Me lo dia

C’è qualcosa di morboso in quelli che ascoltano la musica a volume stratosferico. Roba da psicologo. Seconde me, infatti, c’è una sinistra connessione tra lo sparare la musica a palla e il tipo di musica che viene sparata a palla. Partendo dalle commistioni tra rap e rock, che hanno dato vita al crossover, termine con cui poi, per estensione, sono state identificate anche altre misture come jazz e hip hop, metal e melodica, lirica e pop, trash e latina, e considerando che la musica dance è un continuo gioco all’indietro nel tempo che raccatta elementi della dance del decennio precedente e li fonde con elementi intramontabili dei decenni sempre anteriori, si arriva alla conclusione arbitraria ma neanche troppo che la musica ascoltata a cannone è sempre inesorabilmente della musica di merda. E’ assurda ‘sta cosa. Come se io volessi rovesciare il mio nulla sul mondo che mi circonda. E’ sovversione. Cioè io a cannone ho sempre sentito solo dei loop di batteria assurdi con dei suoni elettronici a caso e i neomelodici napoletani. Non nella stessa canzone. O la dance tamarra o i neomelodici. Sulla dance tamarra ci andrebbe scritta una Treccani sana. Non fosse altro perché è una musica che non esiste. Nessuna delle persone che conosco ha mai avuto in casa dei cd di techno-trance-hardcore come quelli che si sentono dalle macchine tamarre. Il che mi porta a pensare che quei cd non siano di fatto in vendita ma siano un omaggio della concessionaria all’acquisto dell’auto. Pure il Media Player c’ha dei brani predefiniti. Con tutto il rispetto per David Byrne non credo però che centinaia di migliaia di utenti Windows si sarebbero aspettati di sverginare la scheda audio del proprio pc con un suo pezzo. Eppure è così: avvii il computer e c’hai già questo mp3 dentro, pronto all’uso. Magari per le Opel Corsa è uguale e ti danno dei cd di collaudo dell’impianto stereo a base di jungle-drum-&-bass-techno-punk-postcore. Non so, ma, nell’incertezza, posso comunque rintracciare una logica perversa nell’ascoltare il post-atomic-grunge-trip-hop a cannone. Quelle sono accozzaglie di suoni nate per essere ascoltate così. Dubito che ci sia un fuorisede calabrese che usi quella musica come sottofondo appena udibile per preparare l’esame di storia contemporanea. Diverso è il discorso per i neomelodici. La sofferenza di Mario Merola (che era solo melodico perché i “neo” sono venuti dopo di lui) frantuma le palle già a volume naturale. Figuriamoci col volume a stecca. Roteare smodatamente la manovella del volume o pigiare oltremodo il tasto “+” non influisce in alcun modo sull’approccio alla sofferenza umana del neomelodico. Al più acuisce l’odio nell’ascoltatore involontario. E qui si arriva al secondo punto. La musica insopportabile elettronica è mobile, poiché ascoltata solo ed esclusivamente in auto (il che rafforza la tesi della concessionaria-dj). Il neomelodico è stanziale: è dalle case che si irradia la sua angoscia e se, per sfiga, sei in casa pure tu, è la fine. Il tutto poi assume connotati drammatici se si tratta di Gigi D’Alessio. So che, in questo preciso istante, molti amici partenopei fondamentalisti del neomelodico staranno storcendo il naso. Lo so, Gigi D’Alessio non è un neomelodico in senso stretto. Ma il punto è questo. Il camorrista D’Alessio è l’anello di congiunzione tra i neomelodici e il pop di merda e potrebbe, per questo, sdoganare il vizio di sentire a volume neomelodico anche dell’altra musica di merda che neomelodica non è. Tutto questo per dire che, dopo essermi svegliato anche questa mattina con una che non doveva dire al marito che era stata a letto con un altro per un giorno intero (e temo che il problema vero non fossero tanto le corna quanto che il marito cornuto era uno iperattivo che non sopportava la pigrizia della moglie), adesso ho paura di dovermi svegliare da un giorno all’altro con le seguenti canzoni a volumi siderali:

“Il babà è una cosa seria”. Di Palomba-Alfieri, canta Marisa Laurito: autentico inno alla bulimia, racconta la storia di questa donna non più giovanissima, che per rispetto della privacy, chiameremo Marisa L., che vede nel cibo la panacea per tutti i mali del mondo. Primo esperimento di musica glocal, il brano è stato inciso in varie lingue, adattando il testo, di volta in volta, alla specialità del posto. Molto successo hanno riscosso la versione tirolese (“I canederli sono una cosa seria”) e quella di Catanzaro (“La ‘nduja è una cosa seria”). Al di fuori dei confini nazionali, ha scalato le classifiche la versione brasiliana – “O bacalhau é uma coisa séria” – cui fu aggiunto come sottotitolo, per dare un tocco carioca al tutto, (por causa de amor).

“Anima mia”. Di De Sanctis-Michetti-Paulin, cantano I cugini di campagna:
storia di un fallito che finisce con l’innamorarsi di un mignottone (“nel cuore aveva un volo di gabbiani (uccelli, peraltro…ndr),  ma un corpo di chi ha detto troppi sì”), fino a quando, stremato dai suoi attacchi di epilessia (“mi dava i calci dentro il letto”), finisce con l’ucciderla, mangiandone il corpo per occultarlo per sempre (“c’è ancora il suo sapore qui con me”). A parte il tema truce, non sopporterei questo brano a palla per una questione di amore per i cani. La voce del cantante, che già adesso sfiora le tonalità di Farinelli, con il volume a bomba potrebbe avere un effetto simile a una terribile ondata di ultrasuoni, risultando fatale ai nostri amici a quattro zampe. Si dice che in Cina, vicino a ogni ristorante, ci sia uno stereo con una cassetta dei Cugini di campagna.

“Io son Calimero”. Di Tartaglia-Marrocchi, canta Calimero (feat. Marco Pavone):
per il semplice motivo che se il mio vicino di casa sentisse la necessità di ascoltare a palla “Io son Calimero” credo dovrei iniziare a non sentirmi più troppo sicuro quando torno a casa la notte. E, in fin dei conti, lo stesso protagonista della canzone non è che sia uno proprio sano di mente. Intanto perché parla con un pulcino. In secondo luogo perché cerca di convincerlo che un uovo in testa sia in fondo un escamotage stilistico apprezzabile (“quell’uovo in testa ti dà qualcosa in più, ma che fortuna ce l’hai soltanto tu”). E, infine, perché cerca di organizzarsi con lui per il sabato sera (“dimmi tu dove si va, in discoteca o al cinema se vuoi o al luna park con gli amici tuoi”).

“Unchained Melody”. Di North-Zaret, cantano The Righterous Brothers:
la più neomelodica delle canzoni non napoletane. Roba che se Patrick Swayze, ascoltandola da morto e a volume basso, faceva dei vasi con la moglie, ho paura che il mio vicino di casa vivo e con il volume a manetta possa sommergere il palazzo di terracotta.

Poi ce ne sono molte altre che adesso non mi vengono. Comunque questo post insegna principalmente una cosa: conosco un sacco di modi in slang giovanile per dire “volume troppo alto”.


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