Amsterdam Dance Event 2014: l'ambiente

Quest’anno vi abbiamo aggiornato in corso d’opera. La “lineup”, se si può chiamare così, dell’Amsterdam Dance Event si faceva sempre più enorme mese dopo mese. Così tanto da darti sei-sette eventi imperdibili ogni sera. Essendo il plotone di Radionation composto solo da me è stato impossibile coprire tutto (l’anno prossimo già la brava Desirée si aggiungerà alla spedizione). Ma è stata una figata.

garrix

Ok, magari l’anno scorso c’era Moroder, ma anche lo speech di Garrix non è stato malaccio (anzi). E poi dicevo: scegliere. Altro che al Primavera si parlava dei clashes nei set: qui si doveva scegliere l’evento e la zona se se ne volevano coprire un paio. Così da trovarti fino alle 3:30 alla Modeselektor night al Melkweg per poi trovare Laurent Garnier nella location che è vicino al tuo hotel (e che tu scopri solo il primo giorno consultando google maps) che ti tira all’orario del cappuccino. E poi abbiamo saltato tanto, troppo: artisti di classe come Ricardo Villalobos, Scuba, Deep Dish, Axel Bowman, Ten Walls e Solomun, Chris Liebing, DVS1, Truss, Blawan che vanno a rafforzare il parco techno del festival, non volendo dimenticare DJ Koze, DJ Stingray, Henrik Schwarz e Maetrik. Più di 2000 act per un’edizione mostruosa, coi promoter a litigartisi per averti al loro party o evento.

Un po’ diverso dal mendicare ingressi e accrediti qui in Italia.

L’ADE è il vero epicentro della edm: non solo eventi ma anche learning, incontri, promozione a tutto tondo. Stancante, pazzesco, tanto ma non esagerato. Per clubbing e la club culture l’Amsterdam Dance Event è un appuntamento imprescindibile, anche per capire professionalmente cosa c’è. E niente battute su A’dam, la droga, i rave: all’HMH ti svuotano le tasche e tu devi star lì a spiegare che è la borocillina quella che hai. Non so se ci devo ancora ridere.

Dal lato fotografo è molto difficile portare a casa qualcosa: non perché sia difficile fotografare i set (anzi, molto più figo che fare un artista col chitarrino in mano), ma perché ogni venue ha le sue regole, non c’è un vero photopass (dicono che valga il media pass: non è vero. Molte venue mi hanno detto che ero invitata a non fotografare perché non autorizzata nella speciale lista della serata. Lista che non conoscevo perché all’accoglienza non era menzionata) e alla fine uno si disamora un po’ e gli sembra di “rubare foto”.

Altra cosa: è stato bello sapere che “c’era scritto sul sito” che si doveva richiedere l’ingresso all’Amsterdam Festival in Arena giorni prima e che no, non bastava il pass. Insomma, un gigante con crepe organizzative: ma siccome qua a sud delle Alpi non vedremo mai una cosa del genere, codeste sono quisquillie. E se la dovessimo vedere minimo alle 23 arriva la pula e fa chiudere tutto.

Presto un altro post con maggiori suggestioni vissute. Per ora consultate il nostro instagram e twitter.

Per avere invece info ufficiali ecco le risorse da consultare:

Website: http://www.amsterdam-dance-event.nl
Facebook: https://www.facebook.com/amsterdamdanceevent
Twitter: https://twitter.com/ADE_NL
YouTube: https://www.youtube.com/user/AmsterdamDanceEvent
Instagram: http://instagram.com/amsterdamdanceevent

Intervista ad Alex Rosamilia dei Gaslight Anthem

I rocker del New Jersey The Gaslight Anthem faranno ritorno con il loro nuovo attesissimo album ‘Get Hurt’ il 2 settembre su Virgin/Universal. Il disco sarà disponibile in versione deluxe con tre bonus track, in vinile e in download digitale.

bbiamo avuto l’occasione di registrare via telefono, ma così male che solo i primi cinque minuti sono audibili, (e per la nostra terza volta) Alex Rosamilia, il chitarrista del gruppo. Ecco cosa ci siamo detti:

Ciao Alex, è la terza volta che ci sentiamo per un intervista… sta quasi diventando stalking… conosco il tuo cane, conosco dove è tua sorella…

Nessun problema, hehe, è un piacere.

Complimenti per il nuovo disco, ancora più maturo.

Grazie, grazie mille.

Cerchiamo prima di approfondire alcune canzoni per poi parlare di come è stato lavorare all’album. Senti, ma in Stay Vicious c’è un piccolo omaggio a Syd Vicious o solo una sorta di critica sul mondo del rock?

Syd Vicious è Syd Vicious. Lo ritrovi in tutte le canzoni, se ci pensi bene (ride). Beh, ma in Stay Vicious non c’è così pesantemente. Se c’è una sorta di critica nel pezzo? Direi beh, di sì.

Poi possiamo passare ad un altro pezzo: Ain’t That a Shame sembra un po’ la naturale continuazione delle canzoni di Handwritten. E’ il primo pezzo registrato magari?

No no, è solo una coincidenza, o rientra nell’idea di quello che volevamo fare ma non è stata una traccia da ponte tra le due cose. Quando siamo rientrati in studio tumblin and get hurt sono state le prime che abbiamo fatto, ma poi boh non credo che ci abbiamo neanche pensato a questa cosa.

