Sì, vabbè, forse è un concetto allargato di Arte.

Mentre pensavo a un nuovo giro del museo del Louvre con mia mamma mi sono sovvenuti parallelismi e paragoni che mi hanno commosso.

[conversazione tipo:

Mamma:”ma dobbiamo vederci la roba etrusca, no?”

Fran:”no, l’abbiamo vista”

Mamma: “…”

Fran: “ecco, già che non te la ricordi butta male”

Mamma: “ma allora che ci mancava? dipinti?”

Fran: “ahò lì è come i festival: ti devi segnare cosa ti interessa, perché anche se ci stai sei ore ti sfugge sempre qualcosa”

adesso capite perché le ferie culturali le faccio con lei. E’ l’unica che non si stronca fisicamente]

Ci sono giorni che boh.

Giorni che come questo vedi che il mondo non è come dici tu. Ma non puoi dirti un perseguitato o uno contro cui il mondo non va a pennello sulle tue spalle.

No, è uno di quei giorni in cui capisci che devi in qualche modo galleggiare, in qualche modo stringere i denti anche se è il tuo nono chilometro e tu dei arrivare a dieci ma non ce la fai più di fiato e i polpacci bruciano. No, tu devi tenere botta. Perché? Perché è il gioco della vita. Se tu devi vivere, e se non puoi fare altro che vivere, devi fare così. Il resto è peggio. Gli altri stanno peggio, ma fingono che vada tutto ok. E te? Te ti sforzi. Anche se non lo accetti. Perché, perché deve essere così contro di te. Contro tutto quello che ti figuri.

Giorni in cui benedici il vino, anche se quello rosso quanto pare non vada più giù.

Avere Casa Cervi vicino casa.

A volte mi chiedo, come succede quando ci sono scadenze o celebrazioni, se la mia generazione -troppo occupata a segarsi i neuroni- sarebbe stata capace di fare cose come la Resistenza.

[la risposta, basandomi sui comportamenti à la twitter dell’armiamoci-partite-ma-notatemi-e-volemose-bene, stronza! direi che è no.]

Ché la mia parte intollerante vi stripperebbe tutti.

Anch’io so essere intollerante cosa credete. Così per me un pugno in un occhio o addirittura in un orecchio può assumere connotati entusiasmanti ed avere interpreti sorprendenti. Però non allarmatevi, sono solo momenti, poi passano subito. E’ solo che all’improvviso mi arriva quel pugno.

E il bello è che mi arriva anche per delle stupidaggini. Non è che poi io ne vada orgogliosa, anche il titolo magari è esagerato.

Però ecco di cosa si nutre stranamente la mia intolleranza: gli occhiali da sole quando non c’è il sole, il berretto di lana quando non c’è freddo, la jeep o uno di quegli enormi SUV a spasso per la città, la Jaguar rossa Ferrari, le lucine blu montate alla base del parabrezza, il tizio con la macchina davanti a me che butta dal finestrino un pacchetto di sigarette o una lattina o un qualunque altro oggetto che non lascerebbe cadere dentro casa sua, l’impossibilità di raggiungerlo per svuotare il cassonetto della spazzatura dentro la sua macchina, il tizio con la macchina dietro di me che mi lampeggia freneticamente perché vuole sorpassare mentre sto sorpassando, il tizio con il motoscafo che mi viene a dieci metri dalla costa mentre mi sto tuffando, il telefonino appeso al collo, l’ultima incredibile suoneria multifonica, le k dentro gli sms, cmq al posto di comunque, lui e lei che indossano lo stesso casco a bordo della moto, lui e lei che per farla completa indossano anche lo stesso giubbotto, il maglioncino di cashmere sulle spalle, la maglietta vintage con la stampa di Topolino anni ’50, tutto il vintage che si vede che l’hanno prodotto l’altro ieri, la moda delle magliette con la scritta Brasil o con quelle degli altri dei paesi, i braccialetti d’oro, le collanine d’oro, le collanine d’oro che affondano dentro i peli del petto, la golf abarth a tutta velocità che pompa unz unz, la paletta rossa che mi si para improvvisamente davanti, il sabato sera televisivo, la domenica pomeriggio televisiva, canale 5 in mano alla De Filippi e a Maurizio Costanzo, le fiction, le pubblicità delle fiction, le pubblicità di Mc Donald’s, le pubblicità di Mc Donald’s e Disney insieme, l’esistenza stessa di Mc Donald’s e Disney, i cd graffiati, i cd senza custodia, i cd dentro altre custodie, la voce di chi mi ha detto “non bere altrimenti ti parte il fegato”, la voce nel campo delle alte frequenze di certe ragazze, la voce di chi mi ha detto che in quel locale non si pogava mentre c’era Smells like teen spirit a tutto volume, la voce di Courtney Love mentre legge la lettera di addio di Kurt Cobain, la voce di chi mi ha detto “ma come puoi pensare che Courtney c’entri qualcosa?” la voce di chi mi ha detto “ma perché ce l’avete tutti con Berlusconi?”

Courtney.

Non dovrei leggere le newsletter mandate dalle stazioni radio di musica. No.

