Lombardia stocavolo.

Se nelle comunicazioni per il passaggio del digitale terrestre continuano a dire solo come regione la Lombardia è vero che il DTT è tutta una macchinazione di Silvio.

[cioè, io devo comprarmi ancora il bagaglio lì per poter vedere su Raidue tutti i miei programmi trash preferiti]

[Snobba l’Emilia perché è rossa?]

[Bruti]

Vi amo ma vi sputo perĂ².

Wien: HofburgIn realtà non so ben spiegare se Vienna mi piace o meno.
Dovremmo fare una classifica ragionata di quelle che si danno i punti come quelle serie: del tipo che tu hai 5 punti per ogni qualità che si va a investigare nella città e ci dovresti tirar fuori una classifica che però -come si direbbe in Venturese- non è molto di pancia.

Quindi Vienna non è che è proprio non so, una cosa riconducibile a un rapporto di lavoro gradevole.
Una che una volta ti è completamente estranea e una volta ti da noia. E volte che come questa te ci hai freddo, ma di un freddo però ti escono foto fighe così.

E poi ti vai a ingozzare la Demel (che è uno dei motivi per cui andare a Vienna, diciamocelo, anche se la Esterházy a me garba di più quella ungherese con le mandorle)

[però ad esempio il trasporto pubblico nel Viennese è una cosa fighissima, magari ci fosse da noi, e invece. E anche tante altre cose, tipo i locali. Però boh. La pancia]

Promocosisulblog

Salve. Sovente (3 volte) avrete visto lo scorso mese avrete visto dei post sponsorizzati. Lo so che i duri e puri diranno "ah, venduta" ma chiariamo: ho scritto di cose che mi garbavano e in cui credevo (non avrei scritto daaa pleistescio ad esempio, perché checcazzo c’entro io) (ossia: pensate, hanno presentato una cosa nuova di videogiochi e hanno invitato dei blogger, e quei blogger che sono andati non si son vergognati di non essere del settore e aver diciamo preso inconsapevolmente il posto di gente invece più consapevole e interessata) (magari la è una cosa eticamente più strana quella che pigliare dei soldini che poi reinvesto in concerti per parlare di altre cose di cui mi fa piacere) (punti di vista) (come l’uso delle parentesi)

Se questi post vi offendono mi spiace, ma sinceramente io son trasparente e non accetterei nulla che mi turbasse.

Eppoi io son l’unica che col blog non ci ha mai guadagnato un kaiser non essendo: una digitalsalcazz, una residente a milano, una che è arrogante con tutti e che se la tira e fa pesare quanto è brava-figa-intelligente e quindi la fa cascare così dall’alto che tutti le scodinzolano intorno.

Ossia, non so fare marketing alla mia persona, volete che ci riesca bene volendo a una cosa? Ecco.

Cosa è promodigital? PromoDigital è una community che mette in relazione i brand con i blogger. Potete parteciparci anche voi perché l’adesione è gratuita. E’ una azienda seria, che è ora parte del gruppo Wikio, gruppo di comunicazione specializzato nell’ambito dei social media. Le persone che ci lavorano sono molto gentili, ho chiesto spesso spiegazioni (sì, anziché leggere FAQ o spiegoni: che brutta persona) e i fatti mi cosano.

Attraverso la loro piattaforma potrai avere accesso a contenuti esclusivi, utilizzando la tua creatività ed il tuo stile per partecipare alle campagne. Creare quello che una mail di spam per agriturismo (no idea perché l’han mandato a me) ha definito rumoretipovolodicalabrone, ossia il buzz.

Avrai così la possibilità di guadagnare grazie al tuo blog in 2 modi:

1-CAMPAGNE DI VIDEO SEEDING (postando sul tuo blog dei video con un contenuto generato da un brand. Per i video è necessario che il nome e il logo del brand sia collocato in una posizione visibile a tutti i visitatori).

