Intervista ad Alex Rosamilia dei Gaslight Anthem

I rocker del New Jersey The Gaslight Anthem faranno ritorno con il loro nuovo attesissimo album ‘Get Hurt’ il 2 settembre su Virgin/Universal. Il disco sarà disponibile in versione deluxe con tre bonus track, in vinile e in download digitale.

bbiamo avuto l’occasione di registrare via telefono, ma così male che solo i primi cinque minuti sono audibili, (e per la nostra terza volta) Alex Rosamilia, il chitarrista del gruppo. Ecco cosa ci siamo detti:

Ciao Alex, è la terza volta che ci sentiamo per un intervista… sta quasi diventando stalking… conosco il tuo cane, conosco dove è tua sorella…

Nessun problema, hehe, è un piacere.

Complimenti per il nuovo disco, ancora più maturo.

Grazie, grazie mille.

Cerchiamo prima di approfondire alcune canzoni per poi parlare di come è stato lavorare all’album. Senti, ma in Stay Vicious c’è un piccolo omaggio a Syd Vicious o solo una sorta di critica sul mondo del rock?

Syd Vicious è Syd Vicious. Lo ritrovi in tutte le canzoni, se ci pensi bene (ride). Beh, ma in Stay Vicious non c’è così pesantemente. Se c’è una sorta di critica nel pezzo? Direi beh, di sì.

Poi possiamo passare ad un altro pezzo: Ain’t That a Shame sembra un po’ la naturale continuazione delle canzoni di Handwritten. E’ il primo pezzo registrato magari?

No no, è solo una coincidenza, o rientra nell’idea di quello che volevamo fare ma non è stata una traccia da ponte tra le due cose. Quando siamo rientrati in studio tumblin and get hurt sono state le prime che abbiamo fatto, ma poi boh non credo che ci abbiamo neanche pensato a questa cosa.

Questo quindi è stato più uno studio album o un live album di quelli fatti in presa diretta?

No no, studio album a tutti gli effetti. Siamo stati lì ore, a provare riprovare pezzi. Seduti a calibrare bene i cori… cercare quello che sapevamo di volere. Abbiamo deciso di fare qualcosa di totalmente differente anche

…credo di aver visto te con le cuffie cantare in una foto su instagram sì. Approposito. C’erano anche tantissimi strumenti. Quale è stato il tuo equipaggiamento durante la fase studio?

Il mio o totale?

Facciamo solo il tuo, abbiamo cinque minuti e credo di aver visto anche delle arpe spuntare da lì…

Ho usato solo 5 chitarre circa. Nulla di che. Come suono ho cercato di calibrare più il tutto suonando, ma ho usato già gli strumenti che conoscevo e sapevo cosa potessero darmi. Forse è un po’ noioo a dirsi, ma sono voluto andare sul sicuro e volevo dare il meglio.

Una grossa chiave che possiamo dire di Get Hurt è che è sì fedele ai dischi precedenti ma ci sono tanti come vogliamo chiamarli… miglioramenti? Non è il termine esatto. A me ad esempio piace molto quando Brian ha usato la voce in modo diverso al solito, in pezzi come Underneath the Ground…

Ci andava di sperimentare. Prendi questa velocemente come chiave. Volevamo fare qualcosa che non avevamo mai fatto prima, e volevamo farla bene. Non volevamo etichette di “questo è così, questo somiglia a”. Avevamo queste canzoni sui sentimenti umani ma non è che abbiamo pensato chiaramente che ci dovessimo ispirare a qualcosa o qualcuno. E’ stato difficile, ma lo è stato perché ci siamo impegnati a voler tirare fuori tutto quello che avevamo in mente. Sai quando cerchi di fare qualcosa di nuovo, di cui vuoi essere orgoglioso ma dici anche “non voglio ispirarmi a quello lì”. Vedi perché è stato difficile: volevamo tirare fuori qualcosa che fosse reale, realmente fatto da noi e che non poteva fare nessun altro a meno che non avesse vissuto la stessa vita.

Ora passiamo alla mia canzone preferita di Get Hurt. Se per Handwritten erano l’eponima e Here comes my man era siamo su Tumbling Dice ma soprattutto Selected Poems…

Davvero Selected Poems?

Sì, non chiedermi perché. E? una cosa di pancia. Salire, scendere, le parole. Per ricordarmi esattamente quale fosse ho fatto vicino uno spike che sembra quello di un’onda cardiaca…

(ride)

Ma ecco… c’è qualcosa da dire sulla canzone?

Credo che sia la nostra solita canzone con i testi tormentati d’amore… dai, ormai è il marchio di fabbrica (ride) dove poi qualcosa ci ha fatto ricordare anche il volo delle api, insetti che portano messaggi.. e cose così… ma sto tirando fuori troppo rispetto a quello che intendevamo credo (ride nuovamente)

La tua canzone invece preferita?

Mah, forse Red Violins. Per il testo, per come va suonata, per come esce fuori… un po’ per tutto. Una cosa a pelle che non so spiegarti. Penso sia una cosa che abbia toccato anche gli altri ragazzi. E’ bello quando è così… arrivi difficilmente

Come stanno i The Gaslight Anthem in una mayor. Da come la vedo io: avete la fortuna dei “privilegi” di una mayor senza tanta pressione.

Sì, è molto bello. Ci sentiamo valorizzati per quel che facciamo ma soprattutto possiamo fare tanta, tanta, tanta promozione. Perché purtroppo anche se la musica ora la gente la scopre da sola i media danno ancora un grosso indirizzo su cosa ascoltare. E loro ci stanno aiutando in questo, pur lasciandoci liberi di fare la nostra musica. Fortunati, sì (ride)

Avete registrato un bel po’ di canzoni e ne avete già tante in repertorio. Come si rifletterà questo nel tour che… aspetta, è circa tutto novembre in Europa, no? Dai primi in Olanda fino alla fine di Novembre in Italia… Ecco, come calibrerete le scalette? Ci sono pezzi di Get Hurt sacrificabili?

Come dicevi prima che nel dover scegliere il pezzo preferito si fa sempre una gran fatica all’inizio. Poi vedi i fan, la gente. Loro ti fanno capire cosa fuziona, cosa no. Tu devi ascoltare i fan e poi vedi che la setlist quasi si fa da sola.

Anche perché ora i concerti sono tutti fissi sull’ora e mezza e poi basta… i vostri invece sono intensi, energetici… e lunghi…

Eh, sì…

Alex, non era un rimprovero. Ma un promo per chi vuole venirvi a vedere.

Allora assolutamente sì.

E’ stato bello vedere sia gli opening scelti per il tour europeo, e che abbiate con voi anche Laura Jane Grace. Ultimamente il punk rock sembra avere e portare con se un messaggio di maschilismo e simili un po’ sbagliato. E voi invece lo state sbugiardando…

Il concetto di fratellanza, dicevi… noi siamo così, crediamo all’amicizia e l’amicizia ti fa fare grandi cose.

L’ultima domanda è un po’ sempre la stessa: quando ci incontrammo a Milano tu mostrasti twitter felicemente come “ecco, vedi, uno strumento in cui vedi passare tutto il mondo nella tua mano”. Erano due anni fa prima dei Soundgarden, ora come è cambiato il tuo rapporto? E se la band magari usa di più i social…

E’ sempre lo stesso direi. Io foto posto di quel che mangio su instagram, nei momenti liberi guardo twitter ma posso dirti cosa faccio io. A livello band ecco… Io sono concentrato sul livello Alex.

[Grazie a Barbara Francone di Neeceeagency]


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