Shakira (19-4-2011)

Dopo il successo del tour europeo 2010, con date in Europa, e anche uno show in Italia a Torino, all’insegna del sold-out, Shakira, una delle artiste di maggior successo degli ultimi tempi, prolungherà il suo ‘Sun Comes Out’ tour nel 2011 tornando nel nostro paese.

Due le tappe in Italia, tra cui nella nostra regione il 2 maggio al Futurshow Station di Bologna e il giorno seguente a Milano. I biglietti sono ancora disponibili nelle abituali prevendite.

Il tour della sensuale cantante colombiana promette di continuare ad andare oltre i limiti dell’esperienza live, regalando ai suoi fan uno straordinario spettacolo che attraverserà tutte le barriere della musica: sono previste infatti circa due ore di spettacolo con musica che spazierà dalla dance, alle ballate romantiche in inglese e spagnolo con qualche puntata nella musica rock.

Shakira, ormai considerata una delle più grandi star del panorama musicale mondiale, si era esibita live al concerto di apertrura dei Mondiali in Sud Africa dell’anno presentando la canzone Waka Waka che è poi diventata subito la canzone-tormentone dell’estate 2010.

In occasione del Tour includerà nella scaletta delle canzoni brani tratti dai suoi più grandi successi, tra cui l’ ultimo singolo Waka Waka, e le canzoni dal suo nuovo album Sale el Sol, uscito alla fine dello scorso anno.

Shakira è una cantante e cantautrice vincitrice numerosi premi come i Grammy awards nonché fondatrice e presidentessa di diverse associazioni benefiche per l’educazione infantile.

Per quest’anno oltre ad essere già stata nominata per diversi Latin awards è balzata agli onori delle cronache rosa per la sua liason amorosa con il difensore del Barcellona Gerard Piqué , che ha portato una curiosa conseguenza invece in quel di Madrid: infatti la canzone Waka Waka era utilizzata allo stadio Bernabeu del Real Madrid per scaldare i tifosi prima delle partite. Da quando i due stanno assieme invece, visto che le due squadre sono rivali, non è stata più fatta suonare dallo staff della squadra madridista.

(Gazzetta di Parma)

Musica Nuda (6/4/2011)

Sono stati a Parma per la rassegna Controtempi, qualche anno fa, quando assistemmo a un concerto che ci fece entrare in una dimensione musicale ed emozionale inaspettata, dove la voce di Petra Magoni e il contrabbasso di Ferruccio Spinetti ammaliarono i parmigiani presenti.

Ora a otto anni di distanza dalla nascita del sodalizio Musica Nuda il duo ha sentito l’esigenza artistica di registrare per la prima volta un cd di brani inediti, “Complici”, e ancor di più di farlo di nuovo nella loro dimensione di partenza: solo ed esclusivamente contrabbasso e voce, senza l’aggiunta di altri strumenti. Questo li sta premiando molto, in termini di vendite:  “la nostra è una soddisfazione enorme e la dimostrazione che chi fa buona musica viene premiato anche se non va in tv e nelle radio” ci dice Ferruccio, “noi usciamo con un’etichetta jazz, ma siamo molto eclettici: abbiamo ad esempio suonato anche al Primo Maggio. E’ la nostra forza: non ci chiudiamo nei cliché, come invece a volte capita nel puro jazz.”

Complici è un disco di canzoni, un disco sobrio che non punta a stupire: non ci troverete nè virtuosismo fine a se stesso.

“La nostra dimensione è molto live sin dal disco, in fondo siamo in due e non abbiamo sovraincisioni” ci confida Petra. “forse è questo il nostro approccio jazzistico. Fra l’altro è il live che ci ha fatto formare come gruppo e poi ci ha fatto conoscere dalla gente. Ora è la prima volta che il nostro disco che ha un’esposizione di questo tipo, ma prima i nostri fan si organizzavano per venirci a sentire anche su facebook e su internet. E’ un lavoro che parte da lontano…”

Oltre alle 11 tracce inedite che racchiudono in sè l’essenza del nuovo progetto discografico, Petra e Ferruccio hanno voluto inserire tre cover: “Mirza” di Nino Ferrer, “Mon Amour” di Henrì Salvador , in lingua francese anche come omaggio al paese straniero dove hanno più successo, e “Felicità” di Lucio Dalla. Nell’album, oltre a Petra Magoni e a Ferruccio Spinetti, i brani portano la firma di altri autori come Pacifico e Al Jarreau, che gli propose direttamente un brano sentendoli dal vivo l’anno scorso mentre i due gli facevano da supporter in Germania.

Sulla strada e per i teatri ormai senza soluzione di continuità da anni, possiamo andarli a vedere dal vivo all’Arena del Sole di Bologna il 12 Aprile.

