Natale/capodanno 88.

Se proprio vado a guardare il peggior Natale passato fu il 1988.
Non iniziate a ghignare, voi che sapete che sono dell’ottantatre. Io ho un bel problema. Tipo ad esempio in questo momento, avanti al caffè, se non mi producessi in microruttini mica ricorderei che pocanzi ho mangiato della pasta al tonno. Anzi, tra quattro minuti non ricorderò neppure che ho bevuto il caffè e mi girerò verso mia madre chiedendole se abbiamo fatto il caffè o attorno a cercare tazzine sporche.
Però boh, gli avvenimenti passati li ricordo benone. Mi preoccupa la cosa.

Tipo io avevo tre anni e mezzo quando mio padre lasciò le guardie mediche e decise di fare il medico di famiglia. Aveva un appartamento, che ora ha affittato, che stava sotto la casa di suo padre. Lo aveva appena aperto, non c’era ancora andato nessuno, e io ci avevo il mio orsacchiotto vestito da tirolese [eh, ora invece gioco col leone quello col cappello da bavarese e le braghe di fintocuoio, però anche il tirolese ce l’ho ancora] che appoggiai sul lettino quello delle visite. Mio padre mi fece un’alzata di capo assurda urlandomi che non andava fatto. Io ripresi l’orsacchiotto tra le braccia stringendolo e mi misi zitta zitta. Mio padre forse si accorse di avere un attimino esagerato e disse "no, vabbè, magari evita dalle prossime volte", ma da quel momento lì io in quella stanza non c’entrai più. Quando sei mesi fa glielo ho ricordato a mia mamma mi ha fatto: "Maccazzo, te lo ricordi ancora? Io avevo visto che ci eri rimasta male, ma non pensavo così.". Io le cose purtroppo tendo a non dirle. Eh, lo so. Testa che non parla si chiama cucuzza. Non Michele, o sì, boh.

Ma dicevamo, le festività dell’88. Quando tornammo dalle solite vacanze novembrine (in quel caso Tenerife) venne una mia amichetta e sua mamma a casa nostra. Io e la Chiara andammo giù nella stanza in fondo a giocare, e saltando su un divano tre posti similpelle marrone se ne uscirono i cuscini. Quindi trovammo delle cose celate sotto. Io ci avevo cinque anni e sei mesi ad occhio. Tra queste cose c’erano una decina di polaroid e due bustine grosse come quelle che mettevi sul pandoro dello zucchero a velo, ma non era zucchero a velo, perché non c’era scritto Bauli ma era una cosa morbida uguale, e come si vedeva dalla busta trasparente tutta fatta su con lo scotch, quindi mica si poteva assaggiare, sembrava proprio da mettersi sul pandoro.
Poi in quelle foto là c’erano dei signori, di cui uno somigliava a papà. Ovvero, la panza sembrava di papà, nella prima foto, ma mica si vedeva molto bene il volto, perché c’era la focalizzazione su altre parti del corpo e su una signorina un po’ abbronzata che stava invece col volto sotto la panza di papà. La Chiara mise apposto, e io dissi tra me e me chissenefrega. Poi la Chiara non venne più a giocare a casa mia. La mamma si chiese perché, e io le dissi che magari poteva essere che giocando avevamo trovato le cose qua sopra. Mia mamma me lo richiese tre volte chiedendo se fossi sicura. Beh, col senno di adesso ti credo eh. Andammo a rivedere ma c’era rimasta solo un po’ di polvere sotto il divano, ma essendo sempre simile a quello zucchero a velo di sopra insomma, ecco. La mamma mi ci credette e poi anche la nonna. Tre giorni dopo poi chiamò al telefono mentre papà faceva il bagno una certa Liliana di Romania. Quando mia mamma, ricordo, chiese spiegazioni a mio papà lui partiva col discorso: "io lavoro nove ore al giorno, devo pure divagarmi…"
Ora, quando discutevo cinque anni fa con mio padre le ore eran diventate quattordici. Diobono, manco l’inflazione eh.
Ma dicevo, poi arrivarono i nonni. E visto che noi in famiglia a volte abbiamo il vizio di avere un dialogo la mamma raccontò tutto alla nonna, che essendo di carattere più incazzosa di me prese mio padre da un lato e gliene disse un po’ di tutti i colori.
Mio padre non reagiva, sulla storia di Liliana di Romania.
Poi la nonna passò all’affaire Bauli.
Mio padre mi guardò male. Abbassò la testa ciondilandola e disse, a mia nonna, che i bambini si inventano tutto. Poi sbattè la porta e uscì di casa. Tornò dopo le feste, ma noi non è che ci eravamo preoccupate. Avevamo solo detto ai Carabinieri, che erano abituati perché lui anche da giovane faceva così, che s’era allontanato da casa. Lo rintracciarono a capodanno giù in quei laghi che ci sono in Puglia ma che io non ricordo perché di geografia non ne so moltissimo. Ma tanto con noi c’erano i nonni fino al primo gennaio, e dopo dovevano tornare al lavoro. Il nonno il giorno dopo mi fece uscire, aveva piovuto e a me piaceva tanto sbattere i piedi nelle pozzanghere. Dicevo una cosa come "Ciacki ciacki into ll’acca", onomatopeicamente indicando il gesto. Certo, dopo la mamma ci riprendeva perché i miei stivaletti non erano così impermeabili, ma mi manca così tanto mio nonno materno. Cioè, con una stronzata come quella almeno ridevo un po’, quel capodanno.

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