Questo quindi è stato più uno studio album o un live album di quelli fatti in presa diretta?

No no, studio album a tutti gli effetti. Siamo stati lì ore, a provare riprovare pezzi. Seduti a calibrare bene i cori… cercare quello che sapevamo di volere. Abbiamo deciso di fare qualcosa di totalmente differente anche

…credo di aver visto te con le cuffie cantare in una foto su instagram sì. Approposito. C’erano anche tantissimi strumenti. Quale è stato il tuo equipaggiamento durante la fase studio?

Il mio o totale?

Facciamo solo il tuo, abbiamo cinque minuti e credo di aver visto anche delle arpe spuntare da lì…

Ho usato solo 5 chitarre circa. Nulla di che. Come suono ho cercato di calibrare più il tutto suonando, ma ho usato già gli strumenti che conoscevo e sapevo cosa potessero darmi. Forse è un po’ noioo a dirsi, ma sono voluto andare sul sicuro e volevo dare il meglio.

Una grossa chiave che possiamo dire di Get Hurt è che è sì fedele ai dischi precedenti ma ci sono tanti come vogliamo chiamarli… miglioramenti? Non è il termine esatto. A me ad esempio piace molto quando Brian ha usato la voce in modo diverso al solito, in pezzi come Underneath the Ground…

Ci andava di sperimentare. Prendi questa velocemente come chiave. Volevamo fare qualcosa che non avevamo mai fatto prima, e volevamo farla bene. Non volevamo etichette di “questo è così, questo somiglia a”. Avevamo queste canzoni sui sentimenti umani ma non è che abbiamo pensato chiaramente che ci dovessimo ispirare a qualcosa o qualcuno. E’ stato difficile, ma lo è stato perché ci siamo impegnati a voler tirare fuori tutto quello che avevamo in mente. Sai quando cerchi di fare qualcosa di nuovo, di cui vuoi essere orgoglioso ma dici anche “non voglio ispirarmi a quello lì”. Vedi perché è stato difficile: volevamo tirare fuori qualcosa che fosse reale, realmente fatto da noi e che non poteva fare nessun altro a meno che non avesse vissuto la stessa vita.

Ora passiamo alla mia canzone preferita di Get Hurt. Se per Handwritten erano l’eponima e Here comes my man era siamo su Tumbling Dice ma soprattutto Selected Poems…

Davvero Selected Poems?

Sì, non chiedermi perché. E? una cosa di pancia. Salire, scendere, le parole. Per ricordarmi esattamente quale fosse ho fatto vicino uno spike che sembra quello di un’onda cardiaca…

(ride)

Ma ecco… c’è qualcosa da dire sulla canzone?

Credo che sia la nostra solita canzone con i testi tormentati d’amore… dai, ormai è il marchio di fabbrica (ride) dove poi qualcosa ci ha fatto ricordare anche il volo delle api, insetti che portano messaggi.. e cose così… ma sto tirando fuori troppo rispetto a quello che intendevamo credo (ride nuovamente)

La tua canzone invece preferita?

Mah, forse Red Violins. Per il testo, per come va suonata, per come esce fuori… un po’ per tutto. Una cosa a pelle che non so spiegarti. Penso sia una cosa che abbia toccato anche gli altri ragazzi. E’ bello quando è così… arrivi difficilmente

Come stanno i The Gaslight Anthem in una mayor. Da come la vedo io: avete la fortuna dei “privilegi” di una mayor senza tanta pressione.

Sì, è molto bello. Ci sentiamo valorizzati per quel che facciamo ma soprattutto possiamo fare tanta, tanta, tanta promozione. Perché purtroppo anche se la musica ora la gente la scopre da sola i media danno ancora un grosso indirizzo su cosa ascoltare. E loro ci stanno aiutando in questo, pur lasciandoci liberi di fare la nostra musica. Fortunati, sì (ride)

Avete registrato un bel po’ di canzoni e ne avete già tante in repertorio. Come si rifletterà questo nel tour che… aspetta, è circa tutto novembre in Europa, no? Dai primi in Olanda fino alla fine di Novembre in Italia… Ecco, come calibrerete le scalette? Ci sono pezzi di Get Hurt sacrificabili?

Come dicevi prima che nel dover scegliere il pezzo preferito si fa sempre una gran fatica all’inizio. Poi vedi i fan, la gente. Loro ti fanno capire cosa fuziona, cosa no. Tu devi ascoltare i fan e poi vedi che la setlist quasi si fa da sola.

Anche perché ora i concerti sono tutti fissi sull’ora e mezza e poi basta… i vostri invece sono intensi, energetici… e lunghi…

Eh, sì…

Alex, non era un rimprovero. Ma un promo per chi vuole venirvi a vedere.

Allora assolutamente sì.

E’ stato bello vedere sia gli opening scelti per il tour europeo, e che abbiate con voi anche Laura Jane Grace. Ultimamente il punk rock sembra avere e portare con se un messaggio di maschilismo e simili un po’ sbagliato. E voi invece lo state sbugiardando…

Il concetto di fratellanza, dicevi… noi siamo così, crediamo all’amicizia e l’amicizia ti fa fare grandi cose.

L’ultima domanda è un po’ sempre la stessa: quando ci incontrammo a Milano tu mostrasti twitter felicemente come “ecco, vedi, uno strumento in cui vedi passare tutto il mondo nella tua mano”. Erano due anni fa prima dei Soundgarden, ora come è cambiato il tuo rapporto? E se la band magari usa di più i social…

E’ sempre lo stesso direi. Io foto posto di quel che mangio su instagram, nei momenti liberi guardo twitter ma posso dirti cosa faccio io. A livello band ecco… Io sono concentrato sul livello Alex.

