brun che apre anche il concerto con due canzoni acustiche presentata dallo stesso Gabriel.

La voce di Peter Gabriel era provata da giorni di raffreddamenti. Non riesce quindi a dare il meglio fino alla prima mezz’ora di cantato. Poi appena parte la cover dei celebratissimi ormai Arcade Fire con My body is a cage Peter si scalda e fa sentire che sì, è ancora lui. Non è un vecchietto in paltot messo sul palco per caso. Lo spettacolo rimane fortemente teatrale pur non essendolo: ma non è un’autocelebrazione funerea.

 

Luci calde, colori seguono i suoni. L’orchestra tampona dove ci sono piccole mancanze di voce. Il concerto va verso la pausa di 15 minuti regalandoci prima una piccola chicca rispetto alle altre date già fatte: Wallflower, una splendida canzone dal quarto album dove si mischiano brividi a commozione visto che è uno struggente inno alla libertà.

La seconda parte, quella con i successi del passato, è più dinamica ed è sempre impreziosita dalla scenografia con i led, e con Gabriel che illumina con uno specchietto la folla. E con anche altri accorgimenti visivi, come ad esempio il trasformare un po’ lo stage in una zona africana (difficile, vista la temperatura dell’aria) con The Rhythm of the Heat. Ma la sua voce e l’orchestra riescono a trascinarci lì. Fino a congedarci, dopo l’encore, al piano. In modo quasi intimo.

Non mancano i momenti di impegno civile mentre ci parla, in modo un po’ confuso in realtà basandosi sui suoi foglietti, sull’energia solare e il suo utilizzo in un paese dei Pirenei con un accrocchio di specchietti. E poi le introduzioni alle canzoni, dopo quella iniziale, con la sua voce profonda regalano suggestioni aggiunte alle canzoni, come l’introduzione di Darkness in italiano: «È la storia di una donna che vive in una roulotte nel bosco, dicono sia una strega, parla di paura…»

Vi siete persi un grande spettacolo. Ma forse proprio questo spettacolo diverrà un dvd. Non perdetelo.

Scritto da frannina
il 30/09/2010

Frequency Festival 2010: day three

ph. Francesca Fiorini / 30 seconds to Mars

In sala stampa si inizia chiedendoci (tra quelli che parlano anche inglese e che quindi sono meno germanici) cosa sia successo al cantante e fondatore degli Ou est le swimming pool.

NME, noto magazine musicale inglese di riferimento, ha dato la notizia come suicidio dopo la sua esibizione al Pukkelpop, un festival Belga. Qui oggi non verranno rimpiazzati sul Green Stage, ma ci sarà il buco e quindi forse pienone per Norbert Scnheider, ragazzone austriaco idolo locale dai tratti spigolosi e la voce vellutata, sul main stage (già litigatissimo in sala stampa, con tutte le web tv che gli hanno richiesto sessioni acustiche da far sentire ai loro ascoltatori).

Beh, come avete capito il terzo giorno va a focalizzarsi di più, anche se non in modo monotematico, sulla musica di casa loro. Perlomeno quella tedesca, di lingua tedesca. Almeno se vogliamo pensarla così, visto che possiamo pensare che i tre headliner possono aver dato un certo corso alla giornata.

Oggi a causa di caldo africano al di là delle Alpi e conclamata stanchezza preferisco fare un po’ una scelta ragionata dei gruppi da vedere con un bicchiere in mano e la macchina fotografica dall’altra parte. Sì, niente bottigliette, bottiglie o lattine: c’è un accordo per preservare l’ambiente e tentare di ridurre i rifiuti e il lancio di cose che possano far male. Anche se devo dire che rispetto al pubblico italiano quello austriaco è meno noioso: ogni volta che vado a dei concerti in Italia c’è qualcuno che sempre ama fare deboscio in nome di “è un concerto! devo divertirmi”.

Qui se si poga ci si organizza a zone, e si va a pogare con i poganti. Se si salta, si salta. Si applaude, si fa casino. Se qualcuno sta poco bene si mette da un lato. C’è rispetto di se stessi e degli altri, ma credo sia una cosa culturale. Però capitemi, sono molto contenta che su tre giorni non ho avuto neppure mezza gomitata al mio apparato mammario, cosa che invece avviene 6-7 volte nella prima mezz’ora in un qualsiasi concerto italiano.

