Da Vinci hoax.

Sono poche le volte in cui non sono riuscita a finire un libro. Feci fatica col Signore degli anelli, che non era proprio nelle mie corde.
Stavolta il Codice da Vinci è stato un parto. Preso per la prima volta in biblioteca lessi le prime dieci pagine poi lo buttai sul divano. Ero tentata di metterlo sotto la gamba del comodino assieme alle pagine gialle, ma era in prestito per un mese.
Poi me lo sono fatto prestare da un amico.
Marò…
Mia madre credo non sopportasse più me che ripetevo: «oh, sto qui ha scritto una stronzata… e piace a tutti. Capisci, una cazzata immane, con un sacco di errori…. al confronto Cappuccetto Rosso ha più riscontri storici… e ha venduto un casino di copie….»
Una boutade di dimensioni, perdonate il termine in topic, bibliche.
Le discordanze sono ben analizzate su questa serie di diapositive di Mariano Tomatis. 
Non riesco a partire dal presupposto che il libro sia pura finzione. È un libro scritto da un americano che rispecchia tutti gli stereotipi di ignoranza storica dati agli americani.
Il libro, basandosi sulla leggenda di Rennes le chateau e di documenti del priorato di Sion comprovati come falsi storici [documenti del 33 d.C. elaborati 1900 anni dopo da un enigmista francese…]
Abbastanza comica l’introduzione dell’autore intitolata Informazioni storiche, dove Dan Brown afferma che «tutte le descrizioni […] di documenti e ituali
segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà» e si fondano in particolare sul fatto che «nel 1975, presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene, note come Les Dossiers Secrets» con la storia del Priorato di Sion. Poi a partire dalla sesta
ristampa la pagina Informazioni storiche ossia pagina 9 dell’edizione italiana Mondadori era sparita, sostituita da una pagina 9 interamente bianca: ma naturalmente rimaneva nella edizione inglese, e nelle prime sei tirature italiane in possesso di un numero relativamente ristretto di «fortunati».
Inutile dire che è assolutamente certo che sia Les Dossiers secrets sia le pergamene sono documenti falsi compilati nello stesso anno 1967, e tutte le persone coinvolte nella falsificazione lo hanno ammesso, sia pure dopo qualche anno.
 
Ma il punto è: perchè circa venti milioni di persone hanno acquistato il codice da Vinci? E perchè un cospicuo numero di persone l’ha addirittura amato?
Mah… (cit.)

E ora il Conclave.

È una cosa che mi preoccupa come le elezioni negli Usa. Ora quello su cui punto è un papa giovane, che svincoli l’ottusità ecclesiastica sugli ultimi temi non più toccati negli ultimi dieci anni di pontificato, più una via crucis che un pontificato. Mi piacerebbe l’arcivescovo di Vienna, ma credo che l’aver dichiarato, tra le altre cose, che a volte l’aborto può essere legittimato non giochi a suo favore visto che chi vota è un gruppo di non-giovani che spera che chi sarà eletto sarà pronto ad assecondare le sue richieste.
Andare a fare il papa, mestiere di certo non aperto a tutti, dopo una personalità ingombrante come Giovanni Paolo II è una cosa che non auguro a nessuno. Un po’ come se morissero o quando sono morti altri grandi dell’ultimo secolo. Sostituirli, nell’immaginario collettivo, è dura.
 
Quello che mi ha sempre colpito i questo papa è stata la sopportazione del dolore. Per una che ha preso due volte l’olio degli infermi ed ha avuto i due nonni che hanno sofferto quanto lui nei mesi antecedenti la morte è una cosa che mi provoca un’immediata empatia, al di là della fede che ognuno può o meno avere. Ma quella è un fatto privato e personale. Però è una notizia che mi ha toccato, sebbene inevitabile alla luce del quadro clinico, davvero inumano, degli ultimi tempi.
Sentire la notizia però in una Monaco cattolica, scrivendo un post da un internet cafè vicino al duomo è una cosa che ti costringe a guardare e a capire ancora meglio il perchè si voglia essere medici.
 
Ora però, e lo dico da cattolica-credente-allergicaalclero, basta con questo finto perbenismo e i lutti prolungati perchè:
a) se si è cattolici si crede alla vita eterna e lui arrivato di là sta meglio di noi qua
b) al papa giravano i maroni per non poter parlare, figuriamoci se ci fosse stata gente a piangere e (fingere di essere contrita).
 

La musichetta dei negozi.

In particolar modo dei supermarcati.
Quella intervallata dalle offerte promozionali 5×4 o con la carne di caimano in svendita nel reparto ferramenta. Con tanto di Jingle del negozio. Odiose no? Forse tanto quanto radio Mc Donald’s.
Non hanno capito che io, acquirente, quando sento Meneguzzi che si lamenta nella diffusione dell’ipermercato me ne uscirei e inizierei uno sciopero della fame tipo Pannella [ossia a cappuccini vitaminizzati, quindi dovrei accattare in fretta una bottiglia di latte, ma tanto è vicina alle casse…]
 
Oggi aspettavo i risultati dell’esame passeggiando random per un centro commerciale:
a) alla Panorama [o al Panorama, fate voi] avevano una loro scelta di musiche. Opinabili. Britney, Giggi, Meneguzzi, Losito [incredibile eh!] e Paola e Chiara.
b) alla Bata avevano RDS. Lì c’era una miscellanea sanremese, e ho beccato il doppione di Meneguzzi.
c) nei corridoi del centro commerciale c’era RTL 102.5 e ho ribeccato le stesse canzoni. Due maroni.
 
