Dalle interviste in sala frigo alle interviste al cesso.

Me + Josh T PearsonIeri ho intervistato sia Josh T Pearson che Scott Matthew. Suonavano in co-heading (dire che uno era supporter dell’altro è sia pretestuoso che oggettivamente non vero: almeno per il tempo di svolgimento di entrambi i set) al Martinitt di Milano, forse ora come ora la più bella location disponibile. Fuori c’era la nebbia, sicché si è ritardato un po’ tutti. E quando arrivo dentro il teatro c’è già Scott che fa il soundcheck. Io mi sprofondo lì in una sedia, fingendo indifferenza. Mi vengono a dire di scendere per l’intervista perché Josh era appena arrivato. Scendo, lui esce dal camerino (grosso come uno dei bagni dell’università, o come quello di casa mia) e mi accoglie con questa faccia così, che sembra burbera. Io sorrido, gli stringo la mano, e poi iniziamo a parlare. Ho la doccia avanti a me e penso “cazzo, verrà un audio della madonna, per una buona volta”. Josh prima di sedersi si congratula con me per la dipartita di Berlusconi e mi chiede se ho festeggiato. Io gli rispondo che finalmente è stata una liberazione, e “we needed an uprising”. Lui annuisce. Poi confessa che è stanco, che non ha mangiato e tutto il resto. Io gli dico che se prima vuole riposarsi, non c’è problema. E invece no, iniziamo. E lui risponde così tranquillo alle domande che io sono lì con quella sensazione come quando ai concerti non sai se è finita la canzone oppure no per applaudirla. E io a un certo punto, quando gli parlo delle cover che ha trattato mi parla di questa cosa qui, che già la suona in giro da due settimane, mi dice. E io gli dico: “di già col Natale?”, tradendo la mia allergia al periodo. Lui mi guarda e sorride sotto i baffi. Poi fuori, di corsa, perché deve intervistarlo un olandese al telefono e la prima foto non viene, quindi lui dice alla discografica “ok, ma facciamola così prima che rispondo a quell’altro”. Mi vien da ridere, e dire che è considerato un essere triste, e invece è un -come si dice in uno dei dialetti che pratico- gojo (termine viterbese che sta per goliardo, bislacco, burlone, stravagante, fuori come una begonia dal vaso sul balcone) nel migliore dei sensi. Di quelli lì stravaganti che averceli nella compagnia oh, è fortuna.
Poi risalgo e Scott è ancora lì: incazzato con gli ampli che buzzano troppo. E alla fine quando capisce che meglio non si può fare col fonico, esce a fumare. Poi rientra: perché lo aspettano sia per fare le foto e poi ci sono io. Io che gli dico “oh, la maglietta che avevi al Frequency era fighissima e il concerto è stato figo perché sebbene tu fossi su un palco gigantesco sembrava qualcosa di intimo”. Sembra come se ci conoscessimo da tempo, e lui si siede in bilico sulla poltroncina per potermi parlare guardandomi dritto in faccia, con un senso del parlare radiofonico invidiabile. E anche un humor fulminante. E il bimbettismo urlante condiviso sugli Smiths.

E poi il panino all’esselunga, e poi il concerto con le amichette. Ché si è riso tanto, a dispetto delle canzoni che erano sull’amore dopo la morte (ma ci rideva anche chi le presentava, ossia Scott) e si è continuato a ridere con Josh, che ribadisce anche sul palco il “Good No Berlusconi Day!” E poi a metà, nell’elenco di tutte le parole italiane conosciute dallo straniero medio se ne esce con il mio nome, dopo quello di Verdi. E dopo Francesca ribadisce “For all the Francesca of the world”. E io mi metto a ridere. E mi guardo con la Erica, e mi guardo con la Marina. E ridiamo. Oh, mai riso così tanto come ieri sera.


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