[Grazie a Barbara Francone di Neeceeagency]

La prima della Carmen all'Arena di Verona

Con la Carmen di Bizet sabato si è dato il via alla stagione lirica dell’arena di verona 2014. Io ho avuto il privilegio di essere scortata per corridoi, backstage e aver sentito dai responsabili della fondazione arenadiverona numerose curiosità. Ad esempio: sono i cento anni dalla prima rappresentazione della Carmen di Bizet a Verona. O che c’era Kafka ad assistere quella prima rappresentazione. Che i cavalli fanno le prove. Che i costumi sono fatti per modifiche last minute.

Cosa interessa tutto questo a voi? Beh, finalmente visto che molti non vanno a seguire la lirica per due ragioni (uno è il fattore yawn, il due è il fattore costa troppo) c’è una novità:

–          l’Arena di Verona ha un account: @arenaverona

–          per le repliche della Carmen, ma anche per altri spettacoli, l’Arena riserva dei “tweet seats” speciali, a un prezzo ridotto, a chi utilizza Twitter (http://tweetseats.arena.it/).

Io fossi in voi ne approfitterei. Come vedete dal riassunto personale dell’Opera l’argomento è attualissimo (se volete invece una cosa seria cliccate qui)

The Gaslight Anthem tornano con Get Hurt

I rocker del New Jersey The Gaslight Anthem faranno ritorno con il loro nuovo attesissimo album ‘Get Hurt’ il 2 settembre su Virgin/Universal. Il disco sarà disponibile in versione deluxe con tre bonus track, in vinile e in download digitale.

Registrato presso i leggendari Blackbird Studios di Nashville con il produttore Mike Crossey (The 1975, Arctic Monkeys e Jake Bugg), ‘Get Hurt’ vede i The Gaslight Anthem spingere il loro grezzo rock ‘n’ roll verso nuovi territori, facendo proprie influenze che vanno dal folk al punk e all’Americana. È un album più energico, ma allo stesso tempo più intimistico, rispetto a quanto realizzato finora dalla band.

Dopo il successo di ‘Handwritten’ (2012) – entrato nella Top 3 delle classifiche in Europa e America e presentato dal vivo allo stadio di Wembley, a Glastonbury e Coachella, solo per citare alcuni concerti – il quinto album dei The Gaslight Anthem mette perfettamente in luce la loro creatività nello spingersi avanti dal punto di vista artistico.È un disco che lascia trasparire la sicurezza di una band oggi al proprio massimo.

I fan hanno già avuto un assaggio di ‘Get Hurt’ con il breve video promozionale (http://youtu.be/dSvlRCmq_6M) di ‘Stay Vicious’, filmato da un amico del gruppo durante le registrazioni a Nashville.

The Gaslight Anthem saranno in Italia per un’unica data lunedì 10 novembre all’Alcatraz di Milano. I biglietti saranno in vendita su www.ticketone.it a partire da domani, venerdì 20 giugno alle ore 10.

‘Get Hurt’ tracklist

1. Stay Vicious
2. 1,000 Years
3. Get Hurt
4. Stray Paper
5. Helter Skeleton
6. Underneath the Ground
7. Rollin’ and Tumblin’
8. Red Violins
9. Selected Poems
10. Ain’t That a Shame
11. Break Your Heart
12. Dark Places
13. Sweet Morphine (Deluxe edition only bonus track)
14.  Mama’s Boys (Deluxe edition only bonus track)
15. Halloween (Deluxe edition only bonus track)

I New Desert Blues vi piaceranno

Ho avuto la fortuna di ascoltare i New Desert Blues in apertura agli adorabili Augustines al Gruenspan di Amburgo. Sinceramente erano due anni che una band che non conoscevo non mi entusiasmava così: terminare un concerto suonando l’ultima traccia con quattro chitarre sul palco mi ha fatto perdere la testa per loro. Suonano una noir-americana: ma per capirci se a voi piace l’indie folk, con un po’ di country, con dello shoegaze in sottofondo vi piaceranno. Sono in tour in UK e Germania. Però potete aggiornarvi sulla loro pagina (che giustamente come dovrebbero fare tutti i gruppi ora è una vetrina di tutti i social).

Intervista Biffy Clyro, giugno 2013

Per chi vi parla, il primo approccio coi Biffy Clyro fu a supporto dei Muse nelle due date del 2009 nei palasport di Bologna e Torino. All’epoca portarono un set basato su Only revolution, finalista come album dell’anno ai Brit awards. Quest’anno, dopo la pubblicazione del doppio album Opposites, sono stati candidati dalla rivista Kerrang come band dell’anno. Ma il loro ruolino di marcia li ha portati al doppio opening act a Milton Keynes per i Foo Fighters e l’headlining al Reading Festival.

In occasione della seconda data allo stadio Olimpico di Torino, sempre a supporto dei Muse, la band scozzese si è presentata in formazione completa, anche se la maggior parte delle risposte sono state date dal frontman Simon Neil, per una tavola rotonda.

Siete qui come supporto ai Muse, come è nata questa cosa?