2-SPONSORED CONVERSATION (scrivendo articoli su un prodotto o servizio. ogni articolo scritto per una campagna richiede la presenza della voce “sponsored conversation” . Il post, il più delle volte, viene redatto dopo un evento o una prova prodotto in anteprima, coinvolgendo il blogger in maniera esclusiva ed “esperienziale”).

Per i blogger, PromoDigital, è un modo per valorizzare la propria creatività ed expertise, avendo la  possibilità di monetizzare i contenuti.Tutti i link inseriti nei contenuti sponsorizzati sono links “no follow”.

Articolo sponsorizzato

Topindo che rasa le aiuole.

Ringraziamo innanzitutto Rodesindro per averci prestato Topindo come manovalanza.

Topindo e la rasatura. Abbiamo ricevuto (del resto trappoco è il nostro genetliaco) (sì, sentitevi obbligati) un pacco dalla Wilkinson, che sicuramente avrà letto che:

  • Nonostante al mare ci scambino per tedesche e si mettano a declamarci menù in lingua teutonica e nonostante in città crucche ci chiedano indicazioni per l’aeroporto, nonché ci chiedano informazioni in ungherese in Andrassy ut e noialtri si rimanga così, basiti, f4, à la Boris si è molto mediterranee.
  • Il casino è che si è mediterranee in due cose che non si vorrebbe: i fianchi che fanno provincia e i peli che paiono baobab se non li si cura almeno una volta ogni 10 giorni pazientemente.
  • Voi dite: la ceretta. Io sono la sagra del capillare. Ogni volte che debbono usare il bisturi quello classico su di me i chirurghi bestemmiano. Un si pole, quindi. O l’epilatore strappapeli (tanto nelle gambe chi ha sensibilità? Non io) o il machete.
  • Topindo e la rasatura.

Ecco, avendo letto di machete magari si son sentiti in dovere di farmi conoscere la civiltà, e io li apprezzo.
In pratica è il solito rasoio con testina snodabile, quattro lame ultrasottili e due bande ammorbidenti che distendono la pelle per una rasatura impeccabile. Il manico ergonomico consente una presa sempre sicura e un’angolazione ottimale su tutte le curve del corpo. 
Poi c’è questa cosa del trimmer che te lo regoli e ti rasa le parti in modo che te puoi regolare le cose là in modo che non diano ingombro. Ecco.
Tipo se ora quella che prende il sole vicino la fontana condominiale in bikini l’avesse usato noi amanti del buon gusto l’avremmo ringraziata. Ma non l’ha fatto. Eppure ‘sto coso è già nei supermercati e vi costa 10,90 pila inclusa. E invece.

Topindo e la rasatura. La novità del prodotto sta anche che, praticamente dopo che te hai fatto una sessione di stretching aerobico per disboscare un po’ il tutto, puoi dedicarti anche alla parte artistica che c’è in te. Infatti nella confezione potrai trovare alcune formine per divertirti scegliendo le zone da depilare e quelle a cui vorrai dare una forma più “artistica”. Oh, dicheno che va tanto di moda.

Al Mattatoio, sabato scorso.

Carpi & Schegge di Liberazione
Qui c’è quell’omino del Manicardi che spiegava cosa fosse "Schegge di liberazione". Un ebook, che se lo cercate su google lo trovate (cit.) ma anche se cliccate qui.

Il mio è dopo il salto, quello che ho letto è qua (grazie, Davide)
Alla faccia di chi dice che festeggiare ancora una cosa di 65 anni fa è da scemi.
——

Quando si discute di morti sul campo a volte sembra che si faccia del mero celolunghismo: che si sia stati più bravi se son morti di meno o viceversa morti di più. Come se contasse essere più svantaggiati, più martoriati. Come se le azioni eclatanti siano più importanti della vita di tutti giorni.
Come se ci fosse una classifica del dolore.

Come se le donne non avessero contato un tubo, quando si doveva scrivere la storia su carta. Fatta di nomi e uomini. Con donne ricordate come eccezioni, non come normale quotidianità di persone che non si sono volute mettere in mostra e viceversa neppure assuefarsi a schemi che andavano contro le libertà personali come individuo.