(Gazzetta di Parma)

30stm (13-12-2010)

I 30 Seconds to Mars si sono esibiti in un Palafuturshow a Casalecchio di Reno soldout, attesi da molti dei loro fan già dalle prime ore del mattino ai cancelli per potersi conquistare le prime file.

La band capitanata dai fratelli Leto, appena vincitrice del premio Best Rock degli MTV European Music Award, conta numerosissimi sostenitori soprattutto tra i giovanissimi che si riuniscono sotto il nome di Echelon, che seguono in modo molto caloroso i propri beniamini anche soprattutto su internet, mezzo che la band usa con grande maestria.

La vera star del gruppo è proprio Jared Leto, già attore hollywoodiano di discreto successo, che però in questa serata bolognese spicca di più per la sua capigliatura turchese e il suo carisma che per le doti vocali. Sul palco la formazione si completa con il fratello di Jared, Shannon, alla batteria e con il polistrumentista Tomo Miličević.

Indubbiamente lo spettacolo è un evento per chi lo attendeva da mesi: le luci che evidenziano il palcoscenico non sono buone ma si nota lo stesso il cantante saltare e interagire il più possibile con il pubblico. Sebbene nella seconda parte del concerto Leto abbozza una scusa per la sua voce, dicendo di avere una faringite, proprio all’inizio del medley acustico. Folla che, naturalmente, lo appoggia e lo applaude, soprattutto nei numerosissimi bagni di folla nelle prime file. Del resto, nelle intenzioni dei 30 seconds to Mars sin dalla registrazione del disco, tutte le nuove canzoni sono state fatte sia coinvolgendo il pubblico che proprio dedicate ai loro fan.

Durante la performance, di un’ora scarsa, il gruppo propone praticamente tutto l’ultimo album, «This is war», aggiungendo qualche canzone da «A beautiful lie» del 2005. Il concerto poi si conclude con “Kings and Queens”, il singolo di lancio del disco risalente ormai ad un anno fa, fatta portando sul palco tantissime persone dal pubblico, compresi i ragazzi che hanno seguito il concerto da di fianco il palco e che hanno sborsato circa 500 euro per avere un incontro con la band.

(Gazzetta di Parma)

Jamiroquai (1-1-2011)

Salutato, nella seconda data italiana, da un Palabam tutto esaurito, Jay Kay, l’estroso leader dei Jamiroquai è apparso sul palco mantovano come se fosse stato proprio direttamente catapultato lì dagli anni novanta, in tuta acetata e cappello di feltro bianco, ed ha tenuto vivo il palco per ben due ore senza pause.

I Jamiroquai, che hanno pubblicato ad ottobre Rock Dust Light Star, il primo disco di inediti in 5 anni, dopo la rottura burrascosa con la precedente casa discografica, sono in attività dal 1991. Hanno raggiunto la fama internazionale nel 1994 con l’album The return of the space Cowboy, ma è stato Travelling Without Moving, pubblicato due anni dopo, l’ album da cui furono estratte hit come Cosmic Girl e Alright a consacrarli definitivamente. Le stesse canzoni, alternate a quelle del nuovo album, che suonate a Mantova hanno fatto ancora ballare ed entusiasmare un paio di generazioni di fan presenti al concerto ancora dopo quasi vent’anni.

Un concerto che è apparso sin dalle prime canzoni convincente, mai banale neppure negli intermezzi suonati dalla band, con Jay Kay che balla senza perdere, nemmeno per un secondo, fiato ed intonazione. La scenografia sottolineava e richiamava, come in un gioco di scatole cinesi, tutta la storia del gruppo: sospesa, sopra il palco, troneggia una gigantesca ricostruzione del sistema solare che richiama alla memoria il bel video di Corner of the earth,

I Jamiroquai si sono fatti ricordare dal mondo sia per le movenze funky e i vistosi copricapi del leader, cantante e compositore Jason Kay, che per il loro particolare sound: la band propone da sempre un funk venato di suoni dance e mescolato al soul ed a qualche nota di elettronica, che pesca dichiaratamente dalla tradizione di Stevie Wonder, senza farsi mancare anche qualche incursione nei suoni rock.

Come nota di colore: presenti a salutare il leader della band anche diverse bandiere della Ferrari, sventolate dal pubblico, di cui il cantante inglese è accanito sostenitore e ottimo cliente.

(Gazzetta di Parma)

Katy Perry (24-2-2011)

Se si pensa che col suo primo passaggio in Italia, quasi un anno e mezzo fa, era passata così in sordina che addirittura la data dell’idroscalo venne annullata. Ora invece si è passati dal tutto esaurito in un Palasharp prossimo alla demolizione al sold out per l’Americana Katy Perry anche nel più capiente Forum di Assago, dove mercoledì si è esibita nella sua unica tappa italiana del ‘California Dreams European Tour’.