Altro che Macao o Singapore.

Il bilocale più densamente popolato è codesto che mi confina con la camera: due nonni parlanti idiomi del sud che non riconosco se calabresi o pugliesi mai sentiti, due genitori che si insultano dicendo che tu sei un fallito, ma io tanto ti lascio eh da un momento all’altro perché mi fai schifo (del resto, uno che russa così tanto con un’apnea notturna di 22 secondi ogni due respiri -scusate deviazione professionale- se non schifo ecco minimo compassione); un bimbo che piange sì tanto che si sveglia alle 4 di notte piangendo e poi viene percosso alle 8 se non si sveglia a piangere e non viene uscito ai giardinetti neanche col sole.

Più.

Adesso c’è un martire: il cane. Il cane che finalmente quando abbaia fa meno casino di tutti.

Lodato sia bau.

Hai un suggerimento per Autostrade? Sì: frustatevi.

Sabato sera che ormai era una domenica ero lì, in fila alla cassa automatica del casello di Parma. In fila: perché c’è una sola cassa, sarà l’una e qualcosa e io ho sonno dopo che in pratica lo avevo anche al concerto che ho visto.

Lì, cinque macchine avanti, quattro macchine avanti, tre… poi tocca a me.

Inserisco venti euro, e già sbuffo pensando che non mi darà mai due pezzi da cinque euro in carta ma una chilata di monete come se avessi derubato la bussoletta in Chiesa.

Ed ecco che infatti scendono le monete: tante. Inizio a contarle mentre le metto nel cassettino e mi accorgo che dai 5,80 euro che coprono Bologna-Parma il resto non è giusto. Mancano due euro. Mi gira un po’ il cazzo, pur non essendone provvista. Ho sonno, ci sono sei auto dietro di me, e in queste situazioni non voglio trovarmici. Suono la cosa lì dell’assistenza vergognandomi assai. E prima mi cazzia dicendo “come è possibile?”. E io lì, incazzata come una biscia, mi trattengo dal dirle che no, mica ci sono i due euro. Dopo 3 minuti e la coda che dietro di me aumenta mi dice di accostare nella corsia vicino che me li da il collega. La corsia è chiusa, ergo metto la macchina trasversale in mezzo al casello, in barba a tutti i codici della strada de stocazzo.

Aspetto lì, dopo 4 minuti apre la porta il tizio che sembra dormire lì nel casello vicino, e mi chiede: “ma che ore sono?” Io rispondo che venti minuti fa era l’una e mezza. Sbuffa, io sono così incazzata che sto pensando che piuttosto prenderò sempre la via Emilia. Mi fa firmare una dichiarazione che la macchina ha sbagliato, e che mi ha dato meno soldi. Sono passati 35 minuti da quando è successo. Per due euro. Io sono stanca, ho sonno, ho bisogno di una toilette. Ma non frega un cazzo a nessuno.

Viceversa una volta con il ghiaccio la macchina non funzionava e non ho potuto pagare il pedaggio. Il giorno dopo al punto Blu me lo hanno fatto pagare maggiorato. Non mi sembra molto giusto.

Certo: se prendo il telepass ve lo dico io dove lo metto. Vi farà però un’ottima colonscopia.

L'augelletto è un early adopter.

Ora in pratica (oltre al buon vecchio centimetro, ma volesseiddio qui non sporge nulla) ce lo si misura con twitter.

Tipo un mese fa si parlava del più e del meno con un discografico che mi fa “oh, ma te come fai? Ti segue tantissima gente, seimila persone”.

Lo guardai, estrassi l’android dalla tasca, aprii seesmic (tutto questo mentre cercavo di bofonchiare cose del tipo “beh, ma ho un blog da quasi dieci anni” sebbene fossi conscia che ormai avere un blog non è più di moda) e constatai che era vero.

Ora, vorrei sapere come monetizzare i seimilaquattroce… no, no, scherzavo.

[scherzavo un cazzo, ogni volta che faccio il pieno di benzina vorrei proporre il pay-with-a-tweet, ma non credo sia d’accordo. Come facciamo? Ah, dannato danaro eh]

Once a year.

[ragazze, vi voglio bene]

Vorrei parlare di un comportamento antropologico molto strano che si verifica una volta all’anno.

Si narra che una volta all’anno le femmine della specie Homo sapiens si radunino in una strana usanza. Cosa spinga questo misterioso essere tutti gli anni lo stesso giorno, con precisione il giorno 8 del terzo mese dell’annuario legale, a tenere questo particolarissimo comportamento in completo disaccordo con il loro usuale “modus operandi” è tuttora un mistero.

Durante la giornata gli uomini si mostrano cortesi (stranamente) con le donne, presentando loro talvolta dei ciuffetti di fiori globosi gialli, le donne rispondono positivamente a tale usanza mostrando di gradire tutto ciò con amorevoli convenevoli.

Ma la vera trasformazione degli esseri femminili della specie Homo Sapiens si mostra le sera circa alle ore 21.00.