In Italia, fino all’inizio degli anni sessanta, scarsa attenzione è stata rivolta a tutto ciò che riguardava la Resistenza; in seguito la storiografia si è rivolta prevalentemente all’analisi della Resistenza come lotta armata o al dibattito ideologico e strategico legato alle varie componenti politico-partitiche del movimento.
Poi si è iniziato ad esaminare il ruolo delle donne all’interno della Resistenza: con numerosi distinguo di categorie e sottocategorie.
Certo, in molti casi le donne con le loro diverse storie di vita rivelano un intreccio tra la loro dimensione personale, politica e culturale; purtroppo queste storie rischiavano di essere perse o soltanto tramandate in famiglia, e sono ricostruite in studi che si sono effettuati solo quando il femminismo è prevalso come corrente culturale, negli ultimi vent’anni circa.
Il più delle volte, è vero, le storie delle donne sono legate a degli uomini, e non solo per amore ma anche per convinzione politica che poi ha portato a condividere lo stesso destino e poi portare affetto e altri sentimenti al di là della situazione grave che si stava affrontando.

È opinione diffusa che gli atti di resistenza delle donne siano stati meri atti privati, mentre quelli degli uomini avrebbero rappresentato vere e proprie azioni
eroiche e patriottiche. Questa interpretazione si fonda sul ruolo che generalmente le donne assunsero nella Resistenza, esse infatti furono più attive nelle strutture di
appoggio, anziché nelle azioni militari o politiche, oppure parteciparono ad azioni meno eclatanti e che ebbero minor risonanza. Ancora, il ruolo ricoperto dalle
donne nella stessa resistenza armata è spesso considerato ausiliario e nonfondamentale. Invero, le cose non sono andate proprio in questo modo.
Ad esempio i battaglioni femminili di agenti di collegamento furono molto importanti ed efficaci nell’ambito dei servizi di informazione e delle reti di assistenza per fuggitivi, anche se non parteciparono direttamente alle gloriose imprese dei combattenti, esse tuttavia ne rappresentarono il sostegno logistico grazie ai servizi di assistenza cui dettero vita al fine di fornire cibo, alloggi e documenti falsi agli stessi combattenti.

Poi naturalmente le storie personali, ciò che accadeva per mano di altri uomini agli uomini della propria famiglia portava le donne a reagire in modo attivo: quando vedevano che fratelli o mariti venivano incarcerati scattava il  lì o ci si salvava tutti o nessuno. Quando il fratello fa la scelta partigiana, diventa staffetta, porta borse piene di soldi, viveri, informazioni. Oppure s’andava a condividere con il marito la vita alla macchia insieme ad un’altra donna, sperando che non arrivasse mai il rastrellamento fascista. Amicizie che trascendevano il ceto sociale, e portavano intellettuali a fianco di contadine unite nel fare da staffetta della Resistenza o nel riflettere anche attivamente e poi essere in prima linea nella politica del dopo Liberazione. Certo, poi si sono aggiunte quelle che come Vera Aldinucci Avanzati hanno avuto una vita che è stata da spettatrice attiva nella resistenza: cresciuta con un padre che era un eccellente esempio di impegno antifascista, finisce poi di maturare la sua partecipazione alla Resistenza dopo l’incontro con Fortunato Avanzati, Viro, comandante della mitica banda Spartaco Lavagnini.

