Lilli, il Vagabondo.

La via principale delle città è gremita di passeggianti del sabato mattina elegantemente chiusi dentro poveri cappotti firmati ed accuratamente posizionati dietro monotoni occhiali da sole scelti per schermare uno strano sole tiepido di metà febbraio. Massificati in maniera massiccia e persi tra acquisti e pensieri e regali a cui incatenare un amore che ormai ha il sapore di un cioccolatino.
Sono correnti che scorrono fluide ed ordinate sopra gli scuri marciapiedi di pietra lavica, sono flussi costanti cui fanno eco gli immobilizzati in piedi davanti ai due bar-simbolo dell’angolo: coloro che guardano chi sei e guardano che macchina hai. Coloro che stanno sempre attenti a cosa passa sotto i loro occhi. Coloro che distolgono lo sguardo quando capiscono che non fai parte di una certa cerchia. Coloro che hanno come spalla un interlocutore virtuale che non guardano mai in faccia, perché comunque la loro attenzione è sempre focalizzata su qualcos’altro: sull’amico in biemmevù da salutare o su qualche culo imprigionato dentro strette minigonne diengì. I migliori esemplari di immobilizzati cittadini sono lì in bella mostra, unicamente per farsi ammirare come statue di cera dentro un museo, cazzo duro dentro i pantaloni e palle quadrate che strisciano a terra.
Quella dell’uomo seduto su un gradino tra l’indifferenza generale è soltanto un’immagine, un’immagine rapida alla mia destra. Uomo, zaino, bottiglia di birra e cane si compongono dentro un fotogramma che non fa parte della scena e che fa certamente storcere il naso alle statue ed alle correnti. Causa di sicuro un certo attrito alla sublime messa in scena di questo sabato mattina. Stride enormemente con le vetrine lucide e ricolme di cuori di stoffa e biglietti e pupazzi e fiori finti e palloncini rossi e scritte I LOVE YOU. L’uomo accarezza il cane disteso accanto a lui, testa e zampe appoggiate sulle sue gambe. L’uomo mostra ancora più indifferenza di quella delle correnti dentro i cappotti e dietro gli occhiali. E’ concentrato solo sul suo cane. Unico amico ed unico compagno di viaggio. Il cane in quel momento è certamente l’essere più felice del mondo perché ha gli occhi chiusi ed un’espressione canina che lascia intendere che lui non potrebbe desiderare nient’altro. Non potrebbe desiderare nient’altro che le carezze sul muso del suo padrone senza casa e senza meta, non potrebbe volere nient’altro che il tepore di questo sole di febbraio sulla sua pelosa pelle. Lui ignora chi gli passa vicino e magari si allarga un po’ schifato per andare oltre. Ignora il triste e volgare teatrino di questa città. Ignora chi osserva con aria distratta il piattino con dentro pochi centesimi di euro. Ignora di essere un bastardo. Lui sa solo che quella mano è lì. Per lui. Non potrebbe allontanarsi. Non potrebbe andare da nessun parte.
Sapete, anche i cani sognano. E quindi magari lui sta sognando. Qualche cagnetta da inseguire o qualche osso da addentare. Ma per ora il suo mondo è lì. Accanto all’uomo. Anche domani, quando camminerà dentro un’altra città e sarà sdraiato su un’altra strada. Quando sognerà ancora sotto lo stesso sole.


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