La relatività non era poi una stronzata.

Che poi non lo capisco ma è così.
Dopo che magari fai rallentare tutto e ti godi 36 ore di cazzeggio distillato con una tua conterranea, emigrata anche lei in pianurapadana che ha lo stesso tuo quasi accento e che insomma, cavolo, sarebbe anche la morosa di uno che conosci perché ci hai mangiato assieme gomito a gomito, ti sembra tutto strano. E la febbriciattola da faringite persistente ti da quel rincoglionimento simile a quello dei fumi di sostanze proibite.

Ari è una persona solare. Ha quei due occhi che sorridono e ti mettono a tuo agio.
Una che ti capisce quando parli di quanto siano grezzi i viterbesi.
Una che non si sforza a fare complimenti e a mentire, ma fa della sua schiettezza un’arma disarmante. Viva, vivace di spirito e intelletto. Un piccolo delizioso ciclone.
Io e la mia bici col cestino rosa l’aspettiamo alla stazione. Il treno porta ritardo, strano, e ci scambiamo sms. Dice di avere uno zaino giallo, la mantella grigia e parla di essere bassa. Io l’aspetto da una parte del non-atrio della stazione e lei sbuca dall’altro. Avrà quindi visto il mio sguardo intelligente verso il vuoto cercare uno zaino giallo.
Andiamo a casa e io non so cosa farle. Sinceramente. Dopo una settimana di merda in cui lo stare a perigrinare era regola mi sentivo quasi in colpa. Si ravana quindi nel frigo e si fa velocemente del sugo.
Sfamate coi tortellini poi s’esce.
Parma non offriva una di quelle giornate in cui il sole è a farti da cornice al resto. Ma si guardano le chiese, le architetture, quell’aria un po’ plumbea che ti fa respirare come se tu stessi lì alle terme a fare l’areosol. Il voltone delle vergini del Parmigianino visto durante la messa, San Giovanni con la cupola del Correggio celata dalla mancanza di luce. La Parma e la sua flora. Un troiaio, per i non nativi.
Il tornare a casa e cazzeggiare stile pigiama party di moda, delle foto, di Ballando con le stelle e della bocca di una soubrettina e il culo di Rosolino. Stilare la lista dei carampanandi.
Parlare e ancora parlare. Con la mia testa poggiata poi sulla cornice della porta, quando la luce era spenta e la Ari invece sul mio divano, col mio piumone caldocaldo col suo pigiamino rosso e le ciabatte pinguinose sotto a terra.
Si è fashion anche in casa.
[Triffo, le ciabatte sono dedicate a te, ti si pensava così come mentre ci scofanavamo cose in pasticceria]
La colazione coi frollini francesi, i ritmi rallentati, i cartoni della pizza piegati a malapena dentro il sacchetto, il regaluccio sulla mensola.
La Ari, che ti fissa bevendo il caffelatte e che non si lamenta che te il caffè lo fai forte.
L’accompagnarla a prendere il regionale per Ancona. La macchinetta che da il buono per il resto. Il bacetto e la promessa di andare a Bologna presto, magari per un evento speciale.
Poi riandare verso via Verdi, solo per annusare i wurstel che vengono direttamente dall’Austria ed erano grigliati per l’occasione del mercato europeo. Annusarli però, ecco.
Infine il primo ricordo live fissato da una donna che ti ha visto per la prima volta e forse ha azzeccato in poche parole quasi tutto di te.

0 thoughts on “La relatività non era poi una stronzata.”

  1. ma non abbiamo mangiato solo gomito a gomito, a parma hai addirittura assistito ad una mia lezione di tacchinaggio della cameriera del bar (tra l’altro ehmm, quel bar..è sempre così..ben fornito?) :P

    L’Ari è più sincera della Birra Moretti. E per quanto riguarda il caffè, ti credo, lei beve una specie di bevanda al petrolio, altro che caffè! ;)

  2. Sarà stato un ‘normale’ incontro tra due amiche, ma da come tu e la Ari lo avete descritto ho forte l’impressione di essermi perso un vero e proprio evento!

    :)

    (chè lo facciamo un mini-raduno fumettaro-moderatorio io, tu e il kap? Ci vieni a Lucca? Se dici di no, piango. Ecco!)

  3. Quale onore.

    Volevo far notare che il losco figuro sulle ciabatte unsono io ma il mio losco cugino pingu noto trafficante di barrette al cioccolato cioccoloso da sempre invidioso della mia superioritò. fa comunque la sua maiala figura unc’ècheddire.

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