A Cremona la Festa del Torrone 2016, dal 19 al 27 novembre

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Festa del Torrone di Cremona

“Il Tempo”: il tema dell’edizione 2016
Torna la Festa del Torrone a Cremona
9 giorni, da sabato 19 a domenica 27 novembre a Cremona, per innamorarsi follemente di una città attraverso mille iniziative, spettacoli, eventi ed incontri

Conto alla rovescia per l’edizione 2016 della Festa del Torrone di Cremona.
Da sabato 19 a domenica 27 novembre, 9 giorni di festa che trasformeranno Cremona nella capitale europea della gola e del divertimento.

Obiettivo della SGP Eventi, confermata come società organizzatrice per le prossime due edizioni, è di superare se stessa e il successo sempre più crescente che negli ultimi anni hanno fatto della festa cremonese uno tra i principali eventi autunnali nel panorama nazionale. Nel 2015 sono state 300mila le presenze in nove giorni, oltre 300 pullman arrivati in città, 500 camper da tutta Italia, ristoranti e locali della città assediati dai visitatori.

Si punterà su molte conferme e altrettante novità. Non mancheranno infatti le costruzioni giganti di torrone, la rievocazione del matrimonio tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti e il Torrone d’oro, ad esempio, ma entreranno anche iniziative di carattere storico, di animazione e intrattenimento.

Il punto di partenza sarà il tema scelto per il 2016, e cioè Il Tempo. Un connubio apparentemente insolito ma in realtà forte ed azzeccato perché il tempo, come il torrone, è passato e presente, è tradizione, è storia, è un sapere che vive e cresce attraverso il passare degli anni. Ma il tempo è anche futuro, sorpresa, sogno e innovazione, tutte le peculiarità di cui Cremona è ricca grazie proprio al suo prodotto tipico e al mondo produttivo ad esso legato. Gli eventi, gli incontri e le esperienze che si svilupperanno nella festa di quest’anno saranno quindi all’insegna del tempo, di cui Cremona è in qualche modo simbolo in quanto patria di Jannello Torriani, maestro orologiaio, inventore e genio del ‘500, cui la città dedicherà una grande mostra nel corso dell’autunno e la Festa del Torrone molteplici iniziative.
Le soprese saranno molte, per scoprirle in anteprima basterà seguire La Festa del Torrone su tutti i suoi canali social, in continuo aggiornamento.

Info su www.festadeltorronecremona.it Facebook: https://www.facebook.com/cremoncino.torroncino
Twitter: https://twitter.com/cremoncino YouTube: https://www.youtube.com/user/FestaDelTorroneCr

Torna la marcia dei Forti domenica 3 luglio a Folgaria

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È la 18^ edizione di una delle marce non competitive più datate del panorama podistico trentino. Cinque percorsi porteranno oltre 1500 marciatori tra le fortezze austro-ungariche dell’altopiano di Folgaria, fino a raggiungere la vetta del monte Maggio. L’evento assume particolare importanza nella ricorrenza del Centenario della Grande Guerra

Si tratta di una marcia non competitiva strutturata su cinque percorsi, di 42, 31, 20, 12 e8 km. L’appuntamento è per domenica 3 luglio, nel centro di Folgaria. Fin dalle prime ore del mattino apriranno i tavoli delle iscrizioni e alle ore 8.00 la gran massa dei marciatori, accompagnati dalle note della Banda della Magnifica Comunità di Folgaria attraverserà il centro abitato per distribuirsi sui cinque percorsi che propone la manifestazione: 8 e 12 km per i meno allenati, 20 e 31 km per coloro che hanno una preparazione discreta e 42 km per coloro che la montagna la macinano a gambe levate.

La Marcia dei Forti, che quest’anno celebra la sua 18^ edizione, è erede della blasonata Marcia delle Nazioni che negli anni Settanta convogliava migliaia di marciatori da Folgaria ad Asiago, lungo un percorso di 50 km. Alla Marcia delle Nazioni, che aveva un respiro internazionale, ha fatto successivamente seguito laMarcia degli Altipiani (che coinvolgeva anche i vicini altipiani di Lavarone e
Luserna) per diventare infine Marcia dei Forti, una marcia circoscritta all’altopiano di Folgaria, strutturata appunto in cinque percorsi, adatti dunque a tutte le gambe, tali da permettere – ai marciatori più tenaci – di visitare i forti austro-ungarici di Dosso delle Somme (Serrada), Cherle e Sommo Alto. Valida per i concorsi FIASP, IVV, Piede Alato, Gamba d’Argento, Quattro Passi nel Trentino. La Marcia, proposta dall’Azienda per il Turismo Alpe Cimbra in collaborazione con il Comitato Manifestazioni Altipiani, è una delle ultime marce «storiche» che hanno contraddistinto il panorama trentino negli ultimi quarant’anni.

SABATO 2 LUGLIO: IL PROLOGO NEL CENTRO DI FOLGARIA

Come da tradizione la Marcia dei Forti ha un prologo, la sera precedente la sua effettuazione, nel centro di Folgaria. Nella centrale piazza G. Marconi, alle ore 20.00, è prevista infatti la sfilata di benvenuto delle Associazioni locali, accompagnate dallaBanda musicale della Magnifica Comunità. Seguono i saluti delle autorità locali e l’apertura ufficiale della manifestazione.

