Intervista Biffy Clyro, giugno 2013

Per chi vi parla, il primo approccio coi Biffy Clyro fu a supporto dei Muse nelle due date del 2009 nei palasport di Bologna e Torino. All’epoca portarono un set basato su Only revolution, finalista come album dell’anno ai Brit awards. Quest’anno, dopo la pubblicazione del doppio album Opposites, sono stati candidati dalla rivista Kerrang come band dell’anno. Ma il loro ruolino di marcia li ha portati al doppio opening act a Milton Keynes per i Foo Fighters e l’headlining al Reading Festival.

In occasione della seconda data allo stadio Olimpico di Torino, sempre a supporto dei Muse, la band scozzese si è presentata in formazione completa, anche se la maggior parte delle risposte sono state date dal frontman Simon Neil, per una tavola rotonda.

Siete qui come supporto ai Muse, come è nata questa cosa?

“Loro ci hanno invitato e noi abbiamo subito accettato. Siamo loro grandi fan e sono una di quelle band da cui imparare molto dalle loro esibizioni dal vivo, ed hanno tantissime persone che li seguono. E’ un occasione così ghiotta che va presa al volo: in questo modo riusciamo a suonare in posti dove non ci eravamo mai esibiti prima, come ora a Torino.”

Veramente avete suonato qui di lato al Palaisozaki già con loro…

“Oh, vero. Non lo avevamo assolutamente realizzato, ma ecco cosa era familiare… comunque è stimolante ma difficile fare da spalla ai grandi gruppi. Non è paura di essere accolti male, non siamo più novellini. Abbiamo sei album dietro le spalle, ormai se c’è chi pensa che facciamo schifo pazienza… ognuno è libero di pensarla come vuole: c’è chi pensa anche che siamo un gran gruppo.”

Siete usciti con un album doppio, Opposites. Potete raccontarci come siete arrivati al risultato?

“Beh, abbiamo fatto il più bel doppio album della storia del rock (ridono). Ti prego: poi scrivi che sto scherzando. E’ un sogno di tutte le rock band e per la prima volta abbiamo capito di avere abbastanza canzoni per far sì che si potesse realizzare. Eravamo stati un po’ troppo in tour per l’album precedente e siamo quasi giunti ad un punto di rottura per lo stress accumulato e per la prima volta eravamo davvero molto stanchi. Così ci siamo presi una pausa e abbiamo cercato di riconciliarci con il mondo ritrovando noi stessi nelle canzoni. La prima parte del disco riguarda il guardarsi indietro per capire come si arrivi a non essere più felici, mentre la seconda parte riguarda il modo di uscire da questa situazione ed essere più positivi, ed è il motivo per cui si chiama Opposites. Il titolo deriva da questa ragione: non perché sia costituito da un disco acustico e uno più classicamente rock.”

Ben però hai dichiarato a NME che i numerosi brani erano “no fillers, all killers”. Allora come mai in alcuni paesi da doppio album ne è uscito uno singolo?

“Pochi negozi di dischi, in alcuni paesi sono addirittura spariti. E non volevamo che un doppio album fosse un problema… non volevamo che la nostra musica non raggiungesse alcuni paesi perché l’album viene considerato commercialmente un prodotto scomodo da proporre.”

E’ il terzo disco di seguito con Garth Richardson come produttore, possiamo quasi considerarlo come il quarto membro dei Biffy Clyro?

“Se prima dimagrisce sì (Ben ride). Sì, in fondo possiamo considerarlo così. Conosciamo Garth da molto tempo e abbiamo instaurato un ottimo rapporto, abbiamo imparato molto da lui e forse anche lui ha imparato qualcosa da noi, come lo slang scozzese, ma non penso che l’amicizia si importante per fare un disco, quanto la fiducia nel lavoro che fa una persona. Poi lavorare a un doppio album è stata un’esperienza nuova per tutti noi, quindi un nuovo motivo per avere una cosa in comune assieme.”

Opposites è stato registrato nello stesso studio losangelino dove sono nati capolavori dei Fleetwood Mac, dei Rolling Stones e dei Pink Floyd, che emozione vi ha dato questa esperienza?