 

Il primo gruppo che riesco ad ascoltare per bene e non solo superficialmente nella giornata e che ho conosciuto l’anno scorso perché la mia seconda veduta religiosa-musicale, ossia il cantante degli Ours Jimmy Gnecco, ha fatto loro da supporter nel loro tour americano.

I Blue October stanno trovando un buon filone di fan tra i paesi di lingua germanica, forse perché è un rock molto affine ai gusti della popolazione: un alternative rock con l’aggiunta di violino, viola, mandolino, pianoforte classico nelle musiche e una voce rude e potente al canto. Non sono belli, non sono fighi, non se la tirano, sono molto alla mano e umili. Forse è questo il problema che non li ha portati alla prepotente ribalta dopo 7 album pubblicati negli USA. Maledette regole dello showbiz. Però vi consiglio di cercare e ascoltare la loro “Say it”, ché nei momenti di incazzatura almeno a me scarica alquanto.

Poi gli Archive. Li ho intervistati prima, e mi è capitata una deliziosa Maria Q, la voce femminile del gruppo, era veramente deliziata dal fatto che fossi italiana e mi ha fatto i complimenti per il mio nome di battesimo. Lei ha la mamma calabrese e il papà di Palermo. Allora c’è stato quel teatrino -vi giuro, non volevo- ma in lingua albionica di “oh, adoro questo, quello, ho amici a Palermo, ma l’Italia le cose etc etc”.

Poi mi sono ripresa e ho chiesto al fondatore come mai nella patria dell’apprezzamento dei generi di musica più disparati loro non sono così tanto profeti in Patria. Perché gli Archive sono apprezzatissimi dopo 13 anni di carriera in tutta Europa, tranne che proprio nel loro paese. E non ce lo spieghiamo, né io né loro. Sul palco sono così trascinanti ed emozionanti che ti portano dentro le loro melodie senza farti agitare.

È un pogo da scrivania, diciamo. Se già il primo giorno una ragazza, vedendo il braccialetto diverso (già perché ai festival c’è tutto il sistema dei colori ai braccialetti per passare nelle varie aree: verde per la crew tecnica, giallo al backstage, oro la stampa, rosso gli addetti al ristoro… ) si è messa a spiegarmi senza che le chiedessi nulla tutte le sue varie esperienze di veterana del festival mostrandomi i braccialetti degli anni precedenti saldamente tenuti al polso, oggi anche il tizio austriaco della Warner mi spiega un po’ tutta la storia del Frequency mentre aspettiamo, e dice che sebbene Sankt Polten non sia poi così una fantastica location rispetto al Salzburgring, il luogo dove si tenevano edizioni più vecchie, qui c’è molto vento e quindi il tempo è migliore. Io parlo e cerco di affossare la tensione, ché mi tremano le mani perché sto aspettando con lui nel backstage il mio turno per intervistare Melissa Auf der Maur. Fingo di essere entusiasta per la mancanza di rumori nel posto e parliamo del più e del meno, e cerco di trattenere l’emozione.

Non ce la faccio e appena hanno finito le radio e tv nazionali e tocca a me dico a Melissa che da anni lei è uno dei miei idoli, anche e soprattutto perché è una bassista donna. E poi perché esile, con i boccoli e i capelli rossi, così signorile e una degna dell’appellativo di artista visto che è una eccellente fotografa, una buona cineasta e un’abile musicista. E le dico che la prima volta che la vidi, nel video di Celebrity Skin delle Hole pensai “ma chi è quella ragazza meravigliosa vicino a Courtney Love?”. Lei si mette a ridere, mi ringrazia, mi parla delle sue difficoltà con le major e di tutta la sua vita artistica. Sembra di parlare con una vecchia amica, e insiste affinché io torni a vederla ogni volta nelle date italiane avvertendo la sua etichetta per rivederci. Io mi sento felice come una bimbetta. Poi vado a vederla sul palco, grintosa come sempre. Sai quei momenti in cui tu pensi di aver speso due ore della tua vita in modo perfetto? Ecco.