Venticinque anni, Figlia di due pastori metodisti, Katy Perry è cresciuta ascoltando musica gospel, per poi avvicinarsi al pop frequentando le case dei compagni di scuola. Più tardi è stata scoperta dal produttore di Alanis Morissette, Glenn Ballard, e lanciata al successo con l’ammiccante Kissed a girl.

Il suo è stato un concerto ricco di effetti speciali, lustrini e installazioni caramellose -la cantante aveva dichiarato che voleva che nel suo tour si sentisse un buon odore tra gli spalti- che animavano il palco dove la giovane cantante statunitense si è esibita con i suoi successi conosciutissimi in radio per finire il set con i recenti Fireworks e California Gurls, che fanno letteralmente infiammare il palazzetto.

Per poi tornare sul palco, acclamatissima da tutto il pubblico presente, con la cover di Whitney Houston, Dance with somebody.

Da segnalare a metà concerto un medley di cover dei colleghi incontrati poco tempo fa ai Grammy, gli oscar della musica americana: Only Girl (In The World) di Rihanna, Big Pimpin di Jay-Z e Whip My Hair di Willow Smith, che è niente di meno che la decenne figliola del famoso attore e rapper Will Smith.

Il concerto è divertente: lo show risulta a tratti un po’ baraccone a causa di molti  intermezzi video, che aiutano la cantante nei numerosi cambi d’abito, più di una dozzina, di cui almeno cinque solo durante la celeberrima Hot ‘n’ Cold, passando da abiti fumettosi, dove sembrava accontentare proprio il pubblico di bambine che la vedono come principessina, a mise decisamente più sexy, per i papà presenti davvero in massa al concerto. Musicalmente Katy Perry ha una potenza vocale che non riesce a controllare del tutto, ma contrariamente ad altre colleghe che portano accorgimenti tecnici sul palco o coriste pare non importarle il risultato perfetto del suo cantato e che invece punti a compensarlo con un divertente spettacolo disneyano dove tutti possono sognare a modo loro. E ballare al ritmo delle sue hit.

(gazzetta di Parma, cartaceo, 24/2/2011)

Band of Horses (7-2-2011)

Bologna questo fine settimana è palcoscenico per due importanti band della scena indipendente.

Dopo tre anni di assenza dall’Italia infatti saranno all’Estragon di Bologna venerdì 11 Febbraio i Band of Horses, con la loro potente miscela di country, pop, indie rock e power pop in una esclusiva data unica, non ancora sold out. Reduci dal successo dei due precedenti album i Band Of Horses presentano l’ultimo lavoro Infinite Arms, uscito a maggio 2010 per Fat Possum Records/ SONY.

Prodotto da Phil Ek (Modest Mouse, Built to Spill, Shins) come i due precedenti capitoli della discografia di Ben Bridwell e soci, Infinite Arms è stato definito dallo stesso frontman come: “Il primo vero album dei Band Of Horses”, una sorta di nuovo esordio, considerata la partecipazione di tutti e cinque i componenti al processo di registrazione. Da ogni musicista è venuto infatti un contributo personale e unico all’inimitabile suono che Bridwell ha creato negli anni.

Il suono non cambia di molto rispetto agli altri lavori, le chitarre troneggiano e la voce di Bridwell risuona ancora con un grandioso reverbero, creando un’atmosfera sognante e evocativa ma forse il risultato in questo lavoro si fa meno malinconico e teso e diventa più aperto e pulito, per certi versi più pop. I Band of Horses sono stati premiati come supporters nel precedente tour dei Pearl Jam, e torneranno in Estate come ospiti al Rock in Idhro, assieme ai Foo Fighters.

Altro notevole concerto sarà quello di Iron and Wine, Sabato 12 Febbraio al Locomotiv Club. In cima alle classifiche di oltreoceano, Iron and Wine è il progetto dietro a cui si cela Sam Bean, geniale e barbuto songwriter della South Carolina, arriva in Italia accompagnato dalla band a tre anni di distanza per presentare il nuovo album Kiss Each Other Clean in uscita all’inizio del 2011, disco dalle sonorità che spaziano dal folk al pop, dal blues all’alt-country. Qui purtroppo, già soldout, non sono più disponibili biglietti.

(Gazzetta di Parma, 7-2-2011)

Music dot Fran: 30 seconds to Mars

30 seconds to Mars, live at Futurshow Station Bologna

ph. Francesca Fiorini

Sono una persona molto pavida: mi è capitata gente che possiamo definire come fan sfegatate o parenti di persone di cui ho parlato non esattamente bene hanno reagito come quando alle medie ci dicevamo “ci si vede di sotto” per regolare conti. Naturalmente sono anche una persona che osserva tantissimo, e posso dirvi chiaramente che io ci ho dell’invidia.