“La cosa bella per noi, piccola band scozzese, ed entrare in quella stanza ci ha dato l’impulso di impegnarci al massimo per ottenere un risultato simile. Nello studio tutti i giorni vedevamo le memorabilia di quelle band e credo che alcuni avrebbero potuto sentire il peso della responsabilità, per noi invece è stato uno stimolo a fare un grande album e ce l’abbiamo messa. Anche se poi i risultati magari saranno al di sotto delle aspettative, per noi è una grande opportunità. Poi la musica è una cosa bellissima, può riuscire a fare grandi cose, lo sapete anche voi.”

I 24 brani che compongono Opposites, sono frutto di una selezione di 45 pezzi scritti da Simon, pensate che in futuro qualcuno degli esclusi sarà recuperato?

“Non credo. A noi piace iniziare un lavoro da zero, un foglio bianco per intenderci. Spesso se scrivi un pezzo e lo lasci li per un po’ di tempo, quando lo riprendi può capitare che nel frattempo siano successe delle cose non lo rendono più attuale. In due o tre anni nella vita può succedere di tutto e cambiarti. Per questo non siamo fan dello scrivere un pezzo e lasciarlo per il prossimo album. Andiamo di getto, iniziamo, scriviamo e registriamo. Quando scrivo canzoni voglio esprimere esattamente quel che provo in quel momento e in quel periodo della mia vita. Faccio d’istinto: dipende tutto se sono di buono o cattivo umore. A volte non è bello quel che trasmetto, ma penso che i due lati della personalità si completino a vicenda. Credo sia molto evidente nei miei testi, a volte nutro speranza, altre no. Cerco solo di essere onesto, non cerco di arricchirmi facendo musica come obiettivo principale.”

Però un pezzo come Spanish Radio è piuttosto diverso rispetto a tutto quello che avete fatto. Un nuovo percorso o ricerca di sonorità differenti?

“Ci piace fare cose che forse altre band non farebbero e Spanish Radio è una di queste: un esempio di una rock band che scrive una canzone inserendo un motivetto mariachi, magari qualcuno penserà che sia una delle cose più brutte che abbia mai ascoltato, ma per noi la bellezza risiede nel prendere rischi e finire di produrre qualcosa di magico. Non vogliamo essere soltanto una normale rock band e vogliamo provare cose che altro non farebbero, per paura a volte di poter risultare ridicoli. Già negli album precedenti per esempio avevamo messo delle parti dance o reggae in mezzo ai brani, come in Bubbles o Machines… ed avevano funzionato. Alla fine quasi tutto è possibile e potenzialmente può funzionare: magari l’unica cosa non fattibile per tre ragazzi scozzesi è un coro gospel.”

Tra le novità dell’ultimo lavoro c’è anche la vostra assenza nei video dei singoli…

“Non compariamo negli ultimi due video e la cosa è abbastanza inusuale. Forse perchè i pezzi rendono meglio con un video a livello più cinematografico. La fortuna è che eravamo in California e questo ha aiutato. Non credo che se i video fossero stati girati in Scozia , sarebbero stati così d’impatto, specialmente la scena dell’ incidente. Comunque col prossimo video pensiamo di tornare al vecchio format con noi che suoniamo.”

Ecco, i video per i singoli di questo album sono molto cinematografici, è per via di Los Angeles o…

“Penso che volessimo provare qualcosa di nuovo e lo stare in California ci ha aiutato. Non compariamo mentre suoniamo come facevamo prima negli ultimi due video e la cosa è abbastanza inusuale per noi. Forse perché i pezzi rendono meglio con un video a livello più cinematografico. Ti immagini a fare le stesse scene in Scozia? Pensa alla scena dell’incidente come poteva risultare… diciamo meno efficace.”

Ma no, non sei così male a recitare, Simon.

“Ti ringrazio (ride), ma è meglio fare solo il musicista… credo che sin dal prossimo video torneremo al vecchio format di noi tre che suoniamo.”

Sempre per quanto riguarda le arti visive: la copertina di Opposites è abbastanza evocativa…

“La copertina è stata ideata da Storm Thorgerson, che sfortunatamente è mancato un paio di mesi fa. Il significato è la bellezza che cresce in te, la bellezza che esce da te stesso e che viene dal dentro C’è stato un momento in cui quell’albero era spoglio, proprio come nell’immagine, e a tenerci uniti sono stati i tanti anni condivisi in passato. Se la copertina del disco fosse dovuta uscire adesso su quei rami dovremmo mettere dei fiori.”

