Io son come loro, in perpetuo volo.

Io se penso a ‘sti ultimi 10 mesi salverò sì e no una settimana.
E la cosa strana che mentre uno sta lì, a sigillare le sue cose da una parte perché non è giusto non saperle affrontare ancora dopo due annetti quasi, pensa che magari la settimana così ce l’avesse avuta tipo ad agosto. Ché mica si chiede tanto, a volte. Solo un po’ d’ossigeno quando la saturazione scende sotto il 21%.

Ché io glielo ho detto, a quella persona lì un po’ esile che mi regala tanti sorrisi anche se lui non ne vede i meriti. Glielo ho detto che ci sarebbe mancato davvero poco ultimamente per me per far solletico alle nuvole con le dita, così ero sollevata. Glielo ho detto, anche se parlare non è da me. Perché le cose quando voglio so tenerle parecchio per me, anche se non fa bene. Anche se si cambia in parte, perché il cambiamento fa stare meglio, e in fondo è normale sempre che uno voglia stare meglio. Mica s’è coglioni fino in fondo.

Io lunedì ero a fissare sdraiata sul bordo del letto, in fondo al letto, mentre la mia amica abitante quella stanza non stava bene. Neppure io stavo bene. Io, che le raccontavo dei mesi precedenti miei così simili a quelli che dovrà passare lei. Io, che non so più come comportarmi a volte. Quando a volte ti senti la voce che si rompe mentre parli, mentre senti i tuoi occhi bruciare ti senti così in quello stato che non sai spiegarti. Lo stesso che capita mentre ti sforzi perlomeno a scrivere fissando lo schermo. E fai fatica. E non sai come spalmarlo, quel male che ti coibenta dentro. E tu stai lì a fissare il soffitto a buccia d’arancia e basta. Cercando macchie e ragnatele.

Lei, settimane fa, mi ricordò in una mail che mi ha fatto letteralmente piangere leggendola, uno stralcio di Gabbiani del conterraneo Cardarelli:
"e come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca"

Io da anni ho iniziato a capire che serve veleggiare. Galleggiare? Anche, a volte. Che serve convivere con le secchiate d’acqua salata che ti arrivano in pieno volto, che il vento che tenta di rovesciare tutto in realtà fortifica i muscoli alla lotta, che il freddo che ormai ti è entrato nelle ossa ti ha lentamente abituato a non badare più neppure a uno spiffero. Quello che non spezza, fortifica. Quello che non strozza, ingrassa.

Me l’hai detto te che non è giusto accontentarsi di poco. Ma a volte quando sei abituata al peggio il poco per te è relativamente enorme per me.
Non credo che quello che mi capiti o che mi sia capitato mi renda o mi abbia reso una persona migliore. La mia amica nella stanza, lunedì, la vedeva diversa. Io non sono una persona migliore, sono la perfetta commistione di quello che ho vissuto. E siccome quel che ho vissuto non è stato bellissimo io sono un minestrone di casini. Con un colore un po’ bruttino, ma all’assaggio mica tanto male.

0 thoughts on “Io son come loro, in perpetuo volo.”

  1. così, al primo assaggio, mi sei sembrata gustosa, di un gusto più delicato di quello che mi immaginavo, di quelli che ti fan pensare di aver scelto il piatto giusto, per una volta tanto.

  2. Cardarelli… Antonio

    o Vincenzo? ;-)

    Alla deriva

    La vita io l’ho castigata vivendola.

    Fin dove il cuore mi resse

    arditamente mi spinsi.

    Ora la mia giornata non è più

    che uno sterile avvicendarsi

    di rovinose abitudini

    e vorrei evadere dal nero cerchio.

    Quando all’alba mi riduco,

    un estro mi piglia, una smania

    di non dormire.

    E sogno partenze assurde,

    liberazioni impossibili.

    Oimè. Tutto il mio chiuso

    e cocente rimorso

    altro sfogo non ha

    fuor che il sonno, se viene.

    Invano, invano lotto

    per possedere i giorni

    che mi travolgono rumorosi.

    Io annego nel tempo.

  3. caspita, donna, non riesco a starti dietro a leggere tutto quello che scrivi. cmq qs post è fantastico, credo uno dei migliori. come poter esprimere “sono quel che sono, prendo quel che riesco e cerco di esserne felice.” quasi prévertiana! troppo grande!!!

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