Nel senso che ammiro tantissimo il lavoro indefesso che fanno con la loro fanbase: Echelon. Diventata una vera e propria “Church of Mars” come leggo spesso: sono fedelissimi al loro gruppo. Giusto, bene, bello. Capita così, nella musica, nel calcio. Quello che invidio è che i 30 seconds to Mars a livello comunicazione non sbagliano un colpo. Sembra che tutto quel che fanno, tutto quello che decidono sia precisamente studiato ma fatto apparire naturale. Per non parlare della loro gestione dei social media, da prendere d’esempio nelle aziende secondo me.
Chapeau.

Il fatto è che poi in fondo i 30 seconds to Mars mi portano anche della fortuna. In provincia di Venezia propiziano uragani ai festival (ehi, ragazze, sto scherzando) prima che arrivino i Pearl Jam, ma a me portano bene, in fondo.

 

Prima di arrivare in sala stampa al Frequency Festival, dove io ero impegnata con altre interviste, per spiegare a chi mi accompagnava come fosse Jared Leto ho detto “beh, hai presente Paola Barale e Raz Degan? Ecco, lui è l’esatto anello di congiunzione”. Poi a completare il gruppo c’è anche il fratello, Shannon, e il polistrumentista Miličević. Ma vi giuro che era molto semplice distinguerli, in Press Area: erano quelli aspettati da un gruppo di ragazzine – che mi pare mi dissero che avevano pagato 250 euro a testa per il pacchetto meet-and-greet- col badge della band appuntato sui pantaloni.

Gli album dei 30 seconds to Mars sono abbastanza buoni. Forse avessi avuto 10 anni di meno li avrei ascoltati come si dice nelle mie zone “a nastro”. Il fatto che io abbia visto due live e che invece mi chiedo come mai abbia ascoltato con piacevolmente i loro record, mi chiedo tante cose. Come mai ad esempio non esista ancora un foniatra, volgarmente un medico deputato alla voce, che riesca a far mantenere nelle lunghe tournée. Che abbia trovato la mia specializzazione?

Mh. Facendo due brevi recensioni: in Austria il pubblico era molto ganzo. Talmente ganzo che se non mi fossi inginocchiata, dopo che per 30 minuti il cantante aveva invitato a saltare e urlare a comando si era inventato anche questa cosa, mi avrebbe però credo preso a sassate con stima. Anche perché in piedi eravamo rimasti solo io, le mie ginocchia a pezzi dopo 3 giorni di festival da addetta ai lavori, e Leto. Da lì sorrisi, mi inginocchiai e carponi carponi arrivai in sala stampa. Però cantò discretamente anche se il concerto era più basato verso l’intrattenimento che verso un’opera vocale di esibizione.

A Bologna boh, sinceramente ho rimpianto tantissimo l’esibizione di St. Polten, che no, non mi era piaciuta ma al confronto era qualitativamente meglio: cantante senza voce, bassi che non si sentivano, svenimenti avanti che neppure ad Agosto. Deludente. Un peccato.

Closer to the Edge è un live documentary, quasi. Apprezzabile. Soprattutto intelligente è il clamore che si è creato dietro a Hurricane: video, girato sotto la mano dello stesso Leto ma sotto pseudonimo, che è stato censurato un po’ ovunque per qualche scena di sesso e bondage fusa in un’atmosfera di cattivoni e matrix e deviazioni sessuali a go go che fanno tanta pruderie. Ma soprattutto con protagonista il torso scolpito del cantante-attore per una dozzina di minuti. Direi che se ci fosse stata una t-shirt di mezzo la mia attenzione non mi avrebbe portato a finirlo. Ma ecco, vi giuro, meglio il disco.

“I video servono ad elevare le canzoni a un livello superiore”, disse Leto in una intervista proprio all’HJF. Forse è lì che cozziamo, io e te, e nun ce capiamo. Il video è promozione, il video è contorno alla canzone. Possono essere due arti che si fondono, la visiva e quella delle canzoni. Una può accompagnare l’altra, ma senza mai sovrastarla, prendendola in mano.  Ma si sa, la visiva è sempre quella che premia di più. Vi potrei dare anche una spiegazione neurologica, perché sì c’è. E se la si usa oh, commercialmente si fa bene, mica la condanno. Ma ecco, io magari quando parlo di musica vorrei un po’ prima parlare delle sette note e poi degli occhi azzurri.

[no, non me la menate sul “ma ha 39 anni ed è figo.” Io preferisco il 38enne Alex Kapranos. Però riconosco che la fibra data ai figli del 1970 è migliore di quella di noi sopravvissuti a Chernobyl nel 1980]

Scritto da frannina
il 24/01/2011

Music dot Fran: Cristina Donà

C’è una cosa molto difficile nel mio voler parlare di musica. Volerne trattare in modo diverso rispetto a come fanno gli altri. Quindi capita che mentre tu chiedi l’intervista a Cristina Donà non pensi che altri trecento facciano lo stesso. E che nel frattempo si parli – finalmente – di Cristina ovunque.  E quindi ti sforzi a non leggere, non ascoltare quello che chiedono gli altri ma è complicatissimo.