Oppure Walkiria Terradura. Una eugubina del 1924 che al congresso di Chianciano dell’ANPI nel 2006 parlava ancora con entusiasmo di tutto quello che le era accaduto: Walkiria comandò a 18 anni una squadra di uomini, "il Settebello", nella Quinta Brigata Garibaldi "Pesaro". Fu protagonista di azioni di sabotaggio e incursione contro le forze nazifasciste occupanti il territorio. Al termine del conflitto fu decorata con medaglia d’argento al valore per aver attaccato ed annientato, assieme ad un compagno, un convoglio nazista di passaggio. Fra le altre decorazioni, oltre la Croce al merito di guerra, fu insignita della Croce di Cavaliere al merito della Repubblica. Le fu riconosciuto il grado di Sottotenente, comparato a quello di ispettore organizzativo ricoperto nelle formazioni partigiane. Raccontò di quando lei era ragazzina e una notte quelli dell’Ovra, armi in pugno, circondarono la casa per prendere suo padre avvocato antifascista e lei riuscì a spingerlo in una intercapedine del soffitto. E i fascisti non lo trovarono.
Poi scapparono lei, la sua sorellina dai capelli rossi e il padre sull’Appennino. E nei boschi, trovarono 139 jugoslavi fuggiti dalla prigionia, 33 russi, alcuni prigionieri inglesi e un gruppo di soldati italiani. Costituirono tre battaglioni diversi di partigiani, con molte ragazze. E lei spiegò come fu proprio la sua Resistenza: «Guarda, io non ho fatto la staffetta, ma ho proprio combattuto con il mitra “Sten” in pugno. Ricordo tutto: le facce il freddo, la paura. Avevamo fatto saltare il ponte di Apecchio, a due passi di Città di Castello. Le cariche di dinamite erano state preparate e sistemate da Valentino, uno splendido guastatore dell’esercito. Qualche tempo dopo, i nazisti lo presero, lo torturarono e lo fucilarono. L’azione era andata benissimo, ma poi abbiamo visto arrivare i rinforzi: tre camion carichi di tedeschi. Ci siamo sistemati al riparo e quando gli autisti si sono accorti che il ponte non c’era più, si sono messi a fare manovra. A quel punto abbiamo attaccato. Con mio padre e mia sorella, siamo rimasti in montagna fino alla fine ed è proprio a ridosso della linea Gotica che ho conosciuto quello che poi sarebbe diventato mio marito. Dopo, ho saputo che uno dei miei fratelli era andato a combattere con i partigiani in Jugoslavia e l’altro, invece, era finito in India prigioniero degli inglesi. Alla fine mi sono trasferita in America con Alphonse e ho avuto i figli. Dopo un anno siamo tornati. Perché? Era il periodo del maccartismo e non ci è piaciuto».

Poi pensando alla Resistenza pensiamo sempre, almeno noi sotto i trentanni che l’abbiamo studiata a scuola in quelle tre lezioni che ci separavano dalle prove di simulazione della terza prova all’esame -e non sapevamo neppure se ci fosse stata storia- a uomini delle nostre campagne o delle montagne che si nascondevano e poi arrivavano a fare rappresaglie contro il Regime.
Ad esempio pensare che gli ebrei abbiano fatto la Resistenza è abbastanza fuori dalla nostra portata.Per quanto concerne la resistenza ebraica occorre però fare alcune precisazioni: numerosi ebrei fecero parte delle organizzazioni e dei movimenti di resistenza nazifascista partigiana presenti un po’ ovunque nei paesi occupati; alcuni dettero vita a un proprio gruppo di resistenza dentro e fuori i ghetti; i più numerosi furono però gli ebrei che resistettero al nazismo contravvenendo agli ordini impartiti all’interno dei ghetti e dei lager. Per quanto concerne le donne ebree, esse presero parte a tutte queste forme di resistenza. Dal ribellarsi alle Kapò dagli ordini di produzione delle merci all’interno dei campi a vere piccole rappresaglie che potrebbero essere esemplificate come piccole scaramucce tra donne, se non fosse stata la situazione così gravemente paradossale.