DOMENICA 3 LUGLIO: LA MARCIA

Domenica a partire dalle 7.00, apertura dei tavoli delle iscrizioni, alle 7.45 lapunzonatura obbligatoria e poi, alle 8.00, il via ufficiale, con la massa di marciatori che sarà accompagnata dalla Banda musicale fino al limite dell’abitato, da dove si distribuiranno sui vari percorsi. I marciatori avranno poi tempo tutta la giornata per completare i percorsi: la chiusura degli arrivi è infatti fissata per le ore 16.00.

 

Per info: Azienda per il Turismo Alpe Cimbra-tel. 0464 724100 – info@alpecimbra.it

 

Dalla Shoah il primo “memoriale del bene”: a Nonantola sorgerà un luogo della memoria per ricordare i ragazzi ebrei salvati a Villa Emma. Un convegno internazionale posa la prima pietra

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Dalla Shoah il primo “memoriale del bene”: a Nonantola sorgerà un luogo della memoria per ricordare i ragazzi ebrei salvati a Villa Emma. Un convegno internazionale posa la prima pietra
Dalla Shoah il primo “memoriale del bene”: a Nonantola
sorgerà un luogo della memoria per ricordare i ragazzi ebrei salvati a Villa Emma. Un convegno internazionale posa la prima pietraVerrà progettato alle porte di Nonantola un luogo dedicato alla memoria dei 73 ragazzi ebrei accolti e salvati qui, a Villa Emma, a tra il 1942 e il ‘43. Sarà uno dei pochi esempi – e per ora unico in Italia – di “memoriale del bene”: una costruzione destinata a custodire e raccontare una delle rarissime pagine positive riguardanti la condizione degli ebrei durante il secondo conflitto mondiale. Ma quale forma e caratteristiche avrà questo luogo di memoria, dove i protagonisti sono i bambini e ragazzi? Dal 17 al 19 giugno un convegno internazionale con esperti italiani e stranieri chiama a raccolta architetti e artisti per fornire spunti e ispirazione in vista del bando di concorso che uscirà in autunno

Il 17 luglio del 1942, alla stazione di Nonantola, in provincia di Modena, arriva un gruppo di ragazzi di varia nazionalità, tutti ebrei, la maggior parte orfani, in fuga da un destino di morte. A loro se ne aggiungono altri nella primavera del 1943: ospitati in una grande villa disabitata diventano “i ragazzi di Villa Emma” e sono i protagonisti di una delle storie più straordinarie della Seconda Guerra Mondiale. Ora si vuole dare un luogo a questa storia, che la racconti a cittadini e visitatori: il sito dove sorgerà è già stato individuato, è Prato Galli, alle porte di Nonantola, lungo via Mavora, proprio davanti a Villa Emma. Manca la struttura, tutta da inventare, che dovrà avere forma e caratteristiche coerenti con questa vicenda di speranza, ricca di implicazioni con il presente e di respiro europeo.

Per questo da venerdì 17 a domenica 19 giugno a Nonantola si svolge il convegno internazionale “Davanti a Villa Emma. La costruzione di un luogo per la memoria dei ragazzi ebrei salvati a Nonantola”, aperto a tutti ma rivolto in particolare ad architetti e artisti: in tre giorni una ventina di studiosi dall’Italia, dall’Inghilterra, dalla Germania e da Israele – storici, docenti, ricercatori – ripercorrono la vicenda e tracciano le coordinate storiche per la costruzione di un memoriale che abbia elementi distintivi e per certi versi unici, come la storia che andrà a raccontare. Infatti i 73 ragazzi ebrei accolti dalla popolazione locale conobbero a Villa Emma una parentesi di quiete e di condivisione con i cittadini: si impegnarono in corsi scolastici, musicali, e nell’addestramento a lavori agricoli e artigianali, in cui vennero coinvolti contadini e persone di Nonantola. Dopo l’8 settembre ’43, con l’occupazione tedesca dell’Italia, si rese necessaria un’operazione di soccorso che li mettesse al riparo dal pericolo di cattura: i nonantolani scelsero allora di rischiare e, nonostante le difficoltà, tutti raggiunsero la Svizzera. A guerra finita, la maggior parte dei ragazzi s’imbarcherà da Barcellona per la Palestina.