Cristina Donà ha fatto uscire un altro grande disco. Torno a casa a piedi: dieci canzoni scritte a quattro mani con Saverio Lanza, che ne è anche produttore, uscito per Emi il 25 di Gennaio.  Il tam tam che è girato sui maggiori quotidiani ha focalizzato le interviste su “anche quest’anno Sanremo nulla” e “uh, anche tu hai avuto una gravidanza come”, senza puntualizzare che questo album è una autentica bomboniera. Uno di quelli che metti nel lettore e non devi saltare alcuna traccia.

Io non sono una sua fan, ma la apprezzo tantissimo ed è una di quelle artiste che quando mi capita di ascoltare mi arricchisce sempre. L’album riesce a coniugare una piacevolezza di suoni e atmosfere con maturità. Ma la cosa che nessuno si dovrebbe perdere è vedere almeno un concerto di Cristina Donà live: per quello tenete sotto occhio il suo sito ufficiale visto che a breve saranno segnalate le sue date in giro per l’Italia.

Innanzitutto complimenti, perché faccio parte di chi ti segue da diverso tempo e vedere tutta questa attenzione sul disco un po’ fa piacere, perché significa che le cose belle sono ancora premiate in Italia…

“A me fa molto piacere, devo dire che ci sono quelli che si lamentano e altri invece che apprezzano. Sto seguendo molto i commenti anche su facebook… dirti che sono stupita, beh, non so bene. Sto imparando a non avere aspettative anche se è praticamente impossibile, ma sai negli anni ogni volta che finisci un album ti dici che questo è quello buono. C’è sempre stato un grosso appoggio da parte della stampa che mi ha aiutata tantissimo, ma si vede proprio che c’è stato un grande passo in avanti. La risposta è veramente entusiasmante. E io ne sono molto felice, ci ho messo tutta me stessa come al solito, anche se ultimamente nella vita ho avuto tutta una serie di problematiche logistiche. Con Saverio Lanza ho trovato un’ottima collaborazione, che ha fatto uscire delle cose davvero particolari… almeno per il mio orecchio, ed era proprio quello che avevo in mente. Sono davvero contenta.”

 

Ho notato che tutti ti hanno fatto le domande su Sanremo e sulla Maternità. Io non te le farò, ma ti vorrei dire in fondo che ogni album credo che sia come avere un figliolo, no? Che problemi ti ha dato questa gestazione, quanto è stata arricchente viverla…

“Sì assolutamente. Ho avuto l’esigenza personale di interpretare la mia musica diversamente negli anni, ma non riesco a spiegarlo bene perché mi sembra di svilire il tutto.  Ho avuto un percorso personale che mi ha messo la voglia di cambiar linguaggio, prima in musica e poi nei testi. Mi hanno sempre colpito molto autori come De André, Fossati che riuscivano a descrivere la realtà in modo descrittivo e quasi cinematografico, e quindi io ho provato a fare un disco italiano in questo senso. Poi magari per questione anagrafica c’è stata la voglia di raccontarsi senza filtri… e ho sentito anche l’esigenza di scrivere testi più concreti: per una che ha sempre svolazzato con la testa fare riferimento alla realtà in modo così fedele non può far che bene, per far chiarezza. Sai, per me la musica è stata sempre terapeutica, sia da ascoltatrice che da cantautrice.”

Sin dal titolo dell’album, torno a casa a piedi, si capisce che hai parlato di piccole cose: come è scriverne senza scaderne nel banale?

“… è difficile! ci metto un sacco di tempo, scarto una quantità di materiale notevole. Mi diverte anche molto. Faccio fatica, soffro, anche perché se non arriva la cosa che mi fa vibrare e mi piace inizio a pensare di non saper più come fare… Mi piace sperimentare punti di vista diversi per parlare di cose comuni in modo inconsueto. Credo che il discorso del punto di vista è relato al mio modo di pensare di quando dovevo disegnare e dovevo trovare un’angolazione che desse un senso a un oggetto inanimato.”

Secondo me live sei sempre stata tre volte meglio che su disco…

“Sì, lo penso anche io.”

… ecco, ma con gli arrangiamenti particolari di questo disco quanto sarà complesso mettere su lo spettacolo?

“Eh, non sarà facile, specie per alcuni brani. Dal vivo però c’è un mix particolare tra interpretazione e musicisti. Anche perché io non sono mai stata interessata a rifare un disco paro paro rispetto al disco, ma non stravolgeremo nulla… Ci sarà la band di base e finalmente dei fiati. Non vedevo l’ora di avere dei fiati, te lo confesso. Ti posso dire che comunque l’emotività dal vivo gioca un ruolo importante.”