Avevo in mente proprio questo come punto in comune tra voi e i Muse: avete sperimentato bene o male le stesse problematiche interne al gruppo (problemi di alcolismo sia del bassista dei Muse, che di Ben Johnson il batterista dei Biffy, ndr) e avete una fan base in comune che è felicissima di vedervi in Italia ma non avete molto suonato qui da noi…

“I Muse ci sono stati molto di aiuto (parte per caso dal campo la prova di Guiding Light e Simon mima il movimento delle mani ondeggiante ridendo perché per lui era la canzone adatta di sottofondo alla risposta) per quanto riguarda il nostro periodo no. Chris (il bassista dei Muse) è stata una persona fantastica e ci ha offerto il suo aiuto personalmente, dicendoci come era stato per lui e come era riuscito a superare il suo problema. Insomma: ci hanno incoraggiato e si sono proprio fatti sentire sapendo che stavamo passando un periodo difficile.  Sì, per quanto riguarda la seconda parte e l’essere stati così poco in Italia… quando dicevi che eravamo a suonare qui l’ultima volta? 3-4 anni fa? Wow. Sì, è troppo tempo. Ci dispiace, e da qui in poi vedremo di recuperare… già torneremo a Novembre a Bologna e per una seconda data non sappiamo dove. E’ un inizio. A tutti i fan italiani chiediamo scusa e li ringraziamo per la loro pazienza…”

Siete una band molto appassionata sul palco, ma avete registrato un album doppio… quindi molto lavoro in studio. Come conciliate queste due dimensioni diverse?

“Penso che fino a un paio di album fa questa cosa ci creava più problemi, e cercavamo di avere lo stesso approccio che con i live, e cercavamo di metterci tutti noi stessi e fare qualcosa di impatto. E’ diversissimo. Suonare dal vivo è più istintivo: dai e ricevi, è una cosa che accade in quel momento dove hai delle sensazioni anche trasmesse dal pubblico, e cerchi di trasmettere al massimo le tue emozioni. Quando sei in studio ti concentri sui testi, a ragionare sui pezzi, scoprire magari nuovi suoni… Col tempo abbiamo imparato quale fosse la direzione che volevamo prendere ed è stato tutto più semplice, ora le canzoni sono più robuste e noi siamo maturati molto come musicisti. Inizialmente ancora quando registriamo non siamo così focalizzati su quel che succede, poi ci si prende il panico e ci chiediamo che cosa stiamo facendo, se sperimentiamo troppo e come suonerà dal vivo. E’ sempre un azzardo, ma cerchiamo di ricordarci che siamo tre ragazzi che fanno rock and roll e che cercano di fare qualcosa di differente e non dobbiamo farci tanti problemi…”

Per farvi seguire al meglio dai fan durante questa lunga serie di concerti avete proposto l’hashtag #summerofbiff o negli show invernali #monthebiff. Come vi rapportate ad internet come band?

“Beh, internet è ora come ora il veicolo migliore per comunicare e ringraziare immediatamente i propri fan. Però cerchiamo un po’ di prendere le distanze e non farci influenzare dal mezzo: a volte se leggi i commenti dopo un concerto ti imbatti magari in gente che avrebbe preferito un’altra scaletta o si lamenta perché mancava un pezzo… quando siamo in tour cerchiamo di non guardare internet per niente, facendo in fondo come le rock band degli anni passati. Spero che non sia una risposta deludente per qualcuno…”

Per quanto riguarda le vostre numerose esibizioni ai festival c’è anche la partecipazione al Coachella 2013. Come è stata e come cambia rispetto ai festival europei?

“Al Coachella era pieno di gente sobria, se pensi è cosa molto strana per noi che veniamo dalla Scozia, in più il posto era splendido e non c’era fango! L’unico problema è stato il caldo del deserto che ti toglie le energie, ma suonare lì è stata una delle esperienze più divertenti che abbiamo mai fatto, e avevamo sempre sognato di suonarci, per di più questa volta c’era una grande line up. La cosa bella dei festival è che ci sono persone con culture e motivazioni diverse, ma una volta che lo show inizia potresti trovarti ovunque. Per gli americani l’approccio al festival è diverso, molto più come assistere a uno spettacolo o andare al cinema… invece per noi europei un festival è un’esperienza totale dove ti massacri quasi: tre totali giorni di delirio.”

(rumoremag.it)


Rispondi