Credo che uno dei miei difetti principali sia quello di avere sempre delle aspettative su tutto ciò che mi circonda. Mi aspetto sempre che quella determinata situazione si evolva in un modo che io ho costruito solo dentro la mia testa, o che quella determinata persona si comporti in un modo che solo io ho immaginato. Invece dovrei saperlo che non funziona così, dovrei avere sufficiente esperienza per capire che le cose non stanno così. Con il tempo e a furia di cadere mi sono reso conto che la felicità, o qualunque stato interiore che solo vagamente gli assomigli, non coincide con il mondo esterno, sia che si parli di situazioni, sia che si tratti di persone. Tuttavia la constatazione di essere tutti delle isole mi riempie di tristezza, non ci posso fare niente. Le frasi “Non aspettarti niente da nessuno” e “Nasciamo soli e moriamo soli” le ho sempre guardate con sospetto, mi sono sempre sembrate dei luoghi comuni, eppure sono terribilmente vere. Dall’esterno credo di dare l’impressione di una persona con una specie di barriera tra sè e il mondo ma non è così, forse lo è stato in alcuni periodi della mia vita. Forse è vero che sono una persona solitaria, so ritagliarmi i miei spazi di solitudine, a volte ne ho pure bisogno, ma odio la solitudine quando questa si presenta sotto le drammatiche vesti di condizione estrema e reale della natura umana.
Poi c’è quella che la si chiama Felicità. La felicità sembra essere questione di un attimo, un attimo di cui non abbiamo consapevolezza e che facciamo svanire dilatandolo nello spazio. Allora dovrei riuscire a valorizzare qualunque attimo e non relegarne nessuno nei bassifondi della memoria. I due gradi della felicità allora sono: il più basso, quello conferitoci dalla percezione del bello che fa sviluppare in noi la gratitudine alla vita e l’attaccamento ad essa; e quello più alto: quello in cui si è capaci di andare oltre il contingente, oltrepassando e trasformando fatti e sensazioni negative, diventando così capaci di guardare oltre il dolore stesso. La felicità allora non è fruizione di qualcosa che viene dall’esterno ma è dentro noi stessi e sta nella capacità di operare questa trasformazione del presente, operando al contempo una proiezione futura ed annullando così il tempo.
Com’ era prevedibile sette anni sono come un giorno. Ci sono sempre la sedia blu, la penna frenetica e lo spettro di una scomparsa. Ci sono sempre le fottute ore che non finiscono mai, le mattine senza senso ed i gatti incuranti e sonnolenti. Alzarsi, vivere, sforzarsi. Adesso che la luce si affievolisce dopo avermi inondato di beatitudine. Probabilmente non ho acquisito nessuno stile. Riesco solo a comporre meglio le cose e ad ordinare la vista con maggior raziocinio. A che serve premere il pulsante di scatto se la realtà è sempre uguale a se stessa?