Poi le due ore finiscono, e dal Green Stage e la performance di Auf der Maur mi risposto al Race Stage. Se facessi marketing o simili ci farei sicuramente una tesi. Però faccio medicina e potrei farla solo relandola a psichiatria, e mi sembra esagerato francamente: il rapporto dei 30 seconds to Mars con il pubblico. Un passo indietro: visto da vicino Jared Leto è davvero un uomo da un volto splendido. Un po’ basso. Se la tira da attore di Hollywood. Non so, posso dire quindi che se la tira per quanto è bell’uomo, visto che il suo ingresso ha mandato in tilt la press area, in cui però il suo entourage aveva fatto entrare anche un tot di fan per l’incontro con la band (ho letto che – pagando – infatti esistono questi loro pacchetti di “saluta e abbracciati la band”) e quindi c’era più casino del dovuto. Alla fine però tutto si è risolto quasi brevemente e il cantante/attore se ne è andato con un giacchino istricioso regalato dalle sue fan, cappuccio in testa e occhiali da saldatore sul volto. Non ve l’ho più immortalato, perché in quel momento poteva essere anche non so, Pippo Baudo.

Poi posso dire che sul disco le canzoni della band mi piacciono. Mi piacerebbe però riascoltarle dal vivo non inserite in uno spettacolo che porta in secondo piano la musica. Perché quello che Leto e compagni mettono sul palco è uno show, con Jared che incita la folla secondo uno schema “urla, salta, canta” e da comandi per partecipare a uno show collettivo. Sapete tipo quei culti protestanti americani? Ecco. Mi son trovata in mezzo con tutta la gente che mi diceva di inginocchiarmi all’inizio della canzone per poi saltare alla fine perché l’aveva detto lui. Capisco bene, è trasporto, amore verso la band. Però io in questo modo non sentendo cantare non ho capito se  sono o meno bravi sul palco, c’è da dire che hanno un carisma assurdo che fa pronta presa sulle persone.

I Billy Talent ripuliscono un po’ le mie orecchie e riportano un po’ i miei gusti nelle note in aria. Ossia, non che io sia punkettara, ma visto che avevo cenato, visto che avevo finito le mie interviste, visto che avevo finito la captatio bimbettae non dovendo più fotografare cantanti amati sulla internet sono andata a saltare come una molla in mezzo alla gente. Tantissima. Finiscono i Die Toten Hosen ed è subito sagra paesana. Aprono con Kalinka e poi via a tutti i loro successi, prese in giro e autoironia a pacchi. Del resto, “toten hosen” in tedesco significa noiosi. Loro sono tra i tre gruppi di lingua germanica che sono riusciti a farsi conoscere all’estero cantando in lingua natia, gli altri sono i Die Ärzte -che erano al Frequency 2009 – e i Rammstein.

E con loro, sebbene si continui poi a ballare al Nightpark fino all’alba, si conclude il decennale del Frequency Festival. Un’edizione molto buona sebbene la line-up non fosse stellare come in altre edizioni precedenti, che ha portato a oltre 115000 abbonamenti e 150000 presenze medie sui tre giorni. Ci rivediamo l’anno prossimo: le date sono già fissate, 18-19-20 Agosto.

Auf wiedersehen.

Scritto da frannina
il 27/08/2010

Frequency Festival 2010: day two

ph. Francesca Fiorini / Yeasayer

Fa molto caldo. Oggi apriamo con una cancellazione. Peccato, perché è il gruppo che chi vi scrive aspettava con più curiosità: i Black Rebel Motorcyle Club non sono potuti venire a causa della morte del padre di uno dei componenti. E quindi? Quindi niente, si ricompila un po’ l’avvicendarsi dei palchi. Ma diciamolo, io che sono più volta al rock che all’elettronica (sì, mi piace, ma dovremmo aprire una serie di “ma”) resto un po’ spaesata dal dovermi riorganizzare tutta la mia scaletta dei concerti da seguire. Anche in funzione delle interviste da fare.