Quello di Nonantola non sarà quindi un “sito del trauma” per commemorare vittime o ripercorrere vicende tragiche, ma un memoriale dedicato a una storia a lieto fine, nutrita di accoglienza, solidarietà, salvezza. Un punto d’incontro per gli abitanti del luogo, per i passanti, per i visitatori, per chi viene da vicino e da lontano; per ragazzi che vogliano conoscere, oggi, la storia dei giovani ebrei arrivati a Villa Emma, dopo fughe e peripezie, nel pieno della seconda guerra mondiale. Un punto d’incontro per chi voglia riflettere sui viaggi di bambini e ragazzi che oggi toccano le nostre sponde, varcano frontiere, bussano alla nostra porta e che possono arricchire la comunità che li accoglie.
Venerdì 17 giugno alle 15.30, presso il Cinema Teatro Troisi di Nonantola, aprono il convegno Federica Nannetti, sindaco di Nonantola,Massimo Mezzetti, Assessore regionale alla Cultura e Giuseppe Boschini dell’Assemblea Legislativa Regionale: dopo una ricerca durata tre anni la Fondazione Villa Emma vuole presentare i risultati e discutere le tante linee di lettura e di interpretazione di questa vicenda, fornendo spunti per la progettazione. Le parole e le idee di questo convegno saranno le prime “pietre” su cui sorgerà l’edificio, futuro luogo di memoria: successivamente al convegno, in autunno, verrà pubblicato un bando di concorso che fisserà norme e criteri per i partecipanti.
Il convegno “Davanti a Villa Emma” è organizzato da Fondazione Villa Emma in collaborazione con il Comune di Nonantola, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna, la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e la Fondazione Mario del Monte. L’iniziativa è patrocinata dall’Unione Comunità Ebraiche Italiane, dalla Federazione Ordini Architetti dell’Emilia-Romagna, dall’Ordine degli Architetti e dalla Fondazione Architetti della Provincia di Modena. Per gli iscritti all’Ordine degli Archietti è previsto il riconoscimento di crediti formativi permanenti (CFP).

La vicenda storica dei “ragazzi di Villa Emma”

A Villa Emma vissero, per oltre un anno, fino a 73 ragazzi ebrei fuggiti dalla Germania, dall’Austria, dalla Jugoslavia e, in un caso, dalla Polonia per sottrarsi alle persecuzioni dei nazisti e dei fascisti croati, gli Ustascia. Nell’aprile del 1941 i ragazzi, diretti in Palestina, erano stati sorpresi a Zagabria dall’arrivo delle truppe tedesche. Dopo l’inizio della persecuzione degli ebrei in Croazia quarantadue ragazzi si rifugiarono nella Slovenia meridionale, annessa dall’Italia, dove trovarono alloggio in un castello di caccia a Lesno Brdo, vicino Lubiana, ricevendo aiuto dall’organizzazione assistenziale degli ebrei italiani, la Delasem. Fu poi la stessa Delasem che affittò Villa Emma di Nonantola per consentire ai ragazzi di trovarvi accoglienza quando i fatti bellici in Slovenia costrinsero il gruppo ad un nuovo trasferimento. Nell’aprile del 1943 si aggiunsero al gruppo altri trentatré ragazzi e ragazze provenienti da Spalato, fuggiti dai territori sotto occupazione tedesca. L’8 settembre, nell’imminenza dell’occupazione tedesca, essendo in pericolo di vita, i più piccoli del gruppo vennero accolti nel seminario adiacente alla villa. I più grandi trovarono rifugio presso famiglie, sempre nelle vicinanze di Villa Emma. Temendo sistematici rastrellamenti tedeschi, con i ragazzi divisi in tre gruppi, tra il 6 ed 17 ottobre del 1943 fu attuata la fuga in Svizzera, guadando di notte il fiume Tresa, nei pressi del confine di ponte Tresa. Ci fu un’iniziale incertezza, poi il governo svizzero concesse ai ragazzi il permesso di soggiorno e, dopo un temporaneo internamento, vennero per la maggior parte accolti in un istituto sionista a Bex, nella vallata del Rodano. Nel 1945 raggiunsero finalmente la Palestina.

Nella foto: il gruppo dei ragazzi ebrei davanti a Villa Emma

Distretto Artistico 798 sbarca a Roma. Per la prima volta in Italia l’avanguardia cinese: Beijing 798

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Dopo gli oltre 75 milioni di visitatori che hanno affollato il Distretto artistico 798 di Pechino, arriva per la prima volta in Italia la collettiva dei 32 artisti cinesi contemporanei più rappresentativi dell’avanguardia asiatica, per scoprire la nuova rivoluzione artistica dell’Oriente, quella che sta posizionando Pechino e l’intera Cina ai vertici delle tendenze mondiali.
Dal 16 al 19 giugno gli artisti presenteranno le proprie opere a Roma, presso la Società Geografica Nazionale, nei locali di palazzina Mattei a Villa Celimontana, via della Navicella n.2.
Wang Ningde, Shi Jianmin, Li Yongbin, Huang Yan, Fang Lijun, Feng Zhengjie, Chang Xugong, Luan Xiaojie, Li Rui, Luo Brothers, Wu Mingzhong, Zhong Biao, Zuo Xiaozuzhou, Qi Zhilong, Weng Fen,Zhao Ling, Zhao Yao, Ma Qiusha, Tang Zhigang,Xue Song,Gao Huijun,Li Ji,Yang Xun,Weng Fen,Kong Lingnan, Chi Qun, Yang Qian,Yu jie ,Guo Bin, Li Luming,Jin Defeng  esporranno 34 opere prodotte con tecniche diverse: dalla fotografia alla video art, dalla scultura in acciaio o fibra di vetro all’inchiostro e colori su seta, dalle pitture in tecnica mista all’olio e acrilico su tela, dalle litografie fino anche alle performance.
 
