Apologia del grissino.

[sottititolo: son cose (cit.)]

Genesi: questo post nasce da uno stimolante quanto improbabile scambio di email avuto col signor Personalità Confusa. In una sorta di outing, adagiata non sul lettino dell’analista ma sul banner di gmail a parlare di quel prodotto originato dalle fornerie torinesi per uno dei Savoia.

Il post urge di stesura per via delle coincidenze: oggi mi è arrivato il pacco Barilla per il premio dell’essere stata cavia-assaggi. E cosa c’era di bello? Quattro pacchi di grissini. E visto che col Confuso si parlava proprio dei “grissini fatti a Parma, in via Mantova e denominati Torinesi” e del procedimento con cui vengono stirati i grissini [gli stirati all’acqua non significa che ci si giovi della vaporella eh…]

In attesa del post confuso mi dedico al mio rigagnolo di ricordi: quando ero piccola e gironzolavo per quella foresta (di sedie) che era la sala pranzo dell’hotel. L’unica cosa commestibile che si poteva cacciare in mezzo a tutto ciò era il famoso grissino di Chianciano. Busta bianca monodose [mono, ce ne erano ben 5], scritta rossa con qualche bordino blu. Eh, quanti ne ho uccisi, di grissini [anche eprchè al di fuori dei grissini e del formaggio ‘un si mangiava punto… Che cmq mi scervellavo anche per togliere la quantità di buste giusta, e che non arrecava danno al cliente, dai cestini verticali infissi là sui tavoli con sotto le sedie di cassina].

Tutto molto bello…

Chissà se si troverà ancora la vecchina, nella panetteria torinese, che mi stira con le mani unte d’olio d’oliva i grissini uno ad uno fino a renderli sottiiiili sottili come quelli in giandujottonia….

[on air: U2- One]


0 thoughts on “Apologia del grissino.”

  1. < >

    Prima o dopo essersi soffiata il naso e fatta la ceretta con il nastro adesivo per pacchi? (si chiede Rigagnolo)

    Rigagnolo (che mò accarezza la cana e poi va a fare un pò di grissini)

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