In questo senso, quindi, la resistenza fu ogni atto di solidarietà e di mutuo soccorso. Ogni attività clandestina di tipo culturale, politico o religioso, e, infine, il pensiero che non si uniformava a ciò che la dittatura, nazista o fascista, voleva comandare. Un modo di pensare che non ci dovrebbe abbandonare mai.
La volontà di sopravvivere e il non darsi per vinti al nemico costituiscono due forme di resistenza; forme che, mi pare, le donne hanno opposto in larga misura, così che il solo fatto di essere sopravvissute è di per sé il loro più grande atto di resistenza: le temibili ebree procreatrici di futuri vendicatori hanno resistito alla barbarie nazista, hanno affrontato e talvolta superato torture e sofferenze indicibili, e una volta libere, hanno creato nuove famiglie e generato quei figli tanto temuti e disprezzati dal nazismo: quale miglior atto di resistenza, mi chiedo, potevano dunque riservare le ebree al progetto di sterminio voluto dal Führer. O quale atto migliore è stato quello delle tante donne staffette o nella macchia di portare avanti i propri ideali in se, magari in grembo -con una doppia valenza- per poi formare i propri figli testimoniando cose che non dovrebbero accadere mai più. Piccole cose, ma unite in enormi atti di coraggio a cui dovremmo rendere omaggio più spesso.

Carpi, Emilia.

Ieri sono stata a Carpi, in realtà ci sono stata poche ore, ma ormai sto così poche ore anche in casa che insomma, ecco, siamo lì.

Carpi è grossa di abitanti quanto Viterbo, ed è incredibile. Solo che le bevande mi han detto che costano di più e i vecchi sono scazzati. Carpi è bellina, ci ha ‘sta piazza gigantesca che tu non ti aspetti e che gli invidi anche un po’. Ma ecco, questa non è serenovariabile e non è uno spot a Carpi, che però è bellina e una volta nella vita, ma anche due o tre, e anche dieci, se vi capita di andarla a vedere è un piacere.

Ieri però c’era quella cosa lì che molte persone di internet, che c’è anche gente interessante, han mandato dei pezzi che son stati raccolti qua (a pagina 79 c’è anche il mio, ma è un saggio, e mi han detto che è lungo: io però l’ho scritto in un’ora e mezza ciattando, quindi boh, a me sembra corto. Ma ieri quando mi han detto che era troppo lungo quindi "tu ora dic una poesia" mi son sentita tanto il suzukimaruti dell’emiliaromagna) e poi alcuni di questi pezzi son stati letti lì a un locale che si chiama Il Mattatoio. Ed è stato tutto bello, anche perché c’era gente con cui ci stimiamo tantissimo e quindi siamo stati lì prima a parlare e dirci cose e ridere. E queste cose son belle e fan bene. Ed è bello, ecco. Amici.

Terzo Valore

Uno dice la crisi e le robe del genere. Solo che noi italiani abbiamo anche un cuore d’oro. Ho finito con i luoghi comuni? Sì’. Tranquilli, mi davo noia da sola. C’è un progetto nuovo di cui vado a parlarvi e che sistema la dicotomia tra braccino corto e animo nobile.

Terzo Valore è la piattaforma internet, realizzata da Banca Prossima, in cui è possibile scegliere il progetto No profit che preferisci sostenere, contribuendo così alla sua realizzazione. Nell’ambito di  questo progetto sono tre i gli attori che entrano in scena:

  • L’organizzazione
  • Il cittadino
  • La banca

Gli strumenti innovativi di finanziamento, di cui si serve Terzo Valore sono due:

  • Prestobene: oltre al finanziamento erogato dalla banca, il cittadino/utente mette a disposizione del progetto che sceglie di sostenere, una somma di denaro, successivamente restituito con un interesse definito insieme all’organizzazione; dal punto di vista delle associazioni si aggiungono risorse alle donazioni tradizionali, diminuendo la dipendenza dai conti pubblici.
  • Donobene: si tratta di un sistema di donazione multipla, per cui il cittadino/utente dona una somma di denaro all’organizzazione che vuole sostenere. La somma viene erogata solo nel momento in cui ci sia una cordata di associazioni disposte a passarsi la donazione l’una con l’latra. L’organizzazione che riceve il primo dono determina la lista delle altre associazioni che potranno, così, usufruire della cordata solidale. In questo modo s’innesca una catena di lavoro coordinato e condiviso in rete. Il dono si esaurisce solo per effetto d’inflazione.