“Loro ci hanno invitato e noi abbiamo subito accettato. Siamo loro grandi fan e sono una di quelle band da cui imparare molto dalle loro esibizioni dal vivo, ed hanno tantissime persone che li seguono. E’ un occasione così ghiotta che va presa al volo: in questo modo riusciamo a suonare in posti dove non ci eravamo mai esibiti prima, come ora a Torino.”

Veramente avete suonato qui di lato al Palaisozaki già con loro…

“Oh, vero. Non lo avevamo assolutamente realizzato, ma ecco cosa era familiare… comunque è stimolante ma difficile fare da spalla ai grandi gruppi. Non è paura di essere accolti male, non siamo più novellini. Abbiamo sei album dietro le spalle, ormai se c’è chi pensa che facciamo schifo pazienza… ognuno è libero di pensarla come vuole: c’è chi pensa anche che siamo un gran gruppo.”

Siete usciti con un album doppio, Opposites. Potete raccontarci come siete arrivati al risultato?

“Beh, abbiamo fatto il più bel doppio album della storia del rock (ridono). Ti prego: poi scrivi che sto scherzando. E’ un sogno di tutte le rock band e per la prima volta abbiamo capito di avere abbastanza canzoni per far sì che si potesse realizzare. Eravamo stati un po’ troppo in tour per l’album precedente e siamo quasi giunti ad un punto di rottura per lo stress accumulato e per la prima volta eravamo davvero molto stanchi. Così ci siamo presi una pausa e abbiamo cercato di riconciliarci con il mondo ritrovando noi stessi nelle canzoni. La prima parte del disco riguarda il guardarsi indietro per capire come si arrivi a non essere più felici, mentre la seconda parte riguarda il modo di uscire da questa situazione ed essere più positivi, ed è il motivo per cui si chiama Opposites. Il titolo deriva da questa ragione: non perché sia costituito da un disco acustico e uno più classicamente rock.”

Ben però hai dichiarato a NME che i numerosi brani erano “no fillers, all killers”. Allora come mai in alcuni paesi da doppio album ne è uscito uno singolo?

“Pochi negozi di dischi, in alcuni paesi sono addirittura spariti. E non volevamo che un doppio album fosse un problema… non volevamo che la nostra musica non raggiungesse alcuni paesi perché l’album viene considerato commercialmente un prodotto scomodo da proporre.”

E’ il terzo disco di seguito con Garth Richardson come produttore, possiamo quasi considerarlo come il quarto membro dei Biffy Clyro?

“Se prima dimagrisce sì (Ben ride). Sì, in fondo possiamo considerarlo così. Conosciamo Garth da molto tempo e abbiamo instaurato un ottimo rapporto, abbiamo imparato molto da lui e forse anche lui ha imparato qualcosa da noi, come lo slang scozzese, ma non penso che l’amicizia si importante per fare un disco, quanto la fiducia nel lavoro che fa una persona. Poi lavorare a un doppio album è stata un’esperienza nuova per tutti noi, quindi un nuovo motivo per avere una cosa in comune assieme.”

Opposites è stato registrato nello stesso studio losangelino dove sono nati capolavori dei Fleetwood Mac, dei Rolling Stones e dei Pink Floyd, che emozione vi ha dato questa esperienza?

“La cosa bella per noi, piccola band scozzese, ed entrare in quella stanza ci ha dato l’impulso di impegnarci al massimo per ottenere un risultato simile. Nello studio tutti i giorni vedevamo le memorabilia di quelle band e credo che alcuni avrebbero potuto sentire il peso della responsabilità, per noi invece è stato uno stimolo a fare un grande album e ce l’abbiamo messa. Anche se poi i risultati magari saranno al di sotto delle aspettative, per noi è una grande opportunità. Poi la musica è una cosa bellissima, può riuscire a fare grandi cose, lo sapete anche voi.”

I 24 brani che compongono Opposites, sono frutto di una selezione di 45 pezzi scritti da Simon, pensate che in futuro qualcuno degli esclusi sarà recuperato?

“Non credo. A noi piace iniziare un lavoro da zero, un foglio bianco per intenderci. Spesso se scrivi un pezzo e lo lasci li per un po’ di tempo, quando lo riprendi può capitare che nel frattempo siano successe delle cose non lo rendono più attuale. In due o tre anni nella vita può succedere di tutto e cambiarti. Per questo non siamo fan dello scrivere un pezzo e lasciarlo per il prossimo album. Andiamo di getto, iniziamo, scriviamo e registriamo. Quando scrivo canzoni voglio esprimere esattamente quel che provo in quel momento e in quel periodo della mia vita. Faccio d’istinto: dipende tutto se sono di buono o cattivo umore. A volte non è bello quel che trasmetto, ma penso che i due lati della personalità si completino a vicenda. Credo sia molto evidente nei miei testi, a volte nutro speranza, altre no. Cerco solo di essere onesto, non cerco di arricchirmi facendo musica come obiettivo principale.”

Però un pezzo come Spanish Radio è piuttosto diverso rispetto a tutto quello che avete fatto. Un nuovo percorso o ricerca di sonorità differenti?