A Pechino i tre numeri 798 identificano oggi il movimento di avanguardia artistica nazionale cui fanno parte moltissime personalità importanti del mondo dell’arte. Questi ultimi fanno capo ad un più ampio ed influente distretto artistico cinese che ospita esposizioni nazionali e internazionali all’interno di una vecchia fabbrica di armi.
Il “798”, situato a nord-est di Pechino, si trova nell’area industriale statale, in una struttura che in origine produceva componenti per l’elettronica. A partire dal 2002 artisti e organizzazioni culturali hanno iniziato a dividere, ristrutturare e affittare gli spazi della fabbrica, trasformandoli in gallerie e studi artistici, laboratori di design, ristoranti e bar e poi anche appartamenti. L’integrazione tra arte, architettura e cultura contemporanea con un ambiente di interesse storico e uno stile di vita urbano ha reso in poco tempo il 798 il simbolo di un modello culturale in cui la vita urbana artistica e produttiva condivide gli stessi spazi degli ambienti di vita quotidiana.
CCPIT, China Council for the Proption of International Trade, fondata nel maggio del 1952, include VIPS, imprese e organizzazioni rappresentanti i settori economici e di scambi commerciali in Cina. E’ la più grande e importante istituzione per la promozione e il commercio estero in Cina
RomExpo è una società di internazionalizzazione che offre occasioni d’incontro ad enti, organizzazioni e imprese di tutto il mondo, per scambi culturali e commerciali a livello globale.
Promuove rapporti di amicizia tra i popoli, ancor prima che economici sollecitando lo scambio di conoscenze sui temi legati allo sviluppo tecnologico, in particolare quelli che hanno ricaduta sull’ambiente e sul benessere degli abitanti. Grazie all’expertise nel campo delle relazioni istituzionali e internazionali, organizza e gestisce iniziative di promozione e scambio con particolare riguardo a convegni e workshop internazionali a carattere tecnico-scientifico.  
 

CCPIT – China Council for the Promotion of International Trade
in collaborazione con RomExpo
Con il Patrocinio della Citta Metropolitana di Roma Capitale
Per la prima volta in Italia
l’avanguardia artistica cinese
BEIJING “798” IMPRESSION
Il Distretto Artistico 798 di Pechino a Roma

16 al 19 giugno, h. 10.00 – 18.00
Ingresso libero

Villa Celimontana – Società Geografica Nazionale, Palazzina Mattei via della Navicella n.2 (Roma)

I Nabis, Gauguin e la pittura italiana a Palazzo Roverella

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Da mare a mare, anzi da Oceano a Laguna, lungo percorsi che si sono dipanati, intrecciati, fusi in giro per tutta l’Europa. Questa è la grande avventura d’arte che descrive l’affascinante mostra che Giandomenico Romanelli ha deciso, su invito della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, di raccontare al pubblico di Palazzo Roverella, a partire dal 17 settembre 2016.

Già il titolo “I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia” offre l’idea di un percorso di colore e di emozioni; unitario eppure variegato, fitto di storie che sono diventate leggende, anticipatore di tendenze e di mode. E non solo nel campo dell’arte.

Un centinaio di opere, molte conosciute, altre da scoprire, quattro grandi “isole” e tanto, tanto colore. Sarà una mostra di emozioni. E di storie intense. Storie di artisti in fuga, da città, da legami, da loro stessi, in molti casi. Che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e casalingo della Laguna veneziana. Quasi fossero alla ricerca del valore purificatore dell’acqua e degli elementi naturali.

A Pont Aven, sulla costa della Bretagna, Paul Gauguin giunse nel febbraio del 1888. Vi era già stato per un breve soggiorno due estati prima. Il sodalizio con Van Gogh nel frattempo era finito, l’olandese aveva scelto il sud della Francia, lui la Bretagna. Qui si era andato formando un eden primitivo e quasi incontaminato, popolato da una comunità internazionale di giovani artisti che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni esperienze e riflessioni.

Alla loro ricerca sottendevano tensioni intellettuali. Molti cercavano la semplicità, nella vita così come nell’arte. Una semplicità fortemente creativa, decantata dai fumi tardo-impressionisti, tesa all’essenziale. Profeti di un nuovo che attingeva ad un primigenio, all’essenza. Pur in una visione assolutamente soggettiva della realtà e della natura essi cercavano anche di coglierne i significati simbolici nascosti.

Il linguaggio espressivo e antinaturalistico del gruppo entrò anche in contatto con le poetiche del primitivismo e dell’esotismo assai in voga nell’Europa di fine Ottocento. Confluì in varie correnti artistiche e ne influenzò nascita e caratteri.
Su tutti spicca l’esperienza parigina dei Profeti, o meglio Nabis, dall’antico ebraico. Fu una stagione straordinaria: essa segnò davvero la nascita dell’arte moderna. Liberi dal naturalismo e dalla ‘imitazione’ della realtà, i Nabis crearono un linguaggio pittorico nuovo: colori intensi, profili marcati, rinuncia al dettaglio, esplosione di emozioni violente. Sarà una pittura sintetica ed elementare, frutto di una semplificazione fino all’essenziale (donde la definizione di Sintetisti per un gruppo di loro). Da questa visione uscirà l’esperienza dei Fauves e via via sino all’Art Nouveau, all’Espressionismo e all’astrazione.