Arrivo però e trovo già sul palco Martina Topley Bird. Bella e brava. Bella perché immaginatevi questa esile e statuaria nel portamento ragazza di colore, che spazia a suonare diversi strumenti accompagnata solo da un batterista, vestita di rosso con un vestito da sera suonare alle 14:20 del pomeriggio. Brava perché appena arrivata mi sono messa sotto al palco e ho ascoltato lei voce, batteria e glockenspiel conquistarmi totalmente. Mea culpa, ha collaborato con tantissimi musicisti ma ancora non la conoscevo. Ed è per questo che amo i festival: si riesce a conoscere e a scoprire sempre qualcosa di nuovo.

Arrivo in sala stampa e cerco di mangiare in modo più regolare di ieri. Vedo di nuovo tutti gli avvertimenti della cancellazione dei BRMC attaccati vicino ai cartelli del costo della birra per la stampa, a un euro e cinquanta meno del volgo. Privilegi che fanno girare la testa. Oggi ho due interviste: la prima con i We are Scientist. La prima volta che li vidi in concerto fu come opening act degli R.E.M. in quel di Bologna. Il loro primo grande singolo di successo, che poi sarà la seconda canzone che canteranno nel set sul green stage del Frequency, credo sia stato suonato da me centinaia di volte, sia in radio, sia solo per le mie orecchie.

Parlo con Chris che è il bassista e seconda voce del gruppo e gli chiedo visto che hanno cambiato formazione dal primo cd quale è il numero perfetto per stare in una band. Lo mando un po’ in crisi, ma lui è un tipo molto alla mano che parla parecchio. Gli faccio notare anche perché non usino la stessa ironia che mettono nel video nelle canzoni e lui dice che non è ancora capitato, ma sono molto attratti dal creare immagini con la musica. Poi mi dirigo verso Anand degli Yeasayer, a parlare con lui nel momento in cui l’onda sonora dal Race stage si fa altissima. E quindi cerchiamo di urlarci addosso per parlare. Anche con lui si parla di immagini, di cinematografia e anche di quanto sport aerobico si può fare ballando a un concerto. Anche se scritto così non sembra vi giuro che tutte le domande sono consequenziali e nella chiacchierata hanno un grande senso.

 

Per quanto riguarda la giornata ballabile inziano a esibirsi i Klaxons, molto bravi e padroni del palco anche se in dote portano un disco non del tutto all’altezza del precedente. E il gap però tra brani nuovi e vecchi dal vivo va ad assottigliarsi. Poi sale James Murphy, un uomo che seriamente ogni volta che vedo io dimagrisco e lui prende i miei chili: e con gli LCD Soundsystem propongono la stessa setlist portata già a Ferrara. In quel caso però il cantante era piuttosto appesantito e ci ricordava in una canzone sì e una no che loro avevano mangiato un po’ troppo. Fortunatamente o ha avuto il tempo di digerire o la cucina locale non ha lo stesso appeal così il set risulta molto più energetico e trasportante. E fortunatamente per gli amanti del genere dall’altro palco sono stati spostati anticipandoli gli Yeasayer – contrariamente a quanto avevo detto mentre li intervistavo – così gli amanti dell’elettronica hanno potuto compiere una transumanza tra palchi e continuare a ballare seguendo un filo logico nella loro personale scelta della line up.

I più e i meno della giornata? Beh, come meno – potete anche non concordare – un po’ i Massive Attack: plasticosi. Sì, il loro genere è questa elettronica yawn, però ecco, non so, dopo una giornata energetica vedere loro mi ha un po’ scaricato. Ma temo che sia per i miei gusti. Un meno anche a Miss Platinum, che non riesce ad avvicinarsi a Missy Elliot ma non decolla neppure un po’ a causa di suoni troppo impastati (non l’ho detto solo io eh! concordavamo con gli Yeasayer).

I più della giornata beh, un bravissimo Serj Tankian – che verrà anche in concerto a breve in Italia – che però non è una scoperta. Lui coi SOAD suona da un bel po’, ma da solista ci ha regalato il piacere di vedere un set rock circondato da archi. E poi è molto impegnato nel sociale. Un bravo ragazzo dalla voce d’oro, via.

