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Rimembranze: il Trasporto della Macchina di Santa Rosa.
Non sono viterbese, perlomeno né di nascita né di famiglia, ma sono orgogliosamente figlia di una delle prime e migliori guide turistiche della Tuscia. Mia mamma mi ha sempre portato con lei in giro quando aveva gruppi e ciò ha contribuito, presumo, alla famosa apertura mentale e all’irrequietezza cronica. Fin infatti dall’età di cinque anni sapevo a memoria le spiegazioni su monumenti e storie varie di interesse turistico, ora a ventitrè riesco a ricordarmele tutto tipo audioguida e a rigirarle a voi -felici nevvero?- e a dire a mia madre ora cinquantenne dispersa per i tumuli di una necropoli quale sentiero percorrere facendosi guidare al cellulare.
Una cosa che sentivo che sempre i turisti ammiravano alla mia genitrice era il modo piuttosto brioso nel raccontar cose. O perlomeno godibile all’ascolto, non qualcosa di asettico, libresco (diciamolo, in modo diverso dall’enfasi della Massironi quando presentava i Bulgari) e prettamente architettonico. Ecco, lì di mia mamma quando eravamo di fronte al Duomo o si era sotto il Palazzo Papale, oppure quando si trovava aperto il sodalizio dei facchini di Santa Rosa ricordo gli aneddoti sui miracoli della Santa che le aveva tramandato la nonna, sebbene ella fosse di Pitigliano.
Fattostà che dopo prodigi e miracoli (signori, parliamo del 1300) la fanciulla arrivò a morte pochi mesi dopo del personaggio storico di cui aveva previsto la morte, ovvero Federico II. Ebbene , il 6 marzo 1251, probabilmente dal riacutizzarsi di tubercolosi o altre malattie (era andata in esilio in montagna, diciamo potrebbe essere stata una polmonite, vah). Fu sepolta nel cimitero della sua parrocchia, Santa Maria del Poggio la cui chiesa ora è chiusa ed è ricordata dai viterbesi con il nome di Crocetta, dove vi rimase fino al 1258, anno in cui, si dice, Rosa apparve in sogno a papa Alessandro IV e lo pregò sentitamente di traslare le sue spoglie al Monastero di Santa Chiara a San Damiano (oggi diventata chiesa e monastero della santa), luogo che non la accettò da viva in quanto sprovvista di dote perché di famiglia umile. Ebbene, come era possibile però individuare il corpo che poi risulterà incorrotto? Rosa disse al papa che sarebbe nata e sbocciata sul suo sepolcro proprio una rosa, e così fu e il corpo della Santa venne riesumato e trasportato a spalla da quattro cardinali e dal Papa Alessandro IV, fino al monastero. Il corpo incorrotto fu trovato cosparso dagli stessi intatti boccioli di rosa che le erano stati posti al momento della sepoltura e la tradizione aggiunge il ritrovamento accanto a Rosa di manna odorosa, simbolo della santità raggiunta. Il corpo però venne danneggiato da un incendio appiccato dalla noncuranza di alcune suore due secoli dopo, e si conserva comunque ancora in uno stato incorrotto di mummia naturale.
Il trasporto viene proprio effettuato a memoria della traslazione. Ma non più da prelati, ma dai facchini di Santa Rosa. Essere facchino è orgoglio di ogni viterbese maschio, e a volte l’appartenenza è tramandata di generazione in generazione. Hanno una particolare divisa, composta da: camicia bianca, pantaloni bianchi alla zuava, calzettoni bianchi, scarponcini neri con stringhe, fazzoletto bianco legato in testa “alla pirata” e fascia rossa in vita;i colori hanno il un significato simbolico: il bianco indica la purezza, in onore della Santa ed il rosso deve riportare alla mente l’abito cardinalizio dei primi uomini che trasportarono il Santo Corpo. il Capo Facchino e le guide hanno al contrario i pantaloni neri e una fascia con i colori di Viterbo (giallo e azzurro) a tracolla.