Ma tornare al silenzio? In fin dei conti per gli acquisti luci soffuse e musica a bassissimo volume dicono incentivigli acquirenti. Anche perchè io a sentire "Non capiva che l’amavo, e ogni volta che soffriva io soffrivo", coi neuroni che ho, non riesco a scegliere il dentifricio.
 
Oh, poi se mi mettono i Muse svaligio il negozio, ovvio.
 

PubblicitĂ .

C’era una volta l’allegra famigliola della Mulino Bianco. Erano così bellini e felici nel loro casale con la ruota di legno che scorreva piano piano sospinta dalla forza idraulica che te ti trattenevi a non prendere a colpi di chiave inglese il tuo televisore perchè ti era costato mezzo stipendio. Però ti veniva la carie a vedere tutta quella mielosità espressa da quella famiglia ove tutti si volevano così bene. Speravi che un uccellino avesse un attacco di squaraus, che qualcuno pestasse una cacca o almeno starnutisse. No, nulla.
 
Poi c’è stata la famigliola Barilla. Lui giovane in carriera era costretto a spostarsi dall’altra parte del mondo e quindi chattava con la moglie incinta. Però, checcariiiiiini e che romaaaantiiiiici, buttavano giù il fusillo assieme. Era un trait d’union tra "l’attacco io, no attacchi prima tu" del miamimaquantomiami della Sip e la mamma che fa vedere lo scarabocchio del pupattolo al papà tramite videotelefono telecom Italia e lui si commuoveva, costretto nella sua piattaforma petrolifera sul mar de Sarcazzis.
 
Ora la pubblicità si adatta all’allargamento della famiglia moderna:
«Ma tu mi vuoi bene anche se non sei il mio papà?»
Anzitutto un figlio che a cinque anni ti partorisce questo sintagma lo iscriverei alla Normale di Pisa. In fin dei conti se fosse mio figlio potrebbe tranquillamente dirlo se prendesse da me ma…. cavoli, sto mettendo troppi verbi difficili, ahò.
 
Adesso tra poco nell’escalation dovrebbe esserci la famiglia omosessuale o è un tabù?

Nuovi modi di fare soldi.

Mentre oggi gli operai dell’ikea, di orgini partenopee ma abitanti in Carpi, montavano o, secondo un meglio uso appropriato della lingua italica, assemblavano la mia cucina Kalsebo che sarà immortalata e postata qui [non con la mia sfocata fotocamera del telefonino bensì con la mia macchinetta analogica] che pare, almeno lì nel cantiere, l’ottava meraviglia del mondo… oh, non sono esagerata. Mi stan facendo tutti le congratulazioni come se avessi partorito. Ohibò.
 
Dicevo, mentre la classe operaia [eh, sì. Adesso quando non sgobbo mi imborghesisco un po’. Sembro il Bertinotti che parla di scioperi col maglione di cachemire addosso…] assemblava quella cucina per la modica cifra di un mio mese lavorativo io me ne stavo al telefono con uno dei miei amichetti, quello che mi piace più sentire quando i miei neuroni da in fermento passano fermentati come un principio attivo dell’actimel qualsiasi.
 
Egli gestisce un sito ove provetti fotografi esibiscono i loro lavori e così, parlando del meno, del più e di Gattuso si diceva:
«Ah, lo sai che ho messo i banner di google nel sitarello?»
«Ah, sì, avevo visto che addirittura gente ci faceva soldini… lo lessi in un aggregator, qua e là.»
«Mah, alla fine qualcosa fai. Certo che per contratto non puoi neanche sponsorizzare affinchè ti clicchino sopra… »
«Neppure?»
«Ennò. Però alla fine quei tre dollari al giorno riesci a farli…»
«Scusa, non per dire… ma se te vai alla stazione, anche col portatile magari eh…. ma secondo me a chiedere l’elemosina minimo minimo venti-venticinque euro si fanno. Quindi non è un gran guadagno…»
«Come spesso accade hai ragione. Però magari col portatile no, come lo giustifico?»
«Mah, potresti dire che eri impiegato in Parmalat e ora ti hanno licenziato… secondo me faresti tenerezza. Altro che cercare click…»
«Domani ci provo, tanto non sto neppure tanto bene…»

L'autogrill.

Il trionfo del consumismo.
Uscire da ogni stazione di autogrill e non comprare una mazza è come riuscire a non limonare nel tunnel dell’amore.
Di norma l’autogrill è da me conosciuto per:
a) il bagno
b) il caffè
Quando provi ad andare nel primo c’è una sorta di percorso obbligato. Prima passi davanti al bancone bar ove troneggia ogni tipo di panino, poi dopo che te ne esci dai servizi igienici per riuscire nuovamente a riveder le stelle devi attraversare un torpedone di soldati-orsetti infarciti di cioccolatini, salumi, caciotte, souvenirs dal dubbio gusto, prodotti tipici a profusione, bottiglie d’olio, improbabili liquori, bagnoschiumi e minchiate varie.
Quando riesci ad arrivare a vedere da lontano la luce l’ultimo sforzo: i cd.
No, ma che sforzo, chemmefrega… li masteriz… ehm, ho l’ipod [see see]
Infine tanto per gradire le riviste, con tanto di "NON GUARDARE QUI" per quelle più osè.
 
Per la b, alla cassa:
"Ehm, un caffè"
"Altro?"
"No, basta così."
"Sicura? Dopo rideve fare la coda eh…."
"La accendo."
"Guardi che ha ancora due minuti prima che faccio lo scontrino…."
"Guardi, ne faccia due, mi ha messo sonno…"