Scritto da frannina
il 25/08/2010

Frequency Festival 2010: day one

ph. Francesca Fiorini / Marina and the Diamonds

Sankt Polten, tra Vienna e Linz. Zona fieristico-industriale.

L’impressione è che il 70% degli accreditati in sala stampa si sia fatto la sgobbata di lavoro solo per venire a vedere i Muse. Io categoricamente smentisco questa cosa: del resto è il loro mio sedicesimo concerto in 10 anni. La mia è religione (oppure non so, potete usare questa cosa in caso io commetta omicidio per farmi avere la seminfermità mentale). Certo: sono qui anche per i Muse, e infatti per fine serata sarò in raccoglimento mistico ma cielo: è pieno di cose che voglio vedere e per cui non solo mi ci vorrebbe la bilocazione, ma lo sdoppiamento in tre Francesche come minimo. Ecco. Invece ero unica e non vi dico quanti giri ho fatto.

Cosa è un festival? Un posto dove si fa musica, parecchia, per parecchie ore al giorno. Concetto non assimilabile quindi a Sanremo perché, sapete, il Frequency Festival si tiene da 10 anni e ha una line up di 100 performers che si esibiranno su diversi palchi dalle 14 alle 4 di notte. Vi giuro che però da mezzanotte inoltrata alle 4 la musica era house/disco/dance ed era al chiuso. Un posto dove tanti giovani vanno ad accamparsi sulle rive del Traisen per stare con gli amici e a divertirsi con sconosciuti in nome della musica. Tutti lì, allegramente. Per ore, tra una birra, un kebab, un chiosco che fa tatuaggi, tra la radio ufficiale che improvvisa dj set sul tetto del camioncino e lo stand delle bibite che regala gadget kitsch. Il programma di musica della prima giornata è così pieno per le mie affinità e i miei gusti che non so come fare,  nel frattempo vado a registrare anche tre interviste. Con artisti che forse ecco, non vengono conosciuti così bene dalle grandi folle.

I primi sono gli svedesi Shout out Louds, che hanno anche amici in Italia. Mi si presentano al tavolo e cerchiamo di parlare mentre sotto i The Cribs, giovane band di tre fratelli più un personaggio importante del rock anni 80 come Johnny Marr, mettono tutta la loro energia sul palco. E io tento di ascoltare loro stando a 4 cm ma perdo molte delle parole. Poi le seconde sono le bellissime e solari Au Revoir Simone, da cui mi arrivano i complimenti per aver accidentalmente scelto una maglietta verde lime che con le loro diventa una composizione forse noiosa per le retine altrui ma quasi uno spot per la frutta tropicale. E i terzi sono una band rock che sta emergendo prepotentemente, grazie anche alla sponsorizzazione di una leggenda del rock come Bruce Springsteen, ossia i The Gaslight Anthem. Mi si presenta Alex Rosamilia, il chitarrista, stanchissimo dopo l’esibizione.

Parliamo un po’ di tutto, dall’album alla loro idea degli USA. E poi quando tocco la collaborazione del cantante del gruppo nell’ultimo dvd live del Boss mi rigira la domanda, fumando e fissandomi. Io faccio un attimo mente locale e rispondo che io ne penso ogni bene, perché penso che Springsteen è una leggenda e che quindi la gente sarà incuriosita ad ascoltare anche i The Gaslight Anthem, visto che torneranno in tour a Novembre in tutta europa, sapendo che sono apprezzati da un cantante idolatrato da molti. Sorride a mezza bocca, mi guarda. Gli dico che quindi per me è abbastanza, va bene, e che son stati bravi sul palco. Lui fa il duro, io gli chiedo una foto e ho finito la tornata di interviste della giornata.

Andateli a vedere, a novembre a Milano. Magari vi innamorate anche voi del chitarrista e del suo modo di fare, sebbene io abbia già una sfilza di amiche su facebook che alla notizia “ehi, intervisto loro” mi hanno chiesto se potevo chiedere al cantante se voleva avere una seconda, una terza e una quarta moglie. Nel corso della giornata si esibiscono tanti altri. Sui palchi principali Race Stage e Green Stage andranno a cantare ben 18 gruppi/cantanti. Di quelli che segnaliamo, perché fa figo conoscere e perché ci ricordano qualcosa: i White Lies, che piacciono alle figlie, ma anche alle mamme che si ricordano dei Joy Division e dei Cure. Gli Skunk Anansie, che si sono ricongiunti facendo un album che non graffia tanto quanto loro dal vivo, quando sono invece davvero maestosi e coinvolgenti grazie anche ad una vera pantera del palco come Skin.