Questi stimoli innovativi contaminarono l’Europa, senza tralasciare l’Italia. Ed è proprio sul versante nazionale che si concentra la seconda parte di questa magnifica rassegna.

La “stagione bretone” dell’arte italiana tra gli anni ’80 dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo è ben individuabile. La si incontra in diversi artisti, o meglio in precise fasi della loro produzione.
Sono pittori che in molti casi hanno vissuto a Parigi e che nella capitale francese, o comunque oltralpe, hanno acquisito caratteri e cadenze linguistiche di inequivocabile qualificazione gauguiniana a Pont–Aven.

Non a caso la rassegna continua con Gino Rossi e la sua Burano. Rossi, uomo e artista pregno di illuminazioni e di tenebre, “straordinario campo di forze, di polarita’, di tensioni, di urgenze e di riflessioni”. E, con lui, il grande Arturo Martini e il gruppo gravitante su Ca’ Pesaro.

Gauguin e Rossi, due storie lontanissime eppure vicine: il primo conquistato, catturato e tragicamente sedotto dai paradisi tahitiani, il secondo scivolato in un fulminante itinerario sin dentro i gironi d’inferno di un manicomio di provincia.
Eppure capaci, entrambi, di una pittura dove la semplicita’ è purezza primigenia e insieme ingenuita’, affinamento alchemico e traduzione di un pensiero filosofico cristallino, lucido e tragicamente fragile.

L’ultima parte della rassegna è un grande capitolo dedicato agli eredi di questo universo artistico. Il Sintetismo, calato nella nuova sensibilità borghese e moderna grazie a protagonisti come Paul Sérusier, Émile Bernard, Paul Elie Ranson, Maurice Denis e gli svizzeri Cuno Amiet e Felix Vallotton (presenti in mostra con celebri capolavori), vive una stagione straordinaria anche in Italia: Felice Casorati, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di SanPietro, Mario Cavaglieri.
Sarà una scoperta per molti poter leggere sotto una nuova luce e grazie a un insolito e rivelatore punto di vista opere e artisti in grado di affacciarsi senza complessi d’inferiorità sul palcoscenico dell’arte mondiale in anni di rivoluzionarie esperienze culturali e morali.
Info: www.palazzoroverella.com

“Picasso. L’opera ultima” alla Fondation Pierre Gianadda

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In omaggio a Jacqueline Picasso scomparsa trent’anni fa, il 15 ottobre 1986, la Fondation

Pierre Gianadda presenta un insieme eccezionale di dipinti, incisioni, linoleografie,

ceramiche e sculture, che mettono in luce l’opera tarda di Picasso. Tanto affascinanti quanto

sorprendenti, gli ultimi vent’anni della carriera dell’artista sono un inno all’amore, alla vita e

alla creazione. Questa esposizione mostra fino a che punto la sua creatività estrema sia

segnata dalla presenza di Jacqueline, che Picasso incontra nel 1952 e sposa nel 1961. Fu la

sua ultima compagna e gli fece da modella e di riferimento fino all’ultimo.

Per Picasso è l’inizio di una nuova vita e di uno slancio pittorico senza precedenti che si

sviluppa in luoghi differenti: prima La Californie a Cannes (1955-1958), poi il castello di

Vauvernargues (1958-1961), ai piedi della montagna Sainte-Victoire così cara a Cézanne,

vicino ad Aix-en- Provence, e infine il mas Notre-dame- de-Vie a Mougins (1961-1973).

La presenza di Jacqueline e la sua giovinezza accelerano il ritmo creativo di Picasso.

Raffigurata con il suo profilo ieratico, ritto su un collo interminabile (Jacqueline aux fleurs,

1954) o perfettamette rappresentativa della bellezza classica (Jacqueline aux jambes

repliées, 1954), abita l’opera del marito con tutta se stessa (L’atelier de Californie, 1956). I

ritratti di Picasso vanno oltre la nozione stessa di somiglianza per tendere a una sorta di

poetica metaforica della personalità di tutti i suoi modelli.

Nei primi anni di questo periodo, Picasso, questo pittore della modernità, rivisita con curiosità

i maestri del passato: Delacroix (Les Femmes d’Alger, 1954-55), Vélasquez (Les Menines,

1957), Manet (Le Déjeuner sur l’herbe, 1959-1961), Poussin e David (L’enlèvement des

Sabines, 1963). Altrettanti capolavori, reinterpretati, disarticolati, dalle linee incisive e dai

piani reinventati.