La fase preparatoria è acuta, infatti il loro aspetto fisico muta notevolmente, dal normale abbigliamento jeans con magliettina del pomeriggio l’abito si trasforma in: Minigonna di pelle ascellare, reggicalze tipo “film la chiave di Tinto Brass”, stivale di pelle nera modello caporale nazista sadomaso, e trucco da porno star ungherese anni 70’.

E e se il proprio compagno fa notare che tutto ciò forse è un attimino eccessivo gli viene risposto: “ma amore, per una volta all’anno che esco da sola!!”

Sovviene spontaneo il pensiero:  “Ma… porca trota, a me basterebbe che ti vestissi così in camera da letto ogni tanto invece che trasformarti in un puffo di 50 chili indossando un mega pigiamone felpato tutte le volte che varchi la soglia di casa!!”

Una volta Varcata la soglia le donne continuano la loro metamorfosi. Da esseri eterei, esili, ben educati, quasi angelici, si trasformano in un incrocio fra uno zappatore e Gian Piero Galeazzi. Si radunano in branchi assetati di sangue e danno vita a un rituale ancestrale inspiegabile, prima si cibano di cibi a loro inconsueti, praticamente dopo un anno di dolcificanti e zucchine lesse scondite, quella sera mangiano come camionisti, bevono 12 litri procapite di birra e a volte, si dice, che ruttino pure !

Più tardi si recano in locali dove, nella normale esistenza, non si recherebbero mai, e si ritrovano ad ululare sotto un palco, a degli omaccioni anabolizzanti in perizoma leopardato frasi del tipo “ ollellè, ollalà, faccelo vedè, faccelo toccà !!” Può accadere addirittura che, in preda all’eccitazione e ai 12 litri di birra, qualche esemplare esuberante salga sul palco e salti addosso al fusto perizomato inscenando una specie di rituale di accoppiamento, urlando frasi del tipo: “ abbono !!! dammi il matterello(*) !! che non te lo rendo prima di una settimana !” fino a che non viene trasportata a braccia a prendere una boccata d’aria.

Una volta esaurita la carica ormonale (e i 12 litri di birra ) le femmine fanno ritorno a casa, e alla domanda del compagno: “ allora vi siete divertite??” rispondono con: “Niente di speciale, amore, le solite cose, una pizza, e 2 chiacchiere con le amiche, insomma due palle….” Il compagno ignaro con la sua vestaglia di flanella addosso, e il telecomando in mano pensa: ” Vabbè, sia stato quel che è stato, per una volta all’anno…” felice che almeno sia tornata a casa, e non sia scappata con un Cubano dalle chiappe d’acciaio.

(*)matterello
Dal dizionario Garzanti:
Sillabazione/Fonetica [mat-te-rèl-lo]
Etimologia Deriv. del lat. mata°ris ‘giavellotto’, voce di orig. gallica
Definizione region. mattarello, s. m. lungo cilindro di legno levigato che si usa in cucina per spianare e assottigliare la sfoglia di pasta.

Fate attenzione perché davvero noi che si fa medicina ci facciamo delle pare assurde.

Ti insegnano che le parole si disperdono nell’aria manco fossero un peto.

Anzi, quest’ultimo, in molti casi, tende a disperdersi più lentamente di aggettivi e avverbi vari. Il punto però è che le parole volano in modo molto diverso a seconda dei segni di interpunzione che le accompagnano. L’altro punto però è che se hai modo di leggere i segni di interpunzione significa che non di verba che volant stiamo parlando, ma di scripta che, in quanto tali, manent. E allora tutto quello che ho scritto finora perde di senso o, per lo meno, fornisce la giusta impressione che abbia preso la questione un po’ alla larga.

In realtà cercavo solo il solito modo simpatichino di iniziare il post per introdurre, poi, l’ennesima classificazione della mia vita. Molto old style di quelle che noi i blog li abbiamo iniziati e ora qui è tutto corporate. Ma la classificazione ora, nella fattispecie, è relativa alla punteggiatura e alla diversa percezione del mondo che è in grado di favorire.

Così accade che un banale “a presto” in chiusura di una mail assuma, nella mente di personaggi ciclotimici a causa dello studio della medicina nonché da un lustro di depressione e odio per il genere umano, una serie di connotazioni impazzite di significato legate ai segni grafici che lo seguono. Vediamo nel dettaglio. Continue reading “Fate attenzione perché davvero noi che si fa medicina ci facciamo delle pare assurde.”

"Puttantour a Budapest (e altre 99 cose da fare come contorno)"

Ieri sera si parlava (con Davide, demiurgo del titolo) di come ora vadano molto gli istant book, e di come è possibile attirare sparuti lettori con l’arte dell’esca per titoli geniali e mi è stato proposto questo.

Naturalmente qualora avesse successo nelle ricerche gugol potrei anche farlo. Basti vedere i 260 che ogni giorno arrivano qui cercando il numero delle lauree di uno che partecipa all’isola dei famosi (lì poi il post parla di tutt’altro)

[ho tipo delle cose fatte anni fa di diari di viaggio scritte piccine sui ricettari bianchi da medico. Quando non c’erano ancora i blog e cose del genere, pensa te]