Come hai scelto il singolo Miracoli? Tutti dicono “è allegro, è allegro”. A me sembra anche una visione un po’ sorniona e di critica bonaria di quello che ci accade attorno…

“La cosa buffa è che tutti notano la parola miracoli e pochissimi la parola rivoluzione, che invece è così importante ed è beh, lì anche metaforica… che uno deve fare in testa. Ma quando l’ho scritta pensavo alla rivoluzione che si dovrebbe fare nella società, per quello che sta accadendo. Poi sì, io la canto con uno spirito felice, che però non lo è fino in fondo, c’è anche della preoccupazione… però dico anche “mettiti un vestito, preparati”, perché si deve essere pronti e coscienti. Anche per notare quei piccoli miracoli che succedono tutti giorni che ormai vengono tralasciati a favore della pornografia più becera intesa come senso generale… siamo pervasi dal cattivo gusto. Il mio desiderio era sottolineare la bellezza, perché si finisce di chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie, non aver voglia di guardare fuori e delegare tutto agli altri.  La paura è una brutta compagna purtroppo, e viene usata spesso per controllare le persone. Dovremmo guardare intorno con uno spirito costruttivo, godendo delle cose che portano positività nelle nostre vite senza lasciarsi guidare dal pessimismo… Per quanto riguarda anche me eh, non sto puntando il dito contro nessuno.”

Il rapporto coi tuoi fan su internet quanta spinta ti ha dato nell’ultimo periodo?

“Io ho sempre comunicato, sia con le email girate dalla mia precedente casa discografica che con rapporti epistolari che hanno anche portato a belle amicizie. Ho imparato a prendere un po’ le distanze, a prenderne le cose positive… è comunque un modo molto bello di interagire. A me già piace tanto il live per il rapporto diretto, quindi ecco anche la comunicazione diretta senza filtri mi piace tantissimo. Solo che col bimbo è impegnativo. E non sono una che quando è in giro si porta il computer, ma quando riesco mi piace interagire…”

Music dot Fran: Fistful of Mercy

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ph. Francesca Fiorini

Quest’anno si sono formati due supergruppi che mi hanno colpito. Alla prima prova, quindi sì, scartiamo i Grinderman. Uno è i Tired Pony, di cui parleremo molto superficialmente ma hanno fatto un album folk-alternative (oltre ai supergruppi quest’anno il folk, come genere, è andato via come il pane) e ha tra le fila gente come Peter Buck degli R.E.M. e Gary Lightbody degli Snow Patrol. L’altro sono i Fistful of Mercy.

Per questi ultimi tutto iniziò nel Gennaio 2010, con la performance di Ben Harper sul palco con Joseph Arthur durante uno show di quest’ultimo al Troubadour di Los Angeles. Tra i due fu subito intesa, e decisero che avrebbero dovuto lavorare assieme al più presto. Allo stesso tempo Harper conosce Harrison, suo fan dall’età di 17 anni, in uno skate park. Questi poi si chiudono nello studio di registrazione e danno vita a un album buono, non eccelso. Ma per le perdone che erano non potevano fare un’aberrazione. La stessa cosa dei Tired Pony, l’album è carino, le collaborazioni pure.

Ma.

Finisci che li senti dal vivo e cambia tutto. Se The place we ran from e Fistful of Mercy mi creavano (a me! è un mio giudizio! magari a voi rilassa) il classico abbiocco e il forte desiderio di bermi più di un espresso in alcuni tratti, mentre negli altri sincera ammirazione, li senti dal vivo e puff, svanisce l’effetto che prosaicamente chiameremo dupalle.

Anche perché magari l’album sì, non brilla di pezzoni. Anche se piacevoli, non prendono sicuramente il volo. Ma dal vivo, live è tutto perfetto. Tra le cover figurano “Buckets Of Rain” di Bob Dylan, “Pale Blue Eyes” dei Velvet Underground e “To Bring You My Love” di PJ Harvey. I tre suonano assieme come se lo facessero da secoli. Non c’è qualcosa che sbava, c’è molto l’impressione di un approccio di improvvisazione jazz in quello che stanno facendo. Inteneriscono le occhiate di Harrison verso Harper quando il secondo è al basso e il primo lo segue alla batteria. Qualcosa di corale, tre solisti che si congiungono e danno vita a un suono unico. Diverso, non spettacolare ma perfetto. Da filmare su dvd e far vedere nelle scuole.

Accompagnati da Jessy Greene al violino, figura deliziosa che ingentilisce i cappelloni sul palco portati da un Harrison che scatta foto come un giapponese alla folla, un Harper che se la ride e un Arthur, a mio parere non proprio in serata perfetta, che scioglie i suoi lunghi capelli.