Poi, dopo questi riferimenti alla pittura storica, egli si riappropria del tema del pittore e della

modella. Nel solo anno 1963, Jacqueline figura 160 volte nella produzione dell’artista. Le

sottili modulazioni di questa lunga serie permettono a Picasso ora di venerare la sua musa,

ora di umiliarla o di metterla alla prova. “Lei ha – dirà Picasso a Hélène Parmelin nel 1966 – il

dono di diventare pittura a un grado inimmaginabile”.

Negli ultimi dieci anni, a Mougins, Picasso si ricentra concentrandosi sull’essenziale: esplora

le figure archetipiche della donna (il nudo), della coppia (baci e abbracci), dell’uomo

(moschettiere e uomo con la pipa) e del pittore che invecchia. Queste opere ultime sono fra

quelle che figuravano nelle due grandi esposizioni organizzate nel 1970 da Yvonne e

Christian Zervos e nel 1973 da René Char al Palazzo dei Papi di Avignone. Se certe critiche

feroci parlarono allora di “senilità, scarabocchi, impotenza”, l’opera tarda di Picasso è oggi

unanimemente riconosciuta come una delle più accattivanti.

Questa mostra, oltre all’opera dipinta, mostra il talento di Picasso in altre forme espressive:

Picasso e l’incisione

L’incisione è una delle arti principali di Picasso che privilegia certe tecniche trattate con una

maestria e una varietà esemplari. Il suo approccio sperimentale, la sua libertà e il suo

virtuosismo fanno di lui un artista capace di sondare tutti i segreti del mestiere. Tutte i temi

cari a Picasso vi vengono affrontati (pittore e modella, nudi, ritratti, figure mitologiche,

tauromachie) e trattati con il bulino, l’acquaforte, la litografia, la linoleografia, tecniche tutte

rappresentate in mostra.

Picasso e la scultura

E’ a partire dall’estate del 1905 che si può situare l’inizio dell’impegno dell’artista per la

scultura. A quell’epoca, la scoperta , tra le altre, delle maschere e degli oggetti tribali del

museo etnografico del Trocadéro provoca uno choc che segnerà la sua opera. Poi con gli

assemblaggi del 1912, Picasso sottolinea l’ambiguità degli oggetti. Negli anni 1920 egli

innova con un lavoro sul ferro saldato e dipinto. L’audacia creativa di Picasso si manifesta di

nuovo alla fine della sua vita con l’elaborazione di sculture in lamiera ritagliata, piegata e

dipinta (Femme au chapeau, 1961, e Tête de femme (Jacqueline),1962). Queste sculture in

lamiera fanno parte delle opere più sorprendenti della fine della vita dell’artista.

Picasso e la ceramica

Quando soggiorna a Golfe-Juan nel 1946, scopre alla mostra annuale dei vasai lo stand

Madoura e i suoi rappresentanti Suzanne e George Ramié che gli aprono il loro atelier a

Vallauris una parte del quale, dal 1947, è gestito da Picasso. Con la sua prodigiosa

immaginazione creatrice egli si appropria della ceramica di cui stravolge la pratica. Egli

trasforma gli oggetti: una fiasca diviene un grosso insetto, una vaso un uccello o un fauno.

Nascono nello stesso tempo ammirevoli ritratti di donna (Portrait de Jacqueline, 1956;

Portrait de Jacqueline au foulard, 1956). Questa vocazione di ceramista è ampiamente

documentata nella mostra con pezzi ammirevoli.

In un percorso cronologico e tematico, la mostra presenta più di un centinaio di opere

provenienti dalla collezione della famiglia dell’artista, dalle più grandi collezioni

pubbliche (Musée Picasso, Parigi; Musée national d’art moderne-Centre Pompidou,

Parigi; Museu Picasso, Barcelloma…) e da collezioni private, opere che danno conto

della varietà e dell’importanza della produzione degli ultimi anni di Picasso.

Un catalogo, curato, come la mostra da Jean-Louis Prat, già direttore della Fondation

Maeght, accompagna l’esposizione. Abbondantemente illustrato comprende testi

introduttivi di Prat e di Leonard Gianadda, saggi di specialisti (Brigitte Leal, drettrice

aggiunta delle Collezioni del Musée national d’art moderne-Centre Pompidou; Marìa

Teresa Ocaña, direttrice del Museo Nacional de Arte de Cataluña, già direttrice del

Museu Picasso di Barcellona) e la riproposizione di testi storici di René Char e di

Pierre Daix, oltre a notizie tematiche e a una cronologia attenta della vita di Picasso.

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Oltre alla mostra Picasso. L’opera ultima sono visitabili alla Fondation Pierre Gianadda il Parco

delle Sculture, il Museo gallo-romano e il Museo dell’automobile.

ingresso: adulti CHF 20 terza età: CHF 18 famiglie: CHF 42 bambini >10 anni e studenti: CHF 12

Tunnel del Gran San Bernardo ritorno gratuito presentando il biglietto della mostra.

