Black holes and revelations (our trials and tribulations)

Sono in un buco nero. E non posso dire che sia il peggior Natale mai passato.
Non è Natale.

Cazzo quanto mi sento Adrianocelentanesca però.
Dormi, Rodesindro, la situazione non è buona.
[zitto, lo so che è da due mesi che non si fa altro, ma cazzo, che ne sanno quelli lì avanti. Sì, quelli al di là del monitor pieno di schizzi vari… dopo ti spiego.]

Sono in un buco nero e fa molto freddo. Un pozzo artesiano. Non ho né la voglia né i mezzi per uscire. Lo considero inutile. Ci sono arrivata e mi ci hanno guidato.
Scrivendolo ho tutta la situazione mitigata. Non la vedo grave quando arrivo a scrivere. Non l’ho mai vista grave, scrivendo. Diciamo che è una sorta di uscire fuori dalle cose e osservarsi, lo scrivere.

Poi mi ricordo di come sto, nella stessa posizione, nello stesso posto a piangere o muta a cercare di non dimostrare quanto sto male, fuori e dentro, a mia mamma. E lei è straziata da tutto questo. E mi sento in colpa. E mi ci sento anche quando papà, che ha chiesto scuse e perdoni e adesso dispensa lui i ti voglio bene che qualcunaltro diceva allo stesso modo, dice di reagire. Io non è che faccio apposta a star così, è una sommatoria di qualcosa. Una sommatoria di anni.
Ricordarsi di te, in cucina a fare matematica, a fine settembre del novantatre, a stringere tua mamma forte in lacrime. Ricordarsi di tante volte in cui tu hai fatto in modo che le vostre cose andassero bene. E ora no. Non ne sei capace, anzi. Vorrei tanto scusarmi, mamma, adesso che anche te mi leggi tre volte al giorno.
Scusarmi per come son diventata così larva. Perché sto a letto e l’unica cosa utile potrebbe essere usare le mie costole come xilofono senza arrivare a sentire come è il fegato, perché ormai ha vita propria. Mi spiace essere così, perché non mi conosci così. Ma ora son fuori quello che son diventata dentro.
Ed è brutto, è scuro, freddo, e mi sento una solitudine che va al di là delle persone.

Non ho fatto cenone. Non ho fatto pranzo di Natale. Ho saltato la messa dopo una ventina d’anni. Ho 40 sms a cui rispondere e 12 chiamate senza risposta sul cellulare.
Boh.
Io ieri ho preso solo una scodella di spaghetti allo scoglio ma ho avuto gli incubi stanotte… stamattina alle 6. Mia mamma se ne era accorta perché avevo come le convulsioni.
Beh, insomma, era brutto, ma si sa che i sogni son relati a come si sta.
Vi spiego.

Cazzo vi spiego, ché i sogni li ricordo a spezzoni.
Ricostruiamo.