In chiusura di concerto, dopo l’encore, viene chiesto di staccare tutti gli amplificatori. Ed è qui che la band suona realmente dal vivo. Stando in piedi sul bordo del palco i quattro intonano “With Whom You Belong” senza microfoni, senza niente. Con le persone in religioso silenzio e qualcuno (io) che tirava occhiatacce a chi si azzardava a fiatare per interrompere quell’atmosfera indescrivibile.

Menzione d’onore a quello che doveva essere il supporter e che invece è valso gran parte del biglietto: l’irlandese Vincent McMorrow, un Damien Rice dalla voce più sabbiata che mi ha letteralmente conquistata. Il suo album, dice lui, uscirà l’anno venturo. Lo aspettiamo.

Ultima cosa: ah, sì, recensore della data di Milano che ti ho letto in giro… In the Sun non è una cover di Michael Stipe e Chris Martin. È una canzone dello stesso Joseph Arthur che poi Stipe/Martin cantarono per la raccolta fondi per l’uragano Katrina, magari con maggior diffusione perché contano su una fanbase più larga. Se poi Arthur è meno famoso, beh, è sfiga.

Scritto da frannina
il 16/12/2010

Music dot Fran: Jimmy Gnecco

Jimmy Gnecco live at Radio Popolare, Milan

ph Francesca Fiorini

Ricordate la regola del “non intervistare qualcuno che ti piace perché non è professionale”? Ecco. Ahem. Facciamo finta di nulla. Vi dirò solo che sto per parlarvi di un musicista che ascolto da dieci anni. Uno di quelli che non ha mai pubblicato un album in Europa finora perché… oddio, perché c’era una serie di sfighe sotto che condensarle è difficile. Ma io e il mio amico Massimo li compravamo dagli americani via ebay, smezzandoci le spese di spedizione.

Fu proprio quel mio amico che me lo fece conoscere dicendo che ok, aveva trovato un cantante bravissimo di un gruppo chiamato Ours, ma che aveva un nome troppo tamarro. Si chiamava Jimmy Gnecco. Dissi subito, anzi, eravamo in chat su ICQ, che sì, ecco, il nome non invogliava. Mi passò questo mp3 con la connessione che andava ancora lentissima e dopo 30 minuti mi arrivò il file di questo ragazzo qui che aveva una voce incredibile. Penso ancora che se esiste una voce che può dare l’esistenza di Dio questa è quella di Jimmy.

Vi dirò solo che quando sono arrivata nell’ufficio milanese dove l’ho intervistato avevo fatto le scale di corsa, perché in ritardo. E aprendo la porta l’ho trovato lì seduto sorridente sul divano e ho pensato “oddio, e ora come parlo? che gli dico? ricordo solo grugniti in dialetto toscano, ommadonna”. Ma ce l’ho fatta.

Chi è Jimmy Gnecco? Cantante solista degli Ours. Nel 2001 – grande anno per molte produzioni – esce con la Dreamworks il loro primo album ufficiale, che si chiama Distorted Lullabies. Con pezzi incredibili come Fallen Souls, Drowning, e altri.  Rolling Stone lo recensisce e gli piace e tutti si chiedono come mai questi ragazzi sconosciuti abbiano pubblicato con una così grande etichetta ma non facciano il botto. Esce anche poi il secondo album che si chiama Precious. Ma da lì una serie di eventi: già l’11 settembre 2001 gli Ours volevano iniziare un tour promozionale in Europa “ma eravamo appena atterrati in Spagna” mi dice Jimmy nella mezz’ora di intervista “ci siamo resi conto che tutto quello che potevamo fare non ne valeva la pena, c’era una cosa molto più grande di noi in atto, una tragedia di dimensioni mondiali”.

Poi Precious non andò per niente in promozione perché la fidanzata di Gnecco si suicidò e fu molto vicino a smetterla con la musica. Da lì un lungo hiatus, fino al 2008 e  Mercy (Dancing For The Death Of An Imaginary Enemy) con canzoni che ormai tutti i fan conoscevano perché portate in giro per un lunghissimo tour live che non si è mai interrotto. Poi quest’anno esce l’acustico disco solista The Heart , diverso dai precedenti lavori con gli Ours per sonorità e arrangiamenti. In The Heart Jimmy Gnecco suona tutti gli strumenti, spaziando dalla batteria, alla chitarra, alla voce. Vengono inserite alcune canzoni già cantate in diversi live con gli Ours, una su tutte Heard you Singing, dedicata alla memoria di Jeff Buckley.

The heart è un album nudo. Appena ha finito di inciderlo, nell’autunno dell’anno precedente, sua mamma è morta. Tutto questo ha nuovamente influenzato scelte e registrazioni e, soprattutto, il clima delle canzoni e le liriche. Quando vi mettete ad ascoltarlo con le cuffie, magari con un poco di pioggia e poca luce, vi sembrerà averlo nella stessa stanza a raccontarvi le sue emozioni. Dritte, senza tanti giri di parole. Nell’intervista di mezz’ora abbiamo parlato un po’ di tutto.