La Roux, con la rossa Elly Jackson che fa ballare tutti con il misto del suo esilissimo falsetto su base elettropop. Nel palco di nicchia vanno ad esibirsi persone che ammiriamo molto: oltre alle già dette Au revoir simone ci sono i The Drums, presto in Italia con due date. I The Drums sono già abbastanza sentiti, causa il loro singolo Let’s Go Surfing abbinato a una pubblicità di una nota marca automobilistica. Sono sicuramente il gruppo emergente del momento, acclamato da pubblico e critica, che riusa sonorità vecchie per farci ballare sentendoci in qualche college americano tra la fine degli anni 70 e gli 80. Nota di colore del tutto gratuita: il cantante Jonathan Pierce, per chi ama le ravvicinazioni lombrosiane, ricorda un po’ Alberto Stasi.

Prima di loro sullo stesso palco la bellissima e bravissima Marina Diamandis in Marina and The Diamonds: una voce da dea che riunisce le suggestioni greche e gallesi, un senso dell’humor gradevolissimo, una capacità da polistrumentista, belle canzoni e una cosa che non guasta nel pop odierno, ovvero un fisico molto femminile che però non ostenta.

Finiscono la serata gli ampollosi Muse, il cui frontman ultimamente è quasi sempre sulla cronaca rosa a causa della sua liaison con l’attrice Kate Hudson (figlia di Goldie Hawn a sua volta). La notizia invece che riguarda loro e che ci dovrebbe più interessare durante una messa in piega è che il bassista della band, Chris Wolstenholme, a 32 anni è già a quota 5 figli. Quello che interessa poi è il meraviglioso connubio tra rock, classica ed elettronica che è diventato suono e marchio distintivo della band, accusata agli esordi di attingere a piene mani dai Radiohead. Ora i Muse invece sono diventati i Queen del nuovo millennio, e sul palco la miglior rock band a suonare.

Una vita in tournée

concerto

Due settimane fa parlavo con una ragazzina (pardon, chi ha dieci anni meno di me nel mio immaginario è ancora ragazzina) ungherese. Ha detto che mi invidiava, perché mi guardo un casino di concerti all’anno.

Io stavo pensando, poi mi son trattenuta e ci ho messo molta gentilezza, di incipiare a risponderle “ma io alla tua età…”. Poi mi sono sentita così esageratamente vecchia che ho lasciato stare.

Sì, ok, tra concerti e concertini di musica pop-rock negli ultimi 2 anni ne avrò visti una quarantina. Ed è per quello che la ragazzina, rovistando prima sul mio last.fm e poi sul mio flickr mi chiedeva se non so, facessi la fotografa per lavoro.

Posso solo dirvi che l’ho molto apprezzata per questa affermazione, ché io son convinta di non saper fotografare ma 4-5 scatti fighi a un concerto li ho fatti, secondo me, per pura fortuna.

Alla fine le ho risposto che, ecco, lei aveva tanto tempo per recuperare e io ho un lavoro per poter mantenere il mio più grande hobby, e che ho la fortuna di vivere in una zona d’Italia logisticamente invidiabile per poter andare a molti concerti. E invece quando ero più piccola dalle mie parti (no, buone, non ho detto ai miei tempi) era difficile vedere concerti che mi piacessero.

Io, che sono cresciuta in un paesino termale ove già alle 10 di mattina si suonavano le mazurche dopo aver strimpellato la classica alle 9. E poi avevo il campione nazionale ottuagenario di fisarmonica.

Ora invece sto cercando di capire quando ho i tirocini per decidere se andarmi a vedere gli Editors a fine novembre o se abbinarli coi Muse a Torino, vedendoli a Lione due giorni dopo. Pensa te, eh.

Scritto da frannina
il 29/10/2009