“Ci piace fare cose che forse altre band non farebbero e Spanish Radio è una di queste: un esempio di una rock band che scrive una canzone inserendo un motivetto mariachi, magari qualcuno penserà che sia una delle cose più brutte che abbia mai ascoltato, ma per noi la bellezza risiede nel prendere rischi e finire di produrre qualcosa di magico. Non vogliamo essere soltanto una normale rock band e vogliamo provare cose che altro non farebbero, per paura a volte di poter risultare ridicoli. Già negli album precedenti per esempio avevamo messo delle parti dance o reggae in mezzo ai brani, come in Bubbles o Machines… ed avevano funzionato. Alla fine quasi tutto è possibile e potenzialmente può funzionare: magari l’unica cosa non fattibile per tre ragazzi scozzesi è un coro gospel.”

Tra le novità dell’ultimo lavoro c’è anche la vostra assenza nei video dei singoli…

“Non compariamo negli ultimi due video e la cosa è abbastanza inusuale. Forse perchè i pezzi rendono meglio con un video a livello più cinematografico. La fortuna è che eravamo in California e questo ha aiutato. Non credo che se i video fossero stati girati in Scozia , sarebbero stati così d’impatto, specialmente la scena dell’ incidente. Comunque col prossimo video pensiamo di tornare al vecchio format con noi che suoniamo.”

Ecco, i video per i singoli di questo album sono molto cinematografici, è per via di Los Angeles o…

“Penso che volessimo provare qualcosa di nuovo e lo stare in California ci ha aiutato. Non compariamo mentre suoniamo come facevamo prima negli ultimi due video e la cosa è abbastanza inusuale per noi. Forse perché i pezzi rendono meglio con un video a livello più cinematografico. Ti immagini a fare le stesse scene in Scozia? Pensa alla scena dell’incidente come poteva risultare… diciamo meno efficace.”

Ma no, non sei così male a recitare, Simon.

“Ti ringrazio (ride), ma è meglio fare solo il musicista… credo che sin dal prossimo video torneremo al vecchio format di noi tre che suoniamo.”

Sempre per quanto riguarda le arti visive: la copertina di Opposites è abbastanza evocativa…

“La copertina è stata ideata da Storm Thorgerson, che sfortunatamente è mancato un paio di mesi fa. Il significato è la bellezza che cresce in te, la bellezza che esce da te stesso e che viene dal dentro C’è stato un momento in cui quell’albero era spoglio, proprio come nell’immagine, e a tenerci uniti sono stati i tanti anni condivisi in passato. Se la copertina del disco fosse dovuta uscire adesso su quei rami dovremmo mettere dei fiori.”

Avevo in mente proprio questo come punto in comune tra voi e i Muse: avete sperimentato bene o male le stesse problematiche interne al gruppo (problemi di alcolismo sia del bassista dei Muse, che di Ben Johnson il batterista dei Biffy, ndr) e avete una fan base in comune che è felicissima di vedervi in Italia ma non avete molto suonato qui da noi…

“I Muse ci sono stati molto di aiuto (parte per caso dal campo la prova di Guiding Light e Simon mima il movimento delle mani ondeggiante ridendo perché per lui era la canzone adatta di sottofondo alla risposta) per quanto riguarda il nostro periodo no. Chris (il bassista dei Muse) è stata una persona fantastica e ci ha offerto il suo aiuto personalmente, dicendoci come era stato per lui e come era riuscito a superare il suo problema. Insomma: ci hanno incoraggiato e si sono proprio fatti sentire sapendo che stavamo passando un periodo difficile.  Sì, per quanto riguarda la seconda parte e l’essere stati così poco in Italia… quando dicevi che eravamo a suonare qui l’ultima volta? 3-4 anni fa? Wow. Sì, è troppo tempo. Ci dispiace, e da qui in poi vedremo di recuperare… già torneremo a Novembre a Bologna e per una seconda data non sappiamo dove. E’ un inizio. A tutti i fan italiani chiediamo scusa e li ringraziamo per la loro pazienza…”

Siete una band molto appassionata sul palco, ma avete registrato un album doppio… quindi molto lavoro in studio. Come conciliate queste due dimensioni diverse?

“Penso che fino a un paio di album fa questa cosa ci creava più problemi, e cercavamo di avere lo stesso approccio che con i live, e cercavamo di metterci tutti noi stessi e fare qualcosa di impatto. E’ diversissimo. Suonare dal vivo è più istintivo: dai e ricevi, è una cosa che accade in quel momento dove hai delle sensazioni anche trasmesse dal pubblico, e cerchi di trasmettere al massimo le tue emozioni. Quando sei in studio ti concentri sui testi, a ragionare sui pezzi, scoprire magari nuovi suoni… Col tempo abbiamo imparato quale fosse la direzione che volevamo prendere ed è stato tutto più semplice, ora le canzoni sono più robuste e noi siamo maturati molto come musicisti. Inizialmente ancora quando registriamo non siamo così focalizzati su quel che succede, poi ci si prende il panico e ci chiediamo che cosa stiamo facendo, se sperimentiamo troppo e come suonerà dal vivo. E’ sempre un azzardo, ma cerchiamo di ricordarci che siamo tre ragazzi che fanno rock and roll e che cercano di fare qualcosa di differente e non dobbiamo farci tanti problemi…”

Per farvi seguire al meglio dai fan durante questa lunga serie di concerti avete proposto l’hashtag #summerofbiff o negli show invernali #monthebiff. Come vi rapportate ad internet come band?