La sera c’è stato un piccolo showcase per Patchanka, trasmissione di Radio Popolare. Il set è stato molto corto rispetto agli standard di uno Gnecco che ricordo una volta in un bootleg domandò scusa perché avrebbe suonato solo pochi pezzi avendo mal di gola. Erano circa 27. Questa volta molti meno, ma lo stesso sono bastati per conquistare nuovi appassionati e per far venire i lucciconi a chi ha fatto magari 500 km per vedere dopo anni il proprio beniamino. Che poi è stato disponibile coi fan alla fine del concerto, sebbene la sua direzione primaria fosse quella dell’andare al bagno.

Per chi poi fosse maggiormente interessato a breve c’è uno speciale su Radionation.  La cosa che sembra più strana, riascoltando anche da parte mia, è che manca alle parole tutto un substrato di emozioni mentre vengono dette e quegli occhioni spalancati prima di sorridere su qualche cosa. Sono quelle volte in cui privilegeresti il video.

Il tuo ultimo disco sembra registrato in presa diretta, è così semplice da ascoltare, sembra qualcosa venuto così naturalmente, facile da ascoltare. Da dove viene il nome The Heart, perché è un nome così legato personalmente a se stessi?

“È il primo nome che mi è venuto in mente ed è quello che ha più senso se ci pensi bene, perché in questo disco ho voluto mettere proprio quello che stavo sentendo in quel momento, volevo descrivere cosa provavo, e senza alcuna scusa volevo spiegare cosa stesse provando esattamente il mio cuore in quel momento, senza paure o risentimenti. Senza che dovessi chiederne scusa.

Perché è stato anche un periodo molto difficile, quello della registrazione.

“Sì, definitivamente molte canzoni sono cambiate durante la registrazione, di volta in volta addirittura. È stata una sorta di terapia poter esprimere tutti i sentimenti che provavo in quel momento, nel vedere soffrire mia mamma, nel poter esorcizzare e fissare quel che capitava quindi. Era qualcosa che cresceva nel mio cuore, no? E in cui magari anche altre persone potranno riconoscersi.”

Non avete neppure pubblicato gli album degli Ours in Europa. Non ti ha creato una certa frustrazione?

“Sì, sfortunatamente, ma non per mia scelta. A parte che quando siamo venuti per la prima volta in promozione in Europa eravamo appena atterrati il 9/11 in Spagna e quindi niente era più come prima e null’altro era più come prima, e dicemmo che magari era meglio rimandare. Poi non ci hanno dato una seconda scelta ancora. Per quanto riguarda la frustazione ecco… (ciondola la testa e alza gli occhi al cielo ridacchiando).”

Tu solitamente urli, cioè, non urli per il piacere di urlare ma per sottolineare le varie emozioni nelle tue canzoni. Quanto è complesso a livello vocale, visto che tu hai un’estensione notevole?

“Sì, è una difficoltà maggiore, hai ragione. Ma ecco, è come aumentare il range di emozioni quando tu sai comunicando qualcosa. È come quando in un film aggiungi la colonna sonora per evidenziare particolari momenti, di felicità, di paura… Però ecco, hai ragione, invecchiando anche sta diventando un gran casino e non so come farlo così spesso ancora.”

Tu hai parlato di Film. So che hai fatto un corto con Michael Maxxis, che è anche il regista dei tuoi video, e David Carradine prima della sua morte.

“Sì, non non è stato ancora finito però. Certo che lavorare con Carradine è stato qualcosa di straordinario perché soltanto il suo carisma sul set ci faceva sentire come se arrivasse non so, qualcosa di altamente ispirativo per noi, qualcosa che ci guidasse nella realizzazione solo con la sua presenza.”

E la differenza tra recitare e suonare?

“Beh, quando compongo canzoni non è una cosa da personaggio. Vengono naturali, alcuni vengono in quindici minuti, naturalmente… cioè, non faccio una cosa come non so, gli Interpol molto costruita (n.d.r. Fran e si mette realmente a imitare Paul Banks). Quando ero più giovane sì, cercavo di captare le canzoni degli altri e farne cover simili a come facevano loro. Poi ho pensato che anche quelle le dovevo cantare come mi sentivo io. Le canzoni sono cose per cui non mi atteggio come un personaggio. Esce quello che sento, che continuo a provare dopo che ho già scritto una cosa. Sono io, non filtro. Invece quando sei lì a recitare sei lì per la tua posa e infine ti dicono ok, bene, è fatta, congratulazioni. E finita lì.”

Scritto da frannina
il 07/12/2010