Mogwai live all'Estragon di Bologna (2014)

[doveva andare su Rumore, l’ho spedita tardi: la metto qui]


Il primo cucù che feci su Rumore fu proprio per quella (s)fortuita coincidenza per cui in quella piovosa giornata dell’A perfect day c’ero io ma il maltempo aveva fermato altri. Quindi scrissi più o meno “Poi ci sono i Mogwai a suonare. Una delle più grandi divisioni che si possono vedere nella giornata tra pubblico e critica: chi non li conosce li trova noiosi e impossibili da ascoltare quasi imprecando che se ne vadano. Chi li conosce invece si gode l’ennesimo potente, totalizzante muro del suono creato dagli Scozzesi. Una scelta non proprio legabile agli altri gruppi di giornata e che non ha di certo giovato.”

La cosa bella era che stavolta all’Estragon erano facilmente individuabili, durante il dj set di apertura, invece fan di quelle band che erano presenti a quella giornata del festival. Il che sta ad indicare due cose: attiro gente pessima attorno a me ai concerti (i migliori quindi sono solo quelli che limonano e quasi mi tirano in mezzo) e che i festival fanno bene alla musica, così la gente che è lì per un gruppo ne conosce altri che non avrebbe mai scoperto in solitaria.

Stavolta avevo il valore aggiunto di sentirmi le prime tracce dal sottopalco fotografando. Non male visto che dopo sono dovuta andare a fondo sala perché l’Estragon era davvero strapieno, non per nulla soldout. Il commento di altri fotografi è stato, post uscita della mie foto “oddio quanta luce c’era”. Il commento di altri invece presenti è stato “perché mettere i microfoni se non cantano?”. E per il secondo commento mi è scesa quella mestizia che avevo provato sentendo le lamentele lì dei vicini al Castello di Villafranca. Aspetta un attimo, ascoltali, lasciati coinvolgere.

Perché la chiave dei Mogwai è quella: sembrano freddi, sembrano gente capitata lì per caso quando sale sul palco, ma appena attaccano a suonare sprigionano quel muro di suono che ti entra dalle orecchie e ti fa vibrare fino agli alluci. Diciassette anni di carriera facendo musica che riconosci come loro ma mai una creazione fotocopia dell’altra. Un rinnovamento che li mantiene però fedeli a loro stessi.

E se il grande occhio della copertina di Rave Tape era lì in fondo al palco, si inizia proprio col nuovo “Heard about you last night”. La setlist poi rimane ben bilanciata, anche se con alcuni tagli su pezzi storici: quanti di noi hanno sentito la mancanza di “Take me somewhere nice”? Ma è cercare proprio l’imperfezione e qualcosa di emozionalmente personale: come ci si può lamentare se la seconda canzone che senti è “Rano Pano” e lasci il sottopalco appena terminate le note di “I’m Jim Morrison, I’m dead”. Non si può, se ti piacciono i Mogwai e sai come suonano loro. Ed è per quello che non ti stupisci ma anzi vai in brodo di giuggiole quando rallentano alla fine di una “Mogwai fear satan” rallentano quasi fino a sembrare che il pezzo finisca e poi riprendono spiazzando il pubblico che iniziava ad applaudire. Vi ho detto: quella sensazione di essere centrifugati dentro e portati verso quella beatitudine dopo i brividi che la loro musica ti fa sentire. Rileggendomi sembra quasi che vi stia descrivendo sostanze stupefacenti ma beh… se volete un sano sballo i Mogwai ve lo concedono davvero, senza hangover.

La scaletta regolare la a concludersi con pezzi sempre più in calando, fino a “Mexican Gran Prix”. Per poi regalare un encore di classe con il terzetto “White Noise”, “Auto Rock”, “Batcat” che sugellano quello che è stato un concerto bello, ben suonato e della durata giusta per un genere che dal vivo può risultare un po’ pesante alla lunga. Ma quasi un’ora e quaranta circa è la durata giusta. Quindi? Tutti felici. Come si fa a trovare un difetto ai Mogwai dal vivo se sai quanto ti possono dare? Magari sì: un opening migliore rispetto a uno svogliato dj inglese che il mio cervello si rifiuta di ricordarne il nome sarebbe stata una buona scelta. Ma questo è il secondo pelo nell’uovo che si può cercare in una serata di gran musica.


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