Entrambe le tipologie di finanziamento saranno rendicontate in maniera trasparente e completa, ed effettuabili da qualsiasi cittadino, proprio come accade nelle donazioni tradizionali. La cosa figa però è che tu in un certo qual modo scommetti (anche se non etico dire che scommetti) con il prestito nonché finalmente può venir meno un altro tabù: a volte per pudore ci vergognamo a parlare e a cercare di convincere altri della bontà di un progetto e della validità di donare per questo. L’esistenza di una community web sensibilizzerebbe altri che magari non sono ancora arrivati a pensare al mondo del No profit e stimolare un confronto sull’importanza della condivisione tra persone attive in questo mondo. Quindi non so, magari io vedendo tizia che mi parla dell’impegno che ha preso nei confronti della fondazione Don Gnocchi mi interesso anche io e mi accodo. Come se fosse un passaparola su un prodotto, però di solito c’è pudore. In questo modo verrebbe meno il tabù della beneficienza fatta e subita e magari viene più incentivato con il sistema del prestito, visti i tempi che corrono etc etc

Da maggio, collegandosi al sito http://www.terzovalore.com sarà possibile vedere i progetti proposti dalle associazioni. Da giugno sarà attiva una community dove sarà possibile confrontarsi e discutere sulle organizzazioni, sui loro progetti e sul valore del dare. La ONP e i relativi progetti, saranno selezionati da Banca Prossima e Vita Consulting.

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Schegge di Liberazione.

Il 24 a Carpi fanno questa cosa figa qui sopra.
E ci sarà anche un ebook presto scaricabile con un mio (perdibile) contributo dentro che parla di donne (poi prima o poi mi tacceranno di femminismo) (in realtà son così tiepida di convinzioni che l’unica corrente a cui posso far riferimento è l’idolatria dei Muse) (una moderata) (no, non pierferdy)

Il Many ha raccolto dei racconti a tema (pensava pochini, alla fine siamo giunti ad oltre 50) ed è uscita fuori questa iniziativa bellissima. Siateci, mi raccomando, se possibile. Questo è il programma.

[poi il fatto che avrei voluto scrivere un’altra cosa ma non l’ho fatto sennò mi sarei commossa e avrei buttato al cesso mesi e mesi di costruzione del personaggio della persona "criticona a tutti i costi" è un altro risvolto]

Prezzemolismi.

Non so, del funerale odierno ci sono tante cose che stonano, ma del resto quando c’è di mezzo la televisione è un po’ sempre così. E anche quando c’è di mezzo un uomo con molto fondotinta che abbraccia anziane prossime alla morte vicino al feretro del marito le cose devono essere un po’ in questo modo, che René Ferretti di Boris direbbe con la locuzione "a cazzo di cane".
Quindi è un po’ un pugno allo stomaco, rispetto alla dignità di un uomo che ora non può alzarsi e mandare affanculo random chi è lì. E che non l’avrebbe mai fatto, da tanto era signore.
Il problema che sta emergendo è un po’ tutto il tour dei funerali che sta facendo Pippo Baudo. Non so, da Mike, da altri, ci deve essere sempre il discorso celebrativo, l’elegia al morto fatto da Pippo Baudo. Col suo gusto, la sua finezza, come una kettelball sulle gonadi. Con le sue parole di troppo, con il suo egocentrismo anche in momenti in cui non serve un cazzo. Boh. Non so. Anche tu non è che stai benissimo, quindi essere più umili e meno ingombranti? Pare brutto?
La finezza ormai non esiste più.
Ormai aspetto pacchetti caroestinto con tanto di comparsata baudiana a 300 euro iva inclusa.

[la fotoshoppata sopra, che mi ha fatto pensare al tutto… ma anzi, ripuntualizzare il tutto, è di un certo Fratello Abbate su Friendfeed. Che gentaglia quella dei socialnetwork]