Trittico edue.

Ordunque, ci eravamo lasciati a me che entravo nella necropoli.
Ora, magari glissiamo su qualcuno che spiegava il magico mondo delle sepolture etrusche un po’ come avrebbe fatto Alberto Angela, ovvero distorcendo i termini e le parole fino ad allungarle e appoggiandosi un po’ ovunque come se fosse casa vostra facendo delle faccette un po’ strane. Glissiamo anche perché in quei momenti la vergogna viene meno ma mi rivergogno a raccontarlo, ecco.
Orbene, comunque alla fine, girando e vagando, si giunse nuovamente a uscire dall’ingresso della necropoli [che belle, queste similantitesi] e si prospettò un problema:

"Ehm, ma il pranzo come era?"
"Al sacco, ovviamente…"
"Già, ovviamente. Beh, bene, ecco… io e la mia collega andiamo già a Tarquinia e ci troviamo quindi alle 14:30 difronte al museo… in caso di ritardi potete avvertire…"

Sì, dunque, io e la mia collega andammo a Tarquinia. Giunte lì però alle 13, quando i negozi erano chiusi, serrati, sbarrati.

"Ehm, senti Francè, io vado a salutare la Enza… solo che è meglio che non ci facciamo vedere insieme…"
"…"
"Perché sennò non mi passa più il lavoro…"
"…"
"Ci vediamo direttamente al museo eh?"
"Ma anche direttamente per tornare a casa."

Alché mi inerpicai su per la salita che da Barriera San Giusto porta alla piazza del locale Municipio. La solita pizzeria chiusa, l’altra pizzeria chiusa, tutto chiuso, tranne un bar.
Entro nel bar, sono avanzati solo 4 tramezzini. Non quattro tipi, quattro di numero. Sembra che vi perculi se vi dico che la cosa che mi ha sconvolto, da quando sono in Emilia, è la possibilità di mangiare fuori orario al bar trovando tantissime cose?
Ecco, temo derivi anche da quello. Presi un tramezzino tonno e olive. Dico, tonno e olive? che cazzo di accostamento è? Ma era l’unico che aveva un aspetto semi decente. Lo pagai ed uscii di fuori, a sedermi sotto la colonna dedicata a Garibaldi, a guardare il mare, a mischiare quei centimetri di pane e tonno col succo all’ananas che avevo in borsa. Mi chiamò la mamma:

"Pulcicchiotto, tutto apposto?"
"Sì."
"Hai mangiato."
"Sì."
"Mmm, cosa?"
"Mah, non c’era molto da scegliere. Di alla nonna di preparare la qualunque e la qualcosa stasera che avrò una fame della madonna…"
"Ah. E la scimunita con cui ti ho mandato?"
"Mah, è al giro, poi ti conto stasera. Ciao mammì…"

Mi giravano i coglioni. Piuttosto perché sapevo che mentre stavo bevendo il caffè lo stomaco già si stava svuotando, sebbene stessi già producendo ruttini molto soft al sapore di tonno e olive.
Ringraziando il cielo arrivò il gruppo, salimmo subito al primo piano del museo visto che al piano terra c’era un torpedone di turisti alla sala dei sarcofagi che neppure a Gardaland a ferragosto si vide tanta gente.
Dunque feci accomodare gli studentelli stanchi [stanchi? stanchi voi che avete mangiato??] di fronte al pezzo pregiato del museo: i cavalli alati.

"Bla bla guardate come l’artista riesce a rendere bene plasmando una materia povera come l’argilla tutta la tensione muscolare, i tendini contratti, lo sforzo di questi cavalli così reali ma ingentiliti e resi degni di una divinità dal particolare delle ali… bla bla perché stavano trainando, e non ci è giunto il resto dell’altorilievo del frontone perché la terracotta è un materiale eccezionalmente deperibile, il carro di ehm…"

Avete presente la pubblicità del non ci vedo più dalla fame? ecco, lì buio totale…

"… mmm, come si chiamava lì, la sorella di Apollo… io con le parentele non ci ho mai preso. Ovvìa professore, mi aiuti lei, ché le insegna ste cose…"
"Ehm… insomma…"
"Nulla eh? Mah, dicevamo. Ah, sì, il carro della dea Diana."

Ecco, insomma. Diciamo che a metà visita mi trovai il gruppo molto più cospicuo di unità in quanto quelli dell’altro turno si accorsero che con me si rideva di gusto. E allora la collega si trovò con 20 persone e io circa ottanta, che ormai quando ridevano aiutati dalla eco delle stanze era un casino assurdo. Ma io ero in marcata ipoglicemia e ormai ogni quattro cose serie sparavo delle battute a caso.
La collega, infine, arrivò anche lei in fondo.

"Ma tu come fai a fare il museo in quaranta minuti?"
"Parlo velocemente."

Arrivammo alla altra necropoli, con il vecchio guardiano che quando mi vide iniziò a chiamarmi come al solito col titolo di dottoressa, titolo che mi ha sempre dato fino alla pensione solo perché una volta mi ha visto dialogare con la sovrintendente. E poi da lì, boh, non ricordo altro. Ah, sì, credo che la mossa furba fu portare tutti alla tomba più bella e più lontana, quella dei Leopardi, così da stancarli e lasciargli poco spazio per pensare.
Ah, sì, però l’immancabile fermata di fronte alla tomba delle fustigazioni la si fece, ecco…
[domani ultima puntata]

0 thoughts on “Trittico edue.”

  1. Ma daì, è carino pulcichiotto!

    In 5° superiore i profz ci hanno trascinato assieme a un’altra classe di sventurati al Museo del Risorgimento a Milano: una palla incredibile! Ogni sala cercavamo di sederci da qualche parte, panche e addirittura per terra.

    La guida ci chiamava la classe “bradipa”. Eh eh!

    Aspetto (con suspence) la terza e ultima parte…

  2. obbella, sei peggio di quelli che tagliano le puntate dei cartoni… mi lasci tutta la suspence! domani sera però inizi per bene come sulle vecchie cassettine: “a mille ce n’è…”

    marchesa che persiste nello slogging ^__^

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