Io, mia mamma e mia nonna ci troviamo in un cimitero. Ma non è uno di quelli che conosco. Ma so che eravamo lì al solito per la tomba del nonno. Anche se io, piede nei cimiteri, non ce lo metto da un po’.
Ero stanca, stavo male, avevo vestiti larghi perché non riuscivo a muovermi benissimo. E una borsa con me, simile a quella dell’università. Mia mamma si mette a spazzare, lì avanti ai loculi, la nonna a sistemare fiori. Una terrina di margherite bianche, fittissime. Io mi siedo a un tavolo che stava su una sorta di terrapieno, ‘sto tavolo ha due panche, che emergono da sta base in legno, coperta da brecciolino. Mi siedo lì, e da scazzata quale sono mi metto a fare le cose mie (bla bla i cimiteri, inutili, bla bla, cremazione, sapete, no?). Poi dico a mia mamma, ma scusate la tempistica, non so ricostruire:
"uh, sai che m’han regalato un mazzo di carte?"
"che ci fai, buttalo"
[da qui, ora noi in casa si butta mai via nulla…]
"ma perché? son anche pubblicizzate dietro dalle pagine gialle…."
Ok, le butto, sotto la panca [notoriamente sotto la panca la carta crepa] tranne una. Ma non so quale. E la metto in borsa. Riguardo verso il set di loculi e insomma, ok che son ciecata, ma non vedo né il nome, né la foto del nonno. Stringo bene gli occhi. Puntineggio con me stessa. Mi alzo per guardare bene mentre mia madre pulisce e mia nonna sistema ‘sti fiori.
"ora, scusate eh, ma dove è papà? perché c’è sta qui in foto? dove è la lapide?"
Io chiamavo papà anche mio nonno. Mia nonna mi guarda, male, come se notassi una cosa dopo secoli.
Mi risiedo, perché ho fatto uno sforzo di un ottantenne non mikebongiornescamente valido.
"eh, io l’avevo detto che l’hanno buttato via, la lapide chissà dove l’hanno messa…. perché uno ci ha speso anche dei soldi…"
"sì, ma papà?"
"l’han buttato là"
Indica pressappoco la zona dove sono seduta. Io faccio un balzo. Mi tocco lo stomaco mentre dico tutto questo e dico loro.
"Beh, ma cazzo… non avete chiesto? Non vi siete interessate? facciamo qualcosa… perché devi occuparti di questa qua…"
"beh, ormai siamo qui e l’abbiamo sempre fatto…. perché abbandonare la cura di una tomba"
Non ricordo la fisionomia della ragazza in foto, ma era castana.
Poi mi rigiro, mi perdo dei pezzi di sogno (eh, scusate, ho dei tagli pubblicitari tipo rai) e in tutto questo lassismo del eh, ormai ci han buttato via sta salma in fossa o chissà dove e noi stiam qua a pulire io palesemente mi preoccupo e esce fuori non so da dove un tizio.
Ora sto tizio non ricordo benissimo chi fosse, ma aveva la cappa verde (n.d.fran: vestitorio da sala operatoria) e la mascherina abbassata. E lui mi fa:
"Beh, io so che l’han tolto per motivi igienici…"
"Ma se la cassa era costosa e l’hanno plurizincato ché neppure le saldature dello shuttle son fatte così! ma per favore"
"se vuole però so dove li sistemiamo. Se lei che è collega vuole controllare lo stato del corpo…"

Io lì mi sento un tuffo al cuore e gli faccio: "no, non può chiedermi questo, io non ce la faccio, non riesco".
Mamma e nonna sempre lì sulle loro. Il tizio però si incammina a cercare la salma e io dico alla mamma che boh, un posto glielo troviamo. Poi le chiedo se mi aiuta a radunare le mie cose. Riprendo le mie carte sparse a terra e mi affatico per recuperare una serie di arnesi da scasso (chiavi, cacciaviti, brugole e piedi di porco) che erano sotto il tavolo.
"Dammi una mano, non ce la faccio, quello scappa via e perdiamo papà…"

Poi non ricordo nulla.
Buchi neri, vi ho detto. Trials and tribulations, dice Bellamy.

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0 thoughts on “Black holes and revelations (our trials and tribulations)”

  1. Diciamo che è una sorta di uscire fuori dalle cose e osservarsi, lo scrivere.

    Aiuta a metabolizzare e sdrammatizzare vero? Se è così anche per te fai bene a continuare a farlo.

    In bocca al lupo ;-)

  2. qualcuno ha detto: ”per crescere davvero è necessario passare per le stanze della sofferenza” Qualcun’altro: ”bisogna sempre toccare il fondo per darsi la spinta necessaria e risalire a galla” ti abbraccio..

  3. ah ma allora non sono il solo che si sente oscuro e pessimista dentro, il tutto condito da quel pizzico di cattiveria che dona un pò di sapore al tutto.

    Perchè come mi diceva la mia grande mentore: augurar del male a chi ti ha fatto male è tremendamente piacevole e diabolicamente invitante.

    Ma questo è il mio caso, tornando al tuo… è piacevole (anche se brutto dirlo) sentire persone che come te non hanno neanche la forza di alzarsi dal letto, mia madre dice che c’ho fatto la buca. Io invece dico che ho scoperto i piaceri del letargismo con buona pace del mondo esterno.

  4. ciccio: difatti dissi canidi, potrebbe essere anche un coyote.

    anonimo: “persone come me”. Dopo anni si crolla. Purtroppo ho voluto resistere troppo e ora son crollata tutto assieme. Faccio le cose in grande stile, io ;)

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