La luna di traverso.

[Disclaimer: oh, chiariamo… la Manu (mia amica di università) mi ha dolcemente costretto a partecipare a una pseudoraccolta di racconti per l’informagiovani parmigiano con argomento "la Passione". Vediamo che ne è uscito fuori, è mooooolto rielaborato da un vecchio post di qui sopra. Chi sa il link vince una mia unghia tagliata.]
 

"Grigia la notte, rosso il risveglio"

Hai paura che tutto se ne vada, si dissolva.. hai paura di lasciare il suo volto, che adesso ammiri con la stessa intensità con la quale fingevi di ammirare i quadri per cercare di avere un punto in comune, una passione.
Quello che ora ha la sua testa ciondoloni verso il vetro della stazione, lo stesso vetro su cui tu ti specchi e vedi il tuo indice tormentare il labbro inferiore. Dividi il campo visivo in tre piani, prima lui, poi te riflessa poi il paesaggio intorno. Fisso, immobile, congelato dal buio rischiarato solo dai lampioni gialli fuori nel parcheggio.
Metti il volume del walkman un po’ troppo alto nelle tue orecchie e lui si sveglia. Quei pochi decibel che possono variare tutto.
«Che ore sono?»
«È presto. O è tardi, dipende il tuo punto di riferimento.»
«È freddo, da morire proprio.»
«Beh, siamo in montagna. Poi smaltita la birra di norma fa così, credimi, qui è molto meno freddo che fuori. Ma è anche novembre.»
«Credo che in qualche modo debba chiedere scusa per come ho reagito prima.. »
«No, è la tensione delle feste in famiglia. Prima o poi parte lo sclero. Solo che se è bilaterale, se ci incazziamo sia io che te per due cose diverse… non passa in fretta… È che forse dovevamo evitare di venire qui dai miei parenti e accumulare nervosismo. Ma non servono le scuse. È naturale.»
Inspiri profondamente fino a riempire tutti i polmoni curandoti che l’aria espirata a forza dal naso non vada a turbare quella omeostasi acustica. Consegni al buio tutta la tua stanchezza e la tensione che hai accumulato e ti fai confortare da quel buio a te così familiare e consolatore.
Perché sai benissimo che ciò che hai detto è qualcosa che non ti appartiene e che hai inventato e per di più a cui non credi, ma le bugie sembrano inventate proprio da chissà quale dio per sposarsi a quella fase del giorno accompagnate dalle tenebre. In un tuo strano schema mentale di fattura medievale trovavi il connubio tra dì e verità e tra la notte e la finzione. Perché stavi ora proprio cercando di inscenare che tutto andasse bene, che quel rapporto continuasse per il meglio.
Reclini il capo all’indietro.
Un solo auricolare nel tuo orecchio e l’altro ad ascoltare i suoni della notte. La macchina che passa, l’albero che scricchiola, l’acqua che sembra sibilare sul letto di cemento, la campana del paese che rintocca con un ton grave e secco ad ogni mezz’ora.
Ti rannicchi quasi in posizione fetale e torni a guardarlo. Non ti servono le parole, non hai voglia di usarle. Rivolgi il tuo sguardo verso di lui e pensi a quando vi siete incontrati. Pensi che anche quella era una situazione simile. Appoggi la fronte sulle ginocchia e pensi a quando ti svegliasti, ubriaca fradicia, abbracciata a qualcuno che non conoscevi nella casa dove ore prima era iniziata una festa. Al risveglio vedesti di fronte a te lui che dormiva, in posizione speculare alla tua, sullo stesso divano dove eri tu, a pochi centimetri. Il mal di testa post sbronza ti permetteva solo di fissarlo, anche perché non sapevi che fare. Poi anche lui si era svegliato e faceva lo stesso. Non sapevi se era per l’alcool o se, per una tua immensa botta di fortuna, finalmente un’altra persona stesse provando le stesse cose che sentivi tu. Che inizialmente era confusione.
Poi ti alzasti per uscire, e lui ti seguì. Colazione in riva al mare, senza dirsi nulla ma sempre a guardarsi. Poi a prendere il treno, come adesso… anche se adesso la situazione ti sembra esattamente speculare, dall’opposta temperatura, all’ambiente montano anziché marino, al freddo che senti non solo nell’ambiente, ma tra il metro che ti separa da lui.
Non può essere tutto così ciclico, non lo accetti razionalmente.
«Ohilà..»
«Eh? Cosa c’è?»
«Mi dispiace…»
«Di cosa?»
«Sembra che stiamo buttando tutto, vero?»
Abbassi la testa. Ti sembra paradossale che stia pensando le stesse cose con cui ti stavi tormentando. Cerchi di non pensare. Deglutisci.
«No, beh… potrebbe essere un modo per cominciare veramente, no? Facciamo finta che fino ad adesso è stato un warm up… e poi credo sia saggio tenersi lontano dalle stazioni d’ora in poi…»
Mentre te riappoggi la testa al muro vedi che si avvicina. Lo ritrovi alla stessa distanza con la quale ti si era proposto su quel divano di vimini sulla terrazza al mare. Con la mano ti scosta i capelli, e tu ripiombi nella confusione per poi passare a sentire le farfalle nello stomaco.


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