Luce su Giovanni Bellini

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Il Progetto Speciale “Luce su Giovanni Bellini”, è promosso e gestito dal Polo Museale del Veneto e dalla Regione del Veneto in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia di Venezia ed è coordinato sotto il profilo tecnico da Fondaco, con il fondamentale apporto delle Soprintendenze Belle Arti e Paesaggio di Venezia e di Verona, della Curia Patriarcale di Venezia, delle Gallerie dell’Accademia, del Comune di Venezia – Fondazione Civici Musei, della Fondazione Giorgio Cini, del Gran Priorato di Lombardia e Venezia del Sovrano Ordine di Malta, dell’Asl 12 Veneziana, del Comune di Padova – Assessorato alla Cultura – Civici Musei, del Comune di Treviso, Assessorato alla Cultura – Civici Musei, del Comune di Verona, Assessorato alla Cultura – Civico Museo di Castelvecchio, del Comune di Vicenza, Assessorato alla Cultura – Museo Civico di Palazzo Chiericati e Chiesa di Santa Corona, dell’Accademia dei Concordi in Rovigo e della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

Per la prima volta, un progetto culturale unisce un così ampio numero di realtà pubbliche e private della città di Venezia e dell’intero territorio Veneto.

Luce su Giovanni Bellini coinvolge ogni chiesa, museo, collezione che possa vantare nel proprio patrimonio almeno un’opera di Bellini.
Ciascun soggetto si è impegnato a valorizzare ciò che di Bellini è offerto in visione nella propria sede.

Un innovativo progetto di illuminotecnica, interamente finanziato da soggetti privati, consentirà l’illuminazione ad alto livello qualitativo di tutte le Pale d’altare di Giovanni Bellini conservate nelle sette chiese veneziane che ancora le accolgono. Progetto, è importante sottolineare, avrà carattere permanente.

Un’ulteriore Pala, attualmente affidata alle cure della Soprintendenza, sarà esposta prossimamente negli ambienti del Museo Diocesano di Venezia, accompagnata da una mostra documentativa sull’artista.
Incontri di approfondimento, visite guidate speciali, concerti, iniziative diverse accompagneranno il Centenario Belliniano.

Una app, gratuitamente attivabile, consentirà ai veneti e ai turisti di percorrere Venezia e il Veneto alla scoperta di Giovanni Bellini.

“Women are beautiful” di Garry Winogrand, al MAN di Nuoro

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La grande fotografia ancora una volta al MAN. A un anno dal successo della mostra di Vivian Maier, il Museo della Provincia di Nuoro è lieto di annunciare l’imminente apertura di un nuovo progetto espositivo, in anteprima nazionale, dedicato a Garry Winogrand, padre della street photography.

Negli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui, come l’ormai celebre tata fotografa, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage.

Winogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi, apparentemente distratto, quasi casuale, spesso ironico, fuinfluenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans, che reinterpretò in una forma nuova e radicale.

Winogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo, raccontando storie laterali, prive di copione o colpi di scena, catturate sempre in luoghi pubblici: nei parchi, allo zoo, nei centri commerciali, nei musei, negli aeroporti, oppure in occasione di manifestazioni politiche ed eventi sportivi.

La sua tecnica si contraddistingue per l’utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto, spesso forzando l’inclinazione della macchina fotografica. Com’è stato scritto in più occasioni, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari, come un “rumore” visivo irrilevante. Secondo l’originale visione di Winogrand, i dettagli esterni, inclusi nella cornice della fotografia, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto.

La mostra al MAN, a cura di Lola Garrido, realizzata in collaborazione con diChroma Photography, presenta, per la prima volta in Italia, la collezione completa delle fotografie che, nel 1975, andarono a comporre il celebre volume “Women are Beautiful”, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee, qui proposte attraverso una serie di stampe originali, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico, in cui si mescolano ammirazione e ironia, venerazione e sarcasmo.

Un lavoro per molti aspetti controverso, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Se infatti agli occhi di alcuni interpreti le fotografie apparirono come una gioiosa riflessione sull’emancipazione della donna e sulla sensualità, altri – per la presenza di figure formose, in abiti sbracciati o minigonne, o per l’indugiare dello sguardo di Winogrand sui seni e i fondoschiena – le avvertirono invece come l’espressione contorta di una visione maschilista e misogina.

Ciò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra. Il noto fotografo Joel Meyerowitz, ha parlato di “un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contradditorie”.

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Garry Winogrand (1928-1984) nasce in una famiglia operaia del Bronx. Inizia a fotografare durante il servizio militare. Studia pittura al City College di New York e fotografia presso la Columbia University. Nel 1949 frequenta un corso di fotogiornalismo presso la New School for Social Research di New York e dal 1952 fino al 1969 lavora come fotoreporter freelance. La sua prima esposizione di rilievo si tiene al MOMA nel 1963. Nel 1966 espone le sue foto all’interno della mostra Toward a social landscape alla George Eastman House di Rochester, insieme a Lee Friedlander, amico e compagno di peregrinazioni. Con lui e con Diane Arbus partecipa alla mostra New Documents (MOMA, 1967). Ha vinto tre volte il Gugghenheim Fellowship Awards (1964, 1969, 1979) e un a volta il National Endowment of the Arts Award (1979). Le fotografie documentaristiche di Garry Winogrand sono apparse in riviste come “Sports Illustrated”, “Fortune” e “Life”. Alla sua morte, avvenuta nel 1984 a causa di un tumore, ha lasciato un enorme archivio di immagini, molte delle quali mai sviluppate. Alcune di queste sono state raccolte, esposte e pubblicate dal MOMA nel volume Winogrand. Figments from the Real World (1988). Opere di Winogrand sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, come il MOMA di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi.