“Beh, internet è ora come ora il veicolo migliore per comunicare e ringraziare immediatamente i propri fan. Però cerchiamo un po’ di prendere le distanze e non farci influenzare dal mezzo: a volte se leggi i commenti dopo un concerto ti imbatti magari in gente che avrebbe preferito un’altra scaletta o si lamenta perché mancava un pezzo… quando siamo in tour cerchiamo di non guardare internet per niente, facendo in fondo come le rock band degli anni passati. Spero che non sia una risposta deludente per qualcuno…”

Per quanto riguarda le vostre numerose esibizioni ai festival c’è anche la partecipazione al Coachella 2013. Come è stata e come cambia rispetto ai festival europei?

“Al Coachella era pieno di gente sobria, se pensi è cosa molto strana per noi che veniamo dalla Scozia, in più il posto era splendido e non c’era fango! L’unico problema è stato il caldo del deserto che ti toglie le energie, ma suonare lì è stata una delle esperienze più divertenti che abbiamo mai fatto, e avevamo sempre sognato di suonarci, per di più questa volta c’era una grande line up. La cosa bella dei festival è che ci sono persone con culture e motivazioni diverse, ma una volta che lo show inizia potresti trovarti ovunque. Per gli americani l’approccio al festival è diverso, molto più come assistere a uno spettacolo o andare al cinema… invece per noi europei un festival è un’esperienza totale dove ti massacri quasi: tre totali giorni di delirio.”

(rumoremag.it)

Augustines live Gruenspan, Hamburg

Avevano fatto da supporto a The Maccabees ai Magazzini Generali. Io li intervistai all’epoca, e poi li vidi sul palco. Pochi gruppi ci mettono così tanta energia e convinzione nel cantare quello che hanno scritto. Quelli del “mi sei arrivato”, in gergo da reality. Avevano un “we are” avanti, ed erano al primo disco, quel rise ye sunken ship che non era per niente male e faceva vedere del potenziale. Poi hanno limato il nome, fatto un pledge per il disco, si sono messi in marcia per una ventina di giorni di tour promozionale che ha toccato UK, Francia, Spagna, Grecia, Svizzera, Germania e Olanda. Sì, non l’Italia. Ho quasi paura a chiedergli come mai non siano passati in Italia a presentare il loro secondo album, Augustines , anche perché da Newyorkesi di base sono piuttosto attratti dall’italian style (si passò il post intervista a parlare delle birre italiane, ricordo). So già in testa che la solita risposta neutra è “preferiamo concentrarci sui paesi del nordeuropa” e quindi sto zitta e con gli occhi ai voli lowcost.

Vederli ad Amburgo nasce proprio dalla fortunata combinazione che saltare su un volo di quella compagnia arancione mi costava un terzo di un treno per la svizzera e che l’alloggio mi costava un quarto del paese del cioccolato. E allora entro quando ancora c’è la luce al Gruenspan, locale all’interno somigliantissimo al Paradiso di Amsterdam, in zona St.Pauli. Locale schiacciato quindi tra porto, night club e stadio con una fila lunga ed ordinata già alle 18:30. Dentro però si suda come al Locomotiv di anni fa, vi assicuro. Va bene che c’era già la primavera ad Amburgo, ma tra me e il cantante degli Augustines c’è stata una discreta battaglia a chi grondasse più sudore. Lo so, non è una cosa bella.

Apre la serata un gruppo più che entusiasmante: gli inglesi New Desert Blues fanno una mezz’ora scarsa di canzoni dal disco appena uscito, ma chiudono quasi schierati in formazione suonando con quattro chitarre e producendo un suono così pieno per il genere Americana che è molto più cupo e pieno di riverberi. Sinceramente una band davvero interessante in un panorama che magari non presenta grandi novità sonore, che accompagnava però gli americani solo nelle date tedesche (culminate sabato con un sold out a Berlino nello storico Astra)

Quando arrivano gli Augustines sul palco filtra ancora luce dalla porta del backstage sul cortile dietro il locale. Ventilatore puntato su William McCarthy, Eric Sanderson prima nell’ombra alla tastiera e poi alla chitarra, un Rob Allen soffocato dalla batteria in fondo e l’aggiunta nelle date live di Al Hardiman, al violino, contrabbasso, tromba e qualcos’altro che probabilmente mi è sfuggito. Ma il caldo, le luci basse, la prima fila

Cosa hanno di particolare rispetto alle altre band gli Augustines? Probabilmente nulla. Se vi piace quel genere che passa dall’indie-folk fino a un punk stemperato tipico del New Jersey probabilmente vi sembreranno i fratelli minori di Mumford’s, The Gaslight Anthem e quel tocco di Boss che si fa sentire specie nelle performance live, molto fisiche. Loro ci mettono il cuore. Poi sì, ti salgono sulla balconata come fanno i Mumford and Sons e cantano a cappella. Poi si, si mettono in mezzo al pubblico e ricantano e suonano senza amplificazione come fanno i Dry the River. Ma in mezzo c’è un paio d’ore di suonato (e gag, si ride molto) quasi muscolare che coinvolge tanto da sembrare che il concerto è anche “tuo”. La setlist è molto bilanciata, 17 canzoni che saltano dal vecchio al nuovo disco. Si inizia quindi dalla profonda Headlong into the Abyss e si continua sempre dal primo disco con Chapel Song, il loro singolo più conosciuto. Ma quando salgono in balconata danno il via a nuovi pezzi come Walkabout (con il pubblico zittissimo per sentire l’esecuzione) e in mezzo alla sala continuano con una non amplificata Now you are free, con McCarthy che alla fine urla “Thanks guys, we are living the dream”. Per poi chiudere, dopo che li vedi risalire sul palco davanti a te arrampicandosi, con due intense East Los Angeles e New Drink for Old Drunk che gli fruttano cinque minuti di applausi ed inchini di solito visti solo all’Opera di amburghesi (e americani nella mia zona) realmente entusiasti di tutto. File al banchetto del merch e fuori al bus per aspettarli non mentono. Loro salutano i tedeschi dicendo che torneranno a breve nei loro festival. Io sarò sempre lì a cercare se il low cost mi aiuta o meno per continuare a seguirli.

