Giovedì.

Ho inziato a pensarci stamattina, alzandomi relativamente tardi [le ottoemezza stanno diventando ormai in vece che prima mattina qualcosa come il mio precedente mezzogiorno] e trascinandomi fino al balcone per rollare e poi assumere il mio antiemetico di scorta. Già, non dovrei pensare.

C’erano dei punti fissi al menù dell’hotel. Del tipo la pasta al forno la domenica a pranzo e il riso cosìdetto fiorito la domenica sera. Il martedì e venerdì pesce. Oppure gli gnocchi e l’arista del giovedì.
Ecco, quello doveva essere un giovedì.

Anno 1993, Giugno. Dieci anni e un mese circa di mia anagrafica. Mi sveglia il trillo del telefono mentre dormo nel letto e sento che dalla portineria proviene la voce del cuoco col suo accento dell’Amiata per chiedermi, visto che i miei non ci saranno tutto il giorno, come voglio gli gnocchi.
Cerco di rendermi conto cosa voglio a mezzogiorno e mezza sebbene siano le nove e opto per quelli al ragù, visto che ormai mi aveva chiamata, anche se so come sia fatto il ragù in hotel. Ma il burro e salvia mi ha sempre dato noia, anche perché non copriva quella durezza dell’eccessiva farina nel composto amalgamato alle patate. Ma qualcosa doveva essere mangiato.
Mi alzo e ciabatto un po’ in casa. Mia nonna e il mio cane sono a Viterbo in agenzia di assicurazioni, perché le ferie permesse sono poco meno di venti giorni ad Agosto e i fine settimana.
Mio nonno si stava spegnendo lentamente e inesorabilmente. Ma non aveva già il cervello consumato e imballato dalla morfina. Riusciva ancora a parlare. Riuscivamo ancora ad uscire qualche volta e a spingerci in pineta.
Scesi in albergo, in preda alla noia, e mi misi a leggere intrespolendomi sullo sgabello della portineria. Squillò il telefono e dall’altra parte dopo che io incipiai recitando saluti e nome dell’hotel sentii la voce abbassata e rauca dalla malattia di mio nonno.

"Francesca, è successo qualcosa alla mamma?"
Io abbozzo, sgrano gli occhi e alla fine decido per la solita risposta da concierge.
"No papà, la mamma ha visto che il tempo era brutto e quindi ha deciso di partire pomeriggio. Non preoccuparti."
"Meno male, ti voglio bene. Non preoccupatevi per me, oggi posso anche stare da solo."

Mia mamma aveva completamente distrutto la macchina nella curva che da Chianciano porta verso Sant’Albino davanti a un locale da ballo. Un incidente stranissimo dal quale lei uscì miracolosamente illesa, dettato probabilmente dalla strada viscida. Arrivò poco dopo, trafelata, chiedendomi dove poteva aver lasciato mio padre le chiavi della seconda macchina per correre a Siena dal nonno.
Poi lo riportammo a casa. Poi… poi ci furono tanti lunghi giorni sempre uguali in attesa che qualcosa, qualsiasi cosa cambiasse ciò che stava accadendo. Quel giorno poi a fine settembre arrivò, e mi ricordao abbracciare mia mamma che ritornò a casa dalla clinica mentre io stavo sul tavolo di cucina a fare i compiti di matematica. L’abbracciai più forte che potevo, accarezzandole la testa e sentendola piangere mentre io guardavo nel vuoto.
Un giorno, prima di quell’altro, mio padre mi guardò mentre stavo ai piedi del letto, dove stava mio nonno, a veder preparare le flebo. C’era l’attaccapanni deputato come reggiflebo. C’era sul comò una distesa di fisiologiche, glucosate, ferro, albumina umana, esafosfina. C’era papà Azelio, ossia il mio nonno materno, nella sua magrezza scavata con i muscoli ormai consumati lì sul letto a guardarmi. Poi a socchiudere gli occhi per sopportare il tutto. Mio padre mi sussurrò quando uscimmo di ricordarmi che ogni giorno che si levava al Signore era un giorno guadagnato. Il mio carattere di merda che sussisteva già all’epoca gli rispose che un giorno di merda non è mai un guadagno.
Poi al funerale, quando ci fu una sorta di riconoscimento che quegli anni che erano partiti dall’11 marzo 1929 si erano fermati proprio quel 27 settembre 1993, quando mi misi in macchina in silenzio faticando a trattenere le lacrime dopo una frase poco cristiana del celebrante [un cristiano non può dire che si sta dando l’ultimo saluto a qualcuno durante un funerale, se la dottrina prevede credere nella vita eterna] mio padre mi disse che potevo anche smetterla, perché non ci potevo fare più nulla. Forse un goffo tentativo di consolazione.
Ancora oggi faccio fatica ad abbozzare sorrisi e a trattenere una certa emozione quando qualcuno dei suoi vecchi conoscenti mi dice che lo ricordo tanto, nei modi, negli occhi, nella "dignità".

Ho passato due giorni difficili, molto dal punto di vista di salute. Ieri mi ha chiamato la mamma.
"Francesca, come va?"
"Non bene mami, ho la febbre, non mi reggo in piedi, vomito. Però ce la faccio…"
"Devo tornare su subito? Se vuoi tra quattro ore sono lì."
"No no, ho tutto. Dopo mi passa. Posso anche cavarmela, stai tranquilla."
Oggi è giovedì.

0 thoughts on “Giovedì.”

  1. Murray: il concierge metterebbe il labbrino costringendo il cliente a farsi lasciare la mancia, logico no? ;)

    Anonima: anche io ci farei un libro, ma manca qualcunaltrochè… ecco.

    Augusta, Catepol: :)

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