Lola Garrido è una storica dell’arte specializzata in fotografia. E’ stata responsabile della collezione della Fondazione Banesto, che oggi arricchisce il patrimonio del Museo Reina Sofia. Come critica d’arte ha collaborato con i più importanti giornali spagnoli. La sua personale collezione di fotografia è stata oggetto di numerose mostre.

Il Museo MAN è un’Istituzione della Provincia di Nuoro, sostenuta dalla Regione Autonoma della Sardegna e dalla Fondazione di Sardegna.

Info:
MAN Museum via S. Satta 27- 08100 Nuoro
tel. +39 0784 25 21 10
opening hours: 10 AM – 1 PM | 3 PM -7 PM closed Monday
www.museoman.it

Addio al nubilato, addio alle inibizioni! LELO accompagna le future spose nella notte prima del grande giorno.

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Appuntamento irrinunciabile, ma anche temuto dalla maggior parte delle spose: è l’ addio al nubilato, di solito organizzato dalla testimone, dalla migliore amica o dalla sorella della sposa.

Come per ogni evento che si rispetti, il primo passo nell’organizzazione è scoprire quali sono i gusti della sposa, la sua personalità e le sue abitudini: se non le piace ballare è bandita la discoteca, se ha paura dell’acqua niente festa a bordo piscina e così via.

Il secondo passo è trovare il giorno ideale per la festa. Tradizione vuole che sia il giorno prima del matrimonio, tuttavia non è particolarmente consigliato in quanto le conseguenze di una serata brava possono influire sull’andamento della cerimonia, a volte così tanto che neppure acqua, limone e aspirina possono contrastare.

Terza regola è cercare di coinvolgere più invitate possibile: tutte insieme faranno sentire la festeggiata davvero protagonista e non sembrerà di essere state chiamate solo all’ultimo momento.

Ma come si festeggia oggi, in Italia? Drink, cibo e strip del giovanotto palestrato? Sì, ma non solo! La formula tipicamente anglosassone del “bachelorette party”, ricalcata dal modello maschile, prevede che parte della festa sia incentrata anche sul sesso.

Non solo sex toy, ma vere e proprie lezioni sul loro utilizzo, dal tradizionale a quello più creativo, su erotismo, autoerotismo e sul magico mondo dei tabù non ancora svelati.

Nient’altro che un ritrovarsi tra amiche, tra un Cosmopolitan e un Margarita, con la differenza però che una delle partecipanti, che di solito fa le veci di una sessuologa, è lì apposta per rispondere a tutti i dubbi che si hanno in fatto di sesso e rapporti di coppia.

Vietate le inibizioni, si parla proprio di tutto: dalle tecniche per un rapporto orale perfetto a come reagire a una sua possibile défaillance, fino a come far fronte a un calo del desiderio a livello di coppia.

Dopo la parte teorica, si passa a quella pratica.: sex toy, questi (s)conosciuti. Queste lezioni sono un vero e proprionuovo modo di approcciare l’argomento, con tutto il relax che si può avere tra le amiche di sempre e con l’autoironia che basta per prendersi un po’ in giro.

Ecco dunque che LELO (www.lelo.com), azienda svedese leader nel mercato dei sex toy di lusso, entra in scena, sensuale e in punta di piedi, con una selezione di prodotti ideali da regalare alle neo spose e i loro futuri mariti.

Niente di meglio che festeggiare la prima notte di nozze con un sex toy per dire sì a un’intera vita di passione.

Il Bridal Pleasure Set di LELO è elegante, lussurioso ed eccitante: si parte con la benda per gli occhi in seta, flessuosa e morbida, per passare poi a pizzicori più stimolanti con il frustino in camoscio e concludere la nottata abbandonandosi al piacere sublime di NOA™. In vendita a 199€ nei migliori sexy shop e online.

La voce del proprio partner non è mai stata così seducente se abbinata a SIRI™2, il massaggiatore musicale che vibra a tempo di musica o al suono della sua voce. Per dirsi “Si, lo voglio” anche a letto! Disponibile in 3 colorazioni a 149€.

Dolci carezze ed erotici massaggi coronano le future promesse nuziali: la candela FLICKERING TOUCH di LELO si trasforma in un olio da massaggio, delicatamente profumato, per scaldare l’atmosfera e massaggiarsi per ore. Acquistabile a 29€.

L’amore, si sa, è anche delicato e leggerissimo proprio come una piuma, per questo non c’è sensazione migliore di quella regalata dal piumino TANTRA, per trasformare un solletico in pura eccitazione! Disponibile a 29€, per volatili carezze notturne.

L’addio al nubilato è uno di quei momenti che la sposa difficilmente dimenticherà per molti anni, è l’occasione per fare festa, per chiudere un capitolo importante della propria vita e iniziarne uno nuovo con una spolverata di pepe!