Though the words we speak are banal, not one of them's a lie.

Andrew bird
C’è un blog, del NYT, dove diversi cantanti ci scrivono su. In mezzo a questi c’è anche quello che io considero un genio assoluto, ossia Andrew Bird.

Quanto io stimi il sig. Andrea Augello voi non lo credete. Il problema è che, mentre bene o male Jason Mraz (che Radiosglaps vi fece ascoltare già due anni fa, prima del boom odierno) verrà in settembre a Milano per una sua data live, io Bird, se non me ne vo in Francia, o in altri paesi simili, col cavolo che me lo vedrò live.

(sì, lo so, amo anche tutti i cantanti gracili, che vi devo dire: complesso di Elettra al contrario) (dite che può significare che nell’altra vita ero Mengele e ora si spiega il karma negativo di ritorno?) (no, mi garbano quelli secchi, credo sia così, boh, valli a capire i processi mentali. Voi che perdete tempo a psicologia non ve lo insegnano? spiegatecelo) (sì, Andrew non è bono ma globalmente ha la bellezza dell’artista e insomma, friullillì)

Parlare brevemente dell’uomo e dell’artista Bird non è semplice. Ha una carriera solidissima alle spalle, collaborazioni e esperimenti musicali prodromi a quello che è stato, almeno oltreoceano, un successo pluriacclamato:  "Armchair Apocrypha" è la piena testimonianza di ciò che è Andrew Bird..
Andrew è polistrumentista. Cresciuto col metodo Suzuki ora suona un po’ tutto quello che gli capita a tiro: chitarra, mandolino, glockenspiel, violino (pizzicandolo, anche) e soprattutto -nomen omen- fischia che è un piacere, inframezzandolo al cantato.
I testi poi non si fermano al pucci pucci amore mio, sole cuore amore, toccami le mani. No. Basti pensare che in The Mysterious production of eggs, lavoro precedente, era presente una canzone -bellissima- che si chiama Fake Palindromes. Se controllate ben bene tutto il testo è formato da palindromi. Insomma, ricercatezza lessicale ma anche di temi, che variano dal politico sfumato non attivista (ma lui si è esibito per la campagna elettrorale di Obama, ricordiamolo) all’esistenzialista. In salsa indie, pop, folk.
Ci sono altri cantanti in Italia già apprezzati dello stesso filone, diciamo, ma non capisco perché lui no. Bah.

Una delle cose belle delle nuove tecnologie -e qui andiamo nella novità del post di un artista che amo e di cui già vi ho largamente parlato- è che sia le band scarse riescono a mascherare alcuni difettucoli dal vivo sia gli one man band riescono finalmente a destreggiarsi autonomamente senza bisogno di un’orchestra intera e plasmando quindi la canzone quasi alle emozioni del momento.

Per questo vi invito a ravanare nei link sottostanti: nel canale youtube potete trovare ad esempio una esibizione dal tour europeo del 2007 alla Meloquinerie di Parigi, che mostra Bird (con Martin Dosh alla batteria) che canta e, aiutandosi con la riproduzione di loop (o campionamenti, vedete voi) se la giostra con tutti gli strumenti che sa suonare compreso quel fischiettaggio che vi dicevo.


0 thoughts on “Though the words we speak are banal, not one of them's a lie.”

  1. ciao Fran.

    niente da dire.

    volevo solo bullarmi del fatto che, nonostante le mie pessime attitudini tecniche/tecnologiche, sono riuscita ad attivare la connessione via cellulare umts e bluetooth, col risultato che finalmente son connessa anche da casa.

    bacioni.

    Sara

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