Toy live al Covo Club (2014)

[doveva andare su Rumore, l’ho spedita tardi: la metto qui]

 

Essere fan dei Toy in Italia è una buona cosa: passano una volta, due l’anno e coprono quasi tutta la penisola. Dall’esordio del 2012 almeno è stato così, mi pare da un concerto suonato in Triennale a Milano in poi. Non uno di quei gruppi che preferiscono concentrarsi solo sul Nordeuropa più ricco di venues e -diciamolo- soldi. Oppure si sono concentrati sul nostro Paese o come molti loro colleghi ne subiscono il fascino di cucina, arte e buon clima. Stranamente mancavano però ancora alla mia collezione di concerti.

Eppure loro sono il collante che unisce il post-punk, con evidenti dettagli shoegaze e tanta psichedelia. Quindi qualcosa che mi è sempre piaciuto sin dall’esordio dell’omonimo album. Ma le coincidenze non mi avevano mai fatto vedere i Toy live. Mi soprendo quindi nel vederli schierati in formazione da plotone di esecuzione, eccetto il batterista, sul compresso palco del Covo Club.

Aperti dai bravi torinesi Foxhound, che si legano bene al gruppo a cui fanno da spalla, che presentano un set corto che però evidenzia il loro più che ottimo inglese, e le loro atmosfere più autenticamente inglesi che italiane. Questo non è un rimprovero per loro, né rimproveri per altri. Un gruppo da esportazione che già approdò al Primavera Festival.

Poi i Toy aprono nella serata del cambio dell’ora legale già abbastanza tardino. E il loro set è una sequela stretta e incalzante di canzoni che non prevede alcun bis, di un’ora e un quarto scarsa.

Si apre con “Conductor”, che è incipit anche delll’ultimo disco, nel semibuio, con questa si iniziano i potenti lunghi virtuosismi strumentali, per poi seguire con “Colours Running Out”, opening del precedente, e così sarà quasi tutta la setlist: un continuo passo avanti e uno indietro tra il vecchio e il nuovo album, quasi a rendere il tutto più ipnotico.

Tom Dougall sembra un Brian Molko fermo alla fine degli anni 60 e volto agli anni 70, le poche volete che lo si vede. Il mio essere in prima fila me lo fa vedere un po’ meglio, ma la luce è poca che ti fa concentrare solo sulla musica, più che sui look. Anche se le chiome bionde del bassista Barron sono l’unica cosa che visivamente impatta anche da più lontano, quando ci si allontana un po’ di più.

Non musicalmente perfetti, ma forse ancora più bravi. Ma nulla toglie la stessa costanza di suoni espressi: incessanti, fumosi, densi, shoegazer sempre attaccati alla chitarra e la testa china sui piedi. Un suono così carico e denso che concede solo pochi sprazzi dal costante continuo ritmo.

Passi di darkwawe intinti poi in coda di psichedelia fino ad approdare al post punk della coppia uno-due di It’s Been So Long e Motoring.

Ritmi che lasciano spazio a atmosfere sognanti e riff ossessivi, forse l’unica cosa un po’ strana di tutto il concerto è sentire la canzone che invece di aspetti di sentire completa tanto da perdertici dentro, Kopter, invece compressa come una radio edit. Perché, ragazzi, perché. Altrove avrei scritto che poteva essere una pratica sessuale interrotta, in modo esplicito. Ma non essendo il mio blog non mi permetto di essere così esplicita.

Forse proprio perché mancanti di un bis, che è fisicamente difficile affrontare al Covo visto che uscire e rientrare significa passare in mezzo alla sala con le ali di folla a stringerti, il terzetto finale risulta particolarmente efficace e -anche se probabilmente non è l’aggettivo più adatto- coinvolgente: da My heart skips a beat si passa a una Motoring il cui arpeggio scalda letteralmente il clima e cambia il ritmo incalzante e dark su cui eravamo abituati per finire con Join the dots. Da lì finito, chitarre posate, gruppo che passa tra le persone che applaudono e via. Bravi. Vi aspettiamo presto, tanto siamo sicuri che ripasserete.


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