[Rumore, maggio 2014]

Toy live al Covo Club (2014)

[doveva andare su Rumore, l’ho spedita tardi: la metto qui]

 

Essere fan dei Toy in Italia è una buona cosa: passano una volta, due l’anno e coprono quasi tutta la penisola. Dall’esordio del 2012 almeno è stato così, mi pare da un concerto suonato in Triennale a Milano in poi. Non uno di quei gruppi che preferiscono concentrarsi solo sul Nordeuropa più ricco di venues e -diciamolo- soldi. Oppure si sono concentrati sul nostro Paese o come molti loro colleghi ne subiscono il fascino di cucina, arte e buon clima. Stranamente mancavano però ancora alla mia collezione di concerti.

Eppure loro sono il collante che unisce il post-punk, con evidenti dettagli shoegaze e tanta psichedelia. Quindi qualcosa che mi è sempre piaciuto sin dall’esordio dell’omonimo album. Ma le coincidenze non mi avevano mai fatto vedere i Toy live. Mi soprendo quindi nel vederli schierati in formazione da plotone di esecuzione, eccetto il batterista, sul compresso palco del Covo Club.

Aperti dai bravi torinesi Foxhound, che si legano bene al gruppo a cui fanno da spalla, che presentano un set corto che però evidenzia il loro più che ottimo inglese, e le loro atmosfere più autenticamente inglesi che italiane. Questo non è un rimprovero per loro, né rimproveri per altri. Un gruppo da esportazione che già approdò al Primavera Festival.

Poi i Toy aprono nella serata del cambio dell’ora legale già abbastanza tardino. E il loro set è una sequela stretta e incalzante di canzoni che non prevede alcun bis, di un’ora e un quarto scarsa.

Si apre con “Conductor”, che è incipit anche delll’ultimo disco, nel semibuio, con questa si iniziano i potenti lunghi virtuosismi strumentali, per poi seguire con “Colours Running Out”, opening del precedente, e così sarà quasi tutta la setlist: un continuo passo avanti e uno indietro tra il vecchio e il nuovo album, quasi a rendere il tutto più ipnotico.

Tom Dougall sembra un Brian Molko fermo alla fine degli anni 60 e volto agli anni 70, le poche volete che lo si vede. Il mio essere in prima fila me lo fa vedere un po’ meglio, ma la luce è poca che ti fa concentrare solo sulla musica, più che sui look. Anche se le chiome bionde del bassista Barron sono l’unica cosa che visivamente impatta anche da più lontano, quando ci si allontana un po’ di più.

Non musicalmente perfetti, ma forse ancora più bravi. Ma nulla toglie la stessa costanza di suoni espressi: incessanti, fumosi, densi, shoegazer sempre attaccati alla chitarra e la testa china sui piedi. Un suono così carico e denso che concede solo pochi sprazzi dal costante continuo ritmo.

Passi di darkwawe intinti poi in coda di psichedelia fino ad approdare al post punk della coppia uno-due di It’s Been So Long e Motoring.

Ritmi che lasciano spazio a atmosfere sognanti e riff ossessivi, forse l’unica cosa un po’ strana di tutto il concerto è sentire la canzone che invece di aspetti di sentire completa tanto da perdertici dentro, Kopter, invece compressa come una radio edit. Perché, ragazzi, perché. Altrove avrei scritto che poteva essere una pratica sessuale interrotta, in modo esplicito. Ma non essendo il mio blog non mi permetto di essere così esplicita.

Forse proprio perché mancanti di un bis, che è fisicamente difficile affrontare al Covo visto che uscire e rientrare significa passare in mezzo alla sala con le ali di folla a stringerti, il terzetto finale risulta particolarmente efficace e -anche se probabilmente non è l’aggettivo più adatto- coinvolgente: da My heart skips a beat si passa a una Motoring il cui arpeggio scalda letteralmente il clima e cambia il ritmo incalzante e dark su cui eravamo abituati per finire con Join the dots. Da lì finito, chitarre posate, gruppo che passa tra le persone che applaudono e via. Bravi. Vi aspettiamo presto, tanto siamo sicuri che ripasserete.

Mogwai live all'Estragon di Bologna (2014)

[doveva andare su Rumore, l’ho spedita tardi: la metto qui]


Il primo cucù che feci su Rumore fu proprio per quella (s)fortuita coincidenza per cui in quella piovosa giornata dell’A perfect day c’ero io ma il maltempo aveva fermato altri. Quindi scrissi più o meno “Poi ci sono i Mogwai a suonare. Una delle più grandi divisioni che si possono vedere nella giornata tra pubblico e critica: chi non li conosce li trova noiosi e impossibili da ascoltare quasi imprecando che se ne vadano. Chi li conosce invece si gode l’ennesimo potente, totalizzante muro del suono creato dagli Scozzesi. Una scelta non proprio legabile agli altri gruppi di giornata e che non ha di certo giovato.”