I facchini sotto la macchina (alta 30 metri e quindi si vede sovrastare i tetti del centro storico) sono detti ciuffi, e sopportano sulle prime vetebre cervicali un peso di circa 80kg, protette solo da un cuscino di cuoio. Altre "mansioni" sono quelle svolte dalle spallette, le stanghette, le corde e le leve. Perché la salita verso il santuario è circa del 12% e viene fatta di corsa. Bisogna dire che una volta, prima della partenza, ai facchini veniva impartita la benedizione in articulo mortis visto che molti non riuscivano ad arrivare al "traguardo". Ciò nell’era moderna non si è mai effettuato, e il parroco di San Sisto mi assicurò che non era più solita farsi.
Un riassunto del tutto lo trovate in questo vecchio post.
Ecco, della mia infanzia ricordo alcune cose del trasporto. Quelli che al comune ti sfrattavano per la finestra migliore, i tramezzini mangiati al rinfresco… ah, il rinfresco. Una cosa meravigliosa. C’era chi era educato e mangiava lì e invece c’erano gli assessori che mandavano moglie e parenti al saccheggio per poi libare nei loro uffici. Già, perché al comune ci si andava ad invito, fortunatamente, e lì infatti doveva esserci gente in. Talmente in che pareva Pappalardo sull’Isola alle prese con il cibo.
Per chi volesse può guardarsi il trasporto in tv. I laziali di geografia possono sintonizzarsi su super3, i possessori di Sky sul canale 819 (telepace). Maggiori informazioni in codesto popup. Il trasporto è comunque la sera del 3 settembre, alle ore 21 circa.
Per chi vuole avere un’idea del trasporto in piccolo può guardare le foto fresche di pubblicazione di Tusciaweb del trasporto della minimacchina, fatto dai giovini facchini :)
Rimembranze: il Bravìo delle Botti.
Alterigia.
Papale Papale.
Cure innaturali.
Mattei.
Mia nonna parla poco, quasi mai. Anche a lei da molto fastidio tornare a parlare di eventi vecchi, riparlare di quello che si è sofferto. I miei nonni materni, utilizzando un eufemismo, si sono fatti un culo tanto. Dal non mettere assieme il pane con la minestra (o come diceva mia madre ché nella sua gioventù per comprarsi il riso doveva riportare indietro i vuoti delle bottiglie) a farsi una casina ove abitare e una davanti a uno stagno, poi bonificato, dove andare al mare.
Oggi si parlava di Enrico Mattei, vedendo che dopo Lost Giovanni Minoli parla di lui. A me e a mia mamma ci ha raccontato -e non lo sapevamo entrambe- che mio nonno, quando lavorava nel gasdotto vicino a Pavia conobbe proprio quello che era a capo della ENI.
Mio nonno aveva il suo stesso cognome, infatti quando l’ingegner Mattei lo conobbe durante un turno di guardia lo prese così a benvolere che gli aveva lasciato l’indirizzo a Milano. Gli chiese se avesse avuto figli. Quando mio nonno disse di avere una femminuccia l’ingegnere disse che sarebbe stato bello se lui avesse avuto un maschietto e l’avesse appellato con il suo nome. E poi, visto che portavano lo stesso cognome e mio nonno era un ventiquattrenne bello e intelligente, avrebbe dovuto veramente passare all’ufficio di Milano per avere un lavoro migliore di quello di guardiano. Ma mio nonno aveva sempre avuto lo scrupolo di non aver potuto studiare. Mattei, Enrico, gli disse che in caso avrebbero risolto tutto. Perché vedeva che il signor Azelio era giovane intelligente e di belle speranze. Di passare al suo ufficio, non appena fosse rientrato dalla Sicilia.
Ma alla fine, quel viaggio che lo avrebbe portato in Sicilia lo avrebbe condotto anche alla morte.
Così in eredità mi è stata lasciata la sfiga. Ma son cose.
E dire che Mattei mi era già simpatico pria.
Tanto bravo l’Ingegnere, così coi potenti che con la gente semplice.
Perché magari lui alle giovani coppie ci teneva.
Ed era tra gli outsider papabili.
Questa notizia conferma che in realtà molte persone che raggiungono alte cariche ovunque sono poco meritevoli, ma ci sono le dovute eccezioni.