La cosa bella era che stavolta all’Estragon erano facilmente individuabili, durante il dj set di apertura, invece fan di quelle band che erano presenti a quella giornata del festival. Il che sta ad indicare due cose: attiro gente pessima attorno a me ai concerti (i migliori quindi sono solo quelli che limonano e quasi mi tirano in mezzo) e che i festival fanno bene alla musica, così la gente che è lì per un gruppo ne conosce altri che non avrebbe mai scoperto in solitaria.

Stavolta avevo il valore aggiunto di sentirmi le prime tracce dal sottopalco fotografando. Non male visto che dopo sono dovuta andare a fondo sala perché l’Estragon era davvero strapieno, non per nulla soldout. Il commento di altri fotografi è stato, post uscita della mie foto “oddio quanta luce c’era”. Il commento di altri invece presenti è stato “perché mettere i microfoni se non cantano?”. E per il secondo commento mi è scesa quella mestizia che avevo provato sentendo le lamentele lì dei vicini al Castello di Villafranca. Aspetta un attimo, ascoltali, lasciati coinvolgere.

Perché la chiave dei Mogwai è quella: sembrano freddi, sembrano gente capitata lì per caso quando sale sul palco, ma appena attaccano a suonare sprigionano quel muro di suono che ti entra dalle orecchie e ti fa vibrare fino agli alluci. Diciassette anni di carriera facendo musica che riconosci come loro ma mai una creazione fotocopia dell’altra. Un rinnovamento che li mantiene però fedeli a loro stessi.

E se il grande occhio della copertina di Rave Tape era lì in fondo al palco, si inizia proprio col nuovo “Heard about you last night”. La setlist poi rimane ben bilanciata, anche se con alcuni tagli su pezzi storici: quanti di noi hanno sentito la mancanza di “Take me somewhere nice”? Ma è cercare proprio l’imperfezione e qualcosa di emozionalmente personale: come ci si può lamentare se la seconda canzone che senti è “Rano Pano” e lasci il sottopalco appena terminate le note di “I’m Jim Morrison, I’m dead”. Non si può, se ti piacciono i Mogwai e sai come suonano loro. Ed è per quello che non ti stupisci ma anzi vai in brodo di giuggiole quando rallentano alla fine di una “Mogwai fear satan” rallentano quasi fino a sembrare che il pezzo finisca e poi riprendono spiazzando il pubblico che iniziava ad applaudire. Vi ho detto: quella sensazione di essere centrifugati dentro e portati verso quella beatitudine dopo i brividi che la loro musica ti fa sentire. Rileggendomi sembra quasi che vi stia descrivendo sostanze stupefacenti ma beh… se volete un sano sballo i Mogwai ve lo concedono davvero, senza hangover.

La scaletta regolare la a concludersi con pezzi sempre più in calando, fino a “Mexican Gran Prix”. Per poi regalare un encore di classe con il terzetto “White Noise”, “Auto Rock”, “Batcat” che sugellano quello che è stato un concerto bello, ben suonato e della durata giusta per un genere che dal vivo può risultare un po’ pesante alla lunga. Ma quasi un’ora e quaranta circa è la durata giusta. Quindi? Tutti felici. Come si fa a trovare un difetto ai Mogwai dal vivo se sai quanto ti possono dare? Magari sì: un opening migliore rispetto a uno svogliato dj inglese che il mio cervello si rifiuta di ricordarne il nome sarebbe stata una buona scelta. Ma questo è il secondo pelo nell’uovo che si può cercare in una serata di gran musica.

I Kensington che mi stanno uscendo con un nuovo cd.

In intervista faccia a faccia gli ho detto direttamente che sono forse tra le poche buone cose che il mio ex mi ha lasciato. E’ vero, e non capisco una cosa: solo quest’estate al Magnolia “scendono” Jacco Gardner (che era già venuto) e il bravissimo -andate a vederlo, io sono al Primavera Festival- Thomas Azier. Sennò noi conosciamo poco e nulla della musica olandese. Il Noorderslag mi ha aperto un’eccellente panoramica. Ma c’erano gruppi che conoscevo sin da prima. L’intervista di qualcuno-che-mi-piace-veramente credo di essermela giocata su a Groningen con loro, i Kensington. Potete ascoltarla, è anche molto ilare perché non so come mai ma il mio registratore quando ci sono queste cose bellissime di gente che si rilassa in un’intervista e si ritrova a parlare si suicida. Avrà preso da me, boh.

Kensington. Gruppo olandese, che il leaflet dell’Eurosonic diceva “i kings of Leon olandesi”. Io ricordo che dissi nell’intervista che col cavolo che suonavano come loro, erano meglio e un misto di cosi che non sapevo ben decifrare. E il chitarrista, Casper, mi ha detto una cosa tipo “Sì, dai, da Sex on fire loro si sono un po’ troppo ripetuti” (e tu stai lì e pensi non solo bravi e carucci, diobono anche intelligenti. Quindi esistono!)

Hanno appena finito di registrare il disco, tanto quando esce ve lo dico. La loro data più a sud è al Gurtenfestival in Svizzera a metà luglio. Poi non so, non credo che qualcuno qui si arrischi a portarli col booking e tutto, ma io i contatti glieli ho forniti (non so, sennò gli dico che c’è sempre il mio giardino condominiale). Questo è il fresco video